LibriMussolini

A proposito di Mussolini

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So che è sostanzialmente inutile, ma vorrei sottolineare alcune sviste della propaganda vetero-fascista che ogni tanto rinasce sui siti sociali. Ovviamente ci sono gruppi e singoli che s’impegnano alla grande per diffondere il nuovo verbo che poi nuovo non è e fanno leva sul senso d’insicurezza dei singoli, sulla speranza di una soluzione semplice che doni la “tranquillità” alle “persone comuni” (entrambe espressioni su cui ci sarebbe molto da approfondire), ma soprattutto sfruttano la diffusa ignoranza storica, loro e altrui. Ma così facendo si rischia di additare come soluzione un male peggiore che non cura niente. Non volendomi dilungare, ecco un piccolo elenco di “abbagli” che la propaganda sub-mediatica tenta di diffondere ma che, secondo me, saltano agli occhi

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Abbaglio: “Con Mussolini l’Italia è stata grande”.

Spiegazione: la propaganda l’ha illusa di essere tale. Qualcuno disdegna i TG odierni eppure crede con fede ai cinegiornali del ventennio! La politica fascista a impedito una vera crescita industriale, perché garantiva i guadagni agli industriali nazionali con l’autarchia e una politica “consociativa”, che si può definire di “scambio di favori”. E gli industriali, infatti, lo sostenevano senza eccezione. Gli esiti della guerra dimostrano quanto eravamo indietro rispetto alle vere potenze mondiali. E le colonie… Se quelle erano grandezza…

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Abbaglio: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Spiegazione: ha fatto cose che ogni governo decente avrebbe fatto, in termini di opere pubbliche e stato sociale, e le ha fatto meno e peggio di quanto un governo democratico avrebbe potuto fare: vedi quello che avveniva in Francia e Inghilterra. Ha concesso qualche miglioramento di politica del lavoro proibendo nel contempo lo sciopero, scelta molto gradita agli stessi industriali, Ha represso con violenza ogni dissenso. La guerra che ha letteralmente distrutto il Paese non è stata un incidente o un effetto di “cattivi consiglieri”, ma un fine chiaro di tutto il fascismo e di Mussolini personalmente.

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Abbaglio: “Mussolini era così onesto che è morto povero”.

Spiegazione: in effetti non era un ladro. Un assassino, megalomane e falsario si, e a voi giudicare cosa fosse peggio. Ma soprattutto era assetato di potere, e per questo ha lasciato il campo libero a ladri, truffatori e approfittatori degni delle tangentopoli attuali. Diversi storici sottolineano come non volesse collaboratori in gamba attorno, per paura che lo criticassero e fossero tentati di scavalcarlo. Voleva tutto il potere per se e si circondò di personaggi mediocri e arrivisti, allontanando gestori in gamba come Balbo. In pratica non rubò in prima persona, ma lasciò rubare, appropriare e mal gestire con ben poco freno.

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Piccola nota a termine di questo breve elenco: so che non farò cambiare idea a nessuno. Chi spera nell’ “uomo forte” continuerà a farlo. Prendetelo solo come una sorta di sfogo o presa di posizione personale. Suggerisco due letture, per chi vuole cominciare un approfondimento, riprodotte nella foto in testa: il breve saggio “A proposito di Mussolini”, breve saggio storico di Mack Smith a cui ho preso in prestito il titolo, e “Il dito dell’anarchico”, la storia, raccontata come un romanzo dal Lorenzo Del Boca, del velleitario attentato a Mussolini da parte dell’anarchico Gino Lucetti, descrivendo al contempo società e piccolezze del regine.

PitturaLuce

Ode alla distrazione, ovvero la necessità della perdita di tempo in quanto tale

PitturaLuce

Il tempo che si perde ogni giorno in attività secondarie è impressionante. La stanchezza che ho accumulato a fine giornata, in che misura dipende dall’aver fatto qualcosa di utile, almeno in modo contingente, e quanto dall’essere corso dietro al futile o al futile, se non al dannoso?

Certo, molte attività che ci riempiono la giornata sono inevitabili, così come molte perdite di tempo. Ci sono semplicemente imposte dall’esterno e non possiamo farci nulla, almeno nel breve periodo, come le code alla posta o in tangenziale. Alcune sono risolvibili organizzandoci meglio, ma per altre servirebbe proprio un cambiamento di vita o una rivoluzione. Ma altri sperperi di minuti e di ore ce le cerchiamo di proposito. La consultazione compulsiva delle reti sociali, per esempio, e poi ci sono la pornografia, o il gioco d’azzardo o semi-tale, per rimanere su Internet, oppure il pettegolezzo, l’osservazione oziosa del prossimo, la televisione come mezzo per far notte. Pause e tempo libero sembrano diventare più uin problema che un’opportunità.

Ovviamente è necessario far divagare la mente, ogni tanto. Ho sentito dire che il massimo periodo continuativo di concentrazione su un tema, con alti e bassi, è di due ore, e l’esperienza mi dice che, con ogni probabilità, il valore è sovrastimato. Insistere certi limti fisiologici non è produttivo, perché il semplice sforzo di mantenere l’attenzione consuma quasi tutte le energie. Mi accorgo che lasciare da parte un problema, per un po’ di tempo, mi aiuta a rigirarlo da un’altra parte e trovare più facilmente la risposta. Inoltre la mono-mania, di qualsiasi tipo, rischia di portare rapidamente alla demenza o alla follia.

Questo non è una giustificazione per sprecare una parte della propria vita aspettando che una soluzione ai problemi emerga da se, come per magia, dal fondo della coscienza. Bisogna al contrario cercare di incastrare quante più cose nel tempo, fisso, che ci è concesso.

Più vado avanti nella vita e più mi convinco che sia importante scegliere in modo oculato anche le proprie distrazioni. Avere un lavoro che consenta di alternare più attività, ad esempio, magari alcune di matrice più intellettuale e altre più manuale, e di prendersi qualche piccola pausa. (Ad avercelo, un lavoro, commenteranno tanti). Idealmente, per il cosiddetto tempo libero – poco o molto che sia – sarebbe necessario uno spettro di applicazioni piacevoli che siano almeno marginalmente utili, per tenere lontano l’intelletto da quelle inutili o dannose. Un po’ come il sedano che si mangia durante la diete, per ingannare lo stomaco con l’atto meccanico del mangiare che però non dà calorie, tenendolo così a distanza da cibi più gustosi ma poco raccomandabili per il nostro stato fisico.

Non dico nulla di nuovo, è lo scopo degli hobby e dello sport non professionistico. Se ne sono scritti volumi su volumi.

Qualche piccolo margine di perdita di tempo andrebbe contemplato e consentito in tutte le attività lavorative, proprio per migliorare la produttività complessiva e mantenere la qualità. In fondo non dovrebbe interessare solo il risultato di oggi, ma anche quello di domani e quello successivo ancora.

Per me il blog è esattamente questo: un modo di divagare continuando a tenere in funzione il cervello, evitandogli di fare di peggio. Ne ho un intero spettro di questi strumenti di distrazione – non di massa ma personale – ovvero l’altro mio blog di storia dell’aeronautica del Meridione d’Italia, la fotografia, la scrittura di racconti di fantascienza e le curiosità sull’informatica. Anche un’ora in palestra, ogni tanto e anzi non abbastanza spesso. Mi accorgo in realtà di averne troppi: alla fine dedico poco tempo a ognuno.

E’ importante, in effetti, evitare che strabordino: il diversivo deve restare tale. Considerarlo come un utile lusso, quando ce lo si può concedere, che fornisce anche un margine di prodotto utile, almeno per la persona. Se supera i suoi confini di tempo limitato “rubato” agli impegni quotidiani, si snatura. Mi riferisco non soltanto alle manie, certamente da evitare, ma alla tentazione, che ogni tanto affiora, di trasformare l’hobby in lavoro. Se in qualche caso può anche sembrare una buona idea non lo è, per me, in generale: se dovessi fotografare per vivere, ad esempio, non sarebbe più un diversivo stimolante ma un lavoro, non più qualcosa di puramente divertente ma di necessario. Il risultato dovrebbe sempre essere forzatamente positivo, per accontentare un cliente. Me ne sono accorto più di una volta, quando mi è stato chiesto di documentare eventi e mi sono divertito molto meno che a scattare per puro piacere. Il diversivo diventa allora qualcosa da cui cercare, a sua volta, diversivi.

Lo stesso varrebbe se dovessi scrivere a cadenze fisse e magari serrate su questo blog, per accontentare un committente o mantenere un dato numero minimo di visite giornaliere. Insomma è bello così, per me, come mi viene.

E no, non ho molto tempo libero: lo rubo alla televisione e al sonno, la sera, e a qualche quarto d’ora di pausa, durante la giornata, quando si può.

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Momento autobiografico

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L’amore, dopo i quaranta

E’ un intreccio complicato.
Il cuore non parte più a tuffo,
E’ prudente, impacciato,
Timoroso, perfino buffo,
E pur non appaciato.
Scioglie i freni all’improvviso
E inciampa sul lembo di un sorriso.

E’ una scommessa azzardata,
Un superenalotto della vita,
Una scheda non si nega,
Se la gratti, poi ti lega
E cambia il tempo della partita.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

Niente… E così non sia

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

“Signora è in linea, ci dica…”

“Niente io…”

“Arrivederci”.

M’immagino una telefonata in diretta alla radio che si svolga così, troncata sul nascere di un insano “niente” d’esordio. Perché se parti con un “niente” perché hai chiamato, in primo luogo? Se sospetti che quel che hai in mente ha poca importanza – o peggio che non sarai in grado di esprimerlo passabilmente – perché abusi del tempo di una persona che sta lavorando e mio che me ne sto in ascolto?

Tra le tante abitudini deprecabili della bella lingua italiana, particolarmente fastidiosa è l’uso del “niente” come intercalare o affermazione d’esordio. E non solo alla sensibilità del sottoscritto: questo post mi è stato suggerito da un amico che è anche uno dei miei (pochi) lettori.

Il “niente” calato a casaccio è tipico italiano: non mi sembra di aver mai sentito un anglofono inserire dei “nothing” o un francofono dei “rien” così, a casaccio, nel discorso, e vi assicuro ce ci ho avuto spesso a che fare, professionalmente e non.

E’ sgradevole perché marca un approccio sbagliato: parlo ma non so se quel che dico ha senso per qualcuno, se è importante o interessante, o più banalmente non so se sarò capace di dirlo in maniera adeguata.

Manifesta un’incapacità presupposta prima ancora che espressa, un’auto-svalutazione del pensiero, un partire col piede sbagliato, cominciare il viaggio con un passo all’indietro, muoversi al passo dopo essersi chinati sui blocchi di partenza, iniziare un periodo con la minuscola; sottolinea una mancanza di sicurezza nei propri argomenti prima ancora che nella capacita di esprimerli.

E’ un intercalare finto discorsivo, la versione pseudo-intellettuale della parolaccia buttata a caso, utilizzato per dare un salto di ritmo a battute banali dandogli un facile senso popolar-nazionale.

Insomma è il peggior modo per introdurre o intercalare discorso, perché marca un cedimento alla mediocrità, accontentarsi del pensiero così come viene sperando che il prossimo lo accetti e ci aggiunga da sé il significato mancante. Non provare nemmeno a migliorarsi. E lo marca da subito, da quando si comincia, senza nemmeno il tentativo di dare un tono più alto al discorso. Insomma – mi ripeto – una velata mancanza di rispetto per se e per il prossimo.

Raramente il “niente” nasce da eccessiva modestia, difetto grave come lo è sempre non sfruttare le proprie qualità. Talvolta è un “niente” di pigrizia, il rifiuto colpevole di far muovere il pensiero oltre il livello basso della prima sensazione, con l’onestà, parziale attenuante, di dichiararlo da subito. Qualche volta è di pura abitudine e convenzionale, appreso passivamente dall’averlo sentito a oltranza e bilanciato dalle frasi che seguono, che magari qualche senso compiuto lo rivelano. E’ però assai spesso un niente che permea il discorso: davvero quel che viene dopo non valeva la pena d’essere detto.

Ape

In teoria è così ma in pratica… anche

Ape

I luoghi comuni, i modi di dire, i motti di spirito di solito esistono per un motivo e raccontano un pezzo di realtà. Si sbaglia, però, e per ignoranza, quando si applicano in modo acritico.

Personalmente, per inclinazione caratteriale e professionale, quello che tollero di meno è “In teoria sarebbe così, ma in pratica no”. E ancora di più mi irrita il sorrisino che di solito ne segue.

Uno dei motivi è che è usato spesso con saccenza, da qualcuno che vuole dimostrare di “sapere vivere” e di “conoscere il mondo”. Di essere un tipo esperto e disincantato, insomma, a cui certe illusioni sono passate da un bel pezzo.

A ben vedere, un senso il modo di dire ce l’ha, perché è un modo facile di dire che “se la teoria e la realtà non corrispondono, uno dei due è sbagliato”, ovvero si sta applicando la teoria giusta alla realtà sbagliata, o viceversa. Un esempio famoso è quello del paradosso del calabrone, in base al quale, applicando le teorie dell’aerodinamica e tenendo conto del peso dell’insetto, questi non dovrebbe essere in grado di volare. I più saccenti concludono con: “ma lui non lo sa, e quindi vola lo stesso”.

La radice del paradosso è comprensibile: il calabrone non vola come un aliante o un aeroplano, e nemmeno come un aeroplanino di carta, ma agita le ali velocemente (e anche in modo molto preciso, va detto), generando così i vortici che gli servono per tenersi in aria e spingersi dove l’istinto gli dice di andare. Se cerco di applicargli le teorie dell’aerodinamica stazionaria, relativa a ali rigide che si muovono a velocità fissa nell’aria, i conti non mi tornano. Sarebbe un po’ come guardare un ciclista e commentare “questo qua secondo le teorie della statica dovrebbe cadere”, e concluderne che le leggi fisiche che tengono su i palazzi sono sbagliate.

Il senso vero del paradosso è quindi che abbiamo ancora tanto da imparare. Le nostre teorie coprono una piccola parte della realtà e abbiamo davanti molto da lavorare.

Quello che succede invece, il più delle volte, è che si prova a descrivere una realtà complessa con una teoria semplificata, concludendo – guarda caso – che le predizioni non sono confermate e ricavandone che quelle stesse teorie sono inutili e sbagliate in partenza.

E’ vero, c’è sempre un margine d’ignoranza in ogni attività, che va riconosciuto e gestito. Se la teoria non è perfetta è perché non siamo capaci di produrne – o di impiegarne – una migliore. Lo scopo del tecnico è realizzare il possibile conoscendo in primo luogo i limiti dei propri strumenti. Non farlo è il più grave degli errori e vi incorrono, purtroppo, non solo i profani: anche i tecnici dimenticano spesso quali siano i limiti di applicazione delle loro teorie. Applicare una teoria molto al di fuori dei limiti per i quali è stata sviluppata equivale a tirare numeri al lotto. L’uso dei computer ha peggiorato la situazione: s’immettono dei numeri, la macchina dà un risultato, e il tecnico pigro o ignorante (non saprei quale sia peggio) non si domanda nemmeno se abbia un senso. Succede in ingegneria ma, credo, molto più spesso in economia, e spiega certe decisioni troppo drastiche e schematiche, assunte in modo acritico come risultati di una scienza esatta, per essere poi sbugiardate dalla realtà.

Il vantaggio ipotetico della “pratica” travalica le chiacchiere da strada e gli uffici esecutivi entrando anche nelle scuole e nelle accademie, dove invece non dovrebbe trovare alloggio, perché sono i luoghi dove si dovrebbe coltivare la capacità dell’intelletto di guidare la realtà, dopo averla compresa e con l’umiltà di non poter essere onniscienti, e non il passivo contrario di assecondare i fatti senza capirli. Secondo me è un palese segno di mediocrità di una parte di docenti e professori, condito con una buona manciata di presunzione che non guasta mai, anzi guasta sempre.

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Vita in ufficio e altrove

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Finestre di Manhattan

Del lavoro d’ufficio si è detto un po’ di bene e quasi tutto il male possibile. L’impiegato è diventato una figura emblematica di una certa concezione della vita e Fantozzi ne è diventato l’emblema, figura molto meno di fantasia di quanto possa sembrare. Infiniti aspetti organizzativi sono stati analizzati e risolti di volta in volta in un modo o nel suo opposto, sempre col fine di aumentare la produttività degli impiegati: uffici singoli per aumentare il confort, open space sterminati per aumentare l’interazione e il controllo reciproco, box comunicanti come soluzione intermedia, colori tenui per creare un’atmosfera rilassante o accessi per mantenere viva l’attenzione. Eccetera eccetera, ma secondo me un aspetto non è stato sviscerato a sufficienza, e invece potrebbe tornare di grande utilità.

L’ufficio è un luogo la cui psicologia merita di essere approfondita, perché se un tot di persone, abbinate tutto sommato a caso, riescono a convivere a stretto contatto per molte ore al giorno, in un ambiente tutto sommato ristretto, stando praticamente gomito a gomito per molti anni, e sono capaci di farlo in modo tutto sommato pacifico, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, e qualche volta diventando perfino amici, allora forse se ne può trarre qualche insegnamento utile a più ampio spettro, per rendere meno conflittuale il clima di altri consessi, come condomini e vicinati, e magari indicare strumenti per la convivenza anche comunità più ampie, e perfino gli stati.

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Indegnamente, provo a dare qualche idea a riguardo, lasciando agli specialisti di riempire le pagine dei volumi, più di quanto sia già avvenuto.

Il primo aspetto che viene in mente è che per stare insieme, per sopportare il prossimo, è necessario un utile. Nel caso dell’ufficio, il ritorno fondamentale è chiaramente lo stipendio, poi ce ne sono altri variamente collegati a questo, come la possibilità di fare carriera.

C’è poi un aspetto di rassegnazione, o meglio di mancanza d’alternativa: se è questo che devo fare, allora conviene che mi organizzo perché vada avanti nel modo più gradevole – o meno sgradevole – possibile. La maggior parte delle persone cominciano a considerare intollerabile il loro ambiente lavorativo quando individuano, o fantasticano, un’alternativa possibile.

Mi ricorda l’esperienza, per certi versi analoga, del servizio militare, che ho fatto in età relativamente tarda. Ci dividemmo, noi reclute, secondo l’indole personale, tra coloro che si sforzavano di fare il meno possibile, cercando scappatoie e correndo il rischio di punizioni, e chi s’immedesimava nel ruolo, in pratica giocava a fare il soldato. Ebbene, il primo gruppo era quello più soggetto a malumori, soffriva la noia e la costrizione della caserma molto più del secondo. Nel secondo gruppo c’è anche chi ne ha ricavato qualcosa di utile: esperienze, patenti di guida, amicizie.

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Molti si appassionano al loro lavoro o almeno ad alcuni suoi aspetti. Ovviamente aiuta. Succede, anche in questo caso, quando se ne vede un ritorno, non necessariamente solo economico. La soddisfazione personale pesa al fine di svolgere bene il proprio lavoro. C’è poi un istinto umano a voler far bene le cose, soprattutto quando questo è riconosciuto dal prossimo.

Si collega a questi il fine comune, ovvero che quell’interesse condiviso può essere meglio raggiunto se ognuno fa la sua parte, o almeno non si mette tra i piedi. Si crea una soddisfazione personale nel fare bene quello che poi servirà al proprio vicino di scrivania. Questo funziona negli uffici almeno parzialmente efficienti: in tanti posti della pubblica amministrazione, invece, l’obiettivo comune su cui si coagula la maggioranza delle teste è quello di conservare lo “status quo” di fare il meno possibile e in cui nessun si aspetta risultati significativi in tempi ragionevoli. In questo caso è chi s’impegna a “produrre” che diventa la pecora nera, osteggiata e mal vista da tutti.

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De vulgari invidia

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L’invidia è un sentimento terribile, ed è l’opposto dell’empatia, ti fa vedere solo il bello dell’esistenza altrui.

L’invidia è anche meschina: si basa sull’assunto che se qualcuno ha più di te, in qualunque campo, di certo non ne ha il diritto.

E’ autocommiserativa; non riesco a ottenere quello che vorrei.

E’ il segno di una sconfitta personale, effettiva o in corso di realizzazione, perché individua una barriera insormontabile fra i desideri e la realtà.

E’ cattiva, perché desidera il male altrui, il male di chi ha quel bene che si vuole ma su cui non si possono mettere le mani. Vuole il male anche se quel qualcuno non ci ha fatto, e non desidera per noi, alcun male.

A volte ha delle attenuanti: gravi perdite sofferte, svantaggi subiti in modo incolpevole. In questi casi assume un carattere di mancanza e bisogno – d’affetti, di opportunità – più che di cattiveria.

Come tutti i sentimenti è più pericolosa quando è inconsapevole, perché allora diventa un vento che porta la vita alla deriva, qualche volta fino a conseguenze estreme.

Ma, in tutte le forme, è diffusa: quante tonnellate di carta stampata alimenta ogni giorno? La stampa gossip vive di curiosità, ma soprattutto d’invidia.

Non si vuole vedere cosa fa il famoso di turno, per curiosità morbosa o magari per capire quanto è simile o diverso da noi. No, lo si vuole cogliere in fallo, vederlo quando cade, nel momento in cui si rende ridicolo. Anche se si tratta di una foto presa da lontano e non correlata al contesto. Anche – e questo è l’assurdo del sentimento – se in tasca non ce ne viene nulla. L’invidioso cerca soddisfazioni che non lo sazieranno.

I flussi di bit pettegolari invadono la rete, sono i più cliccati sui siti, affollano le prime pagine di quotidiani che pretendono di essere seri e hanno in effetti cronache, approfondimenti, inchieste, ma raggiungono l’introito, in numero di “clik” o di ditate sugli schermi, grazie ai pettegolezzi.

Ma l’invidioso patologico non si limita a ammirare/odiare i VIP. L’invidia attraversa le strade e i pianerottoli, l’erba del vicino che è più verde, i suoi figli più in gamba, sua moglie più bona, il colpo di culo (che per forza quello è) nella carriera.

D’altra parte l’invidia è consumista: devi desiderare la roba d’altri per sperare di ottenerla anche te. Perché lui sì ed io no? Perché tenermi la mia utilitaria quando il mio vicino ha il SUV? Perché tenermi mia moglie se posso avere una donna più bella? E magari più di una?

L’invidia è un sentimento tutto legato all’avere. Dell’essere importa poco, se lo si può surrogare. Non essere belli ma avere un bell’aspetto, non essere saggi ma avere conoscenze e informazioni, soprattutto se utili per accaparrarsi beni e vantaggi. Non stare bene ma avere una buona salute, perché, almeno in parte, anche questa si può comprare, con le medicine, le cure, i cibi. Non essere sessualmente soddisfatti ma avere un’ampia vita sessuale, e magari esibirla al prossimo, far vedere di possederla. L’invidioso patologico si avvelena con le apparenze e cerca soddisfazioni in altre apparenze, e non le trova.

E l’invidia è diventata morale: non solo serve avere invidia, per individuare un bersaglio e arrivare da qualche parte, ma soprattutto bisogna fare invidia al prossimo. E’ la vera e unica dimostrazione di aver fatto qualcosa nella vita. Vincere surrogato a vivere. La vita privata dell’ex premier Berlusconi faceva più invidia che scandalo e, per anni, gli ha attirato più voti di quanti glie ne abbia alienati. Il bunga-bunga ha fatto sbavare d’invidia folle d’italiani, al punto da renderli sui ammiratori: aspetto questo che lui, a differenza di tanti suoi vocianti oppositori, aveva compreso benissimo.

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Finestre in serie

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Mi sono accorto che le schiere di finestre sono per me un soggetto fotografico ricorrente. Ogni volta che vedo una bella facciata ampia e ordinata mi viene voglia di inquadrare e scattare. La ripetizione con lievi differenze di davanzali, infissi e linee di demarcazione sà tanto di pop-art, ma soprattutto è un cliché della modernità, la produzione in serie applicata all’abitare. Modernità intesa in senso ampio, non solo industriale. Guardando bene, ogni balcone o apertura ha qualche dettaglio che lo distingue, sengno del tempo o di chi lo abita. In questa raccolta ho applicato il trucco di deformare le foto raddrizzando le linee verticali, perché questo, secondo me, questo rende più straniante la prospettiva e enfatizza il senso di ciclicità. Senza pretese di originalità assoluta, che è ormai praticamente impossibile, mi chiedo se a qualcun altro sembrano interessanti come a me.

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Venticinque aprile, non dimenticare

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In anticipo sulla festività nazionale, con profondo senso di responsabilità civile, prendendo il coraggio a due mani, pubblico una poesia che scrissi quasi dieci anni fa, sulla teoria e la realtà di questa ricorrenza. La foto è originale di quel giorno: si vede quanto sono cambiati i telefonini in questi anni.

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25 Aprile 2006

Tesa, solinga, al sol di primavera

assiste, tricolore, una bandiera.

Alla folla rada, di bimbi un coro

canta “o bella ciao”, scherzando tra di loro.

Foto in posa, con sindaco e assessori,

poi van via, ridendo, coi genitori.

 

Fiera è la voce dell’anzian che narra

di guerre, eroi, martiri, ideali e fedi.

Odon pochi, alcuni anziani, caparra

d’onor, che un dì all’anno, Aprile, concedi.

 

Maggiore l’enfasi, minori i consensi.

Nessuno dei bimbi è stato, col parente.

Ode chi vuole, e sol ciò che udir vuolsi,

ognun col suo pensier, con sua patente.

 

Seguono canti partigiani ignoti.

Vado. Stan, beati e plaudenti, i convinti.

Porte aperte al Tribunale, anzi sfondate

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E’ stato forse l’evento del giorno ieri. Ingressi controllati al tribunale di Napoli, dopo il delitto efferato di Milano, ma i varchi sono pochi e mal gestiti. Dopo ore e ore di fila, alcuni avvocati hanno perso la pazienza e forzato per entrare nel tribunale. Forzato fisicamente: nei tumulti una porta a vetri è stata sfondata e qualche ferito. Passo indietro delle autorità: si torna al “vecchio regime” di ingresso col solo tesserino per gli avvocati. Vorrei fare qualche considerazione a margine, non so se banale o già detta, ma d’altra parte questo è un blog di opinioni personali, quindi eccola.

a) Napoli è una città perennemente al limite. Nello specifico il tribunale è di norma congestionato. Ho tanti amici avvocati che mi parlano di file per gli ascensori (insufficienti, e quindi mal progettati), piani e piani fatti a piedi per risparmiare tempo, corse fra le varie sedi centrali e distaccate.

b) In questo quadro, introdurre un collo di bottiglia, per di più senza predisporre tutto nel modo adeguato – numero di varchi, di metal detector fissi e mobili, di personale addetto – avrebbe sicuramente portato il sistema al collasso. Se l’autorità, quando ha dato le disposizioni, non l’ha capito, è incompetente. Se lo temeva ma ha preso la decisione ugualmente, per non fare “brutta figura” con il governo centrale, allora è ancora di più incompetente. Nella stessa mattinata quelle code interminabili erano il segnale palese che il sistema non funzionava: deve per forza avvenire il “fattaccio” perché si faccia un passo indietro?

c) Gli avvocati non sono tutti uguali. Non tutti sono ugualmente persone “civili e ben educate” come ci si aspetterebbe dallo stereotipo del professionista. Più in generale la figura professionale dell’avvocato si è svalutata, inflazionata. I grandi avvocati di grido con la fila fuori dalla porta dello studio sono pochi, spesso hanno ereditato lo studio da generazioni precedenti di avvocati, e hanno alle dipendenze platee di collaboratori più o meno stipendiati e di praticanti istituzionalmente non pagati, che non possono permettersi di mettersi in cattiva luce. Peggio ancora i piccoli professionisti che combattono per catturare qualche cliente. Ben pochi di loro possono permettersi di perdere udienze e giornate di lavoro a causa di code insensate: cosa vai a raccontare al cliente? “La sua udienza è saltata perché è ero in coda”. Nel panorama sovraffollato, impoverito e caotico della giustizia partenopea, è difficile procurarsi clienti, difficilissimo farsi pagare e automatico perdere clienti e soldi se qualcosa va storto.

d) Infine, gli avvocati, nella loro saggezza legale, hanno implicitamente dichiarato che, in qualche caso, è lecito infrangere le leggi, se illogiche e imposte in modo insensato. D’altra parte, se la strage è avvenuta a Milano, perché mai dovrebbe aumentare immediatamente i rischi a Napoli? Per di più in una sede di tribunale abitualmente frequentata da personaggi poco raccomandabili (e magari non tutti nei panni di imputato). C’è da sperare che lo stesso tipo di comprensione si applichi agli altri cittadini, magari nei casi in cui non fanno danno al prossimo o alla collettività.

e) Ma, la cosa che, da tecnico, mi piace di più della faccenda, è che gli avvocati sono dovuti uscire dalla loro logica leguleia e ammettere, per una volta, che non tutti i problemi sono risolvibili ricorrendo all’articolo o al precedente. La superiorità della realtà fisica sulla virtualità delle carte bollate rivelata da un metal detector e una porta a vetri. In un certo senso, evviva!

L’educazione al rumore

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Stiamo facendo crescere una generazione ancora più rumorosa della nostra? Lo sospetto fortemente, e il dubbio mi è cresciuto a dismisura qualche sera fa, quando sono stato con amici in un locale con cena e spettacolo.

Prima piano-bar, mentre si mangia. Poi una mezz’oretta con una coppia comica diventata famosa in TV. Quindi un’oretta abbondante di “ballabili”. Il locale è un ex teatro, quindi adattissimo, per conformazione allo scopo. Ma gli esiti sono, per certi versi, tragici.

L’impianto audio era tarato per coprire qualsiasi altro suono, e questo fin dalla fase iniziale, quando si è a tavola e si suppone che si possa conversare mangiando. Occasione importante per un single come il sottoscritto no? Praticamente il livello sonoro è rimasto costante per tutta la serata, e pure male gestito al punto di rovinare l’esibizione di cabaret, perché gli eccessivi rimbombi rendevano le battute difficili da intendere. E, si sa, il cabaret e la comicità in generale si fondano sul rispetto rigoroso dei ritmi, spesso veloci.

Era un ristorante anche per famiglie, con tanto di animazione per i bambini come si usa oggi, in modo da lasciare ai genitori un paio d’ore di tranquillità (non uditiva, beninteso). Una delle animatrici aveva un microfono con un altoparlante a batteria attaccato alla cintura, per riuscire a farsi sentire dagli animati pargoli.

Abbiamo bandito il silenzio dalle nostre vite, ormai stabilmente. Per i nostri antenati la notte era il luogo del silenzio assoluto, e per questo, a maggior ragione, del mistero. Ma anche il giorno era spesso caratterizzato da silenzio, o da suoni lievi. Se la giornata era serena, subito fuori dal villaggio potevano esserci pochi decibel di fruscii nell’aria e poco più. Noi abbiamo invece imparato che il progresso significa rumore, un sottofondo sonoro perenne e imprescindibile che permea ogni momento, senza interruzione. La città è rumore, la comunicazione è urlo. E ci siamo assuefatti.

Per l’uomo moderno e “evoluto” il silenzio è anormale, anomalo, crea sgomento, me ne rendo conto, non riesce a sopportarlo, deve distruggerlo. Appena entra in casa, dopo una giornata di lavoro in un’open-space affollato di telefoni in viva voce o davanti a uno sportello o bancone per utenza rumorosa, per prima cosa accende la radio o, meglio ancora, la TV. Se corre al parco deve mettere gli auricolari. Ce ne sono anche per il nuoto. Le palestre risuonano di musica, eppure tanti preferiscono la propria nelle orecchie. Suono continuo che attenuta i pensieri e cancella quello che si trova a pochi passi, che tiene concentrati sullo scopo del momento e impedisce alla mente di vagare altrove, incontrollata. Con l’aggiunta degli schermi dei telefonini è diventata una realtà virtuale perenne, che assorbe l’attenzione e attenua la percezione della realtà reale.

La tecnica assomiglia in modo sorprendente a quella dell’imbonitore o dell’imbroglione di strada, che deve parlare di continuo per impedire alla vittima di turno di raccogliere i pensieri.

Su questo tappeto di stimolazioni uditive (e non solo) continue, in questa overdose uditiva permanente, un segnale emerge solo se è più forte. Per farsi sentire bisogna urlare, alzare il volume. Oltretutto è diventato facile: gli altoparlanti da molti Watt non costano poi molto. E’ la tecnologia, bellezza, e, per quanto si dica, l’energia è ancora a buon mercato. Si fa sentire chi urla di più, per cui alla fine urlano tutti. Chi si lamentava delle strade rumorose di Napoli o del trambusto dei mercati africani si ritrova con una civiltà che fa dell’altissimo volume acustico la sua bandiera.

Così anche il divertimento deve essere rumoroso, oppressivo, non lasciare spazio a altro, preconfezionato. D’altra parte anche i brani a richiesta sono un po’ sempre gli stessi. I bambini è bene che si abituino, sin da piccoli, e che perdano l’udito presto, altrimenti si ritroveranno disadattati. Per il silenzio restano, al più, i monasteri.

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Dei delitti automobilistici

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Sull’onda mediatica di tragedie recenti e meno, si farà forse la legge sull’omicidio automobilistico e, da automobilista, sono un po’ preoccupato sulla sua applicazione.

Non sono contrario alla legge in se, sia ben chiaro. La responsabilità personale è un principio che dev’essere recuperato, mentre nell’Italia contemporanea sembra un’idea fuori moda, addirittura estraneo, una specie di retaggio feudale o di strana abitudine nordica. Temo però che, nel nostro modo nazionale di procedere, che definirei schizofrenico, si arrivi d’infilata all’estremo opposto, ovvero a un intermezzo di facili condanne per ogni caso dubbio di morte stradale.

Mi spiego: sono sempre preoccupato quando guido, e lo faccio, per necessità, quasi tutti i giorni. Mi considero un guidatore prudente, vado sempre piuttosto piano, raccogliendo a volte gli allegri lazzi dei colleghi; faccio controllare l’auto regolarmente in officina; non messaggio o telefono e neppure rispondo quando il cellulare squilla. Eppure so benissimo che basta una frazione di secondo di distrazione per buttare sotto qualcuno.

Gli stessi pedoni sono, spesso, tutt’altro che attenti. C’è sempre qualcuno che attraversa la strada all’improvviso, in un punto qualunque della strada, confidando, per la sua stessa sopravvivenza, sulla buona sorte e sulla qualità dei miei riflessi e del mio impianto frenante. Guidare in città è tutto un dare di freno e buttare l’occhio in ogni direzione, perché in un attimo puoi trovarti qualcuno davanti. Il motorino che s’insinua davanti al muso dell’auto, in equilibrio precario, è la prassi piuttosto che l’eccezione: se mi finisce sotto al cofano sono io l’assassino, nel caso che la sua famiglia sia in grado di trovare un legale migliore del mio?

OK combattere la guida sotto l’effetto di alcol o di altre sostanze, condannare i comportamenti sconsiderati (che, come ho già detto, non sono solo degli automobilisti), incarcerare chi, per questi motivi e altri affini, crea danni al prossimo e alla collettività, ma, per piacere, evitiamo le etichette da “sbatti il mostro in prima pagina” e l’equazione da titolista demente (morto in strada) = (automobile killer). Insomma, se ammazzo qualcuno mentre mando un SMS, mettetemi pure in galera, ma se me lo sono trovato davanti all’improvviso, magari anche fuori dalle strisce, per piacere valutate una seconda volta la situazione.

Insomma, non ho fiducia nell’equilibrio del legislatore e dell’applicatore della norma, delle interpretazioni colpevoliste, della caccia al colpevole per ogni morto della strada perché “qualcuno deve pagare per questo”, e infine del contorto sistema giudiziario italiano.

Massimo rispetto per il dolore di chi ha perso un suo caro in circostanze terribili, e spesso con dolo o colpa grave di qualcuno che è pure rimasto impunito: ma, proprio alla luce di questo rispetto, non chiedete a chi soffre di stilare i principi della legge. E’ la stessa assurdità di quando, qualche anno fa, si chiedeva ai parenti delle vittime di terrorismo di “perdonare” gli assassini, come giustificazione morale di amnistie e alleggerimenti di pena da parte di uno Stato incapace di assumersi le sue responsabilità. Ho sentito dire, da sostenitori della nuova legge, che “l’automobile è un’arma”. Ecco, vorrei che non passasse questo concetto, perché allora ogni automobilista diventa di colpo un sospettato d’omicidio, una specie di presunzione di colpevolezza: a lui l’onere di dimostrarsi innocente chiarendo la dinamica dell’incidente, contro l’onda irata dei familiari della vittima e dei suoi legali. L’automobile è, fino a prova contraria, un mezzo di trasporto, così come la bottiglia è un contenitore per liquidi, fino a che qualcuno non decide di spaccarla in testa al suo vicino.

Ma forse la mia preoccupazione è insensata: l’Italia è il Paese delle pene draconiane per tacitare l’opinione pubblica e dove le revisioni automobilistiche non sono quasi mai una cosa seria.

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La Madonnina di Pietro Castellino

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Via Pietro Castellino a Napoli è il principale, ripido collegamento fra il Vomero e il quartiere collinare, dove la città di Napoli si è espansa nel corso del boom economico e demografico degli anni ’50 e ’60, inglobando la rada edilizia agricola e nobiliare dell’epoca precedente. E’ oggi particolarmente nota per il ponte che la sovrasta, nella parte alta, è che è stato, anno dopo anno, il luogo scelto da numerosi suicidi, per porre fine ai loro giorni terreni. In effetti offre un discreto panorama, un’altezza adeguata ed è abbastanza tranquillo da dare il tempo di fare gli ultimi gesti senza troppa fretta.

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Al guaio ha posto rimedio l’amministrazione solo di recente, con una rete che, se impedisce di buttarsi di sotto, ha degradato di molto l’aspetto del ponte. In effetti è uno di quei casi in si è badato alla funzione pratica e all’economia trascurando completamente l’estetica, aspetto che pure dovrebbe servire al decoro urbano e a tenere alto il morale dei passanti.

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Ma non è questo il tema che volevo approfondire. Proprio sotto al ponte c’è una piccola nicchia, di fatto nulla più di un blocco di tufo mancante nel grande muro laterale di sostegno, che è diventata un’edicola sacra spontanea. Si trova in un punto poco visibile, protetto a valle dai pilastri del ponte e a monte da una curva della strada. E’ un po’ fuori dalle aree in cui passo quotidianamente ma qualche volta mi ci allungo quando ho voglia (e tempo) di passeggiare un po’. Trattandosi di una realizzazione estemporanea, è interessante vedere come cambi nel tempo.

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A Napoli le edicole sacre non sono rare, come nota subito qualsiasi turista. Quello che è interessante notare è come siano ancora oggi vicine alla sensibilità popolare, nonostante il sentimento religioso si sia per tanti versi affievolito, qui come altrove. Non mancano quasi mai di fiori e di qualcuno che, apertamente o nascostamente, si prenda la briga di pulirle e tenerle in ordine. Ci sono poi le rutilanti esibizioni di simboli religiosi in forme vistose e dimensioni esagerate, più esibizioni pacchiane di forza economica che di impulsi spirituali. Ma questa nicchia spontanea mi ha fatto sempre una sensazione particolare, proprio perché non è istituzionale, non ha “sponsor” come si dice oggi. Chi se ne prende cura non se ne fa una pubblicità. E’ rivelatrice di bisogni più intimi, della necessità di avere qualcuno a cui affidarsi e a cui raccomandare i propri cari.

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E’ tutt’altro che unica: poco più in basso una semplice scatola di polistirolo è diventata una mini-edicola che persiste ormai da parecchio. Questa ha una localizzazione particolare, tuttavia, discosta dai negozi e dai portoni delle case, ha un senso più intimo.

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La prima presentazione de “Il Mediatore”

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Il mio romanzo “Il Mediatore” stava correndo il serio rischio di ottenere un primato molto raro in Italia: era passato quasi una anno dalla pubblicazione senza che se ne fosse tenuta una presentazione pubblica.

La prassi della presentazione, nata come evento pubblicitario, è diventata una pratica obbligatorioria, un rito di passaggio necessario in cui l’autore si sente pubblicamente riconosciuto come scrittore. E’ una domanda che mi sono sentito fare: “Ah, hai pubblicato un libro? E dove l’hai presentato?” Certo non tutte le presentazioni sono uguali, ci sono quelle sontuose con giornalisti e sale gremite e lunghe file per le dediche con migliaia e migliaia di copie in attesa di inondare gli scaffali di continenti di librerie, e le piccole soddisfazioni da scrivano ignoto che si pagano con l’affitto di un locale, possibilmente in una libreria e con l’allestimento di un piccolo buffet.

Tuttavia non mi andava di pagare per far sapere del mio libro a amici che ne erano informati in ogni caso (quanto sono taccagno!) e, dopo le reiterate ma finora vane promesse di un paio di associazioni culturali con cui sono in contatto, mi ero ormai messo quasi l’animo in pace. D’altra parte scrivo di fantascienza: devo essere rivolto al futuro, al Web, e chi se ne frega degli autografi!

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Finché il caro amico Vincenzo Pianese, presidente della compagnia teatrale “Erga Omnes”, è venuto a salvarmi dalle ambasce, proponendomi di presentare Il Mediatore in uno degli incontri della rassegna teatrale Voci Vivaci, organizzata assieme all’associazione ALI, e in particolare quello di domenica scorsa, 1 marzo 2015.

E, in effetti, mi sono divertito e non poco. Il libro ha suscitato diverse curiosità. D’altra parte gli alieni che bazzicano nelle antichità partenopee, abituate a ben altre presenze materiali e immateriali, sanno un po’ di strano, difficile lasciarli passare senza degnarli nemmeno di uno sguardo.

E mi sono divertito pure come semplice spettatore. Riporto per copia-e-incolla la scheda della commedia in due atti che è seguita, e che è stata recitata ottimamente. Apprezzo sempre di più queste compagnie amatoriali.

Titolo: “La reliquia di Santa Giacinta”

Compagnia: “Ma chi m’’o ’ffa fa”

Autore: Luciano Medusa

Genere: Brillante

E’ la storia di una prostituta extracomunitaria che si ritrova a Napoli, attirata da un uomo senza scrupoli che la costringe al mestiere più antico del mondo.

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In qualche modo riesce a racimolare i soldi per comprare un biglietto aereo per tornare al suo paese. Fugge dal suo aguzzino, rifugiandosi nella Parrocchia di Santa Giacinta, dove trova Peppino, il sacrestano, che tenterà in tutti i modi di aiutarla a fuggire. Nella parrocchia però c’è un intenso viavai e Peppino deve faticare non poco a nascondere la ragazza provocando tutta una serie di situazioni comico-surreali con un esilarante colpo di scena finale.

Tempo ordinario

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Le giornate ordinarie sono fatte di eventi ordinari, che lasciano presto posto libero nella memoria. I neuroni volatili passano presto ad altro, quelli della memoria stabile si fissano sugli eventi singolari. Eppure la storia umana è fatta da un numero enorme di eventi ordinari e da pochissimi fatti speciali.
Contrariamente a come appare dai libri di testo, la storia si costruisce nell’ordinario, che è il suo tessuto connettivo, la base su cui può sorgere il pinnacolo dell’evento “storico”. Ma il tipo di realtà che può sorgere non è indipendente dal fondo su cui può fare presa.

Forse per questo è importante operare con coscienza nel quotidiano, anche quando non sembra immediatamente utile. Non è sufficiente per cambiare il mondo ma ne è il presupposto necessario. Lascia la porta aperta, per così dire.

Parlo di coscienza e non di onestà formale. D’altra parte sappiamo che anche il male è fatto, in gran parte, di ordinario. Gli esecutori degli ordini di Hitler, per dire, erano in gran parte dei grigi burocrati, con una casa, moglie e figli, magari un cane da accarezzare, amici da vedere nel tempo libero e occasionali scampagnate nel fine settimana. Grigi travet dell’olocausto per i quali far partire un carro piombato, confiscare gli averi di qualcuno, accendere un crematorio era come quietanzare una fattura o mettere in bella copia la corrispondenza del giorno. “Ho fatto il mio dovere” era la loro risposta a Norimberga.

Anche oggi le correnti di violenza scorrono sottotraccia, come rivoli carsici che passano inosservati, ognuno apparentemente innocuo o appena fastidioso, preso a se. Eppure, apparentemente all’improvviso, collidono e emergono come un geyser, e allora fiumi d’inchiostro e di bit, di stupore, sorpresa, orrore e analisi.

Il fronte opposto funziona in modo analogo: quanti benemeriti si sono stupiti quando hanno ricevuto riconoscimenti, non sentendo di aver fatto qualcosa di speciale. Tanti non hanno mai ricevuto ne richiesto lodi. (Mi viene in mente un brano del Vangelo, chi si ricorda quale?)

Servirebbe una storia sociale, una storia dell’ordinario, per capire i fatti, ma è difficile perché molte volte, nel bene come nel male, la sostanza non fa notizia.

Click now on the Weird link in the News!

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La passione per la scienza e l’attenzione alle stranezze. Fin quando è utile e quando diventa patologica?

L’insolito attira l’attenzione e suscita curiosità. I motivi ci sono: ciò che è anomalo può essere un’opportunità da sfruttare o un rischio da evitare, di sicuro qualcosa da valutare. Da un punto di vista scientifico l’anomalia è utile, perché aiuta a individuare le falle in una teoria e a evidenziare i veri legami di causa ed effetto tra le cose, spesso mascherati dall’uniformità.

L’insolito è la pietra di paragone delle nostre convinzioni e spesso il gradino in cui inciampano. C’è chi lo nega, chi lo bolla come innaturale, e anche chi ne fa collezione.

Ma la passione per cercare l’insolito a tutti i costi rischia di diventare un vizio. Mettere il mostro in vetrina è un’azione che si è sempre fatta, in ogni epoca storica e nelle più diverse civiltà. Chi viene a ammirarlo di solito non impara nulla, semplicemente si stupisce, ride, prende in giro, tratta lo strano fenomeno come un qualsiasi divertimento o passatempo: dopo pochi minuti ne ha abbastanza e torna alla sua vita ordinaria. Le novità sono il nutrimento dell’intelletto, tuttavia credo che ci sia anche qui una differenza fra cibo buono e junk food. Come per l’alimentazione, la differenza credo sia in cosa ne resta: conservazione o degrado della salute fisica e mentale, aumento di conoscenza o perdita di tempo o peggio.

Internet coltiva alla grande la passione per lo strano e lo stupefacente, proprio col senso di qualcosa che attira l’attenzione in fretta e altrettanto in fretta la rilascia. Deformità, dimensioni insolite, forme strane naturali e artificiali sono cercate e esibite in un modo che non facilita il passaggio dalla sorpresa alla comprensione, perché il sito è interessato solo alla risposta istintiva, immediata, pre-razionale, compulsiva.

Internet è tutta un conteggio di cliccate, una gara a chi ha il maggior numero di visitatori, un inseguirsi a chi ce l’ha più lungo, l’elenco dei commenti e dei “follower”, e per raggiungere l’obiettivo deve convincere l’utente di passaggio in una frazione di secondo, in modo compulsivo.

Lo strano, di fatto, ha lo stesso ruolo del sesso e, a modo loro, dei gattini carini. Con un difetto in più: quello di bollare immediatamente quello che si esibisce come “anormale” e quindi togliergli dignità. Basta leggere i commenti.

I siti cosiddetti seri non fanno eccezione: quotidiani e riviste d’informazione, raccolte di notizie e commenti devono fare numeri, per emergere nelle ricerche e fare ancora più numeri, e infine per vendere meglio i loro spazi pubblicitari. Perfino i siti dedicati alla divulgazione scientifica sono diventati una raccolta delle stranezze dell’universo visibile, spesso con spiegazioni minime o assenti. Il “weird” e lo “shocking” sono diventate le parole d’ordine di articoli e link. Junk food cerebrale che sazia per un breve momento ma non aumenta la conoscenza del mondo, lascia un senso di confusione e fa venire presto nuova fame.

I termini sono abusati, è chiaro. Il maltempo è sempre una “morsa del freddo” e i reati sono tutti “raccapriccianti”, a cominciare dallo scippo della borsetta della vecchietta all’ufficio postale. In mancanza di meglio si lavora sui titoli. Tuttavia non ci si ferma davanti allo strano vero: malattie, conseguenze d’interventi chirurgici, violenze su esseri umani e animali, deformità congenite o acquisite, ostentate o subite.

Non che lo strano vada eliminato, beninteso. La variabilità, anche estrema, fa parte del mondo che conosciamo e ha pieno diritto d’esistenza e dignità. Proprio per questo andrebbe compresa, non esibita. Interpretata. Collegata e non slegata dal contesto.

Ma, alla fine, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta solo di tornare a ridere delle deformità, come ci dicono che avveniva nel vituperato (e spesso falsificato) Medioevo.

Come va il commercio? Ma soprattutto dove?

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Qualche osservazione sull’evoluzione delle attività commerciali dalle mie parti.

Parlo delle parti della città che frequento, ovviamente, senza pretesa di generalità, come pura testimonianza, e spero che contribuisca a realizzare un quadro generale.

Dunque, cominciamo le osservazioni. I normali negozi vanno diminuendo, molti aprono e chiudono dopo pochi mesi, anche dopo costose ristrutturazioni. Solo qualcuno dei riferimenti storici della mia adolescenza mantiene la vecchia ragione sociale. La velocità del fenomeno è impennata nel corso della recente crisi. Molte saracinesche rimangono calate a lungo, spesso per mesi, talvolta addirittura per anni.

Anche il numero dei supermercati si sta riducendo: uno particolarmente grande, ben fornito e con buoni prezzi sta tagliando le gambe ai normali supermercati di città.

Invece aumentano di giorno in giorno, o quasi, il numero di bar e di posti dove andare a mangiare qualcosa con pochi euro. In misura minore cresce il numero delle pasticcerie.

Sicuramente la saracinesca abbassata da’ il segno concreto della crisi. Ma andiamo a discutere i motivi.

In compenso alcuni commercianti da cui mi servo “storicamente” – preferisco andare negli stessi posti, quando posso: mi sento quasi a casa – hanno dichiarato un’annata non eccezionale ma nel complesso più che discreta. Meno male.

I banali: c’è la crisi e la gente spende meno. In più la grande distribuzione mette in crisi i piccoli esercizi, quando questi non si costruiscono una clientela e un’offerta particolare. Mette in crisi anche la “vecchia” grande distribuzione, che aveva una taglia più piccola e con cui i “piccoli” riuscivano a trovare una forma di convivenza. Il nuovo supermercato rionale è un asso piglia tutto per la spesa quotidiana: edificato al posto di un parcheggio a pagamento, è sempre pieno, ci si può fare tutta la spesa in un colpo solo senza girare tra i negozi, con ampia scelta, buona qualità, panini sempre freschi e prezzi in linea o inferiori agli altri.

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I meno banali: ancora non è sparita l’idea che un figlio squinternato si possa sistemare, facendo qualche sacrificio, aprendogli un’attività commerciale non troppo difficile da gestire. Una cartoleria o una piccola rivendita di articoli casalinghi o d’abbigliamento a buon mercato poteva servire a creare un lavoro a un giovane senza arte ne parte e neppure troppa voglia di faticare oltre il minimo sindacale. Con qualche lira in più, un negozio di elettrodomestici poteva andare ancora meglio: maggiore investimento iniziale ma ritorni economici più sostanziosi.

I prodighi genitori che si lanciano in quest’impresa per redimersi da pregresse incapacità educative o per salvare da se stesso un figlio dalla testa particolarmente volatile si ritrovano oggi, molto più che in passato, a rimetterci “terzo e capitale”, come si dice dalle mie parti.

C’è poi un altro guaio locale, ma credo comune a altre zone cresciute in fretta dopo il “boom” degli anni ’50 e ’60: gli affitti e la concentrazione delle proprietà.

I locali commerciali, così come tanti appartamenti, sono nelle mani di relativamente pochi proprietari, ognuno dei quali preferisce tenere alcuni “quartini” chiusi piuttosto che abbassare l’affitto richiesto. Si tratta di una sorta di cartello non scritto ma di fatto: i prezzi delle case e gli affitti non scendono con la crisi, perché i proprietari non hanno bisogno di “piazzare” tutto: guadagnano di più tenendo sbarrata qualcuna delle loro tante proprietà ma mantenendo alti i prezzi per tutte le altre. Più di un’attività commerciale, di fronte al calo dei profitti, si è trovata costretta a ridurre i metri quadri, unica maniera per alleggerire il fardello della “pigione” e allontanare la bancarotta.

Come si potrebbe risolvere? Sono contrario agli espropri proletari. Forse una tassazione più gravosa sulle proprietà non affittate? Non saprei.

Altri problemi “collaterali”. Mi sa che i commercianti delle mie parti “pagano” un po’ tutti, non so se mi sono spiegato. Non c’è da scandalizzarsi: succede dappertutto. Un paio di vetrine sfondate da camion “casualmente” saltati sul marciapiede e incendi “accidentali” a pochi giorni dall’inaugurazione e sotto le feste sono indizi importanti. Sommato a affitti, tasse e altre spese, può stroncare un commerciante già al limite.

Di contro si registra, come dicevo, un forte incremento di bar, pizzetterie e affini. I bar soprattutto si sono moltiplicati. Non capisco bene le ragioni. Salumerie, boutique, cartolerie sono diventate bar, gelaterie e caffè. Molti sono della stessa proprietà, diramazioni l’uno degli altri. Sempre più spesso accompagnati da tavolini esterni e dehors. Alcuni sono aperti fino alle ore piccole, per la felicità di chi ci abita sopra. Altrove impazza la moda delle tragiche patatine fritte. Di certo il caffè preso al bar è l’ultimo piacere a cui si rinuncia, anche in tempo di crisi. Magari il gelato col cono di patatine è il sostituto a uscite economicamente più impegnative. Qualcuno più malizioso insinua che molti di questi locali siano il re-investimento più pratico dei beneficiari dei “pagamenti” di cui sopra. Non mi sembra improbabile ma pochi si sbilanciano. Tuttavia sembra strano che il numero di caffè consumati fuori casa possa moltiplicarsi con il ritmo dei locali che si aprono. E’ una nuova bolla destinata a scoppiare? Lo vedremo presto.

C’è poi il fenomeno dei supermercati cinesi, sorta di discount di tutto che vivono su prezzi e qualità infimi e sulla capacità di quella gente di lavorare a oltranza. Hanno preso il posto di altre attività commerciali, ma, richiedendo di spazi notevoli, anche di boutique qualificate e di discoteche storiche. Non credo che abbiano spuntato affitti più umani dei piccoli commercianti e imprenditori “nazionali”.

Quelle parole così poco Social

Insulto classico da muro, precursore del turpiloquio da rete

Insulto classico da muro, precursore del turpiloquio da rete

I “social media” hanno moltiplicato l’uso delle parolacce. E’ chiaro il motivo, si possono utilizzare in modo anonimo, si può diffondere qualcosa scritto da altri e quindi di cui non siamo direttamente responsabili, alla fine è divertente, quasi sempre strappano una crassa risata o almeno un accenno di sorriso. E’ la provocazione a buon mercato, la “trasgressione” alla portata di tutti. E’ anche meno faticoso che scrivere sui muri. Ma le parolacce, il loro uso generalizzato, fanno parte di avvilimento del linguaggio e di conseguenza del pensiero.

La parolaccia può essere arte, perfino cultura, è popolare e può sottolineare un concetto meglio di una lunga espressione dotta. E’ come il dialetto: in certi contesti è inevitabile e esprime molto più di una lunga espressione in lingua. Ma si tratta di usi ragionati, specifici, risultato di una elaborazione, potremmo dire eccezioni. Nella maggior parte dei casi sono scorciatoie, corti circuiti del pensiero che tagliano corto sul problema per arrivare a una conclusione facile. Scuse banali per pensare di aver pensato e chiudere rapidamente il problema, generalmente avendone capito meno di prima. Anestetici del pensiero.

Non credo che su Internet sia davvero possibile convincere qualcuno: di sicuro meno che con un dialogo faccia a faccia, cosa che già evito accuratamente di tentare, ma l’uso dell’insulto, dell’offesa generica ha esattamente l’effetto contrario, irrita e sclerotizza i punti di vista, li trasforma in fazioni contrapposte. Chi si sente insultato non si apre certo al ragionamento, piuttosto si rintana nelle sue convinzioni come entro le mura di una fortezza.

Ancora più inutile è l’insulto generico, quello senza un destinatario preciso, come quando si parla dei “politici” o dei “responsabili” o, peggio ancora, di “chi ha fatto questo”, per non parlare dei “poteri occulti”. Crea quel piacevole stato di rabbia e ottiene, a buon mercato, quella presunzione occidentale per cui se parli di qualcosa, in qualche modo quella si realizza.

La cosa che mi è sembrata strana è che spesso gli insulti più impronunciabili li leggo sul profilo di gente che conosco personalmente come estremamente moderata e tranquilla, che mai mi immaginerei a pronunciare quelle parole di persona, alla luce del sole. Internet tira fuori il peggio dei singoli, un po’ come l’automobile, in cui diventiamo tutti nervosi e irascibili. L’espressione è limitata alla riaffermazione delle proprie convinzioni contro tutti e contro tutto, a prescindere da qualunque confronto.

Serve per sfogarsi, è vero, ma è un cane che si morde la coda: l’irritazione raramente sfuma e rinasce negli altri lettori. Ognuno s’impegna a riversare il proprio carico di irritazione e insoddisfazione sul prossimo (1).

Si svela in pieno, sul web, il fanatismo personale, quello che in altre circostanze è represso o almeno attenuato dalle convenzioni sociali o dal timore delle conseguenze di un confronto faccia a faccia. Si dice quello che salta in mente, senza pensarci sopra. L’insulto esclude l’autocritica, condanna senza appello, crea spazio alla risposta di pari tono. Come una scazzottata virtuale, contro un avversario spesso anch’esso virtuale: nessuno si fa fisicamente male e si può proseguire a oltranza, fino allo sfinimento. Evito di affrontare il discorso dei troll: facile estendere il ragionamento, ma osservo come la cattiva conoscenza della lingua italiana peggiori l’inclinazione verso le frasacce a effetto: non si può usare bene uno strumento che non si conosce.

Forse ha ragione Einstein, il pericolo è quando la tecnologia si evolve più velocemente della cultura, intesa come capacità di usarla. Forse, a onta dei libertari senza se e senza ma, Internet dovrebbe essere nominale, ogni affermazione portare il nome e cognome della persona che la pronuncia, senza nick (il mio, peraltro, è facilmente svelabile, con tutti i riferimenti che ho messo sul blog). O forse è soltanto un gran balletto, il pozzo di confusione in cui affondare gli istinti, tanto poi l’effetto è nullo. Tranne quando, per fortuna di rado, qualcuno impazzisce sul serio e vuole mettere in pratica, nel mondo fisico, quelle minacce sanguinolente così tanto insistite nel lieve universo dei bit.


Nota 1) Non che gli stucchevoli messaggi che invitano a vivere meglio e a godersi il momento siano gran che meglio, ma faranno parte, forse, di un altro discorso.

Chi tocca il Grillo sparlante… è brutto e cattivo

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L’altro giorno mi sono divertito a battibeccare su Twitter con dei simpatizzanti del Cinque Stelle, Sarebbe stato educativo, se non fosse che già mi aspettavo la reazione.

Per la verità ho cominciato io: ho risposto a un Tweet costituito dal testo “fatemi capire” e da un’immagine contenente un testo (vecchio trucco per dare più enfasi e lunghezza al tweet), che recitava: “Solo quest’anno scandalo Mose, Scandalo Expo, Mafia capitale, ed è Grillo a far paura?”

La mia risposta è stata: “Grillo fa paura? Magari. Purtroppo fa ridere”.

Ho un po’ esagerato: mi piaceva molto Grillo quando faceva ridere. Ancora mi sbellico sui vecchi filmati di “Te la do io l’America”, un capolavoro comico-umoristico!

E si, lo so, un po’ me la sono cercata, ma coincide abbastanza bene con quello che penso: fino a che i M5S continueranno a scannarsi tra di loro faranno davvero poca paura alla politica consolidata, e in futuro andrà peggio.

Prima risposta: “Spiegati”. Pensavo di essere stato chiaro. Mi sono spiegato: “Grillo poteva cambiare l’Italia, si è ridotto all’eterno Aventino del “noi non c’eravamo””.

Risposta iper-difensivista: “Come avrebbe fatto a cambiare? E’ stato più dignitoso non allearsi con questi parassiti! Lui l’ha capito prima di noi!”

Il che, secondo me, conferma esattamente quello che dicevo io: ovvero tenersi fuori dai giochi per potersi atteggiare a quello che urla. E riconoscersi nel para-guru senza se e senza ma. Ma un altro, non pensandola come me, commenta “brava”. E poi ancora: “Grillo è solo il garante di un Movimento. Se ci sono stati errori, la colpa è di tutti noi”.

E daglie, come dicono alla Sorbona. Avevo quasi pensato di lasciar perdere, ma poi ho pensato che no: “Ma quale garante, Grillo è l’immagine e il dittatore a metà del movimento”. A metà, chiaramente, o forse qualcosa in meno, perché la titolarità vera ce l’ha il para-guru Casaleggio. Ma la brevità dello strumento non consente approfondimenti dialettici: il gioco è proprio suggerire, lavorare sui riferimenti.

Ovviamente in questo modo mi sono esposto:

“Libero di pensarla come vuoi! La dittatura c’e’ già un governo con 13 voti di fiducia non credo sia DEMOCRATICO!”

“Grazie al voto di tutti i partiti eccetto SEL e M5stelle”.

“Mi sembra che i voti di fiducia siano ben di più di 13!”

“Hai ragione! Sono talmente tanti in meno di un anno che ho perso il conto!!”

Rispose mie, che oramai avevo deciso di dirla tutta. “E col tipo di opposizione che fa il #m5s cosa ha ottenuto? Aumentare gruppo misto?”, “Se aspettate di cambiare il paese con la maggioranza assoluta state freschi”.

La mia prima oppositrice, effettivamente la più moderata, ha chiuso con un: “Non ho intenzione di farti cambiare idea! Quindi rimani pure della tua opinione! Un saluto!” Mi ha colpito positivamente. Ma gli altri, che erano subentrati a supporto, non hanno mollato la presa:

“Il nostro amico non capisce che senza m5s molta merda sarebbe rimasta sepolta”. E poi ovviamente l’accusa infamante: “Probabilmente per lui va bene, la merda. Integrato al sistema”. Per lui è evidente che il sottoscritto, come chiunque non aderisca alla sua ortodossia, sia per forza un pagano mangia-bambini e un accolito prezzolato del regime.

Ma oramai c’ero dentro e ho preferito togliermi l’ultimo sfizio: “infatti a Roma avevate denunciato tutto alla magistratura vero? Che volpi!”

Il che ha messo a nudo il mio interlocutore di turno: “Il sistema va scardinato o altrimenti il #MARCIO contamina #m5s! Vedi #ROMA”. Duri e puri fino all’ultimo, fino alla denuncia di genitori e figli sull’altare del sacro blog.

Ovviamente, per tutto il tempo si sono ritwittati fra loro, in modo da diffondere il verbo.

Insomma perché prendermela con i 5 Stelle quando a rubare sono altri? Per almeno due motivi: a) Perché mi va e non voglio essere benaltrista e b) Perché non servono! La conferenza stampa con le arance sulla tavola, dopo che lo scandalo di Roma è emerso, è una pagliacciata! A Roma dove sono le loro denunce? Che utilità hanno le loro pagliacciate in Parlamento, il loro perenne tirarsi fuori, se non mettere armi nelle mani di Renzi e i suoi? Che mi interessa che restituiscano il vitalizio se poi l’unico loro impegno è ripetere le affermazioni che fa Grillo sul blog?

Ma anche, come posso fidarmi di qualcuno che è convinto di possedere la purezza e la verità e la virtù civile mentre tutto il resto è automaticamente merda? Che considera l’insulto – ovvero la violenza verbale – uno strumento di uso comune? Che non guarda in faccia un amico il giorno dopo che una votazione su un blog gli ha ordinato di fare così? A me puzza di fascismo in erba. Ha anche qualcosa del bispensiero orwelliano.

E poi quale sarebbe l’obiettivo di un partito (NDR: per me un movimento che si presenta con propri candidati alle elezioni è, per definizione, un partito) che accorpa al suo interno no-Tav, fautori del movimento del piccone, sciachimisti e giustizialisti, incazzati per le tasse e incazzati per gli evasori, anti-sistema e pro-ripresa economica, anti-Euro radicali e Euro-si-però, tutto tenuto insieme da una sorta di sentimento politico-settario? La sintesi è nel profilo di uno dei tanti personaggi con cui ci si può imbattere nei social: “sto’ con Beppe Grillo. chi non sta con lui.. compresi parlamentari. si facciano da parte. il M5S e’ onesta’.chi cambia idea… fuori”. Mi auguro che in un futuro, possibilmente prossimo, rileggendo queste parole, si vergogni un pochino di se stesso.

Insomma battibeccare con i 5 stellati, che rischiano di diventare 4 gatti, non serve a niente, ma può anche essere divertente.

Scrivere a mano e a tastiera

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L’elettronica e l’informatica hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni, probabilmente lo sviluppo più veloce che la storia della tecnologia umana abbia mai visto, e in tanti non riescono a stare al passo. Non solo molte persone anziane – non tutte per la verità – ma anche tanti giovani stentano a comprendere e apprezzare le nuove tecnologie. Per non parlare dei politici, che, non capendo di cosa si tratta, si buttano avanti sulla base di un sentito dire o di una consulenza nella speranza di ricavarne qualche vantaggio.

E infatti l’altro rischio grosso che possiamo correre è quello di sopravvalutare le reali possibilità di computer, tavolette tattili e affini. Forse proprio l’eccessiva velocità trascina chi si lascia impressionare, e il marketing fa il resto. Per paura di restare indietro prendiamo lo slancio più forte di cui siamo capaci e quindi rischiamo di trovarci avanti, drammaticamente e qualche volta fantozzianamente avanti, come chi si mette un pataccone con uno schermo luminoso al polso e cerca pure di fare in modo da farsi vedere da tutti.

Ma i discorsi in astratto valgono a poco, conviene che arrivi subito al movente di questo mio ragionamento. Da quello che leggo e a meno di smentite o di cattive interpretazioni giornalistiche, a partire dal 2016 nelle scuole finlandesi non si insegnerà più ai bambini a scrivere a mano, ma solo a digitare testi in maniera rapida e efficiente. Mi è sembrata una decisione quantomeno avventata.

I siti specializzati in informatica in cui mi sono imbattuto, in buona parte si schierano entusiasti a favore della decisione. Perché costringere ancora i bimbi a imparare come piegare le dita per tenere nella posizione giusta una bacchetta di plastica o di legno, per farla poi strisciare esattamente con la giusta forza su un fragile foglietto di carta? Soprattutto quando il grosso della comunicazione passa in formato digitale? Il sottoscritto è un appassionato di tecnologia in generale, eppure, paradossalmente, possiede un mai abbastanza represso istinto tradizionalista che, alla lettura della nuova, ha avuto un improvviso sussulto. Prima di mettere da parte come antiquato lo strumento che ha guidato l’evoluzione della civiltà umana negli ultimi millenni ci penserei bene su, e magari aspetterei un po’.

Non è soltanto una questione di memoria storica. Soprattutto i tempi non mi sembrano ancora maturi. Ragionateci: digitare su una tastiera fisica va ancora bene, imparare a farlo velocemente è meglio, ma avete mai provato a scrivere un testo serio sullo schermo di un telefonino o anche su quello di un tablet? E scrivere formule e passaggi matematici con la velocità con cui scorrono nella mente? Insomma il cosiddetto comportamento amichevole dei supporti informatici deve ancora farne di strada, per diventare realmente tale.

Personalmente ho quasi sempre il computer acceso, non ho più un archivio cartaceo ma non riesco a fare a meno del mio quadernone in cui annotare gli appunti correnti e le telefonate che arrivano. Trovo che la carta mi aiuti, in molti casi, a mettere a fuoco le idee meglio di un foglio di calcolo o una pagina di word processor. Poi per mettere in ordine le formule si passa al processore e ai programmi. Sul lavoro e fuori la carta è uno strumento in più: alcuni problemi si affrontano meglio davanti a uno schizzo fatto con la biro, e sono spesso quelli più basilari, dove non vuoi arrivare alla soluzione a tutti i costi, con la fora bruta del calcolo, ma hai bisogno di capire i meccanismi, prima.

Ne ho avuto esperienza proprio oggi: prima tre fogli di formule e schemini, per capire il problema, solo dopo un foglietto Excel per tirare fuori i numeri. Torno a accorgermene ogni volta che butto giù una frase sul quaderno, da meditare più avanti.

Sono convinto che conviveremo ancora a lungo con carte, penne e matite, per quanto i guru dell’informatica possano storcere il naso.

Temo gli araldi della novità all’ultimo grido, che sono pronti a cavalcarla fino alle estreme conseguenze. E fossero sempre spontaneamente fanatici e ubriacati dal marketing, no: il più delle volte hanno il loro bell’interesse a spingere a fondo le decisioni. Purché a pagarne le conseguenze sia sempre qualcun altro. Le si ritrova in ogni problema: c’è la frazione oltransista “pro immigrazione” che fronteggia quella “contro immigrazione” ugualmente totalitaria, una “pro libero mercato” senza se e senza perché e un’altra per “tutto strettamente vincolato” che nemmeno i burocrati leninisti. In ogni settore c’è una corrente iper-tradizionalista che contrasta quella iper-modernista, tutte cieche alle ragioni altrui e convinte di possedere la radice della Verità.

Forse i miei pronipoti rideranno vedendo carta e penna (non i miei nipoti che, per loro fortuna, li usano ogni giorno a scuola e per giocare), e così dimostrerebbero solo una nuova variante d’ignoranza, non comprendendo cosa è possibile fare con qualche grammo di carta e poche gocce d’inchiostro.