Ammartare o non ammartare?

Decollo!

Preavviso: il post è da appassionato di tecnologia, ma essenzialmente linguistico.

“Perseverance” è su Marte. Gli autori di fantascienza dovranno impegnarsi a fondo per realizzare qualcosa di almeno paragonabile a immagini e video che ci arrivano dal Pianeta Rosso, a cominciare dalla spettacolare discesa del robot, poggiato delicatamente al suolo da una “gru” tenuta su con i razzi. La sonda è “ammartata” con successo. Lo hanno ripetuto parecchi siti e commentatori, riempiendosi la bocca del termine.

“Ammartare”, nel senso di atterrare su Marte, a me non piace, come non mi piace “allunare”, perché suona male e perché questa logica ci costringe a inventare una parola per ogni luogo che andremo a esplorare. Bisognerebbe quindi inventare, di volta in volta, “avvenerare”, “applutonare”, “auranare”, “aggiovare” o “assaturnare”, solo per iniziare il giro del nostro Sistema Solare e ammesso che gli ultimi due termini abbiano un senso, trattandosi di giganti gassosi in cui il substrato roccioso, se c’è, è sotto migliaia di chilometri di gas compressi. E andando più in là, chissà quali varianti dissonanti coniare.

Ma poi si dovrebbe dire anche “accometare” e “ammeteorare”, per le sonde che hanno già toccato questo tipo di corpi celesti. In realtà il primo verbo è già registrato come neologismo dalla Treccani a seguito della missione Rosatta dell’ESA, altro spettacolare successo tecnologico.

È vero che esiste già “ammarare” per gli idrovolanti, ma questo avveniva prima che le missioni spaziali esistessero – qualche scrittore o scienziato le immaginava, è vero, ma solo come possibilità molto di là da venire – e poi lascia il problema dell’atterraggio in fiumi e laghi, con improbabili “affiumare” e “allagare”, quest’ultimo soggetto a facili fraintendimenti.

Il problema non è nuovo, fu già posto in occasione delle missioni Apollo sulla Luna e abbraccio qui la soluzione più semplice che già allora fu proposta.

Secondo me, è molto meglio generalizzare il concetto di “atterrare”, slegandolo dal vincolo con il nostro amato (si spera) pianeta Terra, lasciando il riferimento ad essa come puro residuo affettivo e storico e intendendolo in senso generico come presa di contatto di un veicolo con un corpo solido che lo possa supportare, e quindi procedere sveltamente con “atterrare” su Marte, su Venere, sulla Luna o su qualsiasi altro supporto grande o piccolo che la scienza, la fantasia o il destino ci diano la possibilità di incontrare.

“Atterrare” in senso generico lascia aperte miriadi di possibilità, che è proprio quello che rende affascinanti scienza, tecnologia e fantascienza. Le parole devono servire come strumenti di libertà di pensiero e non puntelli di confini mentali.

In inglese, per inciso, non esiste un verbo equivalente ad “allunare” o un termine per “allunaggio”, si parla sempre di “moon landing”. Ad eccezione del tedesco, che incolla le parole fra loro per formarne di lunghissime, la questione riguarda solo l’italiano e altre lingue neolatine, notoriamente propense alla retorica altisonante.

Quest’uomo e il cane

Per la prima volta in vita mia ho un cane.

Per la verità per la prima volta, in circa cinquant’anni, ho un animale domestico, fatta eccezione per un pappagallino da ragazzino e per l’acquario di Papà quando ero piccolo.

Di fatto l’abbiamo adottata, è la seconda di una cucciolata di tre che cercava casa. Trattandosi ancora di una cucciola, il suo carattere e il nostro rapporto potrebbe evolversi, per cui saranno possibili altri post sull’argomento, in futuro.

Devo dire che sto imparando molte cose. Ne riporto qualcuna in ordine sparso.

Innanzitutto il cane sceglie il proprio padrone e questo è unico. Nello specifico è mia moglie, le feste che si scambiano sono imparagonabili a quelle di qualsiasi altro. Cosa sia il sottoscritto, se un assistente del padrone, un compagno di giochi, un fratello maggiore o altro, non l’ho ancora capito.

Quando il cane è sazio nasconde il cibo, ciò significa che se gira per casa troverai pezzi di pane ovunque.

Quando il cane è felice di vederti, ovvero quasi sempre, te lo dimostra chiaramente. Il cane è l’unico che ti fa sinceramente le feste quando torni a casa.

Il grande vantaggio del cane sull’uomo è che esprime subito quello che sente, senza mascheramenti o repressioni. A quanto pare l’intelligenza umana, o per meglio dire il sovrappiù d’intelligenza rispetto alle altre bestie di cui andiamo tanto fieri, fa abitualmente rima con menzogna o almeno con dissimulazione. Anche nei confronti di noi stessi. Non tutto quello che è complicazione è un vantaggio, dopo tutto.

Mi sembra infatti che l’intelligenza umana si avviluppi troppo spesso su se stessa o si ponga obiettivi insensati: il denaro, l’apparenza, il successo che valore hanno? Ok il denaro serve, ma non oltre una certa soglia. Mi sa che lo strato subcosciente incida molto in questo senso, creando un intrico difficile da dipanare. Forse con noi l’evoluzione ha fatto un passo avanti un po’ azzardato. O magari si è trattato di un passo di lato.

Ma bando alle digressioni, torniamo al cane.

Il cane – almeno il cane che sta da noi – ha solo tre modalità di funzionamento: gioco, cibo e sonno. Il passaggio dall’uno all’altro è rapidissimo, meno di un minuto.

I cani hanno il concetto di ‘lavoro’? Se sì, è molto prossimo a quello di ‘gioco’, al punto che spesso confondono le due cose. Anche da qui potremmo trarre qualche lezione.

Il rapporto tra uomo e cane si basa sulla fiducia reciproca, cosa questa tutt’altro che abituale per le relazioni puramente umane.

Il cane ti insegna la gioia di vivere: se ha cibo, acqua, calore e soprattutto qualcuno con cui giocare non gli serve altro, è felice e basta.

Da quando ho un cane, o meglio un cane vive con me, ho capito meglio il concetto di ‘essenziale’. Se c’è il sole e ha mangiato, tutto quello che la brava cagnetta desidera è sdraiarsi al sole e sonnecchiare. Fino a quando non le viene voglia di giocare, ovviamente, e allora non c’è energia che non debba andare spesa allo scopo. Capisco finalmente cosa intendevano gli antichi filosofi cinici: non si tratta di maltrattare se stessi ma, al contrario, di sfrondare il superfluo che appesantisce e complica.

Qual è la soglia che delimita l’essenziale per un essere umano? Qua il problema si fa difficile.

Proteggiamo il motorista

Un trattore della bonifica delle Paludi Pontine, esposto alla Reggia di Portici.

C’è una lotta in corso per difendere il motore a combustione nelle sue varie forme.

È una lotta fatta sottobanco, un o’ dietro le quinte, nella penombra ai bordi dei riflettori, lontano dalle campagne politiche e pubblicitarie.

La vedo in certe pubblicazioni scientifiche, nel passaparola fra tecnici nei ‘social’ dedicati e nelle idee che emergono o riemergono.

Forse è una lotta di retroguardia, nell’impetuoso flusso collettivo verso l’elettrificazione, convogliato e finanziato dalla politica sull’onda dell’emergenza climatica.

Forse è solo il tentativo delle compagnie petrolifere di difendere il loro potere.

Forse è l’estrema speranza di tanti, che da sempre lavorano nel settore, a difendere il proprio lavoro e le proprie competenze.

Tra questi tanti ci sono lavoratori, tecnici, ingegneri e anche scienziati e professori con altissime capacità e bagagli impressionanti d’esperienza. Tra di essi, in modo non esattamente centrale ma comunque presente, c’è anche il sottoscritto, che tuttavia, se necessario, avrebbe anche i mezzi di ‘riciclarsi’, come tecnico, in altri settori.

Ormai tutto il mondo va verso l’elettrico, la tecnologia silenziosa e pulita del futuro, sorretta (si spera) dalle energie rinnovabili e da un uso cosciente. Le aziende investono e assumono solo lì, per ora in perdita dati i numeri del mercato.

Tuttavia è necessario notare che esiste davvero una massa di competenza, scienza e tecnologia, nella progettazione e realizzazione dei motori termici, e probabilmente conviene riflettere bene prima di gettarla alle ortiche.

In aggiunta non è pensabile, neppure nel medio termine, un mondo interamente elettrificato. Non dappertutto sono o saranno disponibili, in tempi ragionevoli, le infrastrutture necessarie. E forse un simile mondo non è nemmeno desiderabile. Non è detto che una moltiplicazione per cento o mille del numero di veicoli elettrici circolanti, con tanto di batterie, stazioni di ricarica e quant’altro, sia veramente desiderabile, oltre che possibile.

Inoltre da sempre la necessità aguzza l’ingegno. Lo sforzo di non soccombere porta a evolversi e a ripensarsi. I motori termici di oggi sono decisamente più raffinati, efficienti e ‘puliti’ di quelli di anche solo pochi anni fa e ci sono ancora molti margini di miglioramento: combustioni ‘povere’, recupero energia, carburanti bio e alternativi. Ci sono idee, possibilità e concetti ancora da esplorare. Forse l’esigenza di noi tecnici e scienziati di ‘salvarci il posto’ porterà a qualcosa di buono, che possa consentire alla dannata combustione di lavorare fianco a fianco con il santo elettrico, almeno finché e dove sarà necessario.

Potremmo un giorno accorgerci, con stupore, che, almeno in certe circostanze, un bel motore moderno a benzina o diesel, usato in modo razionale, sia paradossalmente ‘meno inquinante’ di un elegante rotore-più-statore a corrente alternata.

Proteggiamo il motorista, perché potremmo avere ancora bisogno di lui.

In realtà sospetto fortemente che la vera scelta ecologista non sia cambiare il tipo di veicoli in circolazione – qualsiasi veicolo va prodotto e il vecchio smaltito e questo ha, in misure diverse, un pesante costo ambientale – ma ridurre radicalmente il numero di veicoli e di spostamenti. Questa pandemia ci sta insegnando che tantissime delle cose che facevamo ‘in presenza’ si possono benissimo fare ‘a distanza’. E quello che è davvero carente, nella società e, di conseguenza, nella politica, è la coscienza.

Tesla e basta

Nulla di geniale, solo un fulmine a caso

Un topos ricorrente nella foresta della pubblicistica complottista è costituito dalle presunte invenzioni di Nikola Tesla, che sarebbero state occultate e cancellate dai “poteri forti” economici e soprattutto da quel gran fetentone di Edison. Il primo scienziato sarebbe morto di fame dimenticato dal mondo (e però ne parlano tutti) mentre il secondo sarebbe invece diventato miliardario con idee rubate e di seconda mano.

C’è gente là fuori e molto vicina a noi la quale crede davvero che lo scienziato serbo-americano abbia inventato la trasmissione a distanza dell’energia elettrica senza fili e soprattutto che questa non sia più stata re-inventata da altri solo per la potenza repressiva delle lobby economiche. C’è perfino chi va oltre adombrando che fosse là là per estrarre energia dall’etere, ovvero dal nulla, cioè ‘energia gratis’, in spregio del principio di conservazione dell’energia. Ci sono tanti che guadagnano spacciando queste chiacchiere, condendole con mezze verità e ammiccando d’insinuazioni.

Inutile dire che entrambe queste pretese non hanno fondamento.

Oggi la carica wireless dei cellulari esiste ma funziona solo appoggiando il telefonino sull’apposita basetta e quindi su una distanza di pochi millimetri. Scienziati e divulgatori spiegano che la trasmissione di potenza per via elettromagnetica perde rapidamente di efficacia con la distanza, come descritto dalle equazioni di Maxwell del campo elettromagnetico. Eppure la torre di Tesla, con in cima la testa manda scintille in giro per la città alimentando luci, elettrodomestici e automobili, ritorna sempre, a illustrare un magico futuro che non è stato (e che non poteva mai essere).

Ulteriore paradosso, queste ‘magie’ se le bevono gli stessi, molto spesso, che si spaventano per il Wi-Fi e il 5G, perché altererebbero chissà cosa sulle cellule umane provocando chissà quali disastri alla nostra salute. Ora il 5G, che è una trasmissione di segnale, ovvero di pochissima potenza, sarebbe causa di problemi genetici, mentre gli ipotetici raggi di Tesla, che trasmetterebbero kilowatt e kilowatt attraverso chilometri e chilometri, sarebbero più salutari di un bagno termale?

Chi era Tesla? Sicuramente un grande scienziato che, come tutti i grandi, ebbe grandi idee ma fece anche errori. Einstein cambiò idea molte volte nel corso della sua vita e su molti argomenti scientifici, come è attestato dai suoi biografi ma questo non lo diminuisce come scienziato, anzi è un’ulteriore conferma della sua grande genialità. È accaduto a riguardo della ‘costante cosmologia’, ad esempio, o anche sulla meccanica quantistica. Forse l’unico errore di Tesla fu di non accorgersi in tempo di aver imboccato alcuni (costosi) vicoli ciechi nella sua ricerca. Se volete farvene un’idea migliore, potete ad esempio farvi un giro nelle tante pagine dedicate a lui sul sito Butac.

Ritorna qua la tendenza di tanti, minoranza ma non troppo, a ‘bersi’ qualsiasi cosa, purché non venga dai canali ufficiali. La scienza ufficiale è falsa, corrotta e pilotata, mentre quella alternativa diffusa sui blog e i canali Youtube, invece, indubitabile. C’è un magico futuro subito dietro il velo del deep state. Lo stesso vale per l’informazione, l’interpretazione dei fatti e la politica, e così si arriva a dare l’assalto al Campidoglio di Washington con in testa delle corna da bufalo.

Tesla? E basta!

Feste!

Tanti cari auguri a tutti i fantastici lettori di questo blog. Un sereno Natale senza assembramenti, come i post che trovate qui, e un 2021 pieno di tante passioni, domande, sorprese e qualche soluzione, come piace a noi appassionati di scienza, tecnologia e cultura in generale. Restiamo uniti e disponibili per chi ci sta vicino. Un abbraccio virtuale a tutti.

Foto di repertorio, ovviamente.

Grandi dubbi e di più

Un tizio solo in una stanza aspetta in-vano?

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Un istituto comprensivo… è indulgente verso gli allievi?

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L’estetista è una persona che cerca sempre il pelo nell’uomo?

L’esteta è l’estate barese?

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Un prezzo scontato è il primo a cui pensi?

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Lo scopo dell’erotismo è mettere a nudo le questioni?

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Chi lascia la via vecchia per la nuova… forse ha trovato lavori in corso?

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Il migliore avvocato è campione del mondo di sollevamento… obiezioni?

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Se lanci il cuore oltre l’ostacolo… muori?

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Come mai ‘abbreviazione’ è una parola così lunga?

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Se si fa ognuno per se… è ognuno al quadrato?

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D’estate i cani vanno in vacanza… A…bbaia Domizia?

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Un nostalgico intreccia corone d’allora?

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Se le Forze dell’Ordine italiane, sfruttando la loro profonda conoscenza del territorio, volessero mettere su un’agenzia matrimoniale, la chiamerebbero: La Guardia Ti Fidanza?

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Il cadetto è uno che non parla chiaro e tutti dicono: “C’ha detto?”

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L’osai o non l’osai?

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Il piecoro innamorato alla sua pecora adorata dice: “Quanto sei BEEEELA”?

Chi dice “non ci sono parole” è perché ha perso il vocabolario?

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Se confondi un magro per un obeso ti sbagli di grasso?

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Il paese degli uccelli arrabbiati è Angri… Birds?

Come se avessi visto Maradona

Chi mi conosce un minimo lo sa, non sono mai stato tifoso. In questo, come napoletano, sono atipico e anche in altre cose, per la verità: sono stonato, parlo male il dialetto ma in compenso vado pazzo per la pizza e gli spaghetti a vongole e mi commuovo ai panorami con il Vesuvio sullo sfondo.

Tornando al calcio, sono l’ultimo che può davvero parlare di Maradona. Non sono mai andato allo stadio, ne ho deprecato gli eccessi e ne ho seguito la parabola senza accanimento. Tuttavia quando ho sentito che era morto mi sono sentito colpito. Ho dovuto alzarmi subito dal computer e andare a dirlo a qualcuno. Era un evento enorme, quasi incomprensibile, un cambiamento importante.

Ma perché? La gente muore, anche i grandi uomini e i grandi atleti, cosa c’è di speciale in Maradona.

Ci ho pensato su e forse ho capito qualcosa.

Maradona non era solo un uomo, un atleta o un genio, era un simbolo, un catalizzatore di emozioni e ricordi, il riferimento di un pezzo di storia collettiva.

Come posso dimenticare le domeniche pomeriggio, da ragazzino, l’età in cui le emozioni sono più forti e dirette, attaccato a una radio assieme agli amichetti, a sentire le cronache delle partite e a esultare a ogni goal del ‘Pibe’ e dei suoi compagni.

Il calcio non andava nelle ‘pay tv’ le partite si giocavano tutte in contemporanea, c’era ‘90° minuto’ alla RAI, che copriva tutto il campionato ma noi preferivamo il commento tifoso su radio Kiss-Kiss.

Come dimenticare l’emozione crescente, settimana dopo settimana, come un potenziale elettrico e l’esultanza incontrollabile la sera del primo scudetto, quando ci siamo precipitati per strada, assieme a tutta la città, e il caos gioioso era qualcosa d’indescrivibile, una specie di esplosione ma continua, per ore e giorni, tutta azzurra con sprazzi di bianco, blu e qualsiasi altro colore.

Maradona a Napoli è stato entusiasmo, vitalità, vittoria, identità, qualcosa di cui la città aveva bisogno.

Non sono mai stato allo stadio, Papà non era tifoso e non mi ci ha mai portato e, forse per questo, non mi è stato inoculato il virus del calcio (brutta espressione in questo momento di pandemia), non capisco perché tanti ci siano così appassionati, eppure gli anni di Maradona a Napoli hanno segnato la mia vita.

Figuriamoci quella degli altri.

23 novembre 1980

Dov’ero il giorno del terremoto? È un modo di rievocare che ricorre, in queste circostanze. Ognuno che c’è stato ha una storia, piccola o grande, da raccontare. La mia, per fortuna, è piccola.

Avevo nove anni. Quella domenica eravamo stati dalla nonna paterna in provincia di Caserta, come sempre, ed eravamo da poco rientrati a casa a Napoli al Rione Alto quando all’improvviso tutto sembrò crollare.

Mamma portò me e mia sorella sotto un architrave. Ci tenemmo stretti per un tempo che pareva infinito. Papà invece si rifugiò in un altro angolo della casa e poi corse in giro a chiudere le utenze. Mia nonna materna, che stava con noi, invece non ricordo dove si sistemò. Su, al sesto piano, le oscillazioni erano davvero ampie ma in compenso non sperimentammo le cadute di calcinacci che si verificarono invece ai piani bassi.

Subito dopo uscimmo e ci rifugiammo nella campagna dei Camaldoli, subito dietro i condomini. I proprietari consentirono a tutti quelli che volevano di ‘accamparsi’ nella loro terra, portando dentro anche le auto, come fece anche Papà. C’erano centinaia di persone, fu un gesto di generosità che non abbiamo mai dimenticato. Passammo gran parte della notte all’addiaccio, noi in auto e Nonna su una sedia, accanto a un falò anch’esso acceso dai proprietari e gestori del fondo. Sonnecchiammo, più che dormire, tranne Papà che rimase sveglio, a guardare dall’esterno l’appartamento per il quale aveva da poco acceso il mutuo!

Elezioni USA, opinioni, convinzioni e complotti

Non mi stupisce che ci sia interesse nelle elezioni presidenziali USA: è la superpotenza mondiale.

Chissà se nell’antica Roma c’era la stessa aspettativa, nell’attesa della successione del nuovo imperatore. Quando non scadeva in guerra civile, ovviamente.

Mi stupisce di più che si parteggi così calorosamente per l’uno o l’altro dei candidati, spesso su basi ideologiche preconcette, quando mi sembra evidente che la politica americana resterà sempre quella di una grande potenza imperialista attenta a tutelare i propri interessi.

Non mi stupisce che qualcuno possa avere dubbi su ‘brogli elettorali’ o altre irregolarità.

Mi stupisce invece la certezza di certe persone su questo o altri aspetti, l’assenza assoluta di dubbio in un senso o nell’altro, la fede religiosa in quello che hanno scelto di credere.

È questo che distingue, a mio avviso, il lecito e sano dubbio a riguardo delle informazioni che ci arrivano, quale che ne sia la fonte, dal complottismo.

I fanatici dei complotti in realtà non si pongono dubbi sulle notizie: l’interpretazione ce l’hanno già pronta per l’uso e modellano i nuovi dati sull’intelaiatura che si sono formati. Volgono qualsiasi evento a conferma di quanto già hanno assunto per vero e quello che proprio non si incastra con i loro schemi lo bollano bellamente come falso a prescindere.

Invertono il processo logico: invece di ricavare le conclusioni dai fatti, incastrano i fatti in schemi già predisposti.

Non solo: il loro castello di certezze diventa incontestabile: la roccaforte celeste del Bene contro le onde sataniche del Male.

L’opposto completo, insomma, dello spirito critico, dell’indipendenza razionale e della libertà di pensiero che sbandierano.

Sono indubbiamente complottisti i pro-Trump che identificano i democratici USA come comunisti (!!!) nemici del genere umano, adoratori del demonio, pedofili e chissà quali altri abomini.

Ma identifico come complottista, si badi bene, anche molti degli sfegatati fan anti-Trump, che, a mio modesto parere, è pieno di difetti, ignoranza e pregiudizi, per cui non avrebbe mai dovuto essere eletto alla presidenza USA ma resta un uomo, non il diavolo in terra.

A scuola di complotti

Tra i tanti effetti collaterali della pandemia da Covid-19 vedo chiaramente una crescita dei complottismi. Soprattutto sui social, ma anche chiacchierando in giro, è tutto un fiorire di teorie più o meno strutturate e più o meno legate a “filoni” del passato. Il virus è artificiale; il virus non esiste, è solo una ‘pandemia mediatica’; il virus è sempre esistito; fa parte di un ‘disegno più ampio’. È anche aumentato il numero dei complottisti, sia di coloro che danno ascolto a queste chiacchiere sia di quelli che attivamente le sviluppano e diffondono.

Quello che però mi colpisce molto, anzi mi fa veramente male, è rendermi conto, nella mia cerchia di conoscenze, di quanti insegnanti abbiano abbracciato con passione la strada del complottismo.

Certo non è un campione statisticamente valido e comunque m’inquieta.

Si va dal parente professore convinto che il mondo sia governato da massoni/illuminati che manovrano il ‘deep state’, il tutto completato con il classico ‘si stava meglio prima’ riferito al vituperato ventennio mussoliniano, che avrebbe fatto ‘anche cose buone’ per il ‘popolo’.

Si passa alla docente anti-vax, iper-religiosa e covid-negazionista: la pandemia è puramente mediatica, sapientemente orchestrata in una rete di complicità e connivenze. Ma lei no, non si fa abbindolare!

Si arriva all’insospettabile insegnante, impegnata sul sociale, che abbraccia la teoria della dittatura sanitaria secondo la quale la mascherina è imposta come bavaglio, sulla scia di un noto sedicente professore molto attivo sul web (i virus sono piccolissimi, come li potrebbe mai filtrare la mascherina).

Il mio guaio è che non ce la faccio a mettermi a polemizzare, non è il mio carattere. Mi si attorciglia lo stomaco, sudo, comincio a elaborare le frasi per controbattere ma poi alla fine stringo le labbra e passo oltre. Mi conosco: mi stanco presto, mi arrabbio troppo e so già che questa gente non la convinci, anzi rischi di ottenere l’effetto contrario, di esaltarle e di dare, interagendo, maggiore visibilità ai loro messaggi.

Come estirpare dal primo il sogno dell’uomo-forte che venga a sovvertire il maligno ordinamento occulto del mondo per fondare una benevola dittatura al servizio dell’uomo comune?

A che scopo insistere con la seconda che i vaccini non portano l’autismo e che gli effetti collaterali sono minimi rispetto al numero enorme di vite salvate, quando la risposta sarebbe che tutta la “scienza ufficiale” è corrotta e venduta?

Come spiegare a una insegnante, dopo tutte le volte che è già stato fatto, che la mascherina non ferma ‘il virus’ ma le goccioline di saliva che lo traportano? E che se la mascherina è troppo scomoda in classe discutiamo di quello e non di pseudo-scienza e pseudo-politica fantastica? (Come faranno mai i chirurghi a sopravvivere respirando attraverso la mascherina per ore e ore facendo pure operazioni complicatissime, è un mistero che la scienza non ha ancora chiarito…)

Come discutere con gente che è abituata ad avere ragione?

Il fenomeno mi sembra particolarmente grave perché un insegnante trasmette le proprie conoscenze – o presunte tali – alle nuove generazioni, trovandosi davanti ascoltatori con intelletti in sviluppo e particolarmente recettivi, per di più predisposti a considerare attendibile la fonte che hanno davanti. Sappiamo benissimo, ed è secondo me normale, che durante la lezione si trasmettono convinzioni e punti di vista, oltre alla materia specifica d’insegnamento.

Metteteci in più – e qui cari amici insegnanti viene una critica – la tendenza di molti appartenenti alla categoria docente a non ascoltare, essendo abituati a insegnare. A presumere di sapere, essendo abituati a interagire con classi di ragazzi che ‘non sanno’. A usare, infine, inopportuno tono da lezione anche nei contesti esterni alle aule.

Mi consentite un’ultima provocazione? Sarebbe forse meglio mettersi a insegnare solo dopo aver fatto, almeno per dieci anni, tutt’altro mestiere.

Se vi sono sembrato eccessivo, nei toni o nei contenuti, provate a interpretarli come una reazione da troppo affetto per la categoria degli insegnanti, che da troppi anni è maltrattata, messa al margine e sommersa di burocrazia e ultimamente costretta, da scelte e circostanze, a una precaria didattica a distanza. E che andrebbe invece valorizzata e responsabilizzata, perché da essa dipende molto del futuro del mondo.