Frammenti di settembre per un post incoerente

I profeti del fallimento, del “default” più o meno pilotato, strombazzano oggi quanto gli alfieri della libera finanza qualche anno fa. Me le ricordo le lezioni che i soldi li faceva “chi ci sapeva fare”. Bisogna sempre fare attenzione ai profeti: ce ne sono sempre almeno mille falsi per ognuno vero.

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Il linguaggio è pericoloso: assolvere un colpevoleè grave, ma denigrare un innocente è peggio. Gli indizi non sono prove ed ancora meno lo sono le intuizioni brillanti. Le parole non sono indifferenti, possono anche uccidere.

(Il paragrafo precedente è ispirato da recenti vicende giornalistico-giudiziarie).

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Libertà è poter fare qualsiasi fesseria ci salti in mente, ma anche non essere obbligati a farla.

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Chi non vede le proprie idee in testa ai giornali dice che c’è la censura. Internet è piena di gente che dice che non si può parlare.

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Credo che la realtà sia mediamente più semplice ma al tempo stesso più sorprendente di quanto ci immaginiamo. La teoria del caos dimostra che da leggi semplici può emergere la complessità. I sistemi complessi non presuppongono necessariamente un’intelligenza complottista.

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Ho sempre messo in conto di morire, un giorno o l’altro e non sono di quelli che credono che sia meglio che avvenga nel sonno: è un momento importante della vita e quando sarà il momento voglio essere cosciente. Spero di non cambiare idea con l’età…

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Ricorrenze nuove e vecchie

Sfollati nel milanese

Oggi, come tutti sanno, è l’anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. Commemoratori e complottisti si scatenano di nuovo, su fronti opposti e su organi d’informazione nuovi e vecchi. A me però interessa di più l’anniversario, da poco passato, dell’8 settembre, ovvero l’armistizio (o resa) del 1943.

Quando ne accenno in giro mi accorgo che non sono poi tantissimi quelli che ne sanno qualcosa ed è un male, perché è un nodo cruciale, secondo me, della nostra storia recente e, a quasi settant’anni di distanza, ancora ne scontiamo le conseguenze. Da quel momento è stato difficile parlare di patria e di bandiera, qui da noi, senza scadere nel ridicolo o essere bollati di nostalgie fasciste.

Scugnizzi in armi

Non voglio assolutamente dire che l’Italia, ridotta allo stremo, dovesse continuare l’assurda guerra voluta dal regime. Non ho neanche intenzione di fare un’approfondita disamina storica degli eventi: non è questa la sede ne io sono la persona adatta. Voglio solo ricordare che, a seguito della resa incondizionata (perché questo chiesero e necessariamente ottennero gli “alleati”) ed alle successive scelte della famiglia Savoia e del governo Basoglio, il Paese si ritrovò non solo diviso in due dal fronte, ma sottoposto ai tedeschi al nord ed agli anglo-americani al sud, con l’esercito che, privo di ordini, si era quasi interamente disgregato, privo di istituzioni di riferimento che facessero sentire la propria voce, campo di battaglia per eserciti e fazioni opposte. Senza che la guerra, i combattimenti, le rappresaglie, i bombardamenti e le privazioni avessero termine.

Credo che in quei giorni, nonostante l’impegno meritorio ma minoritario dei partigiani e di una piccola parte delle forze armate, che rimasero al loro posto (mi si lasci dire soprattutto al Sud), molti italiani abbiano cominciato a sentirsi un po’ meno un popolo ed un po’ più un’espressione geografica. La colpa? La retorica nazionalista dei fascisti, una guerra di molte volte troppo grande per noi e le scelte superficiali (e vili) di chi aveva nelle mani la responsabilità del Paese.

Comanda la TV!

Partenza del GP di F1 in Belgio. Una vettura in prima fila fuma abbondantemente. In un’altra epoca, forse meno informatizzata e meno cosciente dei problemi della sicurezza in questo sport, la partenza sarebbe stata sospesa. La vettura guasta sarebbe stata trasportata ai box e magari sarebbe partita da li, in coda al gruppo, se i meccanici fossero riusciti a ripararla in tempo. Dopo 15-20 minuti si sarebbe ripetuta la procedura di partenza: nuovo giro di ricognizione e nuovo schieramento per lo start.

Oggi invece no. Le TV non possono aspettare. I palinsesti sono definiti e la gara ha la sua finestra di due ore, profumatamente pagate. Deve starci dentro, oppure tutto il business salta.

Per cui si parte uguale. Al guaio iniziale si unisce una probabile falsa partenza, per cui si genera l’inevitabile ingorgo. Le macchine si urtano e volano una sull’altra, rottami in giro e per fortuna nessuno si fa male.

E si va avanti ancora. Qualche ridicolo giro dietro la “safety car” salva lo spettacolo e gli orari delle trasmissioni, ma poco dello sport dei motori.

Impressione a caldo, a gara finita da pochi minuti.