Pressione e comprensione

BomboleVecchie

La maniera comune di trasportare un gas – ad esempio un carburante, come il metano o l’idrogeno, oppure un gas medico o tecnico, come ossigeno, azoto, elio eccetera – è di comprimerlo in un contenitore rigido. La classica bombola, per capirci. Più si aumenta la pressione, maggiore è la quantità che se ne riesce a mettere, ma di pari passo aumentano i problemi, di peso e di sicurezza. Esiste una maniera più avanzata ed è di sfruttare le capacità di adsorbimento di alcuni materiali. Termine complesso che chi vuole può cercare e approfondire. In pratica si riempie il contenitore di speciali materiali micro-porosi, il gas aderisce alle pareti dei pori e si accumula senza bisogno di tanta pressione. E’ un sistema difficile da mettere a punto ma che può (o meglio, potrebbe) consentirti di trasportare più gas con meno peso e meno rischi. Diciamo che il primo metodo è di pura forza bruta: costringo il gas a stare lì da dove vorrebbe id ogni modo sfuggire, e lo faccio a viva forza. Il secondo è più comprensivo: sfrutto la natura del gas, assecondo la sua tendenza ad aderire ad una parete solida e lo stimolo forzandolo, ma solo un po’. Analogamente, per far lavorare gli uomini li si può mettere sotto pressione, con scadenze e minacce di punizioni, ma la maniera più vantaggiosa, è di porre delle regole, ma al tempo stesso coinvolgerli ed interessarli. Nel primo modo otterrai un certo livello di attenzione e produttività, in un clima in cui ognuno è più che altro attento a non avere la peggio ed a scaricare la colpa di eventuali errori sul prossimo. Col secondo potresti stimolare la creatività ed il desiderio di far bene. Purtroppo si ottengono spesso risultati abbastanza buoni con il primo metodo – puramente meccanico e coercitivo – per cui si ritiene superfluo e non redditizio il secondo e non ci si investe. Convincere è molto più laborioso che costringere. Ma attenzione: anche con il secondo modo è necessaria un po’ di pressione, o di coercizione se si vuole: di meno, ma pur sempre di forza si tratta. Uomini e donne hanno sempre bisogno di essere un po’ invogliati a fare quello che devono.

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Mode all’orecchio e non solo

cablesLa tecnologia genera mode che, viste da lontano, sembrano un po’ ridicole. Da lontano intendo dopo un po’ di tempo, ed alle volte basta qualche mese. E’ passata da un pezzo l’epoca in cui bisognava essere “wired”, connessi via cavo al resto del mondo. Oggi tutto dev’essere “wireless”, compresi i caricatori. Una volta faceva figo far ammiccare l’antenna del cellulare dal taschino della giacca, per dimostrare di averlo. Era si un po’ tamarro, ma in quanti resistevano alla tentazione, dopo aver speso svariate centinaia di migliaia di lire per un telefonone a forma di mattone? Poi i telefonini hanno perso l’antenna ed hanno iniziato a dimagrire. Si diffusero, i prezzi scesero e allora non bastava averne uno: bisognava che fosse l’ultimo modello, minuscolo. Si diceva che il cellulare fosse l’unica cosa su cui gli uomini facessero a gara a chi l’aveva più piccolo… Anche quella, in fondo, era un’affermazione di supremazia, di potersi permettere qualcosa che gli altri no. Qualche tempo fa andava di moda parlare da solo, perché il cellulare si doveva usare con l’auricolare, rigorosamente wireless se si voleva veramente essere trendy. Il telefono doveva essere invisibile, sommerso in una tasca o una borsa. Bisognava parlare a mani libere, con disinvoltura, come se si avesse l’interlocutore davanti, ma ad alta voce, in modo che si capisse quello che si stava facendo. Le onde elettromagnetiche fanno male – forse, magari, si dice ma non è mai stato dimostrato in modo significante – ma non quelle dell’auricolare, o, almeno, molto meno. Poi sono arrivati gli smartphone e i touchscreen ed una nuova inversione di tendenza. Oggi andiamo in giro con dei battiscopa all’orecchio ed ingrassiamo lo schermo mentre parlaiamo. Qualsiasi cosa deve essere fotografata con il furbofono. Mi raccomando: non con una macchina fotografica, che sa di vecchio, ed il risultato di corsa sui social. Il rumore finto dello scatto si usa sempre meno e mi pare giusto. C’è chi considera figo fotografare con i tablet, come se lo schermo più grande rendesse migliori le foto scattate con una lente piccolissima davanti ad un sensore di qualche millimetro quadrato, e, come ha detto qualcuno, sembra che vadano in giro appendendo quadri. Di questo passo, i telefoni diventeranno così grandi che sarà necessario aggiungerci un manico per impugnarli. Allora si che parleremo tutti nelle padelle. A meno che non abbia ragione Google.

Sull’attenti!

toy-soldiers

Esattamente (o quasi) quindici anni fa partivo soldato. Sembra parlare di un’altra epoca ed in effetti ho vissuto il servizio militare obbligatorio al termine della sua fase calante. Un’istituzione sempre mal vista, ma che ha contribuito a “fare gli italiani”, per quel poco che esistono, era ormai svutata della sua ragion d’essere dall’evoluzione della tecnologia militare e del quadro internazionale.

Neolaureato e declassato per vista, senza santi a cui votarmi, speravo in un pietoso esubero, ma i generali avevano bisogno di presenze nelle caserme quasi spopolate per cui fui chiamato. Trovai diversi altri pressoché inetti ai servizi armati ed una situazione complessiva al limite della commedia all’italiana. Marescialli in sovrappeso costretti alle prove di tiro. Equipaggiamenti dell’epoca della prima guerra fredda. Corsi di formazione da farsa (fatta eccezione per le patenti di guida: camion e veicoli da esplorazione devono andare in giro, per dar prova di efficienza operativa). Il formalismo del generale che grida “A me la bandiera!” durante la cerimonia di giuramento in cui le reclute stentano a marciare al passo. Basta una mimetica ed un paio di stivali anfibi per chiamare qualcuno soldato? In camerata si cantava: “non ho ucciso, non ho rubato, ma 10 mesi mi hanno dato”.

Gli “stingeristi” si divertivano un po’ di più, con il tubo lancia-missile in spalla al poligono virtuale, come in un grande videogame. Negli uffici si lavorava di penna biro su registri ingialliti che ancora conservavano le pagine dedicate ai “quadrupedi di truppa”. Il casco in kevlar era riservato solo a chi andava a manifestazioni pubbliche, mentre per le “nostre” esercitazioni c’erano gli elmetti in acciaio che facevano tanto D-Day, assieme ai logori Beretta BM59 con i calci in legno (eh si, be onltre il 1990 di teorico ritiro dai reparti). Il colonnello inventava il termine “anemizzazione” per spiegare che, per carenza di personale, una batteria del reggimento deve rimpicciolirsi fino a scomparire nell’arco di qualche mese.

Al di la della facile ridicolizzazione, c’è un aspetto da evidenziare, che è uno specchio dei tempi: il concetto del popolo in armi che difende se stesso dagli attacchi esterni non ha più significato, neppure a livello retorico. L’esercito contemporaneo ha senso se composto non più di reggimenti da far marciare a suon di fanfara e schierare alle frontiere, ma da volontari professionalizzati da spedire in giro per il mondo ovunque sia necessario intervenire, per difendere cosa? La pace? E quale pace? Di solito quella stabilita da un consesso sovranazionale. Credo che, pur con la contentezza di fondo della fine dell’obbligo di leva, in se una costrizione alquanto antipatica, con l’esercito di popolo se ne sia andato un po’ del concetto di stato nazionale. L’economia, poi, sta facendo il resto.