L’era degli psico-mediocrati

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Considerando molti dei capi politici storici e attuali, la combinazione tra psicopatologia, o più spesso personalità al limite del patologico, e ambizione politica sembra discretamente diffusa. Lo strano è che spesso è associata anche a capacità mediatica ed a una certa visione di ciò che desidera o teme molta gente: un mix di successo!

Cosa intendo per psico-patologico? È un concetto molto esteso e, in realtà, poco medico: eccesso di presunzione fino allo snobismo; smania di successo per mascherare l’insicurezza personale; desiderio di rivalsa; mania di persecuzione che porta a vedere rischi e nemici ovunque; anaffettività.

Personaggi così non si trovano solo in politica, è chiaro, ma sembrano essere attratti ai vertici di questa, e neanche tanto raramente.

D’altra parte pretendere di essere in grado di guidare le “masse”, con la certezza di sapere cosa è bene per loro, pretende un alto grado di presunzione o una forte disistima del prossimo, che confina con la psicopatologia. Inoltre il fascino di certe personalità “al limite” è indubbio: lo si vede già nella vita privata.

La storia delle dittature, recenti e antiche, lo rende ancora più evidente: al momento giusto un personaggio dal dubbio equilibrio mentale ma dalle innegabili capacità mediatiche riesce a incantare la maggioranza, che addirittura lo ama e venera; e ciò può durare molti anni, anche dopo la sua morte. Basti vedere quante persone continuino a considerare Mussolini un genio assoluto e addirittura il miglior uomo politico mai esistito!

A proposito di Mussolini, diciamo chiaramente che non era un ladro, ma in compenso ha commesso molti altri delitti, dall’essere mandante di omicidi e complice di genocidio in giù, e sotto il suo regime si rubava eccome, con il suo favoreggiamento!

Ma il fenomeno è tutt’altro che limitato ai regimi totalitari e si estende alle democrazie. Chi si vanta di essere capace di governare tutti e sfodera una buona presenza da palcoscenico può trovare le condizioni adatte per essere creduto. Sensazioni diffuse di insicurezza e crisi aiutano, ma il fenomeno va oltre i cosiddetti partiti populisti.

Non generalizziamo. Non tutta la politica è così e sono numerosi i casi di attività pubblica intesa come “servizio”. La storia della Repubblica Italiana è piena di questi esempi. Quest’atteggiamento richiede umiltà e anche notevoli doti culturali e umane. Tuttavia i leader, i capi carismatici, gli accentratori di potere non rientrano in questa nobile categoria, se non in rarissimi casi. Questi sono capi in larga misura convinti di avere il diritto, prima ancora che il dovere, di essere tali, sia esso di origine genetica, genealogica, divina, economica o quant’altro.

E una larga fetta dell’opinione pubblica abbraccia le posizioni del leader: non c’è scienza o logica che tengano, quello che conta è la parola del capo, che elenca rischi terribili e soluzioni veloci. Riscaldamento globale? Oscillazioni finanziarie? Migranti in fuga da guerra o miseria? Tutte invenzioni delle lobby anti-popolo, in una sorta di diffuso complottismo di stato.

L’analisi sociale ci dice che la maggioranza cerca una personalità carismatica, come capo, e non l’intelligenza eccelsa, perché non riesce a comprenderla. Il capo deve essere solo un poco più intelligente della media. Il genio è temuto o emarginato, oppure addirittura deriso per renderlo inoffensivo. Non a caso è stato coniato il termine “mediocrazia” per certificare la fine che sta facendo la nostra presunta meritocrazia democratica.

Fa parte dei rischi della democrazia, ma come lo si può combattere? Non certo con il totalitarismo, ma, secondo me, con la cultura e l’informazione. Tornando a celebrare le capacità e le conoscenze al di sopra delle frasi ad effetto. Per farlo serve una scuola pubblica efficiente, ricca e rispettata, in primo luogo, che sia premiante e selettiva nei confronti dei docenti prima ancora che degli allievi.

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È sempre campagna elettorale

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Gli appassionati della campagna elettorale

sono una specie assai particolare:

tifano per il loro partito

anche quando ha palesemente fallito.

Esultano a ogni suo successo

più che se fosse loro stesso.

S’esaltano alle sparate del leader

anche quando fanno pianger o rider

e le ricopiano, compulsivi, ai loro follower.

La salvezza d’Italia hanno additato

nella vincita del loro candidato

e null’altro bene è dato

alla casa, al paese e all’esodato.

Capiscono costoro che si sbattono per un’illusione?

Urlano, postano, agitano uno striscione,

senza vedere prova, ascoltar ragione,

ma c’è differenza: il tifo non è passione!

Training on line? Anche no

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Arriva una mail intitolata pomposamente “Training on line” e tu già sbuffi, sai che dovrai spenderci un paio d’ore del tuo tempo, che avresti volentieri dedicato ad altro, perfino a lavorare!

I corsi on-line sono usati di frequente, almeno dove lavoro. Non li amo, anzi diciamo che li considero un male. Servono a raggiungere rapidamente le persone e ottemperare formalmente alcuni obblighi di tipo formativo, ma, a parte questo, ottengono ben poco, anzi annoiano le persone e fanno perdere tempo.

Informano, ad essere buoni, ma non formano. Fanno apprendere qualche nozione ma banalizzandola e in modo provvisorio e labile: provate a intervistare una persona che ha fatto un corso on line, sulla materia, una settimana dopo: sono convinto che ne è rimasto ben poco.

Inducono a essere svogliati e frettolosi, ovvero a percorrere il più velocemente possibile la noiosa sequenza di schermate per arrivare il prima possibile al questionario finale, e poi trovare il “trucco” più adatto per compilarlo in modo corretto.

Nella maggior parte dei casi il questionario ha domande sia banali sia meno banali ma può essere ripetuto all’infinito, finché non si azzeccano le risposte giuste, ed è lo stesso per tutti gli utenti. La giustificazione è che anche il questionario fa parte del processo d’apprendimento, la pratica è che esso risulta sempre formalmente a posto.

Il giudizio è molto personale, mi rendo conto, e anche la realtà è estremamente variegata e forse sto estremizzando troppo. Ci sono corsi in rete fatti veramente bene e nessuno può negare, cambiando leggermente argomento, il valore di tanti tutorial. Nel mio giudizio è coinvolto anche un fastidio estetico: mi risultano stranianti e falsi, quasi sempre, con una voce guida troppo enfatica, corredati da foto e grafiche che dovrebbero risultare accattivanti ma che sono sovente stucchevoli: pupazzetti con la testa a palla, impiegati sempre giovanissimi, belli e iper-sorridenti in uffici luminosi, nuovi e lindi, esempi pratici che sfondano i limiti dell’ovvio.

Non che i corsi “classici”, con aula e docente, siano sempre meglio, a dire il vero. C’è da lavorare!

Ma cos’è questa crisi

 

Raccolta di tweet del sottoscritto sulle recenti vicende politiche di governo / non governo e sulle turbolenze conseguenti, soprattutto in rete.

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Ancelotti convocato al Quirinale e Conte a cena da De Laurentiis. O il contrario… Sono un po’ confuso.

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Finisce La Corrida e comincia il Governo Conte. Un caso? Non credo.

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“Ti direi una sciocchezza” è la cosa più vera che la maggior parte di noi può dire.

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Mattarella non dà l’incarico a Salvini o Di Maio alla cieca.

“Criminale!”

Da l’incarico a Conte:

“Grande presidente!”

Rifiuta Savona ministro:

“Criminale!”

Un po’ confusi? (O ci fate?)

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  1. Sedicenti rivoluzionari che si sbattono per un “no” del Presidente della Repubblica.
  2. Bambino che piange perché gli è caduto il gelato.
  3. Automobilista multato che insulta il vigile

Trovare le differenze.

(PS: l’unico che mi fa un po’ di simpatia è il secondo)

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Eppure un po’ di #GovernoM5SLega l’avrei fatto fare, tanto per vedere quante scuse riuscivano a trovare. #hastatomattarella #hastatoilpiddi

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Tra Lega e M5S preferisco i Borbone di Napoli!

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Io farei pure il colpo di stato ma è che se torno con la camicia sporca mia moglie non sai come s’arrabbia!

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Siate conseguenziali.

Se vi sentite trattati da servi, ribellatevi!

Se pensate di essere in dittatura, scendete in piazza!

Se avete subito un torto, denunciate!

Ma basta chiacchiere, per piacere…

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Il presidente Mattarella, per alzare il rosso così su Savona e fischiare un rigore dopo l’80-mo giorno contro Conte, non facendo nascere il governo, non ha sensibilità, vuol dire che ha una pattumiera al posto del cuore!

Lavoro, gioco e cattiveria

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Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Mi ricordo che, quando fui costretto a fare il servizio militare, “fare finta di essere un soldato vero” mi aiutava a passare meglio le giornate. Anche se, alla fine, era tutto o quasi una simulazione.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco”, oltre a renderlo fruttuoso, è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone, o almeno una buona parte, sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano di commettere del male si è portati a commetterlo con pochi o nessuno scrupolo di coscienza. Le regole scaricano la responsabilità: lo si vede in tutti i regimi totalitari e in tante condizioni che mettono qualcuno al di sopra di qualche altro. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare un uomo in un kapò quasi nazista, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

Il Confine (troppo labile) tra storia e finzione

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Sceneggiato “Il Confine” (scusate ma “fiction” mi  crea conati) andato in onda il 15 e 16 maggio 2018: Grande Guerra in stile “soap” (e dagli con l’inglese). Apprezzo lo sforzo della RAI, nell’anno delle celebrazioni per i 100 anni dalla fine del tremendo conflitto, ma si poteva fare di meglio.

OK, è divulgazione e bisogna tagliare, selezionare e dare spazio alla fantasia.

OK all’esigenza di pacificazione, inventando una storia d’amore improbabile che scavalca i confini e le nazionalità. Trucco utile anche per mostrare gli eventi da entrambi i lati della frontiera.

Sono pronto a passare sopra anche a imperfezioni storiche segnalate da molti appassionati: uniformi, attrezzature, armamenti, personaggi tutti di classi sociali medio-alte e alte. Ma alcune cose mi hanno davvero infastidito, ecco le principali:

– Cambi di confine tra paesi in guerra effettuati avanti e indietro, come passeggiate;

– Scene di massa senza masse. Battaglie edulcorate, tra nuclei limitati, quasi senza artiglieria, sempre in primavera, senza pioggia ne neve ne fango, che durano pochi minuti invece che giorni e giorni d’inferno;

– E infine la cosa, per me, peggiore: neanche un meridionale, nemmeno uno ne al fronte ne nelle retrovie. Ho capito che la Prima Guerra Mondiale è stata un fatto austro-lombardo-veneto!

La Guerra 1914-18 è stata una tragedia quasi inimmaginabile, che ha coinvolto l’Europa per intero e non solo. Spero che questa fiction abbia aiutato qualcuno a farsene un’idea, ma temo che l’obiettivo sia stato raggiunto in modo molto parziale. Molto coinvolgenti, da un punto di vista emotivo, le riprese del Sacrario militare di Redipuglia, nel finale.

Se volete, potete leggere le memorie di prigionia dell’aspirante ufficiale Gaetano Parlavecchio, mio nonno, siciliano.

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Si, viaggiare (per posta)

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Spedivo, poco tempo fa, una lettera raccomandata da un ufficio postale in un paese in provincia di Napoli per un destinatario nello stesso paese.

Mi sembra uno strumento vecchio e sorpassato, la lettera raccomandata. Sa di tardo ‘800, di polverosi uffici postali, timbri e postini con berretto e cravatta. Ma è ancora indispensabile, o almeno indicata, in qualche caso, in particolare quando ti serve il “pezzo di carta” che attesti che il documento è stato davvero inviato e consegnato. Si potrebbe fare con la PEC, ma non è ancora così diffusa. Abitudini italiche resistenti, soprattutto nell’ambito della medio-piccola economia locale.

Dopo quattro giorni la busta non era ancora stata recapitata, per cui consultavo il sito delle Poste Italiane. Tracciabilità informatica: un’iniezione di moderno nell’antico!

La mia lettera era regorlarmente partita il giorno stesso della spedizione e inviata a Napoli. Da qui era stata inoltrata in provincia di Milano: Peschiera Borromeo per la precisione, dove era stata smistata di nuovo verso Napoli. Quindi era ripartita per lo stesso ufficio postale da cui era partita, da dove finalmente sarebbe stata pronta per la consegna a due isolati di distanza!Con il fine settimana di mezzo, la consegna è infine avvenuta di lunedì.

Cosa c’è di straordinario in questa storia? Nulla, assolutamente nulla. Ed è proprio questo che mi sgomenta!

I grandi dubbi… e quattro!

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Riparazioni che davvero.

Eccoci di nuovo (here we go again)!

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Se c’è il secco indifferenziato perché non c’è il grasso specializzato?

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Se hai molti obiettivi variabili nella vita, hai una caleidoscopo?

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Un medium che lavora a distanza… ha le tele-visioni?

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Mangiare uova è una scelta pollitica?

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Un mercante indiano come può fare le orecchie?

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I turchi agitati da chi possono essere presi?

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Una bambina russa che cade sulla neve… sarà una slavina? (dal collega G.).

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Le anguille preferiscono stare assieme perché così stanno tra…nguille? (anche da G.)

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Le automobili a metano si chiamano così perché per metà vanno a gas e per metà… no?

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Perché le foto-profilo sono quasi tutte di fronte?

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Se sbatti il ditone del piede hai un dolore allucinante?

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Un fan degli U2… dà tutto per Bono?

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La banda stagnata… È un gruppo di criminali metallurgici?

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Se ti rubano l’asino e poi ti fanno il cavallo di ritorno… ci hai guadagnato?

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I carcerati sanno leggere il codice a sbarre?


(Se, per incredibile caso, vi ha tirato fuori un sorriso, che ne direste di condividete sui media?)

La mamma di…

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“La mamma degli imbecilli è sempre incinta”.

La funzionaria che ha ignorato le telefonate di soccorso sull’Hotel Rigopiano è sulla graticola. Da molto tempo e per molto ancora. Sotto processo, in attesa di una probabile condanna penale e alla gogna di tutta la macchina mediatica italiana, dai telegiornali in giù, che, sappiamo, nel fare questo è molto efficace.

Ovvio obiettivo. Facile scaricare l’ira – e con essa la coscienza – nazionale su chi si trovava a fare un lavoro che non era il suo, subissata di richieste contrastanti, ivi compresi mitomani e gente spaventata per tanto o anche per poco o nulla, che in questo marasma, sotto stress difficile da controllare, magari sbaglia e straparla, ma non è responsabile del disastro in se.

C’è l’ideale: la frase registrata breve e chiara da mandare in loop, tolta dal contesto, e anche la figura di funzionaria pubblica di mezza età, così somigliante a quella che attira la tua antipatia quando fai la coda all’ufficio postale mentre lei chiacchiera con la collega.

Qualcuno che non ha protezioni alle spalle e non le ha voltate davanti a un impegno imprevedibile e oneroso, per cui non era preparata.

La signora non è responsabile se è subissata di richieste di soccorso, se ha ricevuto informazioni errate dalla Protezione Civile, se l’albergo era stato costruito e autorizzato in un luogo impossibile già battuto da valanghe, se nessuno aveva messo in allarme gli occupanti almeno il giorno prima e se nessuno ha pensato di evacuarlo in tempo, a cominciare dal proprietario.

E allora, chi ha avuto l’idea di costruire un albergo in quel posto?

“La mamma degli incoscienti è sempre incinta”.

Perché proprio li?

“La mamma degli avidi è sempre incinta”.

Chi ha concesso le autorizzazioni?

“La mamma degli incompetenti è sempre incinta”.

Chi ha tralasciato i controlli?

“La mamma degli incapaci è sempre incinta”.

Forse ha avuto favori o tangenti?

“La mamma dei corrotti è sempre incinta”.

O semplicemente aveva paura di intaccare le “potenze economiche” della zona

“La mamma dei vigliacchi è sempre incinta”.

Chi non ha dato l’allarme in tempo?

“La mamma degli inadempienti è sempre incinta”.

Ma quanto sopra non fa abbastanza notizia: meglio gonfiare l’odio su un singolo funzionario pubblico che sbaglia sotto pressione.

“La mamma dei giornalisti sciacalli è sempre incinta”.

Max psichedelico

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Disteso, in pieno rilassamento indotto, Max aspettava che la sua flebo facesse effetto.

Aveva addosso un abito luccicante, occhiali a specchio, molto oro e una corona di sensori attorno al cranio rasato, Era in presa diretta, ovviamente.

Alla solita dose di meta-anfetamine e pseudo-allucinogeni avevano aggiunto un calmante per ridurre le convulsioni e un antidolorifico. Poco prima aveva assunto alcol e stimolatori delle endorfine. Un derivato dell’atropina entrò in circolo e gli fece annebbiare la vista. In ultimo sarebbe arrivata l’ondata di endorfine e sedativo. Altri componenti secondari servivano a bilanciare e pilotare gli effetti: i medici lo chiamavano “il mix” e lo modificavano ogni volta.

Era stata dura, i primi tempi, con dolori in tutto il corpo, depressione, insonnia, allucinazioni anche da sveglio, denti che ballavano e la pancia che non voleva saperne di fare il suo dovere. Ma era il costo della celebrità.

Si assopì. In realtà era qualcosa di più simile al coma. Era quello di cui aveva bisogno, la condizione giusta per nuovo “viaggio”, da registrare digitalmente, correggere e far riprodurre in milioni di copie, ovviamente a pagamento, così come era avvenuto per i precedenti.

Si svegliò di colpo, senza sapere dove si trovava, solo mal di testa, bocca secca e stomaco in subbuglio. Ormai c’era abituato. Non ricordava nulla, ma non aveva importanza: i terminali neurali avevano registrato tutto. Braccia meccaniche gli praticarono subito un’iniezione, poi un’altra. Appena riuscì a mettere a fuoco al di la degli operatori medici piegati su di lui, Max osservò il tecnico al banco di acquisizione, ma la sua espressione delusa lo fece cadere nello sconforto. Un segno di no col capo fu la triste conferma: non aveva registrato nulla d’interessante.

Era troppo debole anche per dispiacersi. Appoggiò la testa e si riaddormentò. Più tardi gli iniettarono una dose di antidepressivi e caffeina alterata, per risvegliarlo, ristabilirgli l’umore e rimetterlo in piedi.

Si recò, senza neanche fare una doccia, nell’ufficio di Bella, la responsabile. Aveva in mano un caffè, con ogni probabilità addizionato con qualche medicinale per tenerlo lucido.

La figura in piedi davanti a lui era una donna di mezza età ancora piacente, anzi proprio attraente. Indossava una tuta attillata e scollata, color azzurro elettrico e stivali alti di resina trasparente. I capelli, biondi, ondulati e scintillanti, erano disposti in un’acconciatura ampia. Anelli e bracciali rendevano l’aspetto ancora più luccicante. Era vistosa come tutto il mondo dell’economia glamour. Era solo un ologramma in realtà – Max lo sapeva benissimo – era l’immagine che assumeva per lui l’intelligenza artificiale che gestiva la YouDream Inc. Si sedettero ai due lati di una preziosa scrivania realizzata con un unico foglio di materiale trasparente incurvato, il ripiano superiore sembrava sospeso in aria.

“Max, non ci siamo, in quest’ultima seduta hai sognato solo della tua infanzia. Tutta roba banale e dozzinale, la gente vuole altro!”

“Ritenteremo, andrà meglio la prossima volta”.

“Siamo già al quarto tentativo fallito”.

“Possiamo ritarare la cura. Cambiare sequenza e dosi”.

“Questa era già prossima a mandarti definitivamente in coma, ti abbiamo risvegliato a stento”.

“Sostanze nuove, qualcosa dai laboratori”.

“No, troppo rischioso nel tuo stato”.

Ci fu un momento di silenzio. A Max pesava sempre, il silenzio.

“I miei fan adorano i miei sogni, li aspettano”.

“Dimenticano in fretta”.

“Vuoi dire… no, non è finita!” Max sentì la propria voce senza riconoscerla. Era come se pronunciasse da se una sentenza.

“Temo proprio di si”.

Altra pausa, più cupa della prima. La mano di Max tremava. Poggiò la tazza sulla scrivania. Una goccia di caffè schizzò sul cristallo, liscio e perfetto: gli sembrò uno grave peccato.

“Che farò adesso?”

“Ti troveremo una collocazione”.

La voce tranquilla di Bella conteneva un fondo di compatimento?

“Di che tipo?” Non riusciva ad alzare la testa.

“Qualcosa in amministrazione, quello che facevi prima”.

“Non posso”, alzò la testa di scatto, lo sguardo implorante su Bella, “non riuscirei a tornare a quella vita banale”.

“Ti daremo supporto psicologico e anche farmacologico”.

“Ma non sarebbe la stessa cosa”.

Nuovo momento di silenzio. Stavolta fu Bella a romperlo.

“C’è un’altra possibilità”.

Alle spalle di Max si aprì la porta dell’ufficio. Lui si voltò a guardare. Entrò un uomo in abito grigio scuro, formale, con in mano una pistola con silenziatore.

“Vuoi dire…” La voce di Max tremò.

“Sta a te la scelta, Max”.

“No. Non voglio…”

“Il tuo corpo è minato, Max. E la tua mente pure. Hai bruciato alla grande, nell’ultimo anno e mezzo. Tutti quei trip, quelle sostanze”.

“Ma voi mi curerete”.

“Non potrai durare a lungo, in ogni caso”.

“No”.

“E sarà sempre peggio”.

“Non…”

“Pensaci bene, Max, quanto vuoi soffrire? E come vuoi uscire di scena? Un bel ricordo o un relitto ributtante?”.

Max abbassò di nuovo lo sguardo.

Bella riprese: “Lo sapevi fin dall’inizio, Max. Vivere alla grande finché dura. È questo il contratto”.

I secondi di attesa si prolungarono.

“Max, tocca a te decidere”.

Max fece segno di si col capo.

Il colpo alla tempia fece il rumore di un cuscino caduto. Max si afflosciò. L’uomo in grigio uscì. Bella rimase immobile, tremolò come un disturbo video e scomparve.

Un robot-infermiere venne a portare via il corpo, un pulitore-manutentore sistemò tutto. L’ufficio rimase vuoto, come se nulla fosse mai accaduto.

La raccolta dei migliori sogni di Max lo Psichedelico, morto suicida, rimase in testa alla classifica delle vendite per oltre un mese.