Chiesa di Santa Teresa a Chiaia

La leggenda dello strumento

chiesa-chiusa-napoli

Una chiesa abbandonata a Napoli

“I ferri fanno il mastro” dice, maldestramente italianizzato, un motto partenopeo, a indicare che senza gli strumenti giusti il risultato è nullo o scadente. Ma gli strumenti bisogna saperli scegliere e soprattutto usare nel modo giusto, ed è qui li viene il difficile.

In qualsiasi attività, ludica o lavorativa, arriva il momento in cui il neofita è tentato di incolpare gli strumenti che ha in mano, e non se stesso, dei suoi insuccessi. Li si attua il bivio: continuare a impegnarsi o cercare scuse o scorciatoie.

E’ un atteggiamento umano, ammettere gli errori è difficile. Ancora di più lo è assegnarsi un lungo e faticoso percorso di apprendimento.

E’ proprio in questo momento che s’innesta la trappola consumista: comprare un prodotto migliore per ottenere risultati superiori. Quello che hai non è quello che ti serve. Difficile resistere alla tentazione, che poi si rinnoverà periodicamente: ci sarà sempre qualcosa di meglio, di più adatto, di più nuovo o avanzato rispetto a quello che hai già.

Un esempio sono gli hobby. Il sottoscritto fotografa per passione, con risultati alterni che a volte mi piacciono e più spesso no. Seguo alcuni siti e mi piace leggere i commenti, anche se questi sono tutto un florilegio di consigli per aumentare il proprio corredo, acquistando macchine fotografiche sempre più costose, obiettivi specializzati per scopi specifici e altri accessori d’ogni sorta. Di fatto le discussioni sulla tecnica e sull’estetica, che pure avrebbero un ruolo, sono relegate a contorno e minoritarie rispetto a quelle sulla qualità degli strumenti, in cui regolarmente i più costosi sono i più caldamente consigliati.

Un tempo seguivo l’audio e l’alta fedeltà, e i contenuti delle discussioni tra appassionati erano analoghi, se non peggiori: se vuoi sentire meglio devi spendere sempre di più, anche in accessori o dettagli di cui non sapevi neppure l’esistenza e, non di rado, di razionalità scientifica quantomeno dubbia.

Il discorso vale per ogni settore e ci sono innumerevoli casi di rapporto costi/risultati perdente: officine casalinghe di falegnameria piene d’ogni ben di Dio d’utensili ma non di lavori in corso. Giardini con più attrezzi che piante. Cucine con scolapasta tecnologici, servizi di coltelli per sgusciare i molluschi, mestoli di tutte le taglie e forni a microonde impiegati solo per scongelare. Pseudo-atleti con la pancia che passeggiano con addosso tutte e cardiofrequenzimetri da centinaia di Euro. Anche il sottoscritto ha realizzato la sua collezioncina di obiettivi e deve fare uno sforzo ogni volta che gli viene la tentazione di un ammennicolo nuovo di pacca.

Pur nella mia limitata esperienza personale, mi sento di direi che l’errore si estende anche agli ambiti professionali: chi non si è lasciato convincere, almeno una volta, dagli allettamenti di facili risultati e ha speso somme sostanziose – o suggerito caldamente all’azienda per cui lavora di farlo – in strumenti che, una volta presi, sono serviti a molto meno di quello che promettevano?

Ovvio l’interesse di venditori e produttori a incrementare le vendite. Meno diretto ma anche chiaro quello della maggior parte dei siti, a cui interessano pubblicità e numero di cliccate. Minimo l’interesse effettivo degli utenti, spinti compulsivamente a comprare sempre “meglio” invece che dedicarsi allo scopo prioritario, che, nella fotografia come in ogni hobby, dovrebbe essere quello di migliorare se stessi e la propria capacità: di “vedere” immagini interessanti, nello specifici, a prescindere dallo strumento di cattura che si stringe in mano; di apprezzare la musica nel caso degli appassionati di audio: di far crescere qualcosa nel proprio giardino che non siano erbacce spontanee; di mangiare e far mangiare meglio; di migliorare il proprio stato fisico, eccetera. Di aumentare la soddisfazione personale, in generale.

In pratica sarebbe ben più utile spendere in conoscenza (libri, corsi) che in oggetti, finché davvero non sono questi a limitare le possibilità. E soprattutto investire tempo, la risorsa più rara. La delusione è inevitabile e il circolo vizioso si chiude: un nuovo acquisto “giusto” per riparare a quello “sbagliato” precedente, e intanto si rifanno, mediocremente, le stesse cose.

La tecnica commerciale è di solleticare la pigrizia dell’individuo, qualità umana tra le più diffuse, in modo da spostare l’attenzione da lui stesso a quello che possiede, come se fosse l’oggetto a creare il risultato e non chi lo utilizza. Osservate le pubblicità dei telefonini: è tutto un sottolineare quello che il nuovo modello mette in grado di fare e che sarebbe impossibile con gli altri, anche fotograficamente parlando. E il tutto poi finisce nel solito, ma sempre più costoso, selfie.

Caccia-Offerte

Una vita a caccia di offerte

Caccia-Offerte

Sempre aperta la stagione di caccia alle offerte

Tra colleghi e conoscenti s’è aperto un nuovo fronte di passatempo, al quale per la verità non mi dedico, che consiste nel cercare la migliore offerta telefonica.

Per quanto riguarda le tariffe per i telefonini cellulari, lo sport dell’offerta a inseguimento era in voga ormai da anni. La novità è che si è esteso da un po’ al telefono fisso di casa e, soprattutto, all’internet ad alta velocità, divenuta di colpo indispensabile per gli “streaming”, ovvero per le trasmissioni televisive via web a pagamento o piratate.

Si affianca a innumerevoli altre caccie: assicurazione auto, forniture luce e gas, offerte speciali di elettronica e materiale per la casa, sconti alimentari. Eccetera.

Niente di male, direte voi. Non esiste nulla di più stupido della fedeltà a un marchio o a un fornitore. Sarebbe da perfetti idioti preoccuparsi per un’azienda che non ha cura dei suoi clienti. Le compagnie telefoniche hanno il coltello dalla parte del manico e ai poveri comuni mortali consumatori non resta che farsi furbi e tentare di barcamenarsi per pagare il meno possibile, se non fosse che questo “pagare” è legato ogni vola a una necessità nuova che, fino a poco tempo prima, nessuno sentiva di avere.

Una volta si premiava la fedeltà dei clienti, oggi rimanere con un fornitore a lungo è la migliore garanzia di non vedere offerte positive e si premia solo il “tradimento”, ovvero rubarsi clienti l’uno con l’altro.

Un gesto un tempo semplice, come pagare la bolletta del gas o telefono, diventa un barcamenarsi mese per mese fra offerte e gestori, saltando dall’uno all’altro al primo campanellino di uno sconto o all’allarme della fine del periodo d’offerta. Processo indolore fino a un certo punto, se non fosse che richiede tempo (prezioso per definizione) e lascia potenzialmente una scia di contenziosi a loro volta forieri di ulteriori perdite di tempo e denaro.

 

SmallDSC_1204_tiger-torino-articoli-inutili

Regola generale del commercio: metti assieme abbastanza roba inutile e ognungo troverà qualcosa che gli piace

 

La cosa mi ha portato a qualche altra riflessione. Come spesso accade, il piccolo è immagine del grande e, come tale, talvolta più facile da capire. Questa caccia continua all’operatore conveniente dell’istante – e parallelo allettamento degli operatori al cliente perché si decida a cambiare – mi sembra emblematica della nostra società, che è diventata quella dell’instabilità.

Lunga la disquisizione sui motivi: la globalizzazione, il consumismo, le crisi finanziarie, scelte politiche più o meno discutibili e fatte con più o meno cognizione di causa. Sta di fatto che, venuti meno i punti di riferimento, tutto è instabile e precario: i rapporti di lavoro, per cominciare, come anche i matrimoni, il luogo di abitazione, e con queste cose anche le relazioni di conoscenza e di amicizia e perfino i rapporti di parentela.

La cultura dominante – e assiduamente coltivata da aziende, associazioni di consumatori, “opinion leader” e passaparola – è di afferrare l’occasione appena si presenta, senza guardare al passato e con prospettive minime nel futuro: pochi mesi, talvolta appena qualche settimana o perfino giorni prima di un nuovo cambiamento. I vantaggi possono essere anche minimi purché siano immediati. Pochi maledetti e subito, come si dice. Lo sconto alla cassa, il piacere a portata di mano. La precarietà come stile di vita scelto prima che imposto. La programmazione ridotta al minimo. Dai beni di consumo alla vita pubblica e privata. Se metto su famiglia, durerà finché dura “l’amore”. I figli nasceranno con me e forse ci cresceranno, oppure no, secondo come verrà. Siamo pronti a una società non solo senza programmi a lungo termine, ma neppure a medio?

Forse è anche per questo che la gente è così attaccata al suo telefonino. Tutto ciò su cui puoi davvero contare è quello che hai addosso, quello che puoi toccare, vedere e usare o almeno entrare in contatto ora, ciò che è immediatamente a portata di mano in questo momento e luogo. Quello che vuoi condividere devi farlo adesso, senza nemmeno aspettare di tornare a casa e accendere il computer, perché poi non si sa.

La qualità è quella che è, ci si deve accontentare: la fotografia istantanea, il mobile di battaglia, il cibo pronto in dieci minuti, il sesso la prima notte.

L’uomo 2.0 è l’individuo del qui-e-ora. E’ l’uomo del momento, ovvero concentra tutta la sua attenzione sul qui e adesso. Tutto il resto è puramente ipotetico e labile. Il mondo, l’umanità intera sono una semplice ipotesi che può essere smentita in qualsiasi istante.

DSC_1347_proc

Bill usa le frecce

DSC_1347_proc

Sinistra, destra oppure dritto / Il fatto è che è sempre un rischio

I miei concittadini e connazionali sono celebri al mondo per molte belle qualità, ma tra queste non c’è di certo il rispetto rigoroso del codice della strada. Per noi il parcheggio è un’attività creativa, il semaforo un suggerimento, il divieto d’accesso un’ipotesi di lavoro e la polizia municipale qualcuno con cui intavolare una fitta trattativa. Fra le infinite infrazioni che osserva quotidianamente chi vive le nostre strade e città, tuttavia, ce n’è una in particolare che mi lascia sempre perplesso, perché non comporta, mi sembra, alcun vantaggio per chi la commette e, di conseguenza, meriterebbe un’analisi di tipo sociologico. Si tratta del mancato utilizzo degli indicatori di direzione, ossia di quelle lucine intermittenti normalmente montate agli angoli delle autovetture e a cui di fa comunemente riferimento come “frecce”.

In effetti un utilizzo ce l’hanno: quello di accenderle contemporaneamente e giustificare, così, all’istante, la più assurda delle soste. E’ quel comando che, dalle mie parti, è comunemente chiamato “le quattro frecce” e più tecnicamente si denomina “hazard”, indicando che per l’inventore originario, ovviamente dotato di scarsa fantasia, dovevano servire essenzialmente come segnalazione d’emergenza, e non strumento d’ordinaria sosta selvaggia, in quadrupla fila, di traverso all’incrocio trafficato con strada con o senza diritto di precedenza, intralciando simultaneamente corsia ordinaria, preferenziale e passaggio pedonale con discesa disabili e attiguo varco carraio.

No, mi riferisco all’impiego ordinario delle frecce, ovvero quello di far sapere a chi segue o precede che si ha intenzione, di li a breve, di svoltare o cambiare corsia.

Perché mai non utilizzarle? Da un attento esame sono giunto alle seguenti conclusioni

  • Sono fornite come optional di serie su tutte le autovetture: insomma ve le danno per forza, sin da quando l’autoradio era l’optional più ambito, e da prima ancora (accusate di questo la lobby dei produttori di automobili se volete). Quindi, visto che le avete… tanto varrebbe usarle. No?
  • Tanto più che non comportano costi aggiuntivi per chi le usa, compresi consumo di carburante, addebiti su telepass, scalatura di punti patente, IVA, accise o altri oneri fiscali;
  • Non sminuiscono la virilità – o per converso la femminilità – del conducente, né agli occhi dei sui conoscenti né degli altri utenti della strada;
  • Nemmeno marcano come mentalmente insipiente chi le adopera anzi…
  • … Al contrario, rivelano la sorprendente abilità di chi le usa, in quanto capace di capire di dover girare ben cinque secondi prima di doverlo effettivamente fare, e di dimostrarlo con un gesto volontario e deliberato: l’azionamento della levetta delle frecce nella giusta direzione, appunto.
  • Possono aiutare chi non è dotato di capacità telepatiche (come il sottoscritto) di comprendere le tue intenzioni, e quindi evitare potenziali rischi di incidente (non di colpa tua… sia chiaro: di chi non ha capito in anticipo che stavi per girare senza averlo minimamente segnalato).
autoVecchia

Anche le auto vecchie hanno le frecce!

Il sottoscritto ha sviluppato una particolare abilità precognitiva: noto il millimetrico spostamento dell’auto che mi precede verso i margini della corsia, che ne segnalano l’intenzione di spostarsi. Le frecce di solito non arrivano o sono accese dopo aver iniziato la manovra.

Perché questo comportamento? Ho alcune ipotesi, che vado ad elencare.

  1. Io so guidare l’auto. Alla perfezione. Quello che fanno gli altri non mi riguarda. Se gli finisco addosso sono loro che non si sono scansati in tempo.
  2. La strada è mia, di diritto e usucapione. E ne faccio quello che voglio io;
  3. Essendo al centro del mio universo, tutti, compresi gli altri automobilisti, devono girarmi attorno;
  4. Ha il diritto di guidare l’auto chi ha capacità superiori alla media, compresa quella di sapere in anticipo cos’hanno intenzione di fare gli altri
  5. L’incidente è colpa degli altri. A prescindere.
  6. E poi tanto non sono assicurato, quindi se mi urtano, che mi frega?

Concluderei parafrasando un comune “meme” dei siti sociali: “Bill non immagina che la strada sia sua proprietà esclusiva … Bill non suppone che gli altri automobilisti sappiano per intuizione dove lui vuole andare … Bill usa le frecce … Bill è intelligente. Sii anche tu come Bill”.

Insomma, usate le frecce!

DSC_0002_Rione-Alto_Convergenze_mod2

Mimmo e la filosofia del quotidiano

DSC_0002_Rione-Alto_Convergenze_mod2

Luciano De Crescenzo, nel sul “La storia della filosofia greca”, alternava ai filosofi “veri” quelli che definiva filosofi “suoi”, ovvero personaggi contemporanei e ignoti, che sfangano la giornata facendo i più diversi mestieri, ma che, nel loro modo di ragionare e interpretare la vita e il mondo, individuano una traccia personale.

Credo che ognuno di noi ha, tra le sue conoscenze, qualcuna che merita la qualifica di “filosofo”. Nel mio caso, uno di questi personaggi è il mio elettrauto.

Ci passavo davanti qualche giorno fa, per dirigermi verso la farmacia, e d’un tratto sento bussare dal finestrino dell’automobile parcheggiata. Mi giro, e lo vedo all’interno – lo chiameremo convenzionalmente “Mimmo”, nome inventato per ragioni di privacy – che mi saluta, seduto al posto di guida dell’auto del cliente, tenendo in mano un libro aperto.

La bottega di Mimmo è piccola, con spazio all’interno per una sola vettura e con un minimo retrobottega. Le altre auto da riparare le dispone alla meglio lungo il marciapiede. Ma non è certo questa la sua peculiarità principale. Le volte che lo vedo si trova intento in una di queste tre attività, più o meno con la stessa esatta probabilità: armeggiare sulla plancia o nel vano cofano di una vettura; conversare con clienti o persone di passaggio in lunghe questioni lontanissime dai problemi elettrici delle autovetture; leggere un libro.

Mimmo ha sempre almeno un libro in corso di lettura. Di solito lo legge appollaiato sul motorino che usa per andare a comprare i ricambi: l’automobile era il rifugio estemporaneo imposto dalla giornata fredda. Inoltre ama conversare, soprattutto sui massimi sistemi di come va il mondo nel suo intreccio di psicologia individuale e interessi collettivi o di gruppo; sulla filosofia della storia e la natura del consumismo; sugli schemi generali della politica, trascendendo ovviamente i dettagli banali del parlamentarismo quotidiano; su come siamo tutti pilotati, nei gusti e nelle scelte, e su come la maturità, se diventa saggezza, aiuti a discernere le cose importanti e quindi, in definitiva, più liberi; su come, con la vecchiaia, il mondo diventi sempre più piccolo.

E fa del suo angolo un punto di osservazione dell’universo. Può sembrare riduttiva, una piccola bottega da elettrauto, ma ci gira attorno un mondo, soprattutto se collocata, come nel suo caso, in un punto nevralgico del quartiere, tra il barbiere e la farmacia. E se si ha la pazienza si aspettare e raccogliere i fatti uno alla volta. Sotto gli occhi e le chiacchiere di Mimmo passa la vita della gente, eventi insignificanti, trionfi e disastri, giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Ha sempre esempi da riportare, Mimmo, nei suoi discorsi, ma rigorosamente in forma anonima: casi di scuola e non pettegolezzi sul prossimo. Mimmo non si rovina la reputazione e rimane riservato, pur sapendo tanto di tanti: ogni fatto è un caso particolare di verità universali.

Ma il ragionamento astratto non diventa filosofia se non lo si applica alla vita, e Mimmo è filosofo fino in fondo. Ripara le auto ma non ne possiede alcuna: solo un vecchio motorino che gli serve per andare a comprare i pezzi di ricambio o recarsi da un cliente in emergenza. Neppure possiede telefonino, non uno “smartphone” moderno e nemmeno un aggeggio da 20 Euro per le chiamate d’emergenza. Entrambi gli oggetti sono troppo vincolanti per lui: oneri che limitano la libertà invece di ampliarla, decisamente meglio farne a meno. Meno vincoli autoimposti e meno bisogno di denaro significano più libertà.

Nello stesso ordine di pensiero, tra il platonico e l’epicureo, Mimmo chiude la bottega alle 19 in punto, o anche qualcosa prima se non ci sono clienti. Se arrivi in quei momenti con la macchina che non va, di solito ti manda via: deve chiudere! Le ore di libertà della giornata sono fondamentali alla qualità della vita, molto più di qualche Euro in più in tasca. Non si scappa: il tempo non si compra.

Web_piedi

Sintesi di un anno

Web_piedi

E’ stato un anno particolare, per me, questo 2015, e per vari motivi. Non sono solito entrare nei dettagli personali, sul blog e su internet in generale, ma qualcosa mi va di dire.

E’ stato un anno concitato, con alternanza di notizie positive e negative, che per lo più ha girato attorno alle cure per mio padre malato.

Papà ha deciso di andarsene poco prima di Natale. Poteva accadere da un momento all’altro, ma quando succede è sempre improvviso, e poi eravamo pronti ad assisterlo ancora a lungo se necessario. E’ stato doloroso e, al contempo, come uscire fuori da un tunnel che durava da anni. Letteralmente anni: almeno cinque.

Sono una malattia terribile, l’Alzheimer e la demenza senile, che si portano via le persone un poco alla volta, fino a lasciarne poco più di un guscio vuoto e rinsecchito, più bisognoso di cure di un bambino piccolo, con in aggiunta le esigenze di una persona anziana e delicata.

Malattie che mettono a dura prova la resistenza fisica e psicologica delle persone che assistono i malati, soprattutto i parenti stretti. Per me è stato faticoso, ma per mia madre è stato molto peggio. Senza scendere nei dettagli, ho temuto molte volte che non ne venisse fuori. L’assistenza per i malati è in gran parte delegata alle famiglie. L’ASL si limita a fornire “materiali” e l’INPS l’assegno di accompagnamento, ma le trafile per ottenere i primi e il secondo sono un calvario costellato di complicazioni burocratiche, scostumatezze d’alto e basso livello, vere e proprie prese per i fondelli da parte di medici, CAF, call center e impiegati pubblici d’ogni sorta.

Web-stelle-cupe

Per fortuna c’è anche chi fa il proprio dovere, nelle istituzioni, comprende i drammi umani che si trova davanti e prova a mettere una pezza ovunque sia possibile. Per molti – ho constatato – fare il medico o l’infermiere continua a essere una missione prima ancora che un lavoro.

L’assistenza per i familiari è, d’altra parte, pressoché inesistente, a parte l’impegno dei volontari dell’AIMA. Per noi, che abbiamo deciso di curare Papà in casa, invece di condannarlo a una fine più rapida e triste in un centro per anziani, è stato un disperarsi e inventare soluzioni tampone di minuto in minuto, man mano che la malattia degenerava in forme nuove, con la solita giostra di badanti che, in molti casi, fanno danni in misura molto simile all’aiuto che forniscono. Assenza di ogni tempo libero e preoccupazione continua per ogni minimo segnale, con la coscienza che non esiste una via d’uscita. Unica compensazione, i sorrisi di mio padre, sempre più vuoti di coscienza e di comprensione di quello che gli avveniva attorno.

Malattie inguaribili, con cure che, al più, rallentano il decorso, e, inoltre, quasi ignote, nonostante siano diffuse: in tanti ci hanno chiesto: “ma come è morto, così all’improvviso?” Si, anche i parenti che chiamavano una volta ogni paio d’anni con la smania di sentirsi dire a tutti i costi che “va tutto bene”. Plauso per me e Mamma, che non siamo andati a piangere in giro – a cosa sarebbe servito poi?

E’ che non la si vuole conoscere, la demenza senile. Fa ribrezzo solo a pronunciarla. Cancella quello che consideriamo umano nell’uomo. Fa piazza pulita di conoscenze e ricordi e poi rende del tutto inermi, smarriti. Anche per noi è stato un doloroso cammino accettarla: a lungo abbiamo sperato che Papà fosse solo “scordarello” come tutti gli anziani e egocentrico per carattere.

Ora faccio passare queste feste e provo a riprendere contatti con tante cose, tanti interessi che avevo dovuto tralasciare, deposti sull’altare della necessità quotidiana di casa e lavoro, come il mio blog di storia aeronautica, a cui non mi dedico da un po’.

A rendere carico questo 2015 ci sono stati, nel corso dei mesi, anche eventi positivi: una promozione sul lavoro – sudata e, al tempo stesso, inattesa – e soprattutto la decisione di sposarmi il prossimo anno. Fatemi gli auguri!

web-mini-presepe

Small_IMG_7313proc_notturno

L’Universo, il vuoto e tutto quanto

Small_IMG_7313proc_notturno

Nelle descrizioni che si danno dell’Universo, non si spiega quasi mai quanto sia vuoto. Secondo me non solo perché è difficile farlo capire, ma perché proprio c’è un ostacolo mentale ad affrontare il tema. Lasciamo da parte telefilm e altre opere di fantascienza, dove a ogni puntata o capitolo si deve incontrare un pianeta e una razza aliena, finendo per descrivere uno Spazio sovraffollato di corpi celesti e creature, per lo più simili alla Terra e agli esseri umani. Anche nella divulgazione “seria” ci si concentra sul “pieno”, sugli oggetti che si osservano, tralasciando lo sterminato “vuoto” che li separa l’uno dall’altro.

Cominciamo dal Sistema Solare: se paragonassimo il nostro amato pianeta Terra (amato ma non tanto, considerato come lo trattiamo) a una biglia da due centimetri di diametro, l’orbita di Nettuno avrebbe un diametro di alcuni chilometri. Plutone, declassato da pianeta a pianetino, sarebbe ancora più lontano. E in mezzo? Praticamente nulla, tranne una manciata di pianeti grandi, al più, come bocce, e un po’ di sassolini e granelli di polvere a modellare satelliti, asteroidi e altri oggetti astrali. Qui di seguito un video che mostra un modello in scala di questo tipo, realizzato nel deserto del Nevada. Spettacolare vero?

Per arrivare poi alle stelle vicine nella nostra Galassia sarebbe necessario percorrere distanze sterminate, ovvero anni luce di vuoto. Le galassie, a loro volta, sono separate tra loro da distanze inimmaginabili, eccetera.

Singolarmente, lo stesso fenomeno si verifica nell’infinitamente piccolo: elettroni, neutroni e protoni, che compongono gli atomi, hanno dimensioni infinitesime rispetto a quelle, già difficili da immaginare, degli atomi stessi.

In pratica il componente fondamentale dell’Universo è il vuoto. Secondo i nostri criteri abituali, l’Universo si può descrivere come vuoto, con dispersa una frazione trascurabile di altri componenti. Ciò anche tenendo conto della “materia oscura” dei “buchi neri” e di altri concetti che si teorizzano per spiegare le osservazioni.

Secondo me è una carenza della fantascienza, non soffermarsi sullo spazio in quanto tale. C’è stato qualche tentativo, ma quelli che conosco non mi sono sembrati molto riusciti. In parte funzionano i tempi lunghi di alcune magistrali realizzazioni, a cominciare dal celeberrimo “2001”.

In effetti è difficile parlare del vuoto, come si fa? Come lo si descrive o traccia? Come lo si fa sentire? Inoltre crea sgomento, fa paura, dà vertigine e senso di spaesamento. Non è accogliente, il vuoto, è troppo lontano dalla nostra dimensione umana.

Occhio, che sto parlando di “vuoto” e non di “nulla”: sono due concetti fisicamente e filosoficamente diversi: il vuoto ha dimensioni di spazio e tempo, ha proprietà termiche ed elettriche, può essere deformato, ampliato o ristretto, nella sua combinazione spazio-tempo è l’elemento fondamentale della relatività Einsteiniana. Il vuoto è una sorta di sostanza, insomma, la cui caratteristica più interessante è di lasciarsi attraversare dalla materia.

Il big-bang primordiale, da cui s’ipotizza che sia nato l’universo, non è banalmente una grande esplosione, come da vulgata: non è materiale che si espande nello spazio vuoto, perché prima del big-bang neanche questo esisteva. E’ invece proprio lo “srotolarsi” dello spazio-tempo, che espande le sue frontiere trasportando la materia, che in esso si evolve. E’ – ma questa è una mia nota personale di cui mi scuserete – l’immagine migliore possibile della Creazione, il vero “Fiat Lux” originario.

pioggia_small-revised

Inizio d’autunno

pioggia_small-revised

Un po’ in ritardo, ma eccoci qua, all’appuntamento con la poesia stagionale. D’altra parte questo blog è per il piacere di scrivere e condividere, magari esibire, e non per stare sul pezzo dell’attualità. In questo momento, ogni tanto mi escono versi, che però devono decantare prima di essere diffusi.

~

Calano giorni di pioggia,

monotoni e perversi.

Tornate di lavoro inconcludente,

preparatorie.

Tempo di prima della Creazione,

quando tutto era,

in potenza, già pensato,

ma nulla

in atto, né la luce,

e la coscienza dormiva,

innocente,

un sonno inconsapevole d’infante.

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farlo.

Micro sfruttamenti

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Interno palestra, pomeriggio inoltrato. Il tipo davanti a me ci mette un po’ a depositare i suoi beni nella cassettina di sicurezza all’ingresso e salutare la fidanzata. Attendo simulando pazienza.

Ci ritroviamo allo spogliatoio: pochi minuti per dismettere i panni casual-borghesi e calzare quelli morbidi da sala attrezzi. Ma lui prima tira fuori telefonino e caricabatteria e si mette a caccia ansiosa di una presa di corrente. La trova e se ne serve per sette minuti netti. In pratica ha rubato qualche “milliwattora” alla palestra trasformandolo in qualche punto percentuale di carica del telefonino: qualche minuto di funzionamento in più. Un micro-sfruttamento. Niente, in pratica, nel caso di specie, soltanto un po’ oltre la soglia del ridicolo, se non fosse il sintomo di un atteggiamento diffuso e moltiplicato all’infinito, cioè la mentalità di appropriarsi di beni e vantaggi ogni volta che sia possibile farlo impunemente, a prescindere dalla necessità di farlo e dall’entità risibile degli stessi. La mente sempre concentrata su come spillare l’ultima frazione di centesimo da quello che si ha a portata di mano e che non si deve (direttamente) pagare. Ovviamente senza tenere conto dei costi indiretti, perché quello che è collettivo, si sa, non è di nessuno, in particolare non è proprio e quindi, in sintesi, non conta.

E’ un atteggiamento molto diffuso, quello di sfruttare il disponibile fino all’ultima goccia, anche quando non se ne ha strettamente bisogno. Un altro caso minimo, direi peggiore, è quello del viaggiatore d’affari che, mentre esce dalla sala d’attesa della business-class di un aeroporto, afferra “distrattamente” una manciata di snack e se li mette in tasca. Non credo che l’incravattato figuro ne avesse bisogno per saziare una fame improvvisa o per far quadrare il suo bilancio familiare.

Vale lo stesso discorso quando si tiene il rubinetto aperto, in albergo, per lavarsi i denti, mentre magari non lo si fa a casa, oppure tenere la doccia calda aperta per mezz’ora per fare vapore e “stirare” la camicia tirata fuori dai bagagli. I due bicchieri di plastica riempiti all’erogatore in mensa, invece di uno, perché ci si stanca a alzarsi da tavola e riempirlo di nuovo a metà pasto.

O anche la ressa ai buffet di matrimoni o villaggi vacanze, anche quando sono ben forniti: dopo antipasti, due assaggi di primo, secondo di terra, secondo di mare, contorno e caffè, il piatto dei dolci deve essere riempito, perché tanto non si paga. E fa nulla che alla fine, per raggiunti e superati limiti fisiologici, lo si lascia per tre quarti pieno perché sia diretto al cassone dell’immondizia.

Un caso diverso, ma comunque interessante, è quello del tipo che rimane fermo in tangenziale, con l’auto in panne, e intasa il traffico per minuti e ore. Può succedere a tutti, certo, ma magari un po’ di colpa ce l’ha, per manutenzione tralasciata o superficiale, al fine di risparmiare qualche Euro. Avrà dei costi, il personaggio, certo, ma quanti ne causa alla collettività in termini di consumi di carburante, inquinamento e ritardi inflitti a centinaia di persone a lui del tutto estranee?

In tanti casi si grava sulla collettività senza avere un autentico bisogno di farlo, più che altro per esercitare la propria mini-furbizia e sentirsene orgogliosi. I costi, poi, si spalmano e nessuno se ne sente responsabile, salvo lamentarsi per i prezzi, osservare che le stagioni sono impazzite e prendersela con il politico di turno.

Essendo il sottoscritto un fanatico dei numeri, mi verrebbe la curiosità di conoscere l’effetto collettivo di questi nano-abusi. Di certo è un calcolo molto complesso e non saprei da cosa cominciare, un po’ come sommare la massa della polvere cosmica e confrontarla con quella delle stelle. Mi piacerebbe verificare se, come nel parallelismo astronomico, alla fine la micro-furbizia è talmente diffusa e ripetuta da sommare un costo paragonabile, o addirittura superiore, a quella macroscopica dei ladri matricolati.

aeroporto

Nuovo giorno in ufficio

aeroporto

Ormai è una malattia, ma dopo che hai superato la paura della “prima volta” tutto diventa più facile e ogni tanto pubblico una poesia. Anche questa è, a modo suo, autobiografica.

***

Un tema, un compito, una scrivania,

strumenti vecchi e semi-nuovi

per riempire questo spazio-tempo.

La polvere sotto il monitor

e in tutti i recessi, psichici e non:

i sedimenti della vita passata,

scorie attive di tentativi e risultati,

come monotonia solida, umida,

materiale di risulta dell’esperito,

che diventa sostanza da costruzione,

base confortevole e tiepida,

concime di pensieri.

Lunghe ore di varianti infinite,

sintesi meccanica di simile e diverso,

noia creativa, genio ordinario.

La nuova vita, così come il lavoro nuovo,

si edificano sempre sopra i residui,

stratificati e compattati,

dei precedenti.

Storie per tutti i gusti, tasche e occasioni

Il trucco del racconto

Storie per tutti i gusti, tasche e occasioni

Storie per tutti i gusti, tasche e occasioni

Sono appena rientrato dalle vacanze e mi sono messo in cerca d’idee nuove per un post. Mentre sei al mare sembra che te ne frullino in testa a decine, in attesa soltanto di una tastiera o almeno di un bel foglio di carta, ma poi, all’atto pratico, ci vuole un po’ di sforzo per concretizzarne qualcuna. Oggi parleremo di storie.

La cultura dell’uomo è costruita sui racconti: tutto è cominciato dai racconti attorno al fuoco, nei villaggi, alla fine della giornata, soprattutto quelle volte in cui il pasto era stato soddisfacente. Da questi sono nate le tradizioni orali e poi i miti, forma cristallizzata di un’interpretazione culturale del mondo e della vita, non priva di contraddizioni. Con la scrittura il racconto è diventato testo e poi letteratura, quindi arte e tecnica. I racconti sanno di vita e di realtà, sono gradevoli, avvincono fino al finale, lieto o tragico che sia, possibilmente ma non necessariamente a sorpresa, perché a volte anche la conferma dell’ovvio è piacevole. Perché quello che davvero piace è l’intreccio e i personaggi. Non è un caso che i libri che vendono più copie siano i romanzi e non i saggi, e che la gente vada al cinema, di solito, per vedere storie e non documentari. Tutti parlano di racconti, ci piace sentire storie e aspettarne lo sviluppo, farne esempi in positivo o in negativo, prenderne le distanze o riconoscerci dentro, distinguere fra storie reali e inventate e magari mescolarle fra loro: anche i partiti politici si qualificano per il loro modo di “raccontare il paese”.

In effetti porre un concetto in forma di racconto è un modo per renderlo più facile da capire, più gradevole da apprendere, più immediato da ricordare e anche più automatico da accettare. E’ una scorciatoia per scavalcare le barriere intellettuali e culturali. Perfino nel redigere i documenti tecnici si fa uso, a volte, di uno stile che richiama un racconto: “avevamo un problema, abbiamo provato a risolverlo in un modo ma ci siamo accorti che non andava bene, per cui ci siamo guardati attorno…”

Ma sta proprio in quest’aspetto il problema: la facilità di accettazione. Il racconto è, in se, un esempio, anzi un caso esemplare, per cui quello che ne consegue sembra di per se evidente, non ammette refutazione. Insomma ci sono tutti i presupposti per un imbroglio. D’altra parte le ordinarie truffe cosa sono, se non racconti ben orchestrati e circostanziati? Meccanismi narrativi oliati che, con pochi abili aggiustamenti da apportare volta per volta, conducono il “pollo” quasi a spennarsi da solo.

Si pone un problema sull’onestà di chi racconta, o, per meglio dire, sulla sua buona fede. Se vuoi convincere qualcuno di qualcosa, non scrivere un saggio, che quasi certamente sarà letto da pochi, è indirizzato all’intelletto e può essere refutato da un altro ragionamento. Scrivi piuttosto un romanzo, o meglio ancora la sceneggiatura di un film o di uno sceneggiato televisivo, che parlano alla fantasia e agli istinti e possono al massimo essere stroncati dalla critica, ma difficilmente cancellati dalla mente del fruitore.

Di contro se ti raccontano una storia fai attenzione che non ci siano secondi fini. Accettala ma con un margine di riserva, se vuoi di discussione a posteriori. Il racconto è più difficile da smontare rispetto a una costruzione logica, perché non sempre ha pezzi facili da identificare, non obbliga a rigore matematico nei passaggi, ma con un po’ di sforzo ci si può riuscire, e da una crepa si può demolire l’edificio. A volte basta non entrare dalla porta principale ma sbirciare da una finestra, ovvero guardare i fatti narrati sotto un’altra angolatura, per cambiarne completamente il significato.

LibriMussolini

A proposito di Mussolini

LibriMussolini

So che è sostanzialmente inutile, ma vorrei sottolineare alcune sviste della propaganda vetero-fascista che ogni tanto rinasce sui siti sociali. Ovviamente ci sono gruppi e singoli che s’impegnano alla grande per diffondere il nuovo verbo che poi nuovo non è e fanno leva sul senso d’insicurezza dei singoli, sulla speranza di una soluzione semplice che doni la “tranquillità” alle “persone comuni” (entrambe espressioni su cui ci sarebbe molto da approfondire), ma soprattutto sfruttano la diffusa ignoranza storica, loro e altrui. Ma così facendo si rischia di additare come soluzione un male peggiore che non cura niente. Non volendomi dilungare, ecco un piccolo elenco di “abbagli” che la propaganda sub-mediatica tenta di diffondere ma che, secondo me, saltano agli occhi

***

Abbaglio: “Con Mussolini l’Italia è stata grande”.

Spiegazione: la propaganda l’ha illusa di essere tale. Qualcuno disdegna i TG odierni eppure crede con fede ai cinegiornali del ventennio! La politica fascista ha impedito una vera crescita industriale, perché garantiva i guadagni agli industriali nazionali con l’autarchia e una politica “consociativa”, che si può definire di “scambio di favori”. E gli industriali, infatti, lo sostenevano senza eccezione. Gli esiti della guerra dimostrano quanto eravamo indietro rispetto alle vere potenze mondiali. E le colonie… Se quelle erano grandezza…

***

Abbaglio: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Spiegazione: ha fatto cose che ogni governo decente avrebbe fatto, in termini di opere pubbliche e stato sociale, e le ha fatto meno e peggio di quanto un governo democratico avrebbe potuto fare: vedi quello che avveniva in Francia e Inghilterra. Ha concesso qualche miglioramento di politica del lavoro proibendo nel contempo lo sciopero, scelta molto gradita agli stessi industriali, Ha represso con violenza ogni dissenso. La guerra che ha letteralmente distrutto il Paese non è stata un incidente o un effetto di “cattivi consiglieri”, ma un fine chiaro di tutto il fascismo e di Mussolini personalmente.

***

Abbaglio: “Mussolini era così onesto che è morto povero”.

Spiegazione: in effetti non era un ladro. Un assassino, megalomane e falsario si, e a voi giudicare cosa fosse peggio. Ma soprattutto era assetato di potere, e per questo ha lasciato il campo libero a ladri, truffatori e approfittatori degni delle tangentopoli attuali. Diversi storici sottolineano come non volesse collaboratori in gamba attorno, per paura che lo criticassero e fossero tentati di scavalcarlo. Voleva tutto il potere per se e si circondò di personaggi mediocri e arrivisti, allontanando gestori in gamba come Balbo. In pratica non rubò in prima persona, ma lasciò rubare, appropriare e mal gestire con ben poco freno.

***

Piccola nota a termine di questo breve elenco: so che non farò cambiare idea a nessuno. Chi spera nell’ “uomo forte” continuerà a farlo. Prendetelo solo come una sorta di sfogo o presa di posizione personale. Suggerisco due letture, per chi vuole cominciare un approfondimento, riprodotte nella foto in testa: il breve saggio storico “A proposito di Mussolini”, di Mack Smith a cui ho preso in prestito il titolo, e “Il dito dell’anarchico”, la storia, raccontata come un romanzo dal Lorenzo Del Boca, del velleitario attentato a Mussolini da parte dell’anarchico Gino Lucetti, descrivendo al contempo società e piccolezze del regime.

PitturaLuce

Ode alla distrazione, ovvero la necessità della perdita di tempo in quanto tale

PitturaLuce

Il tempo che si perde ogni giorno in attività secondarie è impressionante. La stanchezza che ho accumulato a fine giornata, in che misura dipende dall’aver fatto qualcosa di utile, almeno in modo contingente, e quanto dall’essere corso dietro al futile o all’inutile, se non al dannoso?

Certo, molte attività che ci riempiono la giornata sono inevitabili, così come molte perdite di tempo. Ci sono semplicemente imposte dall’esterno e non possiamo farci nulla, almeno nel breve periodo, come le code alla posta o in tangenziale. Alcune sono risolvibili organizzandoci meglio, ma per altre servirebbe proprio un cambiamento di vita o una rivoluzione. Ma altri sperperi di minuti e di ore ce le cerchiamo di proposito. La consultazione compulsiva delle reti sociali, per esempio, e poi ci sono la pornografia, o il gioco d’azzardo o semi-tale, per rimanere su Internet, oppure il pettegolezzo, l’osservazione oziosa del prossimo, la televisione come mezzo per far notte. Pause e tempo libero sembrano diventare più uin problema che un’opportunità.

Ovviamente è necessario far divagare la mente, ogni tanto. Ho sentito dire che il massimo periodo continuativo di concentrazione su un tema, con alti e bassi, è di due ore, e l’esperienza mi dice che, con ogni probabilità, il valore è sovrastimato. Insistere oltre certi limiti fisiologici non è produttivo, perché il semplice sforzo di mantenere l’attenzione consuma quasi tutte le energie. Mi accorgo che lasciare da parte un problema, per un po’ di tempo, mi aiuta a rigirarlo da un’altra parte e trovare più facilmente la risposta. Inoltre la mono-mania, di qualsiasi tipo, rischia di portare rapidamente alla demenza o alla follia.

Questo non è una giustificazione per sprecare una parte della propria vita aspettando che una soluzione ai problemi emerga da se, come per magia, dal fondo della coscienza. Bisogna al contrario cercare di incastrare quante più cose nel tempo, fisso, che ci è concesso.

Più vado avanti nella vita e più mi convinco che sia importante scegliere in modo oculato anche le proprie distrazioni. Avere un lavoro che consenta di alternare più attività, ad esempio, magari alcune di matrice più intellettuale e altre più manuale, e di prendersi qualche piccola pausa. (Ad avercelo, un lavoro, commenteranno tanti). Idealmente, per il cosiddetto tempo libero – poco o molto che sia – sarebbe necessario uno spettro di applicazioni piacevoli che siano almeno marginalmente utili, per tenere lontano l’intelletto da quelle inutili o dannose. Un po’ come il sedano che si mangia durante la diete, per ingannare lo stomaco con l’atto meccanico del mangiare che però non dà calorie, tenendolo così a distanza da cibi più gustosi ma poco raccomandabili per il nostro stato fisico.

Non dico nulla di nuovo, è lo scopo degli hobby e dello sport non professionistico. Se ne sono scritti volumi su volumi.

Qualche piccolo margine di perdita di tempo andrebbe contemplato e consentito in tutte le attività lavorative, proprio per migliorare la produttività complessiva e mantenere la qualità. In fondo non dovrebbe interessare solo il risultato di oggi, ma anche quello di domani e quello successivo ancora.

Per me il blog è esattamente questo: un modo di divagare continuando a tenere in funzione il cervello, evitandogli di fare di peggio. Ne ho un intero spettro di questi strumenti di distrazione – non di massa ma personale – ovvero l’altro mio blog di storia dell’aeronautica del Meridione d’Italia, la fotografia, la scrittura di racconti di fantascienza e le curiosità sull’informatica. Anche un’ora in palestra, ogni tanto e anzi non abbastanza spesso. Mi accorgo in realtà di averne troppi: alla fine dedico poco tempo a ognuno.

E’ importante, in effetti, evitare che strabordino: il diversivo deve restare tale. Considerarlo come un utile lusso, quando ce lo si può concedere, che fornisce anche un margine di prodotto utile, almeno per la persona. Se supera i suoi confini di tempo limitato “rubato” agli impegni quotidiani, si snatura. Mi riferisco non soltanto alle manie, certamente da evitare, ma alla tentazione, che ogni tanto affiora, di trasformare l’hobby in lavoro. Se in qualche caso può anche sembrare una buona idea non lo è, per me, in generale: se dovessi fotografare per vivere, ad esempio, non sarebbe più un diversivo stimolante ma un lavoro, non più qualcosa di puramente divertente ma di necessario. Il risultato dovrebbe sempre essere forzatamente positivo, per accontentare un cliente. Me ne sono accorto più di una volta, quando mi è stato chiesto di documentare eventi e mi sono divertito molto meno che a scattare per puro piacere. Il diversivo diventa allora qualcosa da cui cercare, a sua volta, diversivi.

Lo stesso varrebbe se dovessi scrivere a cadenze fisse e magari serrate su questo blog, per accontentare un committente o mantenere un dato numero minimo di visite giornaliere. Insomma è bello così, per me, come mi viene.

E no, non ho molto tempo libero: lo rubo alla televisione e al sonno, la sera, e a qualche quarto d’ora di pausa, durante la giornata, quando si può.

IMG_6177_germoglio_Small

Momento autobiografico

IMG_6177_germoglio_Small

L’amore, dopo i quaranta

E’ un intreccio complicato.
Il cuore non parte più a tuffo,
E’ prudente, impacciato,
Timoroso, perfino buffo,
E pur non appaciato.
Scioglie i freni all’improvviso
E inciampa sul lembo di un sorriso.

E’ una scommessa azzardata,
Un superenalotto della vita,
Una scheda non si nega,
Se la gratti, poi ti lega
E cambia il tempo della partita.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

Niente… E così non sia

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

“Signora è in linea, ci dica…”

“Niente io…”

“Arrivederci”.

M’immagino una telefonata in diretta alla radio che si svolga così, troncata sul nascere di un insano “niente” d’esordio. Perché se parti con un “niente” perché hai chiamato, in primo luogo? Se sospetti che quel che hai in mente ha poca importanza – o peggio che non sarai in grado di esprimerlo passabilmente – perché abusi del tempo di una persona che sta lavorando e mio che me ne sto in ascolto?

Tra le tante abitudini deprecabili della bella lingua italiana, particolarmente fastidiosa è l’uso del “niente” come intercalare o affermazione d’esordio. E non solo alla sensibilità del sottoscritto: questo post mi è stato suggerito da un amico che è anche uno dei miei (pochi) lettori.

Il “niente” calato a casaccio è tipico italiano: non mi sembra di aver mai sentito un anglofono inserire dei “nothing” o un francofono dei “rien” così, a casaccio, nel discorso, e vi assicuro ce ci ho avuto spesso a che fare, professionalmente e non.

E’ sgradevole perché marca un approccio sbagliato: parlo ma non so se quel che dico ha senso per qualcuno, se è importante o interessante, o più banalmente non so se sarò capace di dirlo in maniera adeguata.

Manifesta un’incapacità presupposta prima ancora che espressa, un’auto-svalutazione del pensiero, un partire col piede sbagliato, cominciare il viaggio con un passo all’indietro, muoversi al passo dopo essersi chinati sui blocchi di partenza, iniziare un periodo con la minuscola; sottolinea una mancanza di sicurezza nei propri argomenti prima ancora che nella capacita di esprimerli.

E’ un intercalare finto discorsivo, la versione pseudo-intellettuale della parolaccia buttata a caso, utilizzato per dare un salto di ritmo a battute banali dandogli un facile senso popolar-nazionale.

Insomma è il peggior modo per introdurre o intercalare discorso, perché marca un cedimento alla mediocrità, accontentarsi del pensiero così come viene sperando che il prossimo lo accetti e ci aggiunga da sé il significato mancante. Non provare nemmeno a migliorarsi. E lo marca da subito, da quando si comincia, senza nemmeno il tentativo di dare un tono più alto al discorso. Insomma – mi ripeto – una velata mancanza di rispetto per se e per il prossimo.

Raramente il “niente” nasce da eccessiva modestia, difetto grave come lo è sempre non sfruttare le proprie qualità. Talvolta è un “niente” di pigrizia, il rifiuto colpevole di far muovere il pensiero oltre il livello basso della prima sensazione, con l’onestà, parziale attenuante, di dichiararlo da subito. Qualche volta è di pura abitudine e convenzionale, appreso passivamente dall’averlo sentito a oltranza e bilanciato dalle frasi che seguono, che magari qualche senso compiuto lo rivelano. E’ però assai spesso un niente che permea il discorso: davvero quel che viene dopo non valeva la pena d’essere detto.

Ape

In teoria è così ma in pratica… anche

Ape

I luoghi comuni, i modi di dire, i motti di spirito di solito esistono per un motivo e raccontano un pezzo di realtà. Si sbaglia, però, e per ignoranza, quando si applicano in modo acritico.

Personalmente, per inclinazione caratteriale e professionale, quello che tollero di meno è “In teoria sarebbe così, ma in pratica no”. E ancora di più mi irrita il sorrisino che di solito ne segue.

Uno dei motivi è che è usato spesso con saccenza, da qualcuno che vuole dimostrare di “sapere vivere” e di “conoscere il mondo”. Di essere un tipo esperto e disincantato, insomma, a cui certe illusioni sono passate da un bel pezzo.

A ben vedere, un senso il modo di dire ce l’ha, perché è un modo facile di dire che “se la teoria e la realtà non corrispondono, uno dei due è sbagliato”, ovvero si sta applicando la teoria giusta alla realtà sbagliata, o viceversa. Un esempio famoso è quello del paradosso del calabrone, in base al quale, applicando le teorie dell’aerodinamica e tenendo conto del peso dell’insetto, questi non dovrebbe essere in grado di volare. I più saccenti concludono con: “ma lui non lo sa, e quindi vola lo stesso”.

La radice del paradosso è comprensibile: il calabrone non vola come un aliante o un aeroplano, e nemmeno come un aeroplanino di carta, ma agita le ali velocemente (e anche in modo molto preciso, va detto), generando così i vortici che gli servono per tenersi in aria e spingersi dove l’istinto gli dice di andare. Se cerco di applicargli le teorie dell’aerodinamica stazionaria, relativa a ali rigide che si muovono a velocità fissa nell’aria, i conti non mi tornano. Sarebbe un po’ come guardare un ciclista e commentare “questo qua secondo le teorie della statica dovrebbe cadere”, e concluderne che le leggi fisiche che tengono su i palazzi sono sbagliate.

Il senso vero del paradosso è quindi che abbiamo ancora tanto da imparare. Le nostre teorie coprono una piccola parte della realtà e abbiamo davanti molto da lavorare.

Quello che succede invece, il più delle volte, è che si prova a descrivere una realtà complessa con una teoria semplificata, concludendo – guarda caso – che le predizioni non sono confermate e ricavandone che quelle stesse teorie sono inutili e sbagliate in partenza.

E’ vero, c’è sempre un margine d’ignoranza in ogni attività, che va riconosciuto e gestito. Se la teoria non è perfetta è perché non siamo capaci di produrne – o di impiegarne – una migliore. Lo scopo del tecnico è realizzare il possibile conoscendo in primo luogo i limiti dei propri strumenti. Non farlo è il più grave degli errori e vi incorrono, purtroppo, non solo i profani: anche i tecnici dimenticano spesso quali siano i limiti di applicazione delle loro teorie. Applicare una teoria molto al di fuori dei limiti per i quali è stata sviluppata equivale a tirare numeri al lotto. L’uso dei computer ha peggiorato la situazione: s’immettono dei numeri, la macchina dà un risultato, e il tecnico pigro o ignorante (non saprei quale sia peggio) non si domanda nemmeno se abbia un senso. Succede in ingegneria ma, credo, molto più spesso in economia, e spiega certe decisioni troppo drastiche e schematiche, assunte in modo acritico come risultati di una scienza esatta, per essere poi sbugiardate dalla realtà.

Il vantaggio ipotetico della “pratica” travalica le chiacchiere da strada e gli uffici esecutivi entrando anche nelle scuole e nelle accademie, dove invece non dovrebbe trovare alloggio, perché sono i luoghi dove si dovrebbe coltivare la capacità dell’intelletto di guidare la realtà, dopo averla compresa e con l’umiltà di non poter essere onniscienti, e non il passivo contrario di assecondare i fatti senza capirli. Secondo me è un palese segno di mediocrità di una parte di docenti e professori, condito con una buona manciata di presunzione che non guasta mai, anzi guasta sempre.

FinestreNewYork

Vita in ufficio e altrove

FinestreNewYork3

Finestre di Manhattan

Del lavoro d’ufficio si è detto un po’ di bene e quasi tutto il male possibile. L’impiegato è diventato una figura emblematica di una certa concezione della vita e Fantozzi ne è diventato l’emblema, figura molto meno di fantasia di quanto possa sembrare. Infiniti aspetti organizzativi sono stati analizzati e risolti di volta in volta in un modo o nel suo opposto, sempre col fine di aumentare la produttività degli impiegati: uffici singoli per aumentare il confort, open space sterminati per aumentare l’interazione e il controllo reciproco, box comunicanti come soluzione intermedia, colori tenui per creare un’atmosfera rilassante o accessi per mantenere viva l’attenzione. Eccetera eccetera, ma secondo me un aspetto non è stato sviscerato a sufficienza, e invece potrebbe tornare di grande utilità.

L’ufficio è un luogo la cui psicologia merita di essere approfondita, perché se un tot di persone, abbinate tutto sommato a caso, riescono a convivere a stretto contatto per molte ore al giorno, in un ambiente tutto sommato ristretto, stando praticamente gomito a gomito per molti anni, e sono capaci di farlo in modo tutto sommato pacifico, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, e qualche volta diventando perfino amici, allora forse se ne può trarre qualche insegnamento utile a più ampio spettro, per rendere meno conflittuale il clima di altri consessi, come condomini e vicinati, e magari indicare strumenti per la convivenza anche comunità più ampie, e perfino gli stati.

FinestreNewYork2

Indegnamente, provo a dare qualche idea a riguardo, lasciando agli specialisti di riempire le pagine dei volumi, più di quanto sia già avvenuto.

Il primo aspetto che viene in mente è che per stare insieme, per sopportare il prossimo, è necessario un utile. Nel caso dell’ufficio, il ritorno fondamentale è chiaramente lo stipendio, poi ce ne sono altri variamente collegati a questo, come la possibilità di fare carriera.

C’è poi un aspetto di rassegnazione, o meglio di mancanza d’alternativa: se è questo che devo fare, allora conviene che mi organizzo perché vada avanti nel modo più gradevole – o meno sgradevole – possibile. La maggior parte delle persone cominciano a considerare intollerabile il loro ambiente lavorativo quando individuano, o fantasticano, un’alternativa possibile.

Mi ricorda l’esperienza, per certi versi analoga, del servizio militare, che ho fatto in età relativamente tarda. Ci dividemmo, noi reclute, secondo l’indole personale, tra coloro che si sforzavano di fare il meno possibile, cercando scappatoie e correndo il rischio di punizioni, e chi s’immedesimava nel ruolo, in pratica giocava a fare il soldato. Ebbene, il primo gruppo era quello più soggetto a malumori, soffriva la noia e la costrizione della caserma molto più del secondo. Nel secondo gruppo c’è anche chi ne ha ricavato qualcosa di utile: esperienze, patenti di guida, amicizie.

FinestreNewYork

Molti si appassionano al loro lavoro o almeno ad alcuni suoi aspetti. Ovviamente aiuta. Succede, anche in questo caso, quando se ne vede un ritorno, non necessariamente solo economico. La soddisfazione personale pesa al fine di svolgere bene il proprio lavoro. C’è poi un istinto umano a voler far bene le cose, soprattutto quando questo è riconosciuto dal prossimo.

Si collega a questi il fine comune, ovvero che quell’interesse condiviso può essere meglio raggiunto se ognuno fa la sua parte, o almeno non si mette tra i piedi. Si crea una soddisfazione personale nel fare bene quello che poi servirà al proprio vicino di scrivania. Questo funziona negli uffici almeno parzialmente efficienti: in tanti posti della pubblica amministrazione, invece, l’obiettivo comune su cui si coagula la maggioranza delle teste è quello di conservare lo “status quo” di fare il meno possibile e in cui nessun si aspetta risultati significativi in tempi ragionevoli. In questo caso è chi s’impegna a “produrre” che diventa la pecora nera, osteggiata e mal vista da tutti.

2015-05-08 11_18_27-_new  2 - Notepad++

De vulgari invidia

2015-05-08 11_18_27-_new  2 - Notepad++

L’invidia è un sentimento terribile, ed è l’opposto dell’empatia, ti fa vedere solo il bello dell’esistenza altrui.

L’invidia è anche meschina: si basa sull’assunto che se qualcuno ha più di te, in qualunque campo, di certo non ne ha il diritto.

E’ autocommiserativa; non riesco a ottenere quello che vorrei.

E’ il segno di una sconfitta personale, effettiva o in corso di realizzazione, perché individua una barriera insormontabile fra i desideri e la realtà.

E’ cattiva, perché desidera il male altrui, il male di chi ha quel bene che si vuole ma su cui non si possono mettere le mani. Vuole il male anche se quel qualcuno non ci ha fatto, e non desidera per noi, alcun male.

A volte ha delle attenuanti: gravi perdite sofferte, svantaggi subiti in modo incolpevole. In questi casi assume un carattere di mancanza e bisogno – d’affetti, di opportunità – più che di cattiveria.

Come tutti i sentimenti è più pericolosa quando è inconsapevole, perché allora diventa un vento che porta la vita alla deriva, qualche volta fino a conseguenze estreme.

Ma, in tutte le forme, è diffusa: quante tonnellate di carta stampata alimenta ogni giorno? La stampa gossip vive di curiosità, ma soprattutto d’invidia.

Non si vuole vedere cosa fa il famoso di turno, per curiosità morbosa o magari per capire quanto è simile o diverso da noi. No, lo si vuole cogliere in fallo, vederlo quando cade, nel momento in cui si rende ridicolo. Anche se si tratta di una foto presa da lontano e non correlata al contesto. Anche – e questo è l’assurdo del sentimento – se in tasca non ce ne viene nulla. L’invidioso cerca soddisfazioni che non lo sazieranno.

I flussi di bit pettegolari invadono la rete, sono i più cliccati sui siti, affollano le prime pagine di quotidiani che pretendono di essere seri e hanno in effetti cronache, approfondimenti, inchieste, ma raggiungono l’introito, in numero di “clik” o di ditate sugli schermi, grazie ai pettegolezzi.

Ma l’invidioso patologico non si limita a ammirare/odiare i VIP. L’invidia attraversa le strade e i pianerottoli, l’erba del vicino che è più verde, i suoi figli più in gamba, sua moglie più bona, il colpo di culo (che per forza quello è) nella carriera.

D’altra parte l’invidia è consumista: devi desiderare la roba d’altri per sperare di ottenerla anche te. Perché lui sì ed io no? Perché tenermi la mia utilitaria quando il mio vicino ha il SUV? Perché tenermi mia moglie se posso avere una donna più bella? E magari più di una?

L’invidia è un sentimento tutto legato all’avere. Dell’essere importa poco, se lo si può surrogare. Non essere belli ma avere un bell’aspetto, non essere saggi ma avere conoscenze e informazioni, soprattutto se utili per accaparrarsi beni e vantaggi. Non stare bene ma avere una buona salute, perché, almeno in parte, anche questa si può comprare, con le medicine, le cure, i cibi. Non essere sessualmente soddisfatti ma avere un’ampia vita sessuale, e magari esibirla al prossimo, far vedere di possederla. L’invidioso patologico si avvelena con le apparenze e cerca soddisfazioni in altre apparenze, e non le trova.

E l’invidia è diventata morale: non solo serve avere invidia, per individuare un bersaglio e arrivare da qualche parte, ma soprattutto bisogna fare invidia al prossimo. E’ la vera e unica dimostrazione di aver fatto qualcosa nella vita. Vincere surrogato a vivere. La vita privata dell’ex premier Berlusconi faceva più invidia che scandalo e, per anni, gli ha attirato più voti di quanti glie ne abbia alienati. Il bunga-bunga ha fatto sbavare d’invidia folle d’italiani, al punto da renderli sui ammiratori: aspetto questo che lui, a differenza di tanti suoi vocianti oppositori, aveva compreso benissimo.

Web_IMG_5671proc

Finestre in serie

Web_IMG_5548_finestre-raddrizzate

Mi sono accorto che le schiere di finestre sono per me un soggetto fotografico ricorrente. Ogni volta che vedo una bella facciata ampia e ordinata mi viene voglia di inquadrare e scattare. La ripetizione con lievi differenze di davanzali, infissi e linee di demarcazione sà tanto di pop-art, ma soprattutto è un cliché della modernità, la produzione in serie applicata all’abitare. Modernità intesa in senso ampio, non solo industriale. Guardando bene, ogni balcone o apertura ha qualche dettaglio che lo distingue, sengno del tempo o di chi lo abita. In questa raccolta ho applicato il trucco di deformare le foto raddrizzando le linee verticali, perché questo, secondo me, questo rende più straniante la prospettiva e enfatizza il senso di ciclicità. Senza pretese di originalità assoluta, che è ormai praticamente impossibile, mi chiedo se a qualcun altro sembrano interessanti come a me.

Web_IMG_4049proc.

Web_IMG_5671proc

Web_IMG_5690_finestre-albergo

Web_IMG_2796ritaglio2

Web_IMG_9996_facciata-1

Web_ritmo-balconi_01

25-aprile-2006_2

Venticinque aprile, non dimenticare

25-aprile-2006_2

In anticipo sulla festività nazionale, con profondo senso di responsabilità civile, prendendo il coraggio a due mani, pubblico una poesia che scrissi quasi dieci anni fa, sulla teoria e la realtà di questa ricorrenza. La foto è originale di quel giorno: si vede quanto sono cambiati i telefonini in questi anni.

~~~

25 Aprile 2006

Tesa, solinga, al sol di primavera

assiste, tricolore, una bandiera.

Alla folla rada, di bimbi un coro

canta “o bella ciao”, scherzando tra di loro.

Foto in posa, con sindaco e assessori,

poi van via, ridendo, coi genitori.

 

Fiera è la voce dell’anzian che narra

di guerre, eroi, martiri, ideali e fedi.

Odon pochi, alcuni anziani, caparra

d’onor, che un dì all’anno, Aprile, concedi.

 

Maggiore l’enfasi, minori i consensi.

Nessuno dei bimbi è stato, col parente.

Ode chi vuole, e sol ciò che udir vuolsi,

ognun col suo pensier, con sua patente.

 

Seguono canti partigiani ignoti.

Vado. Stan, beati e plaudenti, i convinti.

Porte aperte al Tribunale, anzi sfondate

File tribunale Napoli (Nicola Clemente) (3)

E’ stato forse l’evento del giorno ieri. Ingressi controllati al tribunale di Napoli, dopo il delitto efferato di Milano, ma i varchi sono pochi e mal gestiti. Dopo ore e ore di fila, alcuni avvocati hanno perso la pazienza e forzato per entrare nel tribunale. Forzato fisicamente: nei tumulti una porta a vetri è stata sfondata e qualche ferito. Passo indietro delle autorità: si torna al “vecchio regime” di ingresso col solo tesserino per gli avvocati. Vorrei fare qualche considerazione a margine, non so se banale o già detta, ma d’altra parte questo è un blog di opinioni personali, quindi eccola.

a) Napoli è una città perennemente al limite. Nello specifico il tribunale è di norma congestionato. Ho tanti amici avvocati che mi parlano di file per gli ascensori (insufficienti, e quindi mal progettati), piani e piani fatti a piedi per risparmiare tempo, corse fra le varie sedi centrali e distaccate.

b) In questo quadro, introdurre un collo di bottiglia, per di più senza predisporre tutto nel modo adeguato – numero di varchi, di metal detector fissi e mobili, di personale addetto – avrebbe sicuramente portato il sistema al collasso. Se l’autorità, quando ha dato le disposizioni, non l’ha capito, è incompetente. Se lo temeva ma ha preso la decisione ugualmente, per non fare “brutta figura” con il governo centrale, allora è ancora di più incompetente. Nella stessa mattinata quelle code interminabili erano il segnale palese che il sistema non funzionava: deve per forza avvenire il “fattaccio” perché si faccia un passo indietro?

c) Gli avvocati non sono tutti uguali. Non tutti sono ugualmente persone “civili e ben educate” come ci si aspetterebbe dallo stereotipo del professionista. Più in generale la figura professionale dell’avvocato si è svalutata, inflazionata. I grandi avvocati di grido con la fila fuori dalla porta dello studio sono pochi, spesso hanno ereditato lo studio da generazioni precedenti di avvocati, e hanno alle dipendenze platee di collaboratori più o meno stipendiati e di praticanti istituzionalmente non pagati, che non possono permettersi di mettersi in cattiva luce. Peggio ancora i piccoli professionisti che combattono per catturare qualche cliente. Ben pochi di loro possono permettersi di perdere udienze e giornate di lavoro a causa di code insensate: cosa vai a raccontare al cliente? “La sua udienza è saltata perché è ero in coda”. Nel panorama sovraffollato, impoverito e caotico della giustizia partenopea, è difficile procurarsi clienti, difficilissimo farsi pagare e automatico perdere clienti e soldi se qualcosa va storto.

d) Infine, gli avvocati, nella loro saggezza legale, hanno implicitamente dichiarato che, in qualche caso, è lecito infrangere le leggi, se illogiche e imposte in modo insensato. D’altra parte, se la strage è avvenuta a Milano, perché mai dovrebbe aumentare immediatamente i rischi a Napoli? Per di più in una sede di tribunale abitualmente frequentata da personaggi poco raccomandabili (e magari non tutti nei panni di imputato). C’è da sperare che lo stesso tipo di comprensione si applichi agli altri cittadini, magari nei casi in cui non fanno danno al prossimo o alla collettività.

e) Ma, la cosa che, da tecnico, mi piace di più della faccenda, è che gli avvocati sono dovuti uscire dalla loro logica leguleia e ammettere, per una volta, che non tutti i problemi sono risolvibili ricorrendo all’articolo o al precedente. La superiorità della realtà fisica sulla virtualità delle carte bollate rivelata da un metal detector e una porta a vetri. In un certo senso, evviva!