Unisciti… escludendo

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Alcuni gruppi si basano sull’esclusione progressiva dei loro membri. No, non sto pensando al Movimento 5 Stelle, non soltanto, non nello specifico. Diciamo che noto parallelismi con esperienze più vicine, quotidiane, in gruppi di amici apparentemente scanzonati, associazioni di volontariato, ambienti lavorativi, perfino ménage familiare.

Ho letto, da qualche parte, che il “capro espiatorio” è un ruolo necessario, per quanto indesiderato, nelle relazioni sociali. C’è sempre qualcosa che va male e la cosa più comoda è darne la responsabilità ad uno: via lui e le cose, finalmente, andranno bene.

Inoltre espellere il “cattivo” crea un momento di coesione. Fa ritrovare al gruppo il buonumore e la voglia di fare quello che è (o si suppone che sia) destinato a fare.

Ovviamente il processo non è così immediato. Comincia con le maldicenze velate, i malesseri, la noia di incontrarsi che cresce fino al fastidio. Bisogna mettere il “cattivo” nella cattiva luce che gli spetta. Nessuno ha colpa, ognuno è aperto e sincero, amante del Bene e del Bello, fautore di un atteggiamento inclusivo e non esclusivo, impegnato per il progresso comune, rispettoso della libertà e della sensibilità altrui almeno quanto della propria ma… “Quello” veramente esagera, alle volte. Se solo si rendesse conto!

Episodi progressivi aumentano la tensione, fino ad arrivare al casus belli e allo scontro aperto. Tutti contro uno, o un’ampia maggioranza contro un’esigua minoranza, o ancora un nucleo egemone in cui tutti si riconoscono, per interesse, sensibilità o pura ignavia, contro il turpe di turno.

E lo scontro non è un accessorio indesiderato, non è per nulla un momento negativo, non è sgradevole e ripugnante per le parole che si useranno ed i toni che si raggiungeranno. Anzi, è l’imprevisto che dà sale alla giornata, la botta di vita lungamente attesa, la scossa adrenalinica che fa convergere l’attenzione e le energie di tutto il gruppo. Chi c’è dentro si sente protagonista, chi sta ai margini guarda con passione lo spettacolo. A valle, il gruppo riemerge corroborato e rinsaldato, alleggerito della “mela marcia” e quindi pronto ad un nuovo slancio. Fino al nuovo momento di “stanca” e alla ricerca di un’altra spinta, chiaramente.

E non è detto che ci voglia molto per essere bollati. I “valori” del gruppo sono ad esso specifici e valutabili solo dall’interno. Nelle relazioni interpersonali c’è sempre bisogno di una certa tolleranza e la soglia tra cosa sopportare e cosa no è molto elastica, spesso arbitraria e mutevole nel tempo.

Ci sono sistemi che hanno fatto del nemico interno lo strumento per mantenersi forti. Il caso che mi viene in mente è l’Unione Sovietica dell’epoca di Stalin, in cui le continue “purghe” partivano dai vertici alti del Partito e arrivavano alle delazioni fra vicini di casa o consanguinei. Era una continua caccia alla spia e all’attivista anti-rivoluzionario, che doveva sparire all’istante senza lasciare traccia, cancellato dai documenti ed anche dalle fotografie. Si soffriva, si faceva la fame perché la rivoluzione non poteva fare il suo corso, bloccata dall’interno da individui spregevoli, prezzolati o malvagi, come tanti granelli di sabbia tra gli ingranaggi sociali che dovevano girare verso la perfezione e la fine della storia umana così come la conosciamo. Gli accusati erano colpevoli in partenza e i processi si concludevano immancabilmente con la completa confessione ed auto-accusa. Il Partito uccideva subito dopo – igiene immediata – oppure prometteva perdoni alla fine di lunghe pene, che però non arrivavano quasi mai – igiene dilazionata ed ulteriore esempio per gli altri. Bisognava vivere all’erta, sospettare di tutti e sforzarsi di non suscitare sospetto in nessuno. Un solo lamento poteva bastare.

Penso che quest’atteggiamento di identificazione del “cattivo vicino” sia una delle radici del “mobbing”, quando non c’entrano direttamente interessi economici o pura e semplice crudeltà.

Ci sono gruppi di amici che sembrano funzionare allo stesso modo. Una cattiva azione marca il membro non adatto, già magari “tarato” da altri fattori: un diverso livello culturale, poca socievolezza, gusti troppo “eccentrici” rispetto agli altri. Una sequela di piccoli episodi spiacevoli esacerbano l’animo, mettono da parte il “turpe malcreato”, lo isolano progressivamente, fino ad arrivare alla resa dei conti finale, dove, il più delle volte, l’imputato si auto-esclude, depresso o sdegnato. La comitiva torna alla vecchia vita ritemprata e con la sensazione di essersi depurata. Nuovi ingressi lo reintegrano e nuove relazioni interpersonali si intrecciano. Una nuova vitalità si respira nell’aria. Ma dura poco.

 

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3 thoughts on “Unisciti… escludendo

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