Metodi aziendali

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Meccanismi complessi – Dal Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa (Napoli)

Qualcosa non funziona e la gente si lamenta? La voce arriva al Management, che non rimane passivo.

  • Si procede all’opportuna Budget Allocation;
  • Nominando una Task Force allo scopo;
  • Che ritiene necessario coinvolgere un Consultant esterno;
  • Con Spending suddiviso tra Ousourcing e personale in Body Rental;
  • Dopo mesi di Team Working con Developement Sessions nelle idonee Location, il Team rilascia un Procedural Draft con Flow-Chart ottimizzato;
  • (Che è poi quello che il Consultant ha riciclato da un altro Customer cambiando i titoli e qualche dettaglio);
  • La Task Force stabilisce gli opportuni Implementation Steps, Application Pillar e Control Check;
  • Che ricevono l’Approval del Management e l’OK-To-Go;
  • Il tutto richiede una innovativa ICT Smart Support Infrastructure per l’Information Flow che funzioni On Demand;
  • (In pratica una pagina Intranet);
  • L’Implementation In Production richiede un approccio Bottom-Up;
  • In pratica si obbligano le persone a formarsi sulla nuova procedura, con una Intensive Motivational Training Campaign corredata di Coaching e Tutorship;
  • (Cioè giornate d’aula a vedere Slides e sentir parlare, più la benedizione del Role-Playing);
  • Si supera di slancio la Spending Curve, motivando la richiesta di un Extra-Budget;
  • (Il Timing e lo Schedule si sono sforati da un pezzo, invece);
  • Si arriva comunque allo Start-up della Production Phase e dell’avanzato sistema di Implementation Survey.

Alla fine la cosa funziona peggio, ma la gente ha imparato a non lamentarsi più!

I racconti del Drago Rosso

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Ho una nipotina bellissima e monella che vuole sempre sentire da me delle storie. Ne invento un po’ e uno dei personaggi che le sono piaciuti di più è il Drago Rosso. Provo a scrivere qualcuna delle sue avventure. E’ la prima volta che mi cimento con i racconti per bambini e di certo bisognerebbe rifinire un bel po’ i testi e poi ci vorrebbe qualche illustrazione, ma a lei sono piaciuti anche così. Eccone un piccolo esempio.

Introduzione

C’era una volta un grande drago rosso che si era trasferito da poco in paese e andava a scuola con i bambini della prima elementare. Era grande e grosso, il drago rosso, ma non sapeva scrivere e fare le somme. Pensate un po’, si chiamava proprio Drago Rosso e gli piaceva tanto stare con gli altri bambini, ma proprio tanto. Peccato che fosse così grande e goffo da creare un sacco di problemi. E poi, quando si arrabbiava, gli usciva il fumo dalle orecchie e qualche volta anche il fuoco dalla bocca e allora erano problemi. Meno male che c’era la sua amica Marialba che gli voleva tanto bene e gli dava sempre dei buoni consigli.

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L’intervallo a scuola

Che bello giocare nel cortile, ma per il Drago Rosso è più difficile. Ha provato a giocare con la palla, ma correndo ha travolto lo scivolo e l’ha capovolto per terra. Il percorso a ostacoli è troppo facile: gli ostacoli affondano sotto i suoi grandi piedi e finiscono a livello del suolo! A nascondino proprio non può giocare: lo trovano subito. Così è rimasto solo solo e si annoia. Allora vede che non c’è nessun bambino sull’altalena e gli viene voglia di provare. Ci sale con attenzione. Le corte e le aste che la reggono scricchiolano per il suo peso, l’altalena si piega un po’ ma lo regge. Il Drago Rosso è contento, ha trovato un gioco che può fare come gli altri bambini. Si spinge un po’ con i piedi, prova a oscillare e sembra che tutto vada bene. Allora si spinge un po’ più forte, ma al secondo passaggio l’altalena si mette a oscillare tutta quanta con lui. Che paura, gli altri bambini stanno a guardare, le maestre e i maestri non si avvicinano. A un certo punto i piedi di dietro dell’altalena si alzano da terra e tutta l’altalena si rovescia in avanti. Il Drago Rosso finisce con il muso nella terra. Tutti i bambini attorno si mettono a ridere. Un filo di fumo gli esce dalle orecchie, per la vergogna e l’arrabbiatura. E’ triste è abbattuto e tiene la testa bassa. Gli altri bimbi sono preoccupati e anche le maestre: se gli scappa una fiammata brucia tutto! Meno male che almeno sono all’aperto. Ma Marialba, la sua migliore amica, gli si avvicina e lo accarezza piano piano sul muso, per consolarlo. Dopo un po’ ha un’idea: “Giochiamo tutti al girotondo!” dice allegra. Anche gli altri bambini si avvicinano e si prendono per mano. Così finalmente tutti possono giocare assieme e anche il Drago Rosso è contento.

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Il compagno scomodo del computer

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Errori di programmazione grafica con strani effetti

Molto si scrive e ragiona sull’importanza dei computer nella vita quotidiana (anche i telefonini sono dei computer ormai). Dalle chiacchiere da bar ai saggi accademici è tutto un fiorire delle valutazioni sociologiche delle tecnologie di calcolo e comunicazione. Ma, secondo me, c’è un tema correlato strettamente ma non abbastanza valutato, quello dei bachi del software e del loro effetto sulla vita delle persone. Provo a buttare giù qualche idea a riguardo.

Il baco software è nato con il computer: appena uno scienziato si è provato a scrivere un codice per la macchina di calcolo che aveva creato si è scontrato con gli effetti inattesi degli errori che commetteva. L’idea iniziale era che il nocciolo del problema fosse legato alla carenza di memoria e potenza di calcolo dei primi computer e che macchine più evolute avrebbero potuto essere programmate in modo più facile e sicuro. Abbiamo scoperto con l’esperienza che questo non è vero.

Il baco software si auto-riproduce: ogni correzione può avere effetti collaterali e ogni evoluzione, oltre a contenere errori, può far scoprire magagne di quelle pre-esistenti. Una battuta dei programmatori si basa su una vecchia canzoncina per bambini: “Ci sono 100 piccoli bachi nel codice. Correggi un baco, ricompili il codice. Restano 100 bachi nel codice!”

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La complessità può essere intelligente oppure no

Riporto un po’ di storia personale. Il baco software è stata una cosa che ho avuto difficoltà a capire. Il mio primo computer è stato il Commodore 64, macchina “leggendaria” in ogni senso, per i sui pregi come per i suoi difetti, che all’epoca non apparivano: non c’era gran che di meglio in circolazione. Oltre a giocare, su quella macchina dall’alimentatore che scaldava come un fornetto ho imparato a programmare, e mi pareva strano che i programmi, anche quelli professionali, facessero, ogni tanto, cose strane. Insistevo a riprovare e immaginavo ogni volta cause accidentali: joystick tirato troppo a lungo, comandi dati troppo in fretta, gioco caricato male dalla cassetta… Che era poi una cosa, quest’ultima, che accadeva spesso.

Esitavo a pensare che l’errore fosse insito nell’insieme macchina-programma, e non era tutta colpa mia: pubblicità, fantascienza, cartoni animati insegnavano a ragazzini e adulti inesperti che il computer era infallibile, era il  “cervello elettronico” che tutto conserva e tutto considera. Ragionando su quali fossero le specifiche di quelle macchine, con gli occhi di oggi, sembra ridicolo, ma era così, lo stupore prevaleva sul ragionamento oggettivo.

Quell’esperienza però mi è servita molto: ho capito cos’era davvero un computer, cosa ci si potesse aspettare e cosa no, che i limiti erano fissati dalla creatività e dalla quantità di fatica che ci si metteva dentro e che se era quasi infallibile nei calcoli, la correttezza della procedura era responsabilità tutta dell’uomo, non della macchina. Ho anche consolidato che con la tecnologia bisogna conservare un atteggiamento che definisco “sportivo”: tutto funziona fino a che funziona e la sorpresa è sempre dietro l’angolo.

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Il vecchio e poco rimpianto Windows 3.1

Con gli anni e la professione ho imparato che il baco del programma è qualcosa con cui devi imparare a convivere. Per fare quello che devi a volte devi girargli attorno. Qualcuno lo sfrutta, invece, qualche baco, ma mi è sempre sembrato moralmente disonesto. Abbiamo sopportato i bachi e le instabilità di Windows e le idiosincrasie di Office, versione dopo versione, forse perché non c’era nulla di meglio. Ricevevamo notizie di una piccola élite ricca che si godeva Apple: in quel mondo non esistevano “bachi” ma solo “caratteristiche”, perché la macchina era così avanzata da sapere cosa dovesse fare l’utilizzatore e non viceversa. Si narrava di geni e topi d’informatica che combattevano con un gioiello grezzo chiamato Linux, ma non era cosa da comuni mortali.

Poi hanno cominciato a correggerli, quei benedetti bachi, finalmente trattandoli per gli errori che erano. Per una parte degli “haker da due soldi” che sfruttavano gli errori per far fare al computer cose apparentemente giuste è stato un disastro. Perfino Linux è diventato utilizzabile da comuni mortali. Ci ho provato anch’io e ho potuto verificare come diventasse meno ostico, versione dopo versione, conservando però a lungo quel sapore di poco rifinito, quasi di “fatto in casa” che a me piaceva molto.

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Desktop di Puppy Linux “Slako” con poche personalizzasioni

Eppure il computer è matematico e, come la matematica, dovrebbe essere non infallibile ma prevedibile. Secondo Edsger Dijkstra il programma informatico è come un teorema: se ne può dimostrare la verità (ovvero la correttezza) in modo assoluto e un programma ben progettato dovrebbe essere matematicamente esente da errori. Sono convinto che sia così e che se non lo si fa è in gran parte per motivi di economia: di tempo, di lavoro e di denaro. Dimostrare tramite logica matematica tutti i passaggi di un software complesso è possibile, ma enormemente dispendioso. Bisognerebbe lavorare in modo rigoroso e fare programmi piccoli che fanno cose semplici in modo preciso: la filosofia Unix originaria, in un certo senso. Il mercato vuole invece software onnicomprensivi, con innumerevoli funzioni, che copra un gran numero di esigenze e che sia anche bello e piacevole da utilizzare, dei mostri informatici, in pratica, fatti da tantissime parti su cui lavorano contemporaneamente squadre di programmatori.

Per cui il baco ci accompagnerà ancora a lungo: versione dopo versione, pezza su pezza, immettendone di nuovi a ogni iterazione, magari più subdoli e sottili. Utilizzare un computer, un tablet, un telefonino è diventato una sfida meno improba che in passato, tutto è più immediato e prevedibile, almeno al livello base, ma richiede sempre un margine di sportività.

Altro argomento di psicologia informatica che sarebbe il caso di approfondire: la gestione delle attese informatiche. Non solo possono essere lunghe, ma la loro durata è spesso indefinita e non correlata ai contenuti. Magari in un altro post…

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Anche gli orologi digitali hanno i loro momenti di impazzimento.

Aggiunta (5 aprile 2017): “Everything Is Broken”. Tutto è corrotto in informatica (e non solo). Articolo sull’insicurezza informatica, di qualche anno ma per nulla datato, anzi: oggi che si parla sempre più insistentemente di “internet delle cose” mi sembra particolarmente attuale e forse (ma speriamo di no) profetico.

View story at Medium.com

 

Mente e mondo

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Casa Battlo – Barcellona

Plana leggero,

Il pensiero,

Diafana nebbia d’impressioni,

Speranze, illusioni

E libere figurazioni.

Vola nello spazio immaginario

Che da se realizza e allarga,

Dove crea universi e li disgrega.

Ogni realtà imita e piega,

L’inesistente prefigura,

Riformula l’attuale a sua figura,

Di riformare il reale brama e desidera,

Preme sui propri confini, con onda e scia,

Non spinge sassi, tuttavia:

Fragile fantasma ideale,

Non esiste per il mondo materiale,

E solo percorre la sua via.

Ma con quello interagisce,

Come onde elettromagnetiche,

Che una radio percepisce

A ogni frequenza, magnetiche,

E amplifica fino a renderle suoni:

Le mani,

Come antenne per le tensioni dei neuroni,

Tramite il conduttore della coscienza arbitra,

Producono l’illusione di alterare il mondo

E la realtà di cambiare il se.

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I grandi dubbi…

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L’attrice protagonista di un film porno è una ragazza montata?

In un concorso di cuochi bisogna rispondere a domande di cottura generale?

Un cuoco che muore lo espongono nella camera al dente?

Un vegan può uscire fuori di seitan?

I calzolai moderni sono ancora in grado di fare lo zoccolo duro?

Una mattina di cielo limpido è una prima visione assolata?

Un pittore ecologico dipinge con i pennelli solari?

L’ultimo stadio è dove si gioca la finale di campionato?

In un centro tricologico, per mandare via un cliente esagitato gli dicono: “La prego, stia calvo”?

Se ti chiedono di andare a pescare mitili per te è un invito a cozze?

Chi prepara gli abiti per un film porno si chiama scostumista?

Pincopallo, Tizio e Caio si conoscono?

Se al posto dello stipendio ti danno una macchina è un l’auto compenso?

(Mi scuserete un post leggero e sconsiderato, spero, una volta tanto)

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Fastidi ovvero idiosincrasie

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Gigna, cieco, il balcone fantasma

Dopo il ragionamento sulle penne blu, mi sono accorto che ci sono alcune cose non mi entrano proprio, non riesco a impararle e a capirle. Non si tratta di complessità ma di qualcosa di più basilare, non saprei bene cosa: una sorta di intolleranza o di sindrome auto-immune intellettuale. Ve ne elenco qualcuna, in puro ordine alfabetico e con pochi commenti.

Ballo/balletto

Tra le tante forme d’arte è l’unica che non riesco a capire. Ammiro l’abilità dei ballerini, la perizia tecnica, la complessità, l’armonia dei movimenti, ma proprio non mi trasmette sentimenti. Una serata al teatro per una commedia è per me un invito a nozze, per un balletto sarebbe una condanna dura! Un mio limite, ovviamente.

Briscola

Amo i giochi da tavolo vecchio stile: Monopoli, Risiko e compagnia. Mi piace anche sedermi a tavola per la Tombola, a Natale, con parenti e amici. Invece amo poco o nulla le carte da gioco e mi impegno in una partita solo quando è proprio difficile dire di no. Una scopetta ce la faccio, a portarla a termine, sempre che l’avversario non sia di quelli scafati, che si ricordano tutte le carte e capiscono cosa ti resta in mano da quello che hai gettato: quelli così con me vincono facile, non si divertono e mi giudicano pure male. Il Tressette è al di la della mia capacità di concentrazione, in questo campo. Ma la mia bestia nera è la briscola, per motivi che non riesco a comprendere. Mi hanno spiegato regole e punteggi più e più volte, partendo da quando ero ragazzino, ci gioco al momento e poi, puntualmente, le dimentico.

Calcio

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Eh si, ho una strana idiosincrasia per il calcio. Mi interessa solo il risultato finale delle partite e più che altro per il significato sociale. Non devo litigare con mia moglie per vedere la partita in televisione: per me è un canale in meno tra cui scegliere. Sento le chiacchiere dei colleghi e ne sono trascinato, mi sorprende la passione e l’approfondimento, ma non mi prende, per nulla. L’aspetto positivo è che risparmio sulle pay-tv e ho un briciolo di tempo per altri hobby.

Peperoni

Sono onnivoro, per mia fortuna o sfortuna mangio di tutto. Amo concedermi la carne rossa, ogni tanto e non disdegno alcolici e cibi piccanti. Ma i peperoni, quelli proprio non li tollero. Non è solo che sono pesanti, è che per digerirli impiego giornate intere. Un singolo pezzetto in un pranzo completo e abbondante continua a tornarmi su, da solo, fino a sera. Per di più il sapore non mi piace per nulla.

Raccomandazioni

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Pesce grande mangia piccolo, ma finisce male: per me rappresentazione delle conseguenze dell’illegalità diffusa

Eh si, mai chieste e mai ottenute. Ne per lavoro, ne per esami, ne per pratiche (il)legali, ne per facilitazioni di iter. I professori all’Università non si accorgevano che avevo seguito tutte le lezioni, ma in ultima fila. Mi sono fatto un servizio militare “da grande” benché declassato. Sono stato più volte scavalcato in liste d’attesa e precedenze, al punto da vedermi a lungo negata la richiesta d’accompagnamento per mio padre malato. Anche nel piccolo: avevo una “mail sicura” per ottenere un’offerta telefonica favorevole, pagando un “disturbo” di pochi Euro e non l’ho mai inviata. Perché? Perché ogni piacere richiede un contraccambio. Perché non ne ho bisogno e non ho la mania di accumulare. Perché sono pigro e preferisco stare tranquillo. Perché, alla fine, mi crea fastidio fisico.

E le vostre?

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Queste sono le mie (alcune per la verità). Ne condividete qualcuna? Quali sono le vostre? E come ci convivete?

Perseguitato dalle penne blu

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Scrivo soprattutto al computer, ormai. Non sopporto invece di digitare a lungo sulle tastiere simulate di telefonini e tablet: lo trovo scomodo e frustrante. Non capisco quelli che scrivono tanto sui telefoni dove trovino la pazienza e quando mi arrivano lunghi messaggi che richiedono risposte complesse mi deprimo e preferisco telefonare. Ho più volte pensato di comprare un tastierino Bluetooth ma non mi sono mai deciso, semplicemente per non dovermi portare in giro ancora un altro ammennicolo. Mi piace digitare su una tastiera fisica, ma per appunti veloci, ragionamenti, scalette e anche bozze preliminari ancora trovo più convenienti carta e penna.

In questo senso ho le mie preferenze. Preferisco la carta bianca o a quadretti sottili, non a righe. Ho provato a lungo la penna stilografica, piacevole ma richiede troppa cura. Mi stanco presto della matita e dello stridio sulla carta. Non amo neppure i pennarelli: molto meglio le penne a sfera a punta fine o media. Ma soprattutto non sopporto le penne blu.

L’inchiostro blu per scrivere andrebbe abolito per legge. Per me le penne dovrebbero essere solo nere, con al più una eccezione con riserva per le rosse, come concessione agli insegnanti vecchio stampo e a quei fanatici che, a causa di scarsa fantasia, devono per forza evidenziare qualcosa con un colore.

Immagino che c’entri, in qualche modo, la mia scarsa sensibilità ai colori. Il blu non è scuro abbastanza, non è netto abbastanza, è un compromesso. Se la carta è bianca, la scrittura deve essere nera. Punto.

Non sopporto le penne blu e, come sempre avviene in questi casi, ne sono perseguitato. Me le trovo costantemente tra i piedi o, per meglio dire, tra le mani. Fin da piccolo: quando la mia prepotente nonna era convinta che fossero migliori e me le propinava sempre per andare a scuola: secondo lei macchiavano meno i quaderni e io ero troppo timido per dire che non mi piacevano. Avevo imparato presto che i regali non si rifiutano.

Da ragazzino, credo di essere stato l’unico della mia generazione ad aver ricevuto penne in prevalenza blu in regalo per la Comunione e la Cresima. Fatto grande ho scelto da me e comprato solo penne nere, ma, in un modo o nell’altro, finisco sempre per averne davanti di blu. Anche in ufficio hanno deciso di rifornirsi di penne blu! Sono arrivato alla conclusione di usare le mie lo stesso.

Ora il problema non è la timidezza ma l’oculatezza (o taccagneria se preferite): non riesco a sbarazzarmi di qualcosa se non smette di funzionare. E sono persistenti, le diaboliche penne blu: sembrano non esaurirsi mai, non rompersi mai, e nemmeno riesco a perderle.

Insomma sono costretto dal caso e dalle circostanze a scrivere blu anche quando non ne ho voglia, forse perché quello che non ami a volte ti somiglia. Piccolo freno alla mia grafomania in pessima grafia, perché…

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Nozze organizzate

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La deprecabile abitudine dei lucchetti… anche in Russia (dopo sposati, però)

 

       Numero di portate,

In piedi e sedute,

Cucine combinate,

Decorazioni abbinate,

       Cerimonia pensata,

Famiglia invitata,

Addobbi per la data,

Ristrutturazione infinita!

       Viaggio dopo le mangiate.

Liste nozze prenotate,

Partecipazioni visitate,

Confetti a palate.

       Certificati aggregati,

Elenchi pubblicati,

Comuni avvisati,

Bolli pagati.

       Prezzi aumentati

Per capelli acconciati,

Trucchi bilanciati,

Fiori addobbati:

       Fotografo impegnato,

Assegno pronto firmato,

La bocca che ho baciato,

Se non in altro impegnato.

       Abiti e calzature,

Per te e il famigliare,

Usi da rispettare,

Non si esce senza pagare!

Ottimi gli affari per far sposare.

       Così il matrimonio si snatura

Nei dettagli forzati della sua tessitura.

L’italianità del lavoro nero

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Man at work

Parliamo di lavoro, di italianità e della relativa legislazione. Il problema non è Poletti e le sue affermazioni sui giovani che vanno all’estero – forse inopportune ma volutamente fraintese. Il problema non sono i voucher o il job act in se. Il problema non sono, ovviamente, i giovani che, dopo essersi guardati intorno, vanno, con più o meno entusiasmo, all’estero per provare a realizzarsi. Il problema non è, per dirlo subito, se una data azienda è di proprietà italiana o straniera, ammesso che quest’affermazione abbia ancora un senso.

Il problema è che qui in Italia (e ancora di più al Meridione) il lavoro nero o semi-nero trionfa sempre e comunque sopra qualsiasi riforma e liberalizzazione. Se lo scopo del governo con i nuovi contratti a termine – anche con durata di poche ore – e con la riduzione dei diritti dei lavoratori – di cui l’abolizione dell’articolo 18 non è stata la più rilevante per la massa dei lavoratori giovani e precari ed è stata enfatizzata solo dalle trombe interessate dei sindacati – avevano lo scopo di attaccare il lavoro nero, renderlo non conveniente, in modo da trasformarlo in contratti regolari, che risultano nelle statistiche e pagano le tasse tutti i mesi; se lo scopo era questo, dicevo, allora hanno decisamente fallito.

webimg_0987_ikeaPensare in grande…

La legislazione sul lavoro va cambiata, insisto, non tanto (e non primariamente) perché tolga diritti a chi li ha ma perché non funziona a dare diritti a chi, nel suo lavoro, non ne ha mai sentito parlare.

In Italia si continua a preferire il lavoro nero, sempre e comunque. E la cosa paradossale è che, molte volte, conviene (o sembra convenire) anche al lavoratore, perché significa mettersi più soldi in tasca a fine mese rinunciando a una protezione aleatoria e a contributi che forse non consentiranno mai di raggiungere un’ipotetica pensione.

Quindi si accettano contratti fittizi, retribuzioni fittizie, condizioni para-contrattuali, accordi verbali, qualifiche inferiori al lavoro che davvero si svolge, gratifiche sottobanco esentasse quando il “padrone” ne ha voglia.

Una parte del problema sono i controlli di legalità, pochi e spesso fittizi. Superficiali nel migliore dei casi. Le verifiche raramente sono spinte in fondo e spesso ciò avviene volutamente, perché l’economia italiana è malata di nero e meno nero, si teme, non significherebbe più legalità, ma meno economia e basta. Bisogna chiudere un occhio (e spesso un occhio e mezzo), per evitare di dover chiudere tutto, insomma.

L’assenza di legalità di casi come l’ILVA di Taranto, in cui la miopia cronica delle istituzioni locali e nazionali è durata per anni, sono solo la cima sporca dell’iceberg.

webimg_5291Il commercio, uno dei settori dove è più difficile “andare avanti”

Il problema di base, in parte legato al precedente, resta la sproporzione della domanda di lavoro rispetto all’offerta, sproporzione che finisce per mettere il manico del coltello sempre dalla parte dei datori. E’ lo stesso motivo che spinge tanti giovani qualificati a spostarsi all’estero. Lì il potere contrattuale che viene dalle loro capacità e qualifiche, con tanta fatica raggiunte, è molto maggiore che qui in Italia. Ma anche tanti non più giovani fanno la scelta, a un certo punto della vita, di saltare il confine di stato, per abbandonare carriere stagnanti, stipendi impiegatizi e scarsa considerazione, che non cambiano anche dopo anni e anni d’esperienza e di progetti portati a termine, in favore di qualcosa di meglio.

Ciò si lega a un altro aspetto di cui si preferisce parlare poco, ovvero che le sbandierate eccellenze italiane sono una minoranza – non mosche bianche, ma comunque una piccola parte – nel panorama della nostra mediocre imprenditoria italica. Abbiamo una struttura economica che difende le posizioni di forza acquisite, anche piccole. Ogni proprietario di scuola privata o di piccola impresa, ogni titolare di affermato studio d’avvocato o commercialista, ogni socio di piccola o media impresa edile, qui in Italia – solo per citare qualche categoria a caso – sa perfettamente che la fila dei potenziali lavoratori a nero o semi-nero è lunga. E al Meridione la situazione è ancora peggiore.

C’è crisi, carenza d’affari, carenza di risorse certamente, ma anche un certo gusto del piccolo, un voler sempre puntare sul sicuro, una scarsissima propensione alla crescita e una difesa reciproca di categoria. Una difesa a oltranza, appunto, delle posizioni acquisite che fa il paio con l’abitudine, se solo si può, di non pestarsi i piedi a vicenda e di non spingere a fondo sul pedale della concorrenza. Di contro si creano ostacoli d’ogni tipo a qualunque nome nuovo che tenti di emergere.

Negli stati esteri più avanzati i datori di lavoro tentano di accaparrarsi i lavoratori migliori, a suon di benefit e di aumenti di paga, e poi di metterli nelle condizioni migliori per farli fruttare – pretendendo, comprensibilmente, un impegno commisurato. Sanno che o sei tra i migliori o muori. Qui l’ottimo non serve, ci si accontenta dell’accettabile. Si sfrutta finché si può e se la “eccellenza” si stufa e se ne va… beh ci sarà qualcun altro almeno bravino pronto a sostituirlo senza accampare pretese. L’importante non è crescere, migliorare, ambire, rischiare: basta tirare a campare e, per chi ha in mano le leve di imprese simili alle succitate, continuare a accumulare.

Il concetto di “italianità”, ogni tanto strombazzato per difendere qualche gigante zoppicante e in procinto di cadere, serve, mi sembra, a puntellare quest’andazzo dall’arrivo di stranieri attivi e combattivi. In tal caso, scusatemi, ma no, non fa per me.

SpaceX: giovani, entusiasti e vittoriosi: un po’ diverso da tanta parte del lavoro in Italia

La rotonda questa sconosciuta

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Circolazione automobilistica alle falde del Vesuvio

Si prendono spesso in giro i meridionali in genere – e i napoletani in particolare – perché non rispettano i semafori. Nel luogo comune c’è del vero, lo ammetto, come in quasi tutti d’altra parte, ma non nelle dimensioni e modi che in genere si ritengono. Per il napoletano in particolare e il meridionale in generale ci sono semafori e semafori: quelli tassativi e quelli indicativi. I primi sono di due categorie, quelli a multa certa, per telecamere o dispositivi similari, e quelli a morte probabile, per la pericolosità dell’incrocio. Ovviamente quest’ultima catalogazione è soggettiva: il sottoscritto, ad esempio, fa parte della categoria di quelli che preferiscono rispettare sempre, perché non si sa mai, perché non ho mai ritenuto di avere capacità sensoriali e di guida al di sopra della media e soprattutto perché rispettare le regole, quando sono razionali, è un valore in se.

Quello che invece difetta completamente al meridionale in generale e al napoletano in particolare, oltre all’uso degli indicatori di direzione su cui mi sono già soffermato, è la concezione della rotonda e di come ci si debba comportare, assieme all’abitudine di trascurare bellamente la segnaletica orizzontale e verticale. Solo una minoranza la conosce ma, essendo circondata dall’ignoranza, deve fare di necessità virtù. Le rotonde si stanno rapidamente diffondendo e il loro utilizzo richiede attenzione, quando ne incontri una puoi imbatterti in diverse categorie di automobilisti:

  • Quelli che sanno che, nella maggior parte dei casi e come segnalato, la precedenza spetta a chi ha già imboccato la rotonda. Come detto, siamo una minoranza;
  • Quelli che sono convinti che la precedenza spetti, sempre e comunque, a chi entri nella rotonda perché viene da destra. Costoro non si pongono il dubbio quale sia, allora, l’utilità della rotonda nello sveltire il traffico;
  • Quelli che si buttano a prescindere, in entrata, nel percorso e in uscita, come scelta di vita e filosofia di auto-affermazione;
  • Quelli che danno la precedenza a prescindere. In questo gruppo ricade per necessità, per lo più, anche chi appartiene alla prima categoria.

Non di rado mi sono visto fare gesti di stizza o peggio da qualcuno che non avevo lasciato entrare mentre ero già nella rotonda e, al contrario, gente che mi ha fatto ampi segni di ringraziamento perché mi sono fermato all’ingresso della rotonda lasciando loro, che giravano, la precedenza.