Piccole ali italiane

Triplano Caproni Pensuti

Fu negli anni ’20 dello scorso secolo che i progettisti aeronautici si posero per la prima volta il problema di estendere il mercato degli aeroplani, cercando il modo di realizzare macchine che fossero economiche e facili da pilotare ed adatte, per questo, a piloti poco esperti. C’era il sogno di diffondere il volo nell’ambito civile e sportivo e c’era perfino chi sperava in un’espansione paragonabile a quella del mercato delle automobili; speranze che, in aeronautica, non si sarebbero mai avverate.

In Italia il primo tentativo in questo senso si può far risalire al concorso bandito nel 1920 dalla Lega Aerea Nazionale, per un “monoposto sportivo per allenamento economico”. I requisiti sono tanto stringenti, in termini di dimensioni e costi, da suggerire macchine in miniatura. Tuttavia risultò tagliato su misura per alcuni progetti già esistenti.

Siamo infatti in piena guerra mondiale, la prima, quando Pensuti, progettista della Caproni, realizza il suo minuscolo triplano monoposto. L’idea è di fornire le fanterie di un mezzo da ricognizione semplice da trasportare e facile da utilizzare. Il collaudatore della Caproni concepisce un aeroplanino che è all’opposto dei bombardieri per cui è diventata famosa l’azienda per cui lavora: appena quattro metri di apertura alare ed un abitacolo monoposto. Le tre ali, ben spaziate fra loro, e le ruote del carrello con carreggiata amplissima (in proporzione) lo rendono facilmente distinguibile. Un piccolo motore Anzani da una trentina di cavalli è tutto ciò di cui ha bisogno per sollevarsi da terra.

Triplano Ricci 6

Il secondo contendente nasce a Napoli nello stesso 1918, per la precisione fa il primo volo a Bagnoli, ed è un altro triplano, ed è anch’esso uno strano figlio delle fasi finali della Grande Guerra. E’ il Ricci 6, di apertura alare ancora più piccola del Pensuti: appena 3.5 metri, ed ugualmente minimalista. Nasce dall’inventiva di Ettore ed Umberto Ricci, pionieri del volo fin dal 1904 che hanno stabilito la loro attività a Napoli. Il motore è ancora un Anzani, leggermente più potente di quello del suo contendente.

Il vincitore del concorso sarà infatti un’altra macchina ugualmente minimalista, ma un po’ più moderna nella concezione: il piccolo biplano Macchi M.16, costruito in legno, anche questo un monoposto che sembra più un giocattolo che uno strumento per volare. L’apertura alare è appena più grande: circa 6 metri, tipo e potenza del motore simili a quelle dei suoi contendenti. Sarà però l’unico modello del trio ad essere prodotto, seppure in poche decine di esemplari. Qualcuno, convertito in idrovolante, passerò addirittura l’Atlantico, per fare prove per conto della marina statunitense!

Macchi M.16 non ancora intelato

Negli anni seguenti, i fratelli Ricci svilupparono nuovi progetti e tentarono ancora di proporre il loro aeroplanino in versione aggiornata, ma l’effimera era dei triplani era di fatto finita con la Grande Guerra e con le leggende dei “temerari sulle macchine volanti”. Una copia dell’R.6 è esposta al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica di Milano.

Altri post di storia aeronautica sul mio blog dedicato:Fremma Uno”.

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