Palestra e palestranti

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Ho raggiunto un traguardo difficile: tre mesi completi di palestra e la decisione di rinnovare l’abbonamento per altri tre. Ci avrei scommesso poco, l’anno comincia con le migliori intenzioni, almeno su questo fronte, nonostante una serie di cattivi auspici. Le ragioni che mi hanno spinto ad iscrivermi sono le solite, e quelle che ci distinguono dalle generazioni passate: vita troppo sedentaria, poco tempo libero in cui concentrare “tutto” ed ovviamente qualche Euro da poter spendere, per fortuna. E’ una fuga da certi “guai” di casa di cui non mi va – almeno per ora – di parlare sul blog. Nel complesso devo dire che mi piace: ti aiuta a stare meglio, ti mette a posto la coscienza e ti da qualche ora di distrazione alla settimana. Riguardo al blog, la palestra è un tema che merita almeno alcune riflessioni, spero non troppo banali. Proverò a sintetizzarle per temi.

Allenatori. Ragazzi sottopagati da un punto di vista sociale, autorità di primo piano nel panorama ristretto della sala attrezzi e delle sale corsi. Svolgono un ruolo ibrido: quello ufficiale, dispensano consigli ed indicazioni sui programmi di allenamento, compilano le “schede”, sorvegliano e controllano la sala. Ma anche quello sociale, importante almeno quanto il primo: amici di tutti, stringono mani, battono spalle, incoraggiano, conversano, addirittura fungono da confidenti. Essere simpatici è un requisito fondamentale, con quel che de “io ho capito il segreto del corpore sano, qualsiasi cosa voglia dire, e tu no”.

Corsi. Sono quasi tutti femminili. Lo vedete un uomo a saltare sullo step? A meno che non sia l’istruttore, of course. Ma anche in quelli più muscolari come il “pump” e nel “fit boxe” la prevalenza femminile è straripante. Discriminazione sessuale al contrario, senza dubbio!

Chiacchiere. Tanta gente passa più tempo con quelle che ad esercitarsi, la “serie” ai pesi è una pausa fra due fasi della conversazione. La “sala attrezzi” è una specie di pubblica piazzetta, dove l’abito pubblico si dismette a favore della tenuta sportiva, che non è per nulla più egualitaria.

Ingresso. Il luogo sociale per eccellenza. C’è gente che passa ore appoggiata al banco delle iscrizioni o al tavolino di fianco al baretto triste dei succhi, delle acque minerali, delle barrette e degli altri prodotti edibili e solubili da fitness.

Lingua. Sembra d’obbligo che tutto abbia nomi inglesi: dalle macchine per gli esercizi (lateral/calf/pectoral… machine) ai corsi (pump, fit boxe, step, ecc…); fanno eccezione “Krav Maga” e “Salsa”: come a dire, USA uguale velocità, efficienza e moda, tutto quello che è violento deve venire dall’est, quello che è sensuale dal sud-ovest.

Macchine. Quelle per esercizi spopolano. Hanno il vantaggio che non si possono fare errori, il movimento è vincolato e non si fanno trucchi. Ma le regine sono e restano i tapis-rulant (francese!), per quanti ce ne siano, sono sempre tutti occupati.

Musica. Sembra obbligatoria e sempre ad alto volume. Spesso quella dei corsi si somma a quella “base” dell’area attrezzi. In più tanti portano cuffie ed auricolari con la loro colonna sonora personale. Insomma niente riconciliazione spirito-corpo nel silenzio.

Sala attrezzi. Qui invece resiste un’evidente prevalenza maschile. Il muscolo la fa da padrone, come anche la gara a chi ce l’ha più grosso, il bicipite. I chili qui valgono al contrario di quelli di troppo nel “mondo esterno”: più sono (sollevati) e meglio è, ti fanno emergere nella scala sociale. Andrebbe fatta un’indagine psicologica dell’invidia da manubrio: ce ne sono alcuni che non sono neppure capace di spostare dalla rastrelliera.

Scheda. Termine magico che indica la lista degli esercizi che devi svolgere. E’ compilata apposta per te dal tuo allenatore in base alle sue arcane ed inappellabili conoscenze. Emblematicamente, le note sono piene di abbreviazioni e scritte con una grafia illeggibile quasi quanto quella dei medici. Termini che si imparano subito: serie, ripetizioni e i principali gruppi muscolari di cui il Creatore ci ha dotato.

Tapis roulant. Il surrogato consumista della passeggiata o della corsetta attorno all’isolato. In effetti oltre a consumare energie tu consuma anche corrente elettrica per funzionare. Piace a tutti e non ce ne sono mai abbastanza: per quanto lunga sia la fila dei tappeti sono sempre tutti occupati. Al confronto, la cyclette è da plebei.

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Poeti paganti e non

Libri

Racconto ora una storia tutt’altro che insolita.

Incappo, un po’ di tempo fa, nella pagina di un concorso di poesia. Non è esattamente per caso: cerco riferimenti per pubblicare un mio romanzo, un “fronte” sul quale spero vivamente di darvi qualche notizia tra non molto.

Alla poesia non ho mai pensato seriamente, ho qualcosa da parte, come tutti, ma poca roba. Decido su due piedi di inviare un componimento, non si sa mai. Ma dovevo saperlo che queste cose sul web sono specchietti per allodole, ami lanciati, diciamo.

Alcune settimane dopo mi chiama sul cellulare (faceva parte dei dati del form di invio) una simpatica voce femminile, che parte diretta con i complimenti per la mia poesia, ovviamente senza citarne neppure il titolo. Mi chiede se ho mai pubblicato o pensato di farlo, si stupisce alla mia risposta di no. Sto privando il mondo di qualcosa! Poi parte col descrivere una mirabolante (a suo dire) proposta: pubblicazione (parola magica) di una raccolta di poeti emergenti (altra collezione di parole fatate); 14 autori in tutto, con 7 componimenti a testa. E poi web, video, e-book, fiere nazionali ed altri ammennicoli ed allettamenti a corredo.

Ascolto paziente, anche se le ho detto che posso concedere pochi minuti: ho un lavoro, io, per mia fortuna. Arriva la parte economica: “appena” 180 Euro di contributo per le spese editoriali.

Controbatto che una casa editrice dovrebbe prendersi la sua parte di rischio: io come autore l’ho fatto nel tempo speso a scrivere e (si spera) a rivedere. Mi risponde che i tempi sono difficili e la richiesta è il minimo tecnico assoluto, e che pubblicare è anche una soddisfazione personale. Dialogo dei più banali insomma. Rifiuto cortesemente. Le spiego che altre gratificazioni le sto ottenendo, sul lavoro e fuori.

Fine della telefonata.

A valle faccio due conti della serva: a parte che 7 poesie rappresentano quasi la mia produzione complessiva in 10 anni, 180 Euro per 14 autori fanno 2520 Euro. Direi che ricoprono abbondantemente le spese di stampa, con ampio margine.

In più ogni autore comprerà qualche copia per amici e parenti, no? Diciamo 10 copie a testa per 10 Euro a copia come stima prudenziale? Sono altri 1400 Euro. E, ripeto, penso di essermi tenuto basso.

Di fatto la casa editrice lavora a guadagno garantito: la vendita eventuale di copie extra sarebbe un di più assolutamente non necessario. Ha bisogno solo di convincere un piccolo nucleo di aspiranti versificatori a fare un bonifico. Rischio d’impresa sottozero.

Di proposte di pubblicazione disoneste (pardon, diciamo poco limpide) ne ho ricevute parecchie, ma tutte dell’ordine di qualche centinaio di Euro di “danno” compensato da uno scatolone di copie da sbolognare a parenti ed amici che, comprensibilmente, ne farebbero volentieri a meno. Ma quest’ultima, nel complesso, mi sembra la peggiore fino ad ora.

Se avessi voglia di rimetterci, tempo e denaro, lo farei almeno in modo più divertente: ci sono siti che ti consentono di stampare il numero di copie che vuoi, a prezzi minimi, per togliersi il gusto di avere in mano l’ “opera” stampata e rilegata. Ci sono poi i canali di auto-pubblicazione, spesso collegati ai precedenti, tramite cui mettere alla prova la tua capacità di auto-promuoverti e di vendere copie. Insomma, se devo fare con i soldi miei, faccio da me ed a modo mio, per bene o male che venga. Mi sento di darlo come consiglio, prima di mettere mano al portafogli sulla scia di un rivolo di complimenti e di chiacchiere.