Pregiudizi tecnici

Sono un ingegnere orgoglioso di esserlo e, lo ammetto, ho alcuni preconcetti nell’ambito dell’ingegneria.

Credo poco agli ottimizzatori automatici, quei codici che quasi magicamente trovano la forma migliore per le cose. Si interfacciano alle simulazioni ed eseguono calcoli su calcoli cambiando in automatico i parametri di forma, alla ricerca della soluzione migliore. Funzionano sempre in casi semplici di prova, diventano un inferno da impostare in casi reali, con tutti i vincoli tecnici e di progetto, e quello che tirano fuori, quando va bene, ha bisogno di tanto lavoro per diventare realizzabile. E poi lo sappiamo tutti, vero, che le simulazioni al computer vanno controllate, una ad una, per esser sicuri che non contengano immondizia?

Ho anche poca fiducia nell’intelligenza artificiale, almeno nel breve termine, o meglio credo che sia diventato un nome commerciale appioppato un po’ a tutto, per fare clamore. Se devo basarmi sulle pubblicità su internet stiamo messi male: compri una cosa o ascolti una canzone e non sanno fare di meglio che proporti oggetti o brani simili. Per la musica potrebbe anche funzionare ma dimenticano subito il genere che ascoltavo la settimana scorsa. Invece se ho acquistato un moltiplicatore di prese USB è difficile pensare che me ne serva un altro subito dopo! Con la massa di dati che accumulano dovrebbero essere in grado di capire i miei gusti un po’ meglio di così, se sono tanto furbi. In realtà programmi in grado di apprendere e sviluppare predizioni ne esistono da decenni, continueranno ad evolversi e a sbagliare, magari un po’ meno che in passato, ma da qui a definirli ‘intelligenti’ ce ne passa.

Al contempo non ho stima assoluta dell’esperienza, che a volta porta a privilegiare le soluzioni note e a rifiutare le novità per partito preso. Questo accade più spesso quando non è accompagnata da intelligenza e cultura tecnica di base sufficienti. L’esperienza è preziosa se è in grado, all’occorrenza, di mettere in discussione se stessa.

Octave

Ho scoperto Octave come ‘parente povero’ di Matlab. Per meglio dire è il suo clone open-source, ho seguito alcuni tutorial di Matlab riproducendoli senza problemi, con l’unica mancanza delle ‘Table’ fra le strutture dati disponibili.

Per chi non lo sapesse, Matlab è un complesso codice per programmazione, analisi numerica e grafica molto diffuso in campo accademico e industriale, che consente di trattare con comodità le matrici ed è ricchissimo di funzioni.

Uso la versione ‘portable’ di Octave che non richiede installazione. Ho avuto un paio di ‘crash’ inattesi ma non frequenti, per il resto direi che funziona bene. Ho effettuato analisi anche con molti dati (relativamente), come analisi di spettri in frequenza su segnali con varie decine di migliaia di dati, senza problemi e in tempi brevissimi.

L’interfaccia grafica è meno ricca e forse un po’ meno rifinita di quella di Matlab ma efficace e razionale.

Direi che se vi serve un programma di analisi numerica efficace, economico e ‘standard’, per uso didattico, personale o anche professionale, Octave è da prendere sicuramente in considerazione.

Di seguito un paio di esempi: grafica matriciale.

% Plottaggio di una matrice come immagine
%
np = 500; % Numero di punti lungo gli assi
xmax = 4*pi;
xmin = -xmax;
xstep = (xmax - xmin) / np;
x = [xmin : xstep : xmax];
y = x;
  for i = 1:length(x)
  for j =1:length(y)
    c(i,j) = sin(sin(x(i) * (sin(y(j)) - cos(x(i))))) …
             - cos(cos(y(j) * (cos(x(i)) - sin(y(j)))));
  endfor
endfor
imagesc(c) % Effettua scalatura automatica colormap

Trasformata di Fourier e spettri in frequenza:

% Fourier transform, frequency spectrum and power spectrum
% Test signal
dt = 0.2; % Sampling time
df = 1/dt; % Sampling frequency
x = [0 : 1000]dt; L = length(x); % Number of samples y = sin(x2pi) + 0.5sin(x4pi);
plot(x, y)
title('Input data X')
xlabel('Time')
ylabel('Value')
% Computation of spectrum
ftrasf = fft(y); % Fourier transform
fspec2 = abs(ftrasf)/L; % 2-sided spectrum
fspec = fspec2(1 : L/2 + 1);
fspec(2 : end-1) = 2fspec(2 : end-1); % Single-sided spectrum f = df(0:(L/2))/L; % Frequency domain
figure
plot(f, fspec)
title('Single-Sided Amplitude Spectrum of X(t)')
xlabel('f (Hz)')
ylabel('|P1(f)|')
% Power spectrum
pyy = ftrasf.*conj(ftrasf)/L;
figure
plot(pyy(1 : L/2+1))
title('Power spectral density')
xlabel('Frequency (Hz)')

Le famiglie italiane nelle ‘fiction’

Negli sceneggiati* TV italiani non esistono famiglie, solo famiglie allargate.

I figli hanno tutti problemi di cui i genitori non hanno la minima idea, presi come sono dalle loro questioni di carriera o di corna. In media la figlia maggiore ha una relazione con un uomo sposato, il figlio di mezzo è gay non dichiarato e il/la minore è un genio incompreso.

I ragazzi, peraltro, sono sempre modelli da copertina. Che siano i figli di un imprenditore agricolo, i praticanti in un ospedale, gli allievi di un conservatorio o dei delinquenti in riabilitazione sono sempre in forma, truccati e abbigliati per la passerella.

Separazioni e divorzi sono quasi sempre consenzienti e civili, restano così amici che si aiutano nei momenti critici e si fanno di continuo confidenze al punto che ci si chiede perché diamine non stiano più assieme. Ovviamente il perché è che è finito ‘l’amore’, termine astratto che indica una sorta di fluido sottile che può sfuggire da qualsiasi spiraglio o scucitura. In pratica matrimoni e relazioni sono contratti a termine legati a un serbatoio di ‘amore’, appena si accende la spia della riserva si devono buttare via e passare al successivo.

È posto ben chiaro che c’è un’abissale differenza tra ‘amore’, ‘tempesta ormonale’ e ‘attrazione sessuale’, tuttavia alla fine tutti vanno con chi trombano bene.

C’è sempre un genitore anziano, tradizionalista e insopportabilmente burbero che alla fine deve convertirsi anche lui alla sorridente religione del serbatoio di ‘amore’ e alla sua danza di relazioni. Oppure risulta essere il bieco responsabile di orribili nefandezze.

Gli sceneggiatori non hanno capito che, nell’ultima puntata, non possono essere tutti felici e contenti, perché questo obbliga a capriole inverosimili per costruire il seguito**.

Altre prassi che astraggono dalle famiglie. Le automobili sono tutte della stessa marca, oppure modelli non più in produzione da almeno vent’anni. Si beve il caffè nella tazzina con lo stesso ‘logo’ del pacchetto, sempre rivolto verso la camera da presa. Tra le ambientazioni** ci sono sempre i luoghi turistici e si ficcano a forza nella trama le EXceLLenZe locali – alimentari, industriali, artigianali e così via – se no l’amministrazione locale si deprime e magari non ‘sgancia’ autorizzazioni.

—-

*) Chiedo scusa ma la parola ‘fiction’, come tutti gli abusi dell’inglese, mi crea un enorme fastidio.

**) Anche qui, ‘sequel’, ‘prequel’, ‘location’ e altri anglismi anonimi mi sembrano brutti e inutili.

Gli americani nei film

Panorama di New York

Gli statunitensi* nei film non dormono mai, lavorano un minimo di dodici ore al giorno e poi, come se nulla fosse, vanno a bere in un bar elegante fino alle ore piccole. Poi di solito hanno un’avventura erotica con la collega figa.

Nei film USA non esiste la classe media: o hai i soldi per una villa su tre livelli con giardino, piscina e quadrupli servizi o sopravvivi in un tugurio nel Bronx o in una catapecchia in mezzo al nulla nel deserto tra Arizona e Nevada.

Tutto succede a New York: puoi essere rapito dagli alieni a Times Square, trovare un tesoro templare a Central Park o essere inseguito dalla polizia tra la Ottantaquattresima e Madison, salvato ogni volta dall’Uomo Ragno.

Più è remoto il posto e più la soluzione di tutto sono le armi da fuoco: non c’è problema che non si possa risolvere con un revolver, un fucile a pompa o un semiautomatico, dall’invasione aliena alla pandemia zombie, dalla crisi economica alle turbe psichiche. Il cattivo ha una mira infallibile contro i personaggi secondari, destinati a morire per la trama, mentre mira al vento quando ha davanti l’eroe protagonista. Quest’ultimo invece non sbaglia un colpo e spara meglio di Daisuke Jigen, l’amico di Lupen III, anche se fino al giorno prima faceva il postino!

Le donne in carriera sono sempre fighe e trottano disinvolte sui tacchi a spillo venti ore su ventiquattro. Se li levano in genere solo per fare sesso.

Nei film horror c’è sempre un chiattone tra i primi a morire. Poi dopo tocca al nero o a una ragazza figa ma non la fidanzata del protagonista, ovviamente: quella di solito sopravvive, salvata dal protagonista, o muore, nonostante sforzi disumani di quello, in modo spettacolare ma molto avanti nel film.

I poliziotti eseguono deduzioni fulminee e individuano il criminale in modo infallibile nell’arco di pochi secondi. Le analisi del DNA e le più complesse deduzioni statistiche su ‘big data’ si eseguono in due minuti scarsi, ma è solo per confermare quello che il detective aveva già capito: roba da far sembrare Sherlock Holmes un povero ritardato. Gli operatori al computer sono in grado di tracciare una mappa, incrociare sei data-base riservati o progettare un incrociatore spaziale in frazioni di secondo, con la sola forza del pensiero: i movimenti delle dita sulla tastiera sono puramente coreografici. I virologi trovano un vaccino nell’arco di tempo di un intermezzo pubblicitario, partendo dallo sputo di un guarito o dal sangue di un babbuino immune. Solo sismologi, epidemiologi e “ufologi” non sono mai creduti quando prevedono il disastro, altrimenti il film finirebbe subito.

Il mondo, anzi l’universo si distingue in USA e tutto il resto. Quello che succede in ‘tutto il resto’ ovviamente conta poco, un morto di passaporto statunitense fa più clamore di un’ecatombe nella penisola indocinese. Alcuni stati esteri hanno un valore puramente simbolico: dal Messico, ad esempio, arrivano tutte le droghe e tutta la violenza concepibili.

Si direbbe che gli americani non abbiano molta fiducia nel loro decantato sistema giudiziario, dal momento che il cattivo raramente finisce in galera ma di solito muore e muore male, il più delle volte per mano del buono che, singolarmente, dopo aver fatto strage per tutto il secondo tempo, continua ad essere buono, sensibile, cittadino modello, marito affettuoso e perfetto padre di famiglia. Erore e superstiti si abbracciano felici nel finale senza un rimpianto o un rimorso di coscienza che sia uno. Il “non uccidere” vale solo verso i “buoni”, gli altri possono diventare concime. In qualche raro caso il cattivo sopravvive ma solo perché è il vero protagonista della storia, serve per ‘sequel’ e ‘prequel’: vedi Hannibal, ad esempio.

Aggiunta 18/5/2020: Gli americani hanno davvero degli infissi di merda come si vede nei film, che il serial killer entra facendo leva con un temperino?

Aggiunta 26/5/2020: i ragazzini escono sempre di notte, per sventare invasioni aliene o inseguire serial-killer, senza che la famiglia si accorga di nulla.

*) ‘Statunitensi’ è il termine che avrebbe utilizzato: i cittadini USA si sono appropriati ingiustamente del termine ‘americano’ che dovrebbero condividere con tutto il continente.

Un haiku per ogni stagione

Piove

Linda è la città

Che si specchia nell’acqua:

Magia d’autunno!

Fiore d’inverno

Sboccia in un’ora

A respirare gelo,

Non per errore!

Miracoli scontati

Sa il contadino

Che il seme spunterà:

Perché sorride, allora?

L’estate di domani

Racconteremo

Ai nipoti increduli

Ch’eravamo, liberi.

Pandemia, politica e totalitarismo economico

I governi, in giro per il mondo, con alcune differenze e poche nobili eccezioni, hanno fatto tutti errori simili riguardo alla pandemia di covid-19. Tutti o quasi hanno sottovalutato il rischio, sperato in palliativi e aspettato troppo prima di adottare provvedimenti forti, quando ormai l’epidemia si era estesa ed era pressoché fuori controllo.

In questo senso il governo italiano non è stato tra i peggiori: a sua scusante aveva pochi esempi precedenti, ad eccezione di Cina e Corea, e quando si è finalmente mosso ha preso provvedimenti efficaci, seppure ritardati e imperfetti. Lo stesso non si può dire per Spagna, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, solo per citare qualche caso: nessuno di questi paesi ha sfruttato le settimane di vantaggio e di pre-allarme per prepararsi ad affrontare il virus, neppure per fare scorte di presidi sanitari, anzi hanno provato a minimizzare fino all’ultimo o a inseguire il mito della “immunità di gregge”.

Ci sono più cause per questo comportamento, sicuramente la paura di ogni politico di imporre scelte sgradite alla popolazione, la difficoltà di individuare il momento giusto, ma la più importante è stata, da quel che mi sembra, l’influenza pesante dei poteri economici.

Caso Italia: l’epidemia era palesemente diffusa nel nord e in particolare in Lombardia, era chiaro che statistiche simili a quelle delle “zone rosse” di Codogno e Vò stavano comparendo altrove, ma si è temporeggiato. Invece di chiudere subito la Lombardia, il Veneto o almeno ampie zone di queste regioni si è ricorso a provvedimenti tampone, si è perso tempo prezioso finché è stato troppo tardi ed è stato necessario bloccare tutto il Paese. Solo dopo si è saputo delle insistenti pressioni dei potentati economici. Lombardia e regioni confinanti sono il centro industriale d’Italia, per cui le si è bloccate solo quando è diventato indispensabile farlo per tutto il territorio nazionale.

Sbagli peggiori sono stati fatti altrove: la Gran Bretagna ha inseguito il mito della “immunità di gregge” finché i numeri dell’epidemia sono diventati ingestibili. Solo con gli ospedali sommersi si è passati a scelte più rigide. Il motivo? Dò la mia interpretazione. Dopo la Brexit la Gran Bretagna ha bisogno di mano libera in economia, per mantenere o magari incrementare il suo ruolo di potenza mondiale basata sui liberi scambi finanziari e industriali. Un blocco l’avrebbe gravemente messo a rischio, per di più senza il potenziale scudo dell’Unione Europea. Al contrario, operare business as usual mentre gli altri erano fermi sarebbe stato un indubbio vantaggio. Si sono scientemente rischiate e giocate vite sullo scacchiere economico.

Le scelte altalenanti della politica USA non mi sembrano poi radicalmente diverse: bloccare il minimo considerando “accettabili” fino a 100’000 morti. Se non è cinismo non so come altro definirlo, forse in modi peggiori. In più la mentalità comune d’oltreoceano, la libertà di licenziamento e i limitati sussidi portano la gente a scendere in piazza chiedendo di tornare a lavorare: meglio rischiare di infettarsi piuttosto che di finire in mezzo a una strada.

Anche i ragionamenti di ripresa immediata, in Italia e altrove, mi sembrano sullo stesso tono e con analoghi moventi: significativamente vengono con forza dalle zone a più alta concentrazione industriale.

È la logica del capitalismo: guadagno ed economia al primo posto, interesse privato come logica morale. Ma come definire un assetto politico che mette un fine ultimo al di sopra della vita dei singoli se non totalitarismo? In questo caso un totalitarismo dell’economia o, per essere più cattivi, del capitale e dei consumi.

Certo è un totalitarismo imperfetto, per così dire, un’aspirazione totalitaria, moderato rispetto a quelli fascisti, nazisti e comunisti, non equiparabile alle teocrazie, attenuto com’è dalla democrazia (nei paesi in cui è presente) e dall’opinione pubblica (nella misura in cui questa è libera di formarsi e agire) e tuttavia utilizza leve potenti per spostare le scelte politiche e le coscienze dalla sicurezza dei cittadini verso la tutela dell’investimento e del capitale.

Quello che è successo nelle case di riposo – ospizi come si diceva una volta – o meglio ancora nella scelta di relegarvi gli anziani è emblematico. I “vecchi” non possono stare a casa perché i “giovani” non hanno tempo: devono lavorare, e non hanno soldi: devono consumare. I malati si mettono vicino ai sani, tanto sono tutti soggetti a rischio.

Ha ragione Papa Francesco a indicare l’egoismo come un virus peggiore della pandemia. La mentalità economicista si impossessa delle coscienze e usa tutta la forza possibile per pilotare le scelte politiche. Perché privatizzare la sanità se non per fare soldi? Perché dimensionare un presidio così fondamentale come la sanità pubblica su misura delle esigenze ordinarie, senza margini per i casi straordinari?

Partendo da questa pandemia dovremmo ripensare tutta la nostra società, a partire dalla scelta dei valori di riferimento e dalla rapporto con i più deboli ovvero gli anziani, la categoria su cui non si investe perché non dà prospettive di guadagno futuro. Nei piani attuali di ripresa e di “convivenza” con il virus gli over-settanta dovrebbero restare isolati dal mondo a tempo indeterminato, chiusi in casa nella migliore delle ipotesi o relegati in centri assistiti, ovvero ospizi, dove non diano fastidio a chi deve lavorare.

Ragionamenti simili si potrebbero fare per la scuola.

Dobbiamo cominciare subito a ripensare valori e obiettivi di vita, senza aspettare di “venirne fuori”, perché procrastinare vuol già dire mettere in secondo piano.

Europeista perché

Uno scorcio degli scavi di Pompei. Forse l’Europa è nata con e grazie a Roma antica

Sono europeista perché non mi va un’Italia con l’inflazione a due cifre, il debito pubblico triplicato, la benzina a 15’000 lire al litro e le normative scritte da comitati paritetici a guida politica.

Sono europeista perché l’Europa ci ha dato la normativa più rigorosa al mondo sulla Privacy, l’Antitrust e norme stringenti sulla sicurezza dei prodotti e degli alimenti e ci ha costretto ad aggiornare le normative nazionali.

Sono europeista perché non possiamo incolpare l’Unione Europea dei difetti tradizionali d’Italia: corruzione, illegalità diffusa, scarso senso civico.

Sono europeista perché l’Europa finanzia progetti di ricerca, innovazione, opere pubbliche.

Sono europeista perché sono convinto che solo un’Europa unita possa fronteggiare Cina, USA, Russia e le altre potenze.

Sono europeista perché voglio un’Europa più solidale, più democratica e meno burocratica senza però denigrare e smantellare tutto quello che è stato fatto finora.

Sono europeista perché mi sembra che pretendere di chiudere le frontiere di uno Stato sia come costruire una voliera senza tetto, perché secondo me le frontiere hanno perso significato da quando è stato inventato l’aeroplano e sono state praticamente cancellate dal Web. Lo spiego un po’ meglio: da tecnico mi rendo conto che scienza e tecnologia cambiano il mondo e lo collegano, fisicamente e virtualmente; indietro non si torna, una politica di stati autonomi e sovrani è una illusione e una nostalgia per un passato che a qualcuno sembra, ma non era, migliore.

Sono europeista perché, da quello che vedo, gli stati più nazionalisti, vicini e lontani, sono anche i meno solidali e i meno democratici. Alcuni, per inciso, sono molto “amici” dei nazionalisti nostrani, almeno finché non scoppia l’emergenza.

Sono europeista perché non voglio svendere l’Italia a nessuno, nemmeno alla Cina o alla Russia e nemmeno agli USA se per questo.

Sono europeista perché l’Europa è un fatto, non un’opinione; una evidenza geografica, storica, politica, sociale ed economica. Negarlo significa ignorare la storia, l’economia, la politica, la cultura e un po’ di altre cose.

Sono europeista perché mi sembra l’unica via percorribile per un futuro di sviluppo organico, democratico e solidale. Percorso difficile, accidentato ma affascinante e privo di alternative concrete.

Sono europeista perché in momenti di crisi ed emergenza è necessaria una direzione univoca e scelte comuni e coraggiose, che in questo caso sono mancate.

Sono europeista ma sul serio: non mi basta l’Unione Europea così com’è, mi fanno paura i nazionalismi e anche gli egoismi interni ed esterni.

Di fronte a tante chiacchiere, urla e insulti che girano sui social e alle chiacchiere da bar che si sentono dappertutto, mi sembra il caso di dirlo chiaro. Sono europeista!

Serve il touch-screen in automobile?

Fiat 500 Abarth storica - plancia tutta quadranti

Honda, il grande produttore giapponese di automobili, ha deciso di rimuovere alcuni comandi dal touch-screen, re-introducendo i controlli manuali. Ciò, in particolare, per l’aria condizionata.

In questa mossa, contraria alle tendenze (o mode?) del mercato, era stata preceduta dalla connazionale Mazda, che anzi sembra fare una scelta ancora più radicale.

Retrogradi? Secondo me no. La mia personale esperienza di automobilista mi dice che gli schermi tattili distraggono pesantemente dalla guida.

Girando con una Citroen presa a noleggio mi sono accorto che mi era quasi impossibile cambiare la temperatura dell’aria condizionata mentre guidavo, dal momento che dovevo navigare attraverso le sezioni del bello schermo tattile messo al centro dell’abitacolo. Dal navigatore dovevo passare al menù clima, individuare la freccia giusta e premerla un tot di volte. Ho finito per morire di caldo fino alla sosta successiva: preferiscoo vivere!

Al contrario, sulla mia Fiat, mi basta allungare la mano per trovare la manopola del clima, a memoria, senza bisogno di distogliere gli occhi dalla strada.

La mania del touch-screen in auto, sempre più grande e onnicomprensivo, mi sembra risponda a due moventi. In primo luogo la moda, come accennavo, e il richiamo a telefonini e tablet, come paradigma di qualsiasi innovazione tecnologica: se non c’è lo schermo, e bello grande, l’automobile sembra vecchia e il cliente potenziale non la compra. Sorta di “effetto Tesla” che si sta rapidamente diffondendo, direi come un’epidemia, anche se il paragone è inopportuno visto il momento. In secondo luogo, ma almeno ugualmente forte, c’è l’economia: eliminare comandi fisici, componenti, lavorazioni e cablaggi complessivamente riduce i costi e chi fa prodotti di massa deve starci più che attento.

Uno schermo grande è utile per la navigazione e forse anche per l’intrattenimento audio, ma per il resto? Quanto tempo e quanta attenzione ruba dover navigare tra menù e opzioni? Per eseguire un comando tattile sullo schermo devi guardarlo, distraendoti dalla guida, non puoi cercarlo solo con le dita. In più di solito non basta un singolo gesto ma serve una sequenza, peggiorando la situazione dal punto di vista della sicurezza. Ritengo possibile che, passato l’entusiasmo iniziale per gli schermi tattili, anche i clienti cominceranno a cambiare parere e i comandi manuali riprenderanno un po’ di spazio perso nelle automobili, almeno finché nuove tecnologie non li mettano di nuovo a rischio, come un’evoluzione sostanziale dei comandi vocali o schermi che forniscano una risposta sensibile al tatto, oltre che grafica.

L’epidemia “Spagnola” e ricordi di famiglia

Cent’anni fa o poco più imperversava, in Europa e nel mondo, l’epidemia d’influenza denominata “spagnola”, che ha mietuto nel mondo milioni di vittime. Era il 1918 e non il 1920, come da bufala complottista e millenarista da social.

Un parallelismo con l’attuale epidemia è difficile, si trattava di una malattia diversa anche se le principali conseguenze erano, allora come per il Covid19, polmonari, la scienza e la sanità erano più arretrate, i medici avevano meno strumenti a disposizione ma soprattutto era un mondo molto più povero, uscito stremato dalla Grande Guerra. I soldati, possiamo dire i sopravvissuti da tutti i fronti, erano tornati, affamati, patiti e sconvolti, alle loro case e l’economia stentava a ripartire. Negli ex imperi centrali sconfitti di Germania e Austria-Ungheria, già alla fame nelle ultime fasi del conflitto e ulteriormente gravati da infami trattati di pace, non c’era nemmeno abbastanza da mangiare per tutti.

Mia nonna abitava a Napoli, a San Giovanni a Teduccio, e aveva appena quattro anni per cui ricordava poco di quei giorni, solo la paura, che non si poteva uscire di casa (come oggi) e che la famiglia sopravvisse perché un po’ più benestante delle altre: aveva un forno per il pane, qualche soldo da parte e qualche gallina da sacrificare per mettere qualcosa a tavola. Per altri è stata ancora più dura.

Il suo futuro marito, giovanissimo aspirante ufficiale del Regio Esercito, era appena rientrato in Sicilia dopo un anno di dura prigionia sotto gli austro-ungarici, durante la quale, come si può leggere nelle sue memorie, aveva patito la fame ed era scampato alla morte per malattia. Si sarebbero conosciuti solo molti anni dopo e ci sarebbe stata un’altra guerra mondiale, ma questa è un’altra storia.

Italia, Covid-19 e i soliti stereotipi

Il TG2 delle 13 del 23 marzo 2020 ha parlato dei successi della terapia con Tocilizumab, per ridurre le conseguenze infiammatorie del coronavirus, e cita Padova, Milano e Roma. Neanche un accenno a Napoli, dove queste sperimentazioni sono iniziate all’ospedale Cotugno e alla clinica Pascale e dove continuano.

Il servizio successivo parla di Napoli ma solo riguardo ai senza fissa dimora e alla mancanza di strutture sufficienti per queste povere persone.

Purtroppo non mi sembra un caso: Napoli e tutto il Sud compaiono negli organi di stampa nazionali solo per notizie negative o, al massimo, folcloristiche.

Non si ammette che a sud di Roma ci possano essere eccellenze, se non, al più, per l’artigianato o l’agro-alimentare e comunque con dimensioni minime. Che si possa essere al vertice, al Meridione, per tecnologia, industria, medicina o ricerca è quasi inimmaginabile. Strutture come il Cotugno per le malattie infettive o la clinica Pascale per i tumori, ad esempio, devono restare nell’ombra di fronte alle omologhe di Roma e Milano.

L’immagine dominante e sempre ripetuta è quella del Nord-eccellenza-locomotiva ad alta velocità e del Sud arretrato, approssimativo, straccione e fanfarone quando non ladro, pateticamente al traino. Peccato che la realtà non sia proprio così: la presunta eccellenza settentrionale è spesso solo di facciata, costruita su malcostume radicato e su “menti importate” dal sud e l’arretratezza meridionale sia spesso voluta e forzata.

Scusate lo sfogo. Abbiamo bisogno di un’Italia più sincera, che cresca tutta assieme, per il bene di tutti.