“Cerco una badante”

A mia madre anziana è successo un episodio sgradevole. Un’amica con gravi problemi di salute le ha chiesto di aiutarla a trovare una badante, per la notte.

La povera donna ha bisogno d’aiuto per tutto, un parente ci si dedica ma da solo, chiaramente, non ce la fa.

Mamma inizialmente non voleva: abbiamo avuto tante esperienze di badanti, positive e negative, uomini e donne, italiani e stranieri quando Papà stava poco bene, e non aveva voglia di risvegliare vecchi ricordi penosi; e poi, dopo anni, i contatti che aveva non servono più. Poi però ha deciso di chiedere alla signora che le fa le pulizie a casa, che è cingalese e con cui Mamma ha praticamente fatto amicizia.

Lei le dice che ha un’amica che cerca lavoro: è giovane, studia e di giorno va a scuola, per cui guadagnare qualcosa nelle notti le farebbe comodo.

Sembra la soluzione ideale o quantomeno da valutare. Mamma la comunica all’amica ma… la reazione è fredda.

Poco dopo la ragione si spiega: il parente della signora telefona a mia madre e le chiede informazioni: “Ma la ragazza è nera?” e poi anche: “dovrebbe andare nello stesso bagno della mia parente?”

Mamma è scioccata, presa alla sprovvista. Ma come se non bastasse poco dopo arriva anche la telefonata della signora sua amica: “ma quanto è nera questa ragazza?”

Mamma è indignata e tentata di controbattere in malo modo ma rinuncia, non c’è nulla da fare. Che se la sbrighino loro. E trova una scusa per la signora delle pulizie.

Posso essere, per una volta, politicamente scorretto? Spero che trovino una badante italiana di loro gradimento e che costei provveda a svuotargli casa un pezzo alla volta!

La quarantena non è uguale per tutti

I francesi rientrati dalla Cina per l’emergenza coronavirus sono ospitati, per il periodo di quindici giorni di quarantena, in un villaggio vacanze sul Mediterraneo:

https://it.euronews.com/2020/02/02/la-quarantena-dei-francesi-sulla-costa-mediterranea

Gli italiani sono, come sappiamo, nel centro sportivo della Cecchignola:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/03/coronavirus-rientrati-i-56-italiani-bloccati-a-wuhan-primi-controlli-negativi-adesso-14-giorni-di-quarantena-alla-cecchignola/5693311/

I cittadini russi invece “scontano” la loro quarantena in Siberia:

https://www.agenzianova.com/a/0/2796044/2020-02-05/coronavirus-russia-rimpatrio-connazionali-da-provincia-cinese-di-hubei-completato-con-successo

Bisogna dirlo, i francesi dimostrano un certo stile ma anche i russi si distinguono sempre: quando non sanno dove mettere qualcuno, la scelta cade sempre sulla Siberia!

C’è un deputato che…

Parlamento

Chi suggerisce di mandare un cinese a starnutire in Parlamento, alludendo ovviamente a infettare i presenti di coronavirus o almeno indurli alla fuga. Chi invita l’Iran o la Corea del Nord a puntare lì i loro missili. Chi fa battute sessiste sulle madri dei parlamentari. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

So di essere in minoranza ma battute e barzellette su deputati, senatori ed uomini politici in generale raramente mi fanno ridere. Innanzitutto non mi piace augurare il male a qualcuno, a prescindere da chi sia. Più nello specifico perché mi sembrano grossolane, frutto di generalizzazioni e poi perché i politici sono il bersaglio troppo facile individuato dalla comune tendenza a auto-assolversi.

Non ce la faccio a ritenere la cattiva politica la causa dei mali d’Italia, semmai un sintomo.

Se deputati e senatori sono lì, assisi nel loro seggio, intervistati dai giornalisti e commentati sui social, vuol dire che qualcuno, ovvero noi elettori, ce li ha mandati, li abbiamo votati. Se non fanno il loro dovere perché li rieleggiamo? Se fanno leggi sbagliate perché non critichiamo il loro operato? Se votiamo per impulso, per partito preso o, peggio ancora, per scambio di favori, di cosa ci lamentiamo?

La politica che non funziona è da un lato una costante umana: tutti i popoli hanno sempre criticato i loro governanti, in qualsiasi epoca e in ogni posto. Dall’altro è un sintomo di un male più profondo. Se l’Italia non è capace di esprimere una politica forte all’interno e tantomeno all’esterno, questo è il sintomo di un difetto sociale radicato, che, a mio modesto avviso si può chiamare scarso senso civico. L’italiano medio – questa creatura mitologica – è tendenzialmente per il “si salvi chi può” e solo raramente, nelle estreme emergenze, per il “facciamo fronte assieme”. Se una legge non ci piace non proviamo a cambiarla ma a cercare una scappatoia. Abbelliamo le nostre case fregandocene delle aree comuni. Paghiamo in nero in cambio dello sconto, se non possiamo avere un rimborso fiscale. Non tutti, ovviamente, ma una notevole parte.

Quando sento parlare qualcuno, il più delle volte non fa che elencare i propri pregi e quante belle cose ha fatto nella vita. Se ha fatto qualcosa di non proprio commendevole è stato ovviamente perché costretto dalle circostanze. Se cominciassimo a essere un po’ meno auto-assolutori e un po’ più auto-critici – se insomma riuscissimo a dirci un po’ la verità – forse, e dico forse, riusciremmo ad andare da qualche parte.

A proposito di alcol

Birra

Sul tema dell’uso e abuso di alcol c’è, a mio modesto avviso, troppa condiscendenza e leggerezza – e credo di non parlare per moralismo.

Ne tratto in generale, a prescindere dalla recente attenzione collegata a incidenti automobilistici e reati stradali, e sulla base della mia personale esperienza, che ritengo non molto diversa da quella di tanti.

Ubriacarsi è considerato una sorta di passatempo divertente, basta fare un giro sui social o qualche semplice chiacchierata in giro per rendersene conto. La prima “bevuta” è considerato un rito di passaggio, reggere l’alcol un pregio, consumarne molto motivo di vanto, abusarne nelle serate del fine settimana uno svago come un altro, non bere o bere poco è marcato come privarsi di un pezzo di “vita”.

Si tratta di un errore di prospettiva che travalica le generazioni e le classi sociali. Un po’ deriva dall’abitudine dei nostri antenati di ricorrere molto al vino e agli alcolici in generale, sul lavoro e fuori, ma si trattava di povera gente che faceva una vita dura, doveva sopportare fatiche e mancanze e, oltretutto, non conduceva automobili. In più spesso, anche nei tempi passati, l’ubriachezza portava a incidenti e violenze, solo che non se ne parlava, per carenza di mezzi e per ragioni sociali e culturali che non starò qui ad approfondire.

L’alcol è una droga a tutti gli effetti, leggera se preferite ma che può creare assuefazione e altera da subito cognizione e capacità.

La stessa deformazione di giudizio avviene nei confronti di altre sostanze: i fautori della cannabis legale, ad esempio, ne parlano come di un toccasana praticamente per qualsiasi problema medico o psicologico.

Occhio, personalmente apprezzo birra, vino e superalcolici, purché in quantità ragionevoli, e in più sono tendenzialmente liberista, anche in relazione ad altre sostanze di cui non faccio uso, ma a patto che ci sia informazione corretta, severo controllo e soprattutto che ne venga meno la mitizzazione.

Goditi pure alcol e, per quanto mi riguarda, anche fumo e magari cannabis, se ne hai voglia, purché conoscendone le conseguenze, non mettendo a rischio il prossimo e, cosa importante, senza fartene un vanto e senza impegnarti per fare proseliti.

Nella vita si possono fare cose pericolose, magari per puro gusto, l’importante è essere coscienti di cosa si va incontro. Scelta libera e responsabile.

Secondo me se hai bisogno di ubriacarti per riprenderti dall’impegno settimanale, di fumare cannabis per allentare lo stress o, ad esempio, di correre in automobile per provare emozioni, è possibile che ci sia qualcosa che non va nella tua vita: affronta il problema prima di metterci pezze posticce a dosaggio crescente.

I grandi dubbi ancora e ancora

“Come vanno a lezione gli allievi della scuola di pelletteria?”

“Con lo scuoiabus!”

Quelli che si amano in modo platonico… si vengono in mente? (Per questa ringraziamo il collega G.)

Un padrone di casa decaduto è senza il becco di un quartino? Oppure quello e l’ubriacone senza più contanti?

Il tetrapak è un posteriore con quattro natiche?

Perché il bagno penale non è un genere hard?

Se Papa Bergoglio è punto da una zanzara gli viene la bolla papale?

Un discorso a 360 gradi… è sempre su argomenti scottanti?

Perché un cavallo non può fare l’amministratore di un sistema informatico?

Perché torna a casa ogni volta che legge “installa”! (Di nuovo grazie G.)

Perché non troverai mai una locomotiva a vapore in una sala d’attesa? Perché è vietato fumare!

Un calvo in palestra… fa pelates?

Un delfino emozionato… ha la pelle d’orca?

Qual è il biscotto più amato dai fanatici dell’informatica? Il Lo-Haker!

Per selezionare il personale al catasto si fa un catasting?

Un calzolaio è una persona suolare?

eccetera, eccetera, eccetera…

Non fate i buoni!

Angeli barocchi in un presepe napoletano
Angeli barocchi in un presepe napoletano

È Natale, è vero, ma non fate i buoni se non ci siete abituati! Non si può essere buoni solo una volta, come se fosse un gioco. Soprattutto non si può essere buoni di punto in bianco, da un momento all’altro, così all’improvviso. La bontà, come qualunque abilità, va coltivata. Se cerchi di fare il buono così, all’improvviso, senza preparazione, rischi di farti male e di provocare danni.

Hai mai pensato di metterti a suonare il pianoforte in pubblico senza pratica o lezioni? O di partecipare a una gara di salto in alto senza esserti allenato prima? La conseguenza? Ovvio: una brutta figura, magari un livido o una lussazione e il desiderio di non sentir più parlare di quella cosa per tutto il resto della vita.

Ecco, fare il bene è la stessa cosa, richiede pratica ed esperienza o te ne resterà solo un cattivo ricordo.

Comincia da cose minime: lascia passare qualcuno al tornello della metropolitana, chiedi scusa se urti qualcuno al supermercato oppure, quando guidi, evita di sorpassare per forza il ciclista o il vecchietto lenti rischiando di tirarli fuori strada. Cerca di sorridere al passante che ti inceppa per strada o al salumiere che ti pesa il prosciutto e ti ripete “che faccio, lascio?”. Spratichisciti con le cose facili, consideralo una specie di hobby, un passatempo, una delle tante azioni inutili che si fanno così, per sfizio, tanto per sentire di non vivere solo per soddisfare i bisogni elementari e magari, chissà, ci prenderai gusto. Il bene si deve fare per piacere e non per dovere, altrimenti che bene è?

Poi dopo, ma solo dopo, ti verrà voglia di andare avanti, salire qualche scalino sulla scala della bontà, per così dire, dedicarci un po’ di tempo e di risorse, magari rischiare anche un po’ perché ormai sei pronto a sopportare qualche piccola “botta” negativa. Sai che puoi ottenerne endorfine e questo ti dà sicurezza.

Anche allora, mi raccomando, non cercare di fare proseliti: gli aspirapolvere si possono forse vendere con il porta-a-porta, non le passioni. Chi ha un hobby non cerca di diffonderlo, gli basta praticarlo. L’importante è l’esempio, se il risultato è buono e soprattutto ti fa stare meglio a qualcuno potrebbe venire voglia di imitarti.

Divertiti a rendere il mondo un posto migliore, un granellino alla volta, una spintarella alla volta, secondo le occasioni che ti si presentano, senza pretendere riconoscimenti ma soprattutto senza aspettarti risultati eclatanti: l’inerzia del mondo è molto maggiore delle tue forze individuali. Fallo solo perché ti piace.

Mi scappa un haiku

Mi è venuta di recente la febbre per gli “haiku”, per l’essenzialità e per lo sforzo di sintesi che questa forma poetica impone. Esercizio non da poco, soprattutto in un’epoca come questa, in cui dilungarsi nel parlare esprimendo pochi contenuti ma colpendo l’emotività facile o i bassi istinti è diventato dimostrazione di qualità oratoria. Ho mantenuto il vincolo di trattare temi naturali, collegandoli allo spirito umano e al passaggio delle stagioni, ma virandone l’idea a modo mio, in un mondo in troppa parte artificiale. Eccone una piccola selezione. Spero che mi scuseranno i puristi se la forma non è rigorosa come dovrebbe, tutti per lo scarso valore artistico.

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Haiku per tutte le Terre dei Fuochi

Corri, nube, lontano,

Nel vento puro,

Dal triste fumo nero.

Giardino d’aprile

Odo ronzii lievi:

Rinasce l’incoscienza

Tutt’intorno a noi.

Pigrizia d’agosto

Una mosca al sole

Traccia linee impreviste:

Geometra del caos!

Novembre 2019

Avvolge il mondo

La lenta pioggia fredda,

Strato a strato: e me.

Nuovi habitat

Vira il gabbiano,

Agile, al mare nuovo

D’ondosi rifiuti.

Funerale nel 2039

Si trovarono tutti davanti alla bara grigia e lucida, parenti, amici e conoscenti: molte persone, come succede sempre quando si dice addio a una persona molto buona o – come in questo caso – molto ricca. Il cimitero era bello e arioso, sembrava un campo di gioco puntellato da croci e lapidi lontane.

L’officiante lesse alcuni versetti della Bibbia e benedisse la salma, poi lasciò la parola a parenti e amici per la commemorazioni. I brevi discorsi si susseguirono, mescolando toni d’elogio e di commozione. Poi il piccolo podio fu portato via e tutti indossarono gli occhiali scuri. A chi non li aveva di propri ne furono consegnati un paio da un addetto delle pompe funebri.

Una campana annunciò l’inizio del conto alla rovescia: dieci, nove, otto… allo zero, con un improvviso boato e un bagliore bianco accecante, il feretro s’innalzò verso l’alto, spinto da un razzo a propulsione ionica. Per pochi secondi il vento prodotto dal reattore sollevò polvere e spazzò quel pezzo del cimitero e la folla raccolta per le esequie.

Tutti guardarono il piccolo missile tozzo innalzarsi nel cielo quasi perfettamente limpido. Nel silenzio che tornò, mentre il feretro diventava un puntino seguito da una sottile scia bianca nello sfondo profondo dell’azzurro, si sentirono solo i singhiozzi della vedova: sotto gli occhiali neri stava piangendo. Tutti, ordinatamente, a turno, le si avvicinarono per le ultime condoglianze, incombenza inevitabile prima di andare via.

Qualche ora dopo, i parenti stretti avrebbero ricevuto l’avviso che la bara, in titanio e fibra di carbonio, aveva raggiunto il cimitero in orbita geostazionaria e si era aggregata ad esso. Lì sarebbe rimasta, come da progetto, per migliaia di anni.

Affari e Cina significa spesso soldi in cambio di libertà

Saldi… anche di diritti?

Apple ha in questi giorni eliminato dal suo store una app utile ai dimostranti di Hong Kong. Ufficialmente l’ha fatto per motivi legali, ma di fatto si è piegata a richieste del governo cinese, e non è la prima volta.

Le giustificazioni accampate da Tim Cook non sono sembrate particolarmente soddisfacenti.

L’azienda della mela morsicata non è sola: molti in Occidente tacciono della natura illiberale del regime cinese per non intaccare gli enormi guadagni che si realizzano in quel mercato, e soggiacciono silenziosamente alle “regole” imposte dal regime. Anche Google, ad esempio, ha accettato che la sua versione cinese sia censurata.

Ma in questo modo l’Occidente diventa complice delle azioni repressive e violente del governo cinese nei confronti di tutti gli oppositori. In pratica fautori della libertà e della sicurezza del privato, ma solo finché non intacca il business: “in GoLd we trust”.

Ma che globale rottura di scatole quest’ambiente!

Ora vi può pure non piacere Greta Thunberg, anzi può starvi proprio sulle scatole(*).

Oppure potete pensare che sia una povera piccola strumentalizzata dalla famiglia, dai media e da chissà quali “poteri forti/oscuri”. Potete anche sospettare che il problema del riscaldamento globale sia sopravvalutato. Potete persino non dare fiducia alla maggioranza degli scienziati e sospettare che il problema climatico non esista. D’altra parte chi può mai prevedere il futuro?

Potete fare tutto questo e anche di più ma come fate a contrastare l’idea in se di uno stile di vita più ecologico e, oserei dire, più razionale e umano? Il principio di prudenza non ha un senso? E di più, l’obiettivo di un mondo migliore non dovrebbe essere sufficiente per decidersi ad agire? L’inquinamento è evidente e ha effetti sull’ambiente, le specie viventi e la nostra salute, abbiamo dubbi sugli effetti a lungo termine ma non possiamo negare che potrebbero esserci, questo dovrebbe bastare a deciderci ad agire, indipendentemente dalle ideologie.

Ricordo una vignetta, in inglese, in cui un operaio, apostrofando l’oratore di una confereza gli chiedeva: “E se il cambiamento climatico fosse tutto uno sbaglio e noi costruissimo un mondo migliore per niente?” Un mondo migliore non è già un obiettivo valido in se?

In quest’ottica, il fatto che molta dell’insofferenza verso il movimento giovanile ecologista venga da aree conservatrici mi sembra ancora più strano, o meglio difficile da comprendere per il sottoscritto. La tradizione sono i diesel senza filtro e le miniere di carbone? Il “chilometro zero” mette a rischio i vostri valori? Se il problema è che i ragazzi dovrebbero andare disciplinatamente a scuola invece di scioperare potremmo passarci sopra un momento? Aiutatemi a capire please.

Se sono le scelte di dettaglio a mettervi in crisi posso capirlo, si può essere meno inquinanti in tanti modi. Molto del movimento ecologista è solo un’ipocrita facciata. Riutilizzare e, molto spesso, meglio che sostituire, ad esempio, e le “trombe” amplificate che pubblicizzano nuovi prodotti ecologici sfornati freschi freschi dalle multinazionali sono spesso specchietti per le allodole per spingere una nuova ondata di consumismo.

Proponete / proponiamo soluzioni alternative ma costruttive e allora il dibattito sull’ambiente avrà un senso.

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*) Anche il sottoscritto non è tra quelli che la osannano ma ne ammira l’energia e la chiarezza.