Il vizio di contare

Numeri2C’è chi è tecnico solo per lavoro e chi lo è dentro, io penso di appartenere alla seconda categoria. Alle volte capisco i pitagorici e la loro idea che tutto sia numero. O almeno, di ricondurre ogni cosa a numeri.

Con lo stato mentale giusto, le cose da contare nella giornata sono infinite: i chilometri percorsi in auto, i minuti di attesa, perfino i passi per andare da un posto ad un altro.

Sembra un’ossessione, a chi la pensa diversamente, e magari rischia davvero di esserlo, ma ha i suoi vantaggi: consente di quantificare le cose, di stimarle, di metterle in proporzione l’una all’altra. Di conoscerle, insomma, per quanto possibile.

Perché secondo me molti dei nostri problemi nascono dal non saper avere abbastanza a che fare con i numeri. E parlo tanto di vita privata quanto di interessi pubblici. I politici, ad esempio, ci raggirano con chiacchiere. Ma anche i populisti non sono da meno, ed il web, poi, è pieno di mentalità a-matematica.

Il numero consente di fare confronti, la sensazione crea illusioni.

Perché quello che è importante, per fare delle valutazioni, non è il singolo numero, ma le relazioni fra di essi, il rapporto fra la cifra ed il riferimento.

Ma restiamo alla base. Mi accorgo che a tante persone sfugge il concetto di ordine di grandezza ed il modo di contarli: tra uno e mille, ad esempio, ne saltano ben tre, di ordini di grandezza.

Perché è importate l’ordine di grandezza? Perché non bisogna mai perdere d’occhio il rapporto fra il totale ed la parte che attira l’attenzione: spesso quest’ultima è poco significativa o addirittura irrilevante.

E’ come un errore di prospettiva: quello che è vicino sembra grande quanto il panorama lontano.

Occhio, nello specifico, a quando si parla di debiti, tasse e risparmi: se il problema sono i miliardi, i milioni sono spiccioli o specchietti per allodole.

Altri esempi? I terrificanti barconi di Lampedusa sono solo una minima parte degli immigrati clandestini che arrivano in Italia.

I compensi assurdi dei politici non basterebbero, da soli, ad abbassare le tasse.

Un giorno d’ordinaria follia del 1904

Articolo-carabiniere-pazzo-1904Forse non tutti sanno che il mio vero hobby è la storia aeronautica, in particolare quella del Sud Italia, argomento negletto e trascurato al punto da indurre i giovani ingegneri di queste parti a dire che “qua non si è fatto mai niente”, come un branco di leghisti ignoranti.

Internet è strumento principe per le mie ricerche, con tutte le attenzioni del caso. Una fonte che amo molto è l’archivio storico del quotidiano La Stampa di Torino, l’unico italiano, che io sappia, a mettere a disposizione in rete tutti i numeri storici. Opera meritoria che mi augurerei fosse imitata da altri.

Leggere i giornali di tanti anni fa significa fare un tuffo nella mentalità dell’epoca. Tra le frasi scritte per narrare la cronaca si afferrano il modo di pensare, la morale corrente e la maniera comune di intendere il rapporto con se stessi, il prossimo, la società.

Una cosa che mi colpisce dei quotidiani d’epoca è la quantità di fatti di sangue e di violenza, ed anche la leggerezza con cui vengono raccontati. Direi che non fanno invidia alla cronaca odierna, anzi. Cercando dati su Giuseppe Arciprete, un militare, aerostatiere e promotore del volo napoletano, mi sono imbattuto nella storia di un carabiniere “improvvisamente” impazzito.

L’articolo compare nel numero del 23 giugno 1904. Lo riporto qua di lato, nel caso che qualcuno sia interessato a leggere i dettagli, che secondo me sono interessanti. Cosa mi sorprende della storia? Che è il più classico esempio di giorno di ordinaria follia, covato chissà quanto a lungo, incredibilmente simile a storie che ci arrivano oggi dagli USA e da altri posti, ma calato nell’atmosfera, che ci illudiamo di pensare tranquilla, della Bordighera di inizio ‘900. Ma mi colpisce anche se la sensibilità dell’epoca, che non prova nemmeno a chiedersi quali possano essere le cause. Il folle, nel più classico dei clichet, senza alcun preavviso si arma fino ai denti, si asserraglia e, dalle finestre del piano alto della caserma, spara su tutto e tutti, tra l’altro con precisione di mira sorprendente. Le morti si susseguono e sono elencate dal giornalista quasi con freddezza, come un qualsiasi dettaglio di cronaca: si nota di più che il giovane nobile conduceva una “vita elegantissima”, dettaglio d’interesse per i lettori. Anche l’intervento è condotto con criteri diversi da quelli che considereremmo oggi normali, qui da noi: raffiche di fuoco dall’esterno, ripetute. Poi un’irruzione allo sbaraglio, che infatti fallisce lasciando un altro morto al suolo. Infine l’idea “risolutiva” di dare fuoco a tutto, con l’attenzione di chiamare i pompieri per cercare di tenere sotto controllo l’incendio. Il folle muore, ustionato e crivellato di proiettili, e la vicenda si chiude con una specie di tutto è bene quel che finisce bene.

La storia non finisce qui: alcuni giorni dopo un trafiletto avvisa che un’altra delle persone ferite dal carabiniere è morta.

Nella stessa pagina, altri fatti di sangue e violenza frammisti a storie di diverso tenore. Ecco i titoli: “Una corriera assalita da briganti in Sicilia” non siamo più in piena epoca di brigantaggio, ma a quanto pare non erano del tutto estinti, “Un soldato che parte da Torino per uccidere l’amante a Pavia”, Femminicidio! Il soldato, che poi si è suicidato, aveva appena 21 anni, la ragazza 21904-NotiziaAgrarie4. “La disgraziata fine di un ingegnere torinese”, precipitato nel vuoto mentre si teneva in bilico su un asse, per fare i rilievi di una nuova installazione elettrica. “Una infanticida, la sua assolutoria”, una ragazza, in tribunale, cerca di discolparsi della terribile accusa. E poi ancora: “Una barca-torpediniera colata a picco presso Taranto”, con un marinaio scomparso, e “Un fratello che accoltella il fratello”, ma dove andremo a finire! Forse anche ai nostri antenati piaceva leggere storie di lacrime e sangue, in fin dei conti.

Altro aspetto di costume, stavolta più simpatico: la “sintesi delle notizie agrarie” (il ritaglio è, per la precisione, di un diverso numero dello stesso quotidiano). A quanto pare, in un’Italia ancora in gran parte contadina, anche gli abitanti delle grandi città ritenevano fondamentale, per il loro benessere e sussistenza, lo stato dei campi coltivati.

Sprazzi della settimana

Gocce

Non sono riuscito a tirare fuori un articolo coerente (non che mi sia sforzato all’eccesso, d’altra parte) ma, in compenso, mi sono ritrovato con un po’ di idee e abbozzi. Non sempre si riesce a mettere a fuoco un discorso compiuto, ancora più quando ti passano tante cose per la testa. Le idee sono come gocce che vagano spinte dal vento, qualche volta si fondono in un flusso coerente, altre rimangono scisse, altre ancora si suddividono ancor di più o addirittura evaporano via. Riporto qui un po’ di frammenti della settimana, magari qualcuno è capace di ricavarci qualcosa.

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Quello che la pubblicità non ti dirà mai: prima di comprare qualcosa di nuovo, chiediti se puoi sfruttare meglio quello che già hai.

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Mai si sprecano così tante parole quanto su cose su cui c’è assai poco da dire. Mi riferisco, in primo luogo, a sport e pettegolezzi; poi viene la politica.

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Quarantenni rampanti. Siamo nell’epoca dei giovani dai capelli bianchi.

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Altro che briciole, il passato, se non ne hai una buona manutenzione, genera dei veri e propri macigni.

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Ci vuole un motivo valido, per imparare qualcosa di nuovo. Il vero maestro è in grado di suggerirne.

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Ci sono mondi dentro a mondi, ogni indagine può procedere all’infinito.

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Le facce dei profili Linkedin non sono solo più formali, ma anche molto più sorridenti di quelle Facebook. Perché la gente sente il bisogno di dare un’impressione positiva, su una rete professionale. Money over love.

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Una regola semplice ma spesso disattesa è quella di non insultare mai gente che non conosci personalmente, perché nella migliore delle ipotesi fai la figura dell’idiota ed in molti casi crei molti più danni, anche a te stesso, di quelli che puoi prevedere. Insultando uno sconosciuto rischi di farti un nemico senza motivo e, forse peggio ancora, di fare del male a qualcuno che non se lo merita. E’ un salto nel vuoto, in pratica, ed all’indietro. Insultare un’intera categoria o – peggio ancora – un popolo, è peggio ancora.

(PS: mi sembra di aver letto qualcosa del genere di Guicciardini).