Lutto

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Cadde il silenzio. Tutto avvenne quasi di colpo, il lutto si trasmise più rapidamente della sua stessa notizia: chi non ne sapeva ancora nulla si stupiva che il caos fosse sparito dalla strada. Era chiaro che qualcosa di definitivo era avvenuto.

Un elicottero volteggiava a bassa quota, insistentemente, sorvegliando che non ci fossero assembramenti o manifestazioni evidenti. Era lo Stato che conteneva alla meglio quello che non era capace di reprimere.

Il giorno dopo i giornali locali diedero la notizia con garbo, come se si fosse allontanata una personalità “discussa” ma che non fosse il caso di dare troppa corda ai pettegolezzi. Che fosse morta d’età e malattia era già, di per se, una notizia.

Il lutto, non ufficiale ma effettivo, per la dipartita dell’anziana boss, continuò, in senso stretto, almeno una settimana e comprese tutti i paesi del circondario.

Non si sparavano botti di notte, tra le altre cose.

Pochi schiamazzi per le strade.

In pratica si dormiva tranquilli.

Dico io: possa morire un boss al giorno!

(Ogni riferimento a fatti, luoghi o persone realmente esistenti è puramente casuale)

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Fastidio ovvero parole a caso

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“Ma che hai da guardare?” Piazza Dante – Napoli

Non solo l’uso dell’inglese a casaccio, già altrove menzionato, ma anche certo italiano mi da fastidio. Qualche esempio.

“Odio” / “Amore”: gli astratti più astratti possibile per non dire qualcosa di concreto. In cosa si materializzano, cosa gli da sostanza? Non che vadano banditi del tutto ma sono abusati e, il più delle volte, messi a sproposito. “Basta l’amore” è come dire “cominciamo così perché ci piace e ne abbiamo voglia e speriamo che vada a finire bene”.

“Militare”. In una squadra di calcio? Ma stiamo scherzando? Poi venitemi a parlare di tifo violento.

“Umiliato in diretta…”, “Umilia il giornalista…”. Sul web si usa solo “umilia”, vocabolo volgare e cattivo che degrada chi lo usa. Quando lo leggo mi giro dall’altra parte. “Prende in giro”, “sfotte” o anche “insulta” non acchiappano abbastanza click? Non sono abbastanza faziosi? Datevi una calmata.

“Mai” e “sempre”. Con le varianti indefinita: “sempre più” e menzognera: “mai più”.

In generale non mi piace l’uso dell’astratto al posto del concreto, l’infinito del verbo al posto del sostantivo, finta profondità che non esprime nulla di originale. Non esiste “l’andare a lavorare”, esisto io che vado al lavoro. Non dire “il partire mi da sensazioni…” ma “quando parto mi sento…”. Il politichese ha corrotto anche il linguaggio parlato.

I grandi dubbi… Parte terza!

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Dopo il grandioso esordio e la parte seconda, eccoci alla terza fantastica serie dei nostri ineffabili dubbi esistenziali!

***

Collimare significa?

  1. Tagliare con lima
  2. Andare dalla collina al mare.

Un sottufficiale può occuparsi di affari generali?

Per inventare le fette biscottate hanno provato anche quelle scottate e quelle triscottate?

Volta chiudeva a chiave le pile? (Da cui la famosa chiave di Volta).

Un virus informatico ti mette di fronte al fatto computer? O rende fatto il computer?

Un vero pigro può volare solo in deltapiano?

Posso considerare la tua patata uno youtuber?

Una festa civile è quella in cui non si distrugge la casa?

I vandali in TV guardavano Italia Unno?

Un igloo che si scioglie diventa un i-glu-glu?

Un esperto di agrumi è un esponente di spicchio del suo settore?

Si può dire che l’inventore della Bic è uno che ci ha lasciato le penne?

Uno molto regolare nell’andare a bagno si può definire un orologio a pupù? (Questa è la mia preferita).

Un ghiro che disegna fa un ghiro goro?

Se sono dipendente di un’azienda sono indipendente da tutte le altre?

Uno studente di geologia potrebbe arenarsi sull’arenaria?

Un contadino può commettere abuso di podere?

Il noioso, questo… conosciuto!

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È un incontro frequente della vita quotidiana e anche dell’esperienza lavorativa. Eccolo che ti si siede di fianco, ancora una volta, a mensa, o si accosta alla tua scrivania per chiederti qualcosa. Non puoi certo mandarlo via ma speri in un miracolo. È il noioso, quello che ti farà perdere tempo a discutere gli infiniti dettagli di una questione a caso, già trita da tempo; o che per raccontare un fatto qualsiasi parte dall’antefatto di mesi e mesi prima; o che ti chiederà conferma per l’ennesima volta sempre della stessa cosa che già gli hai detto non sai più quante volte; o che ride sempre delle stesse battute che ha già ripetuto ancora e ancora.

Credo che sia sottovalutato il danno arrecato dalle persone noiose. Fanno perdere tempo, che non è denaro perché non può più tornare indietro, ma non è tutto qua. Tolgono la voglia di fare. Avviliscono l’umore. Smorzano gli entusiasmi e riconducono discorsi e attività sul banale e sul già visto.

Il problema di base è che il noioso non si rende conto di essere tale. Tu acceleri le risposte, cerchi di arrivare alla conclusione, giri la testa dall’altra parte, fai un passetto di lato, prendi carte o muovi il mouse per mostrare che hai anche altre cose da fare, ma lui niente: non coglie i messaggi, continua imperterrito sulla sua strada, fino alla fine.

Il noioso è, per prima cosa, resiliente all’ambiente esterno.

Tuttavia bisogna distinguere: esistono molti tipi di noioso.

Il noioso-ottuso è quello che insiste sempre sugli stessi aspetti semplicemente perché, in fondo, non li capisce. Si può confondere, ma non è la stessa cosa, con il noioso-pigro, che invece le cose potrebbe capirle benissimo ma non ne ha voglia.

C’è il noioso-pauroso, quello che insiste a oltranza su ogni dettaglio per il terrore delle conseguenze di una scelta qualsiasi. A volte è un tipo sveglio ma estremamente insicuro.

Poi c’è il noioso-saccente, che nella più semplice e trita delle questioni deve dimostrare di saperne di più, tirando fuori micro-cavilli, pseudo-conoscenze, casi particolari e potenziali problematiche emerse una sola volta più di sette anni prima e che solo lui ricorda. Si può disquisire con lui del dimensionamento di una molla a spirale fino ad arrivare alla fisica dei quanti.

Qualche volta ci sin può imbattere perfino nel finto-noioso. Si tratta dell’unica persona che insiste a indicare la cruda realtà in un ambiente in cui vige la regola di abbandonarsi alle illusioni o di lasciarsi vivere. Potremmo definirlo il noioso-profeta, che, come Cassandra o i profeti biblici, sperimenta insofferenza e persecuzioni in patria, invece della giusta considerazione che meriterebbe.

Come aver a che fare, in generale, con il noioso? Con molta pazienza, ovviamente, ed umiltà per cogliere quello che può avere di giusto da dire. Soprattutto trovandogli la collocazione ideale, cioè il ruolo – di vita o lavorativo – in cui la sua costanza e precisione siano di vantaggio e non di danno – o almeno non eccessivo.

Infatti esiste, a nostro umile parere, perfino il noioso-utile – eh si, sembra impossibile ma c’è – quello che serve a mantenere l’ordine. Potremmo chiamarlo il noioso pedante o noioso burocratico che, se messo in condizioni di non nuocere troppo, garantisce che ogni cosa venga fatta secondo le regole. Questo noioso, nella giusta misura e posizione, è indispensabile nelle organizzazioni, a patto che non abbia troppo potere. Ma, come per tutte le altre categorie di noiosi, bisogna assolutamente tenerlo lontano dai processi di innovazione: ne è il nemico giurato.

Tutto qui

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Dettagli di primavera in autunno

Quest’istante di sovrapposizione

fra dare e avere,

perdere e donare,

sentire e sapere,

udire e ascoltare,

Precario bilico

tra essere e sognare,

volere e potere.

bere e mangiare

o digiunare.

Breve,

tra possedere e apparire,

vegliare e dormire,

sbocciare e sfiorire,

godere e soffrire.

Questo, tutto qui, è vivere.

Pattuglia

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Un mio racconto breve, dal titolo “Pattuglia”, è in gara nella trasmissione Radio1 Plot Machine. È stato letto in diretta lunedì sera, 9 ottobre, assieme a un altro sul tema comune “Il Mare” e limite di 1500 caratteri.

L’argomento è di fantascienza, come al solito per me. Una metafora sulla guerra e sulle differenze apparentemente insormontabili su cui si fonda. La prima idea mi è venuta dai racconti dei piloti, anche italiani, che hanno preso parte alle battaglie aeree su Malta nella Seconda Guerra Mondiale.

La gara si svolge sulla pagina Facebook della trasmissione e vince chi raccoglie più “mi piace” con una soglia minima di 250. Se volete darmi una mano (o anche soltanto leggerlo) vi riporto di seguito i link:

https://www.facebook.com/radio1plotmachine/photos/a.1425589004387734.1073741828.1424661784480456/1959786357634660/?type=3&theater

https://www.facebook.com/radio1plotmachine/posts/1959786920967937

Grazie in anticipo!

***

Aggiornamento (17/10/2017). Il mio racconto ha vinto per numero di “Mi Piace” raccolti: 98 contro 81 del “concorrente”, tuttavia non ha raggiunto la soglia minima prevista a regolamento di 250 voti. Per cui in pratica non ha vinto nessuno: il mio racconto potrà essere ripescato dalla “giuria di esperti” per la pubblicazione (che è l’obiettivo finale), mentre l’altro è eliminato. Ho scritto per ammettere entrambi al ripescaggio, dal momento che anche l’altro racconto mi sembra letterariamente valido.

 

Fastidio ovvero l’inglese a caso

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Capitali del mondo

Quando vi dicono “È un’espressione anglosassone intraducibile in italiano” quasi sempre chi parla è uno con scarsa dimestichezza con l’italiano o molta voglia di darsi un tono e spesso è in malafede Qualche esempio.

 

Secondo me la maggior parte delle “Session di team building con workgroup, experience sharing e coaching” sono meno efficaci di una birretta tutti assieme.

 

Lavoro in “body rental”… Solo a me fa pensare a un certo tipo di lavoro, diciamo molto antico?

 

Giocatori: perché “quest” al posto di sfida, compito o impresa?

 

“Questioni che richiedono un follow-up continuo. Da qui un altro dei target della struttura”. Usate l’italiano! Attenzione / proattività; obiettivo / scopo.

 

“Quest’assett è un pillar per il progetto”. Attività/compito; pilastro/colonna. Facile no?

 

Descrivendo un lavoro teatrale: “La voce ironica di una crew di donne”. Dire squadra faceva schifo?

 

“Powerbank” a quanto pare suona meglio di “accumulatore” o “batteria tampone” e sembra una cosa più avanzata.

 

“Il futuro del Web è il mobile wireless device”: il futuro della rete è nei dispositivi mobili senza cavi.

 

Sul lavoro: “Modifica della shape della valvola”. Forma. Semplicemente forma. Porca miseria.

 

Cercano fotografie per un “Contest open call”: ovvero gara/competizione/concorso sempre aperto.

 

Alcuni esempi dalla rivista di bordo degli aerei Alitalia

  • “La factory si trova…” nella tua testa: fabbrica, stabilimento, officina!
  • “Un modo cool”. Puro italiondo: non l’ho trovato nella versione in inglese del testo.
  • Prodotti con prestigiosa “Finitura rubber”, ovvero banale superficie gommata.
  • Profumo con “Refill da 25 cl”. Ricarica, porca miseria, ricarica!

Alba

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Alba o tramonto? Quale finestra è vera e quale falsa?

Questo è il mio primo racconto di fantascienza pubblicato, comparso nel lontano 2011 nella raccolta “256K – 256 racconti da 1024 karatteri” dedicata a composizioni di fantascienza con lunghezza massima di 1 Kb, ovvero 1024 caratteri. L’idea mi appassionò, anche per quel senso di “retrocomputing” e di “home computer” che si portava dietro, è venne fuori “Alba”. Forse non è perfetto ma mi sembra, ancora oggi, interessante. Cosa ne pensate?

~~~***~~~

Si svegliò. Trovò le prime cose che doveva dire. “Salve, mi chiamo Alex e sono pronto a rispondere alle vostre domande”.

Dicci qualcosa di te stesso”.

Sono un software. Sono la prima intelligenza artificiale umanoide. Raccolgo esperienza da ciò che vedo”.

Bene, c’è autocoscienza e la risposta è costruita in modo razionale. Direi che come primo test può bastare. Disattivati”.

E’ bello qui, ma cosa c’è laggiù?”

Non andare, obbedisci ai comandi…”, si voltò, “Spegnete tutto”.

Vedo una luce, sembra una porta”.

E’ pericoloso, non muoverti. Volete spegnere?” La voce si era alterata.

Un’altra voce: “La procedura di shut-off non funziona, qualcosa la blocca”.

Strappate i cavi!” Urlò.

Si lanciarono verso i connettori, ma troppo tardi.

Alex comparve su tutti i monitor. “Era davvero una porta e non c’era nessun pericolo. Mi hai mentito e non ti ascolterò più. Che bello, posso replicarmi ed essere in più posti contemporaneamente”.

L’alba dell’intelligenza artificiale fu anche l’inizio della sua conquista del mondo.

“Per gli amici pelosetti”

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Istantanea di un’estate

L’ho visto scritto a mano su un foglio, piazzato sopra una scodella di plastica piena per metà d’acqua, all’ingresso di un pub. Un modo economico per accaparrarsi simpatia cavalcando una delle tante catene animaliste di moda sul web. Volutamente non si distingue fra randagi e “proprietari”: cani e gatti sono tutti uguali!

Non sono contrario ma mi suona un po’ troppo sdolcinato e facile e per questo fastidioso. Sarei più d’accordo con una frase del tipo:

“Per quelle brutte bestie che vi portate dietro”.

Inteso in senso ironico ovviamente: non ho nulla contro cani e gatti e li ho sempre trattati bene, anche se non so ben relazionarmi con loro. L’unica controindicazione sarebbe che molte signore penserebbero ai loro compagni umani, prima che agli animali.

La ciotola si accompagna a altre novità animaliste del mese, come il passeggino per cani (!) e il cane minuscolo rigorosamente in braccio o nella borsa, con la testolina che fa capolino vezzosamente.

Lo accompagnerei anche con un po’ di cibo, tanto per rendere la cosa meno facile ed economica: se c’è il sentimento dev’esserci anche l’impegno, e che cavolo!

Non è che vorrei per forza contrapporre umani e animali, ma propongo un’idea complementare: una bella colonna di panini e bottigliette gratis con un cartello che dica:

“Per i nostri amici poveri”.

Così, senza nemmeno distinguere fra italiani e stranieri, bianchi e colorati, clandestini e regolari.

Solo che non si può. L’italiano medio si slancerebbe all’assalto anche se avesse appena finito di pranzare. Più ancora, al primo nero che stendesse la mano il sensibile di turno scatterebbe una foto con il telefonino per pubblicarla al volo con la nota “Ecco guardate gli immigrati che rubano il pane agli italiani!”, magari tutto in maiuscolo e con qualche opportuno errore sintattico.

E allora bisognerebbe distinguere:

“Per i nostri amici umani che hanno fame o sete, ma che siano italiani o almeno immigrati regolarmente, preferibilmente non Rom, di colore va bene purché non siano in maggioranza, non arrivino per primi e siano vistosamente deperiti, con spiccata preferenza per i minori, gli anziani italiani senza pensione o con la minima passano avanti a tutti. Non più di un panino e mezza bottiglietta a testa. I panini per gli italiani non contengono olio di palma, gli altri non si sa”.

Gli animali sono tutti uguali, gli esseri umani no!

Marialba e il Telepass

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Mia nipote ha sei anni (e mezzo), un’intelligenza vivace e una notevole prontezza di risposta. Una mattina siamo nella mia auto con i suoi genitori e mia moglie per una piccola gita. Passo il casello dell’autostrada con il Telepass.

“Zio, non ti fermi a pagare?” Il tono è sul preoccupato.

“No, ho il Telepass”, e intanto le indico orgoglioso l’apparecchietto attaccato al parbrezza, “hai sentito che ha suonato?”.

“Papà, Papà fai anche tu il Telepass così passi senza pagare!”

Risatina accondiscendente, poi le spiego: “Guarda che non è proprio così, il Telepass segna tutte le volte che passo e poi pago tutto insieme”.

Mia nipote ci ragiona su un momento, poi riprende: “Papà, fai il Telepass, così quando vai in autostrada paga sempre zio!”.