Tempo di scelte per la scrivania

Ormai mi devo decidere: il mio Linux Ubuntu 10.04 è attempato e bisognoso di aggiornamento. Tocca prendere il toro per le corna, fare un back-up completo e reinstallare tutto.

Nessun aggiornamento: è già tutto troppo caotico, ci vuole un “fresh install”.

Ma che desktop scegliere? E’ una decisione importante, perché è l’aspetto del sistema operativo con cui ti tocca convivere di più. Il desktop te lo trovi davanti appena accendi il computer e te lo tieni finché non ti alzi dalla sedia e te ne vai.

Il problema è che anche i desktop classici di Linux stanno andando verso soluzioni “pesanti”, a furia di aggiungere funzionalità, opzioni, girandole e campanelle: anche la buona vecchia Gnome non è più la stessa. Tutti i programmi vogliono fare tutto e così diventano dei bestioni che solo un main frame di ultima generazione è capace di gestire.

Il mio vecchio desktop (non vecchio come quello della foto…) ha forse bisogno di qualcosa che lo ringiovanisca. Qualcosa che sia pratico per Internet, scrivere e programmare quando ne ho voglia.

Ecco le mie opzioni, più o meno in ordine di “peso”:

  • Unity (Ubuntu) <<< Dal web si direbbe “troppo” per il mio PC.
  • KDE <<< Un po’ pesante… e sembra in recessione come numero di utilizzatori. Ma solida.
  • Xfce  <<< Leggero ma configurabile e sviluppato da molti anni. Mi sto orientando…
  • Lxde <<< Il più leggero (e non è male). Sembra perfetto per il netbook più che per il desktop…

Forse passerò attraverso qualche “live-CD” prima di prendere una decisione.

 

Aggiornamento: alla fine (luglio 2012) ho optato per Mind Debian Edition, con desktop Xfce. Sono moderatamente soddisfatto, o meglio più soddisfatto man mano che lo uso ed imparo a cofigurarlo (non tutto è menu-driven). Debian ha recentemente scelto Xfce come desktop di riferimento. Pare che Gnome 3, oltre ad essere più ingombrante del vecchio Gnome, sia anche poco gradito a molti utenti. Xfce Non è male, ma a mio modo di vedere ha ancora strada da fare prima di essere davvero d’impiego comune. D’altra parte tutto il mondo open source va avanti per tentativi ed aggiustamenti.

Primi numeri

Per me programmare i computer è un’attività simile a quello che per molti sono i giochi enigmistici: un piacevole impegno per la mente, in cui il lavorio per ottenere un risultato è più importante del risultato stesso ed in cui il tempo è una variabile indipendente. Insomma il classico hobby da cui non si pretende di ricavare necessariamente qualcosa di concreto… eppure ci si appassiona molto.

Ho cominciato ad interessarmi ai numeri primi leggendo “L’enigma dei numeri primi”, un libro che ha la tensione di un thriller pur parlando di numeri; ed essendo un tecnico, per me i numeri sono, seppure in maniere un po’ meno astratta, un pane quotidiano.

Mi sono allora impegnato a scrivere qualche programmino per calcolare la serie dei numeri primi. Algoritmi semplici: esaminare i numeri uno dopo l’altro dividendoli per i primi già trovati. mi sono serviti per fare pratica su diversi linguaggi (Basic, Pascal, C, Python…). Sono stato contento quando, sul mio vecchi PC, sono riuscito a tirarne fuori oltre sessantamila in meno di trenta secondi!

Poi mi sono imbattuto nel setaccio di Eratostene. Ho provato ad “implementarlo” e il risultato è stato sorprendente: un secondo o giù di li per arrivare al più grande numero primo che poteva essere contenuto in una variabile intera.

Per un verso ci sono stato male: come matematico sono una vera schifezza. Il vecchio Eratostene di Cirene, dal suo terzo secolo avanti Cristo, mi batte con un solo dito.

Per chi fosse interessato, ecco qualcuno dei miei codici.

>>> CodiciNumeriPrimi <<<

Chi ha tempo?

La qualità richiede tempo, anzi il tempo stesso è qualità, in molte forme:

  • Tempo per fare bene le cose;
  • Tempo per apprezzare la giornata;
  • Tempo per star vicino alle persone.

I rapporti umani richiedono tempo. Stare ad ascoltare richiede tempo e si impara poco per volta. Studiare richiede tempo, pregare anche. La qualità della vita dipende dalla quantità di tempo che si può dedicare alle persone che si amano – a cominciare da se stessi – ed alle cose che interessano. Combattete contro chi vi fa perdere tempo inutilmente: è un acerrimo nemico.

A volte mi sento pessimista e mi sembra che la gente si rivolti di più quando le si tocca il portafogli che quando le si limita la libertà, ed è molto tollerante verso chi le ruba il tempo. Serve fare anticamera? E’ utile quello che stai facendo? Vale più un’ora di straordinario o un’ora libera in più? Certo, dipende da molti fattori, ma è sempre un bisogno?

Ovviamente, mi rivolgo per primo a me stesso.

Alcuni paradossi

La filosofia sarà pure noiosa, ma serve a capire la vita.

 

La matematica sarà pure astratta, ma serve a capire il mondo.

 

La scienza sarà pure complessa, ma serve a capire i fatti.

 

La letteratura sarà pure inventata, ma seve a capire la società.

 

La religione riguarderà pure Dio, ma serve a capire l’uomo.

 

Piccole abitudini (in)civili

Sono uscito domenica mattina per correre nella mia zona.

E’ una cosa che faccio ogni tanto per fare finta di fare movimento e per – come dico pomposamente – “riappropriarmi del mio territorio”.

Non è andata bene: dopo appena quindici minuti da uno scroscio di pioggia mi ha indotto a recedere dal mio intento. Ma già prima qualche segnale sgradevole si era manifestato.

Più che segnale un odore: una diffusa puzza di m…

In effetti, nonostante le campagne mediatiche e dal basso i proprietari di cani provvisti di paletta (e che la usano davvero anche quando nessuno li sta a vedere) restano una minoranza, almeno dalle mie parti.

E non è l’unica abitudine sbagliata che perpetuiamo.

Le cicche di sigarette si buttano regolarmente per terra, così come gli involucri dei pacchetti, quelli di caramelle e merendine.

Le automobili si parcheggiano ovunque. Strisce pedonali e rampe per disabili sono piazzole particolarmente apprezzate.

Se fai un’osservazione, se va bene ti rispondono facce offese che loro mai e poi mai fanno qualcosa del genere. Oppure risate sprezzanti e osservazioni di bassa lega (…) del tipo “Ma hai visto quanta sporcizia c’è già?” che assomiglia a dire “Rubo io? Ma con tanti che rubano già…”.

Questo quando va bene, perché rischi anche l’insulto o la reazione violenta. C’è la mentalità diffusa che non bisogna subire nemmeno una critica.

Va bene le emergenze rifiuti ricorrenti, le inadempienze delle istituzioni, l’insipienza dei politici (che tra l’altro abbiamo scelto noi), la nullafacenza di parte dei dipendenti pubblici (che in parte siamo noi stessi), ma non si fa attenzione già alle cose semplici, come si possono pretendere quelle complicate? Come si arriva, per dire, alla raccolta differenziata se non ci si cura nemmeno del cestino delle cartacce? Incolpare gli altri di essere peggio di noi è una scusante comune quanto inutile, anzi dannosa, perché perpetua l’andazzo delle cose.

La frase fatta “Io amo la mia città” mi sembra, insomma, troppe volte condita di ipocrisia, insomma come se fosse un modo alterato per dire “mi piace fare il mio comodo e faccio finta di non vedere quello degli altri”.

Insomma quando si parla di “rivoluzione dal basso” mi viene da pensare che sia una fregnaccia, oppure che sia qualcosa che riguarda una minoranza. Ma si sa, le rivoluzioni le fanno sempre le elite illuminate, alle quali mi vanto di appartenere!

Scusate mi è partito l’embolo, ma ora mi è sbollito.

Imbattibile C.C.!

Volenti o nolenti, ammiratori, neutrali o critici, bisogna ammetterlo: c’è una bevanda frizzante che è il prodotto industriale più resistente ai tentativi di denigrazione. Non volendo farle pubblicità gratuita la chiamerò solo C.C.

Ci si è provato con ogni genere di argomento: fa male alla salute; fa male alla linea; contiene troppo zucchero; è corrosiva; contiene sostanze chimiche pericolose.

Ci hanno provato in tanti a contrastarla: gruppi ecologisti, naturalisti ed in ultimo gli stati, con tassazioni specifiche. Ci si è scatenata sopra l’arma mediatica per eccellenza, il Web, con campagne d’allarme coordinate e scoordinate. Si è provato a renderla il simbolo del consumismo, dell’imperialismo o dell’omologazione culturale.

Ma nessuno ha avuto successo! La scura bibita americana piena di zucchero e di bollicine continua ad essere bevuta nel primo, secondo e terzo mondo in volumi inimmaginabili. E’ il marchio più noto e più presente nel mondo; se arrivassero gli alieni sarebbe una delle prime cose che apprenderebbero del genere umano e probabilmente la annovererebbero tra i nostri alimenti di base.

Come è possibile? In effetti bisogna riconoscere che la C.C. è a suo modo perfetta, perché:

  • Piace ai bambini, che gli faccia male o no, come agli adulti;
  • Piace praticamente a tutti, indipendentemente dalle latitudini e longitudini;
  • Costa poco o nulla, per cui è accessibile anche alle fasce di reddito basse;
  • Tuttavia, si abbina ad un concetto di festa e di allegria – miracoli del marketing;
  • E’ sempre riconoscibile. Non ha cambiato natura o aspetto in modo radicale nel corso degli anni. D’altra parte, perché mai avrebbe dovuto?
  • Tutte le altre bibite concorrenti sono, volenti o nolenti, imitazioni o derivazioni più o meno riuscite.

Insomma, i denigratori della bevanda mede-in-USA di riferimento sono stati finora condannati alla frustrazione e, in fin dei conti, le hanno fatto pubblicità. Un fenomeno più unico che raro.

Il mio suggerimento: meglio i succhi di frutta: ingerirete meno zucchero e più vitamine e darete una mano all’agricoltura del primo, secondo e terzo mondo.

 

Estirpiamo le erbacce, Grillo?

E piantiamo fiori. Grillo, tu l’hai mai fatto?

Per ottenere lettori, a quanto pare, è necessario parlare di Beppe Grillo. Siccome non ne ho voglia, mi limito a nominarlo rigorosamente a vuoto e poi procedo a parlare d’altro.

Che io sappia, Beppe Grillo non si è mai occupato della pulizia delle aiuole nella città di Napoli. Per questo si sono impegnati gli amici di Adda Passà ‘a Nuttata. Con loro c’era un bel po’ di gente: scuole, Scout, i missionari comboniani, noi dello Shekinà – in pochi come sempre – ma anche tanti volontari “estemporanei”, gente che ci ha visti e si è voluta fermare a darci una mano.

Perché l’ambiente, urbano e non, lo preservano le persone, non le leggi. Noi facciamo fatti, non parole. Nelle manifestazioni di Grillo non si mettono a piantare fiori ed alberelli. Va detto che lui è molto più sul pezzo, io scrivo a settimane di distanza dagli eventi, non c’è paragone. La data, infatti, era domenica 22 aprile.

Beppe Grillo non mi ha mai bucato la gomma della macchina, ma a quanto parrebbe qualcuno l’ha fatto. Forse estirpare le erbacce da fastidio anche quando non è in senso figurato ma proprio pratico, di giardinaggio; oppure è solo colpa delle nostre strade sporche?