Discussione sui social

Ecco quelli che utilizzo, tutti con limitatissimo successo ma duratura passione.

Facebook ha una pessima fama su privacy e sicurezza, peraltro meritatissima. Pubblico quasi soltanto sulla mia pagina “Il Mediatore”, nata per il mio romanzo e poi evolutasi in raccolta di opinioni e cose che mi attirano, oppure su gruppi. Pubblico solo quello che voglio che sia pubblico: pretendere la “privacy” dalla rete e da aziende private e dalla gestione discutibile, mi sembra alquanto incomprensibile. In generale non pubblico più foto di me stesso o di persone in primo piano.

Twitter mi piace di più. Il concetto dei messaggi brevi mi piace molto: non sopporto le “sbrodolate” che si trovano su Facebook e altrove. Se vuoi parlare molto è meglio il blog, no? E poi la scuola della sintesi è fondamentale per evolvere il pensiero, ti costringe a capire cosa davvero vuoi dire e perché. La filosofia è opposta a quella di Facebook: tutto quello che si posta è pubblico e questo concetto è ben chiaro a chi partecipa, non ci sono fraintendimenti o prese per i fondelli a riguardo. Ci sono utenti che mi piace seguire perché dicono cose interessanti o divertenti anche se non sempre li condivido. Difetti? Poche reazioni, i link nei tweet non li clicca quasi nessuno, la “vita attiva” di un tweet è estremamente breve, molto meno di un post Facebook, o attiva reazioni subito o precipita nell’oblio. E poi insulti, partigianeria e provocazioni sono onnipresenti.

Linkedin: è più mirato ad obiettivi “professionali” anche se a volte sembra un Facebook con i titoli di studio e lavoro messi in evidenza. Pubblico solo cose che abbiano una valenza tecnica, oltre a molti miei articoli del blog e a quelli storici di FremmaUno. I gruppi funzionano bene: in percentuale al numero dei partecipanti si ottengono più reazioni e commenti mirati. Le riflessioni sono più “mirate”, perché ci metti la faccia e la tua immagine pubblica. C’è tanta pubblicità mascherata da contenuto tecnico. So di gente che “mi legge”, anche se poi non diffonde e non lascia reazioni.

Instagram: mi ci sono iscritto per insistenza dei nipoti: “così ci metti i like” e “zio ma stai ancora su Facebook? È brutto!”. È il social dei giovanissimi, dove caricano innumerevoli immagini di se stessi, più o meno ritoccate. Lo sto usando un po’ ma non mi ci riconosco… già il fatto di non poter postare da computer mi sembra incomprensibile. La maggior parte dei contenuti mi risulta banale e ripetitiva, anche da parte dei cosiddetti “influencer”. Le immagini sono spesso vistose, d’impatto immediato ma di scarso significato. Si vede che mi sto facendo vecchio.

Per cui, mi raccomando, seguitemi!

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In difesa della “comfort zone”

“Il problema è accettare le sfide, uscire dalla comfort zone”,

Così dicono gli esperti d’innovazione.

Così insistono i guru dell’organizzazione aziendale

Lo ripetono così a oltranza che il concetto stesso mi è venuto a noia.

E come sempre, in questi casi, annego la noia facendomi domande.

Perché dovremmo sempre essere sotto pressione? Sempre stressati? Sempre con un traguardo nuovo sempre più lontano? Sempre a inseguire nuove posizioni?

Sempiternamente pronti ad affrontare sfide? Automaticamente disponibili metterci alla prova con quello che non ci piace? Moralmente obbligati a confrontarci con scadenze impossibili e obiettivi fantastici, a sobbarcarci nuovi impegni e responsabilità ”a gratis” solo perché qualcuno (dotato del necessario potere) ce li ha posti davanti?

Così si conquista (forse) il mercato ma non la saggezza. Si allunga il curriculum ma non si amplia la conoscenza. Si allarga il portafogli (magari) ma si restringe la vita. Si saltano le tappe e si tagliano i traguardi (ammesso che…) ma lasciandosi dietro fette cospicue di vita, famiglia e salute.

Vanno bene le sfide, intendiamoci, anzi sono indispensabili per la “crescita personale” (altra espressione che mi è diventata fastidiosa), sono il sale stesso della vita, ma con il tempo e i passi necessari e, soprattutto, un margine di discrezione individuale.

Non sempre chi sta seduto s’è arreso, magari prepara il prossimo passo. Non sempre chi corre sta avanzando, magari si sbatte soltanto o fa scena, a vantaggio di colleghi e (soprattutto) capi. Non sempre chi sta da solo rifiuta il confronto, magari medita e comprende. Non sempre chi si avventura per nuove strade fa esperienza: magari non sa neppure dove sta andando.

Non sempre chi dice di no mette i bastoni fra le ruote all’organizzazione, magari si rende conto di non essere adatto al ruolo che gli è proposto (e quasi imposto) e di poter fare molto di più in altre direzioni. Chi chiede di fare un passo indietro può aver individuato errori che gli altri non vedono, o fanno finta. A volte chi chiede di rimandare una scadenza o allentare una specifica è più apprezzabile di chi consegna un risultato nei termini, ma “quale che sia” e magari opportunamente edulcorato.

Un po’ di comodità, anche sul lavoro e nei processi di sviluppo e progettazione, non è “il male”, anzi, se ben gestito, è la condizione necessaria per capire e indirizzare i passi da fare. Il successo non si può misurare solo in denaro, così come il lavoro, intellettuale o meno, non si misura in ore e come il benessere di una nazione non è tutto nel PIL.

Recuperiamo un po’ di Otium produttivo, come ragionavano i latini. Decidiamo le sfide da affrontare e programmiamone l’approccio in modo razionale. Le persone potrebbero paradossalmente guadagnarne in produttività e magari la “macchina Italia” avanzerà meglio, assieme alla nostra vita privata.

Aracn-odi-et-amo

Mostri d’estate

Una volta odiavo i ragni. Mi facevano ribrezzo e, si lo ammetto, anche paura, con tutte quelle zampe attaccate a un corpo tozzo e peloso e quelle file d’occhi che guardano da tutte le parti. Quei movimenti a scatti, l’istinto del cacciatore senza sentimenti e le fauci pronte a mordere. Sono l’immagine perfetta del mostro che t’insegue e t’aggredisce senza pietà.

Odiavo anche le zanzare, che infestano i giorni e soprattutto le notti d’estate. Che non puoi schiacciare come e quando di pare perché rischi di macchiare per sempre le pareti. Che ti vietano il fresco del giardino e di dormire con le finestre aperte.

Poi ho imparato che i ragni mangiano le zanzare e allora ho cambiato atteggiamento verso di loro: adesso gli voglio bene, non li ammazzo più, al massimo li caccio fuori di casa.

Vedete quindi che la cultura è importante: quando ero ignorante odiavo ragni e zanzare, ora che ho studiato odio solo le zanzare!

Un mondo di…

Il mondo è fatto di momenti interconnessi,

Quanti ne bastano, molti più di quelli che puoi conoscere.

È sufficiente adattarsi, dicono, ma a cosa?

Seguire il flusso, insegnano, ma di che?

Sii te stesso, scrivono, ma poi chi è?

Quale assecondare delle numerose variabili correnti sempre riemergenti e contraddittorie che ti investono?

I maestri di vita, la gran parte almeno, non lo sono neppure per la propria.

Sei soddisfatto? Ti è andata bene? Buon per te,

Non è lezione per altri.

Sei stato bravo? Non basta!

A tanti buoni è andata male,

Assai peggio che a tanti cattivi.

Quasi tutti i santi sono stati perseguitati.

Eppure è vero che sono stati originali,

(“Se stessi”, ripete il mantra mondano)

Questo hanno capito, questo hanno difeso

E forse è questa, proprio, l’unica vittoria possibile.

Ho capito…

Scrivo perché è il mio vizio. C’è chi consuma tabacco, chi alcol e chi droga. C’è chi si avvelena di lavoro, di riti o di sentimenti forzati. Io consumo parole.

Scrivo perché solo le cose scritte mi sembrano davvero vissute.

Ho capito

– in grave ritardo –

che la parola

serve

a chi la pronuncia

anzitutto

e solo dopo

forse

– se vuole –

a chi l’ascolta.

Raccontami una storia

“Zio, zio, mi racconti una storia?” (Espressione entusiasta).

“No sono stanco…”

“Su dai zio”.

“Ma no…”

“Una sola…” (E intanto fa il musetto alla ‘non mi puoi dire di no’).

“E va bene”.

“Evviva!”

“Quale storia?”

“Quella che vuoi”.

(Spremitura di meningi). “Allora ti racconto quella che…”

“No zio non mi piace”.

(Creatività livello pro). “Allora quella di…”

“Non mi piace”.

(Dolore alle tempie per troppa concentrazione creativa). “Allora quella quando…”

“No no non mi piace!”

“Va bene, allora che storia ti racconto?”

“Quella che vuoi!”

Le domande dei bambini

I bambini, si sa, continuano a fare domande. Lo fanno perché sono curiosi, vogliono sapere e soprattutto sono convinti che noi “grandi” possediamo le risposte.

Noi, salvo il caso di squilibri psichici gravi, sappiamo benissimo di non avere la risposta quasi a nulla ma, da imbroglioni e bugiardi che non siamo altro, facciamo di tutto perché lo credano. Li raggiriamo con mezze risposte, finte spiegazioni e sfacciate invenzioni, e alla fine, quando non sappiamo più dove andare a parare, li sgridiamo accusandoli di fare “domande sbagliate”.

È una questione di prestigio, di direzione e insomma di potere.

A un certo punto i bambini crescono, fanno un minimo d’esperienza e inevitabilmente capiscono che li stiamo imbrogliando. Allora si arrabbiano, reagiscono e perdono la fiducia nei confronti dei “grandi”.

A noi non sta bene: intacca il nostro potere e amor proprio. Lo bolliamo come “ribellismo adolescenziale”, perché dare un nome normale alle cose serve a depotenziarle, a farcele sembrare acquisite e confinate. Lo sopportiamo a malincuore in attesa che i ragazzi, per la maggior parte almeno, crescano e diventino bugiardi e imbroglioni come noi.

Che cosa difficile è riuscire a dire: “non lo so”, esercizio d’umiltà che richiede anni di pratica: lo posso testimoniare.

Ecologia spicciola

Lo dicono tutti, a cominciare da Greta Thunberg, lo ripetono in molti, rispettare l’ambiente, rallentare il riscaldamento globale e preservare un po’ del nostro futuro impone scelte radicali, ed è vero. Ma c’è bisogno anche di attenzioni quotidiane. Anzi, direi che se mancano queste, le grandi riforme sono chiacchiere utopistiche. Le scelte minute sono indici dell’attenzione al problema e della volontà individuale di cambiare stile di vita. Mi viene da dire che, al di la delle facili emozioni davanti agli scempi ambientali e alle manifestazioni di piazza, siamo fortemente carenti in questo senso. Ci sono gesti di attenzione all’ambiente che sono assolutamente banali ma che, guardando in giro, non sono quasi mai applicati. Eccone qualche esempio.

Schiacciare le bottiglie di plastica prima di buttarle. Banale vero? La soluzione ideale sarebbe non usare per nulla la plastica. Riciclarla è un’opzione di secondo ordine. Ma la bottiglietta di plastica vuota occupa un sacco di spazio. Schiacciandola ne entrano di più in ogni sacchetto e anche quella è plastica! Non ci vuole molto sforzo per schiacciare una bottiglietta, e allora perché quasi nessuno lo fa?

Stampare solo l’indispensabile. Altro suggerimento che si ripete sempre. Succede di lanciare una stampa per errore e consumare inutilmente carta. Dove lavoro io, il server di stampa è stato centralizzato. Tutte le richieste di stampa arrivano a un gestore centrale. Ogni utente può scegliere una stampante qualunque di quelle in rete, scegliere le proprie stampe e metterle su carta. Oltre a poter utilizzare qualsiasi stampante questo sistema consente di intercettare gli errori: se hai lanciato una stampa per sbaglio, puoi cancellarla dal server o semplicemente lasciarla li, dove verrà cancellata in automatico dopo alcune ore. Tutto bello, in apparenza, ma, nonostante questo, continuo a vedere fogli di stampe inutili abbandonati accanto alla stampante. Cosa stampate a fare quello che non vi serve?

Guidare piano. La guida “sportiva” aumenta i rischi e i consumi. Se avete fretta, partite prima. Se non avete fretta, che correte a fare? Se dovete sfogare lo stress, comprate un saccone da pugilato, oppure andate in bicicletta! Infatti guidare meno è una scelta decisamente ecologica e anche estetica. Le nostre città e paesi sono letteralmente invase di automobili che arrancano a velocità ridicola spargendo fumo e puzza. Vai a piedi se non devi andare davvero lontano. Usa i mezzi pubblici anche se ti tocca partire qualche minuto prima. Essere pigro fa male all’ambiente e anche a te.

Sempre in tema di trasporti privati, quanto costano gli incidenti stradali da un punto di vista ambientale? Ci penso ogni volta che finisco in una coda causata da un piccolo incidente, dove per fortuna non si è fatto male nessuno. Decine e centinaia di automobili che consumano carburante ed emettono fumi restando ferme o quasi. Nessuna assicurazione compensa per questo danno economico e ambientale. In misura minore, parcheggiare in posizione non idonea, ad esempio, costringendo le altre auto a rallentare e fare manovre ne aumenta i consumi e quindi l’inquinamento. In generale direi che rispettare il codice della strada è ecologico.

Lavarsi le mani con acqua fredda. Nei pochi bagni pubblici o di uffici che hanno l’acqua calda trovo sempre la leva spostata tutta a sinistra. Ma vi piace scottarvi le mani? E poi chiudere il rubinetto dell’acqua quando non serve. Se vi spazzolate i denti o vi rasate la barba per tre minuti non serve far scorrere l’acqua per tre minuti a massimo regime e magari pure calda! Apritela solo quando vi serve! I rubinetti moderni sono abbastanza affidabili e non vi si romperanno in mano.

Internet non è gratis, da un punto di vista di portafogli e pure ambientale. Il “virtuale” alleggerisce il carico economico e ambientale rispetto al “fisico” ma non è a costo zero. Quanti grammi di CO2 “costa” una banale ricerca? E quanti una mail o un messaggio social? È proprio necessario riprendere e condividere con gli amici e il mondo ogni cosa che fate? Ogni volta che accediamo alla rete non consumiamo solo energia “localmente”, sul nostro dispositivo, ma attiviamo una serie di modem, router e server sparsi in tutto il mondo. Il carico energetico connesso all’infrastruttura internet è ormai di rilevanza mondiale. Non dico non usate la rere – lo sto facendo in questo momento – ma fatelo con un po’ coscienza!

Impostare e pretendere riscaldamento e aria condizionata ragionevoli. In un albergo in cui sono stato il riscaldamento era fissato a 22,5°C e non si poteva cambiare. La notte era davvero scomodo per dormire. Fuori la temperatura scendeva fino a 3°C di notte. Quanta energia si poteva risparmiare abbassando la temperatura di appena due o tre gradi, senza ledere la comodità di nessuno?

Insomma, mentre applaudite alla coriacea ragazzina bionda con le trecce, o anche se la criticate, riflettete su come mettere in atto almeno qualcosa di utile per l’ambiente!

L’energia atomica nella vita cosmica e umana

Ho trovato questo libro per terra, passeggiando per Torre del Greco. L’ho raccolto come se recuperassi un tesoretto trovato per caso. A me sembra strano buttare via i libri, un gesto alla soglia del reato, eppure tanti lo fanno. I libri diventano troppo ingombranti in casa. Quando ad esempio muore un parente finiscono nella massa della roba vecchia di cui disfarsi semplicemente perché non c’è posto, la parte noiosa dell’eredità. Sarebbe meglio donarli, certamente, ma non sempre è realizzabile neanche questo. E poi tanto, chissà perché, non li amano.

Ma non divaghiamo. L’età di questo volume si evinceva subito, dall’ingiallimento della carta, dallo stile di impaginazione e da quello dei caratteri. L’anno 1950 sulla prima pagina era una conferma. Purtroppo mancava la copertina anteriore e quella posteriore c’era ma quasi completamente staccata, per il resto il libro era completo.

Il tema dell’energia nucleare era particolarmente caldo a quell’epoca. Le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki erano ancora fresche nella memoria, la Guerra Fredda era nella sua fase più calda, ma allettanti erano anche le promesse di un efficace uso civile del nucleare, capace di aprire, ad esempio, le porte per esplorare il cosmo. Gli effetti nocivi delle radiazioni non erano ancora del tutto noti.

Qualche tempo dopo ho cominciato a leggerlo e mi ha avvinto, me lo sono goduto, un po’ per volta, fino all’ultima pagina. Complice l’argomento, sicuramente appassionate almeno per me. Ma anche lo stile e la forma sono notevoli: scorrevole, ironico senza arrivare al guascone, abbastanza preciso da accontentare anche palati fini, non manca di riportare numeri, grafici e confronti evitando di scendere nei dettagli delle formule. Secondo me molti divulgatori potrebbero prendere esempio da questo vecchio testo. D’altra parte l’autore, George Gamow, non era certo uno sprovveduto o un improvvisatore, ma anzi uno dei fisici più in vista, in quella prima metà del secolo scorso che è stata così ricca per questa materia, rendendola, come è ancora, la regina delle scienze. Una conferma che la vera competenza non ha nulla a che fare con arroganza e ostentazione.

Il linguaggio è semplice senza banalizzare i contenuti. I meccanismi delle reazioni nucleari sono efficacemente spiegati con l’analogia di un fluido estremamente denso e coeso, dotato di carica elettrica. Il ragionamento spazia dai laboratori all’esperienza quotidiana fino alla struttura delle stelle, ovviamente nei limiti delle concezioni consolidate una settantina d’anni fa.

Il tempo trascorso si nota, ovviamente. La fusione nucleare, verso cui puntano oggi gli scienziati per dare energia al futuro del genere umano, è indicato come qualcosa di impensabile al di fuori dei nuclei delle stelle, dove si raggiungono le temperature e pressioni necessarie. Il testo si concentra quasi per intero sui fenomeni di fissione, quelli coinvolti nelle prime esplosioni atomiche e nelle generazioni di reattori nucleari realizzati da quegli anni fino ad oggi. Roba vecchia? Non proprio, dal momento che le conoscenze di base sono le stesse. In più ripercorrere i primi esperimenti, decisamente semplici e “poveri” rispetto agli attuali, è altamente istruttivo, riconducendo il lettore a come i fenomeni nucleari siano stati scoperti, in maniera non poi così lontana dall’esperienza quotidiana, e a come le conoscenze si siano concatenate.

Altro aspetto insolito, almeno per me, è la quasi totale assenza di concetti di meccanica quantistica. È probabile che quella teoria non fosse ancora pienamente consolidata, alla fine degli anni ‘40, o che fosse considerata ancora troppo avanzata per la divulgazione “di base”. Essa compare soltanto in termini di “probabilità” che un evento nucleare abbia luogo o meno, sorta di casualità che consente, ad esempio, anche a particelle relativamente lente di provocare reazioni nucleari. Può sembrare una grave mancanza o approssimazione, ma a me sembra che semplifichi di molto l’approccio a lettori del tutto a digiuno all’argomento, come erano sicuramente quelli che aveva in mente Gamow in quei giorni e li prepari a eventuali letture più specifiche.

Il tutto completato da deliziose piccole illustrazioni fatte a mano dallo stesso scienziato, spesso corredate da elementi decorativi, come pterodattili che volteggiano sui “picchi di energia” delle reazioni nucleari.

Se posso notare un difetto è forse un certo “campanilismo” che rende centrali i risultati ottenuti in area anglosassone, lasciando in secondo piano quanto ottenuto, ad esempio, in Italia, Germania e soprattutto alla scuola di Copenaghen di Niels Bohr, fucina di scoperte e premi Nobel: forse anche da questo nasce la ridotta attenzione alla meccanica dei quanti. Se voleste approfondire quest’area, anche dal punto di vista umano, potreste ad esempio cominciare da qui: “Hotel Copenaghen”.

Insomma, secondo me un piccolo gioiello. Non so se meriti una ristampa, ma se siete appassionati di divulgazione scientifica o solo curiosi di capire di cosa si sono occupati i fisici della generazione passata – gente che ha cambiato il mondo e non solo la scienza – o se semplicemente ve lo troviate tra le mani, concedetegli un po’ d’attenzione. Potrebbe catturare anche voi!

Un Paese a metà

L’Italia non cresce. Ormai è un male endemico del nostro Paese, ricorrente e indifferente al colore dei governi. Subiamo l’onda delle recessioni peggio degli altri e cavalchiamo male quella delle riprese.

Quali sono le cause? Ognuno ha la sua ricetta, la maggioranza dà la colpa ai politici incapaci che ad ogni elezione vengono sostituiti da altri politici che si dimostrano altrettanto incapaci, per cui alla fine viene da chiedersi, ma come li votiamo? Non corrotti, badiamo bene, ma incapaci, che se fossero corrotti ma capaci alla maggioranza andrebbero bene (e un po’ anche a me).

Altri danno la colpa agli imprenditori “prenditori” nostrani, opportunisti, pitocchi e senza prospettive. L’imprenditoria italiana è, per una buona fetta, sotto-dimensionata, sotto-finanziata, malata di nero e disperatamente miope: non vede la tecnologia e la globalizzazione, semmai la avverte soltanto come disturbo e pericolo.

Altri ancora incolpano una presunta “indole italiana”, orientata alla pigrizia, all’opportunismo e allo scaricabarile. Ma non ci vantiamo sempre di essere figli di una millenaria cultura geniale?

Il sottoscritto vuole invece evidenziare un altro aspetto, partendo da un fatto recente. Negli accordi con la Cina per la cosiddetta “Via della seta” il Sud Italia è quasi completamente assente. Nessun porto coinvolto, quasi nessuna impresa firmataria d’accordi. Il passaggio del presidente cinese Xi Jinping in Sicilia si è ridotto a mera visita turistica o poco più: un limitato sbarco di arance, nel più automatico dei luoghi comuni sulla Trinacria.

L’Italia non cresce, dico io, perché non valorizza le sue risorse e nello specifico lascia nell’abbandono quasi completo una buona metà del suo territorio e della popolazione che lo abita.

Questione meridionale? Si, certo, esattamente, ma che si ripropone, per quanto mi riguarda, in chiave sempre più arrabbiata. Perché non è concepibile che sia ancora tale dopo oltre un secolo e mezzo d’unità nazionale. Disparità territoriale che è stata semmai amplificata, e non ridotta, dal processo unitario, che ha portato alla chiusura e al fallimento di tante imprese che esistevano nel territorio meridionale e al trasferimento di risorse al Nord.

Questione meridionale che è sempre stata affrontata con elemosine e contributi di sussistenza ma mai in modo strutturale. Gli interventi della Cassa del Mezzogiorno hanno fatto tanto, ma sempre nel segno di lasciare l’imprenditorialità meridionale a livelli minimo, complementare e comunque subordinata ai potentati del Nord.

Perché Alenia, per dirne una, attualmente Leonardo, ha spostato la sua sede legale dal Sud al Nord?

Perché non si può dire che parte della progettazione – oltre alla produzione – delle vetture FCA avviene a Pomigliano?

Perché ogni eccellenza industriale, di ricerca, d’impresa che al Meridione tenti di alzare il capo dev’essere schiacciata a livello di valore puramente locale oppure trasferita al Settentrione?

Perché i meridionali di valore devono emigrare per emergere?

Perché la mappa delle grandi opere, TAV in testa, ha sempre il baricentro ben più a nord di Roma?

Questa costante si è attenuata, storicamente, quando politici meridionali hanno occupato posizioni elevate di governo, ma non si è mai invertita. Più recenti esecutivi a trazione leghista o forzista hanno invece spostato decisamente l’ago della bilancia verso il Settentrione, inventando perfino una incredibile “questione settentrionale” per giustificare i trasferimenti di risorse!

L’Italia che conta accetta al massimo un Meridione folcloristico e turistico, minimamente industriale, nella misura in cui non intacchi il predominio settentrionale in qualsiasi campo.

E torniamo al tema iniziale della miopia. L’Italia non cresce, ma come potrebbe farlo lasciando al traino tanta parte delle sue risorse umane e territoriali? Come fare concorrenza alle potenze straniere quando qualsiasi questione è affrontata sempre in chiave di accaparramento localistico? Perché mai un salto di qualità, un ampliamento della prosettiva? “Perdere” qualcosa oggi per guadagnarla moltiplicata, come Paese, domani? Davvero le singole regioni ricche d’Italia o, peggio ancora, le singole province o singole imprese possono pensare di interfacciarsi efficacemente con Cina, USA, Germania?

Il perdurare della questione meridionale è pura miopia socio-politica, di chi spera di “cavarsela” a danno del vicino senza accorgersi di segare il ramo su cui è seduto.