“Il Compleanno”, racconto scaricabile

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“Il Compleanno dell’Abate”, racconto scaricabile (PDF)

Per fami un po’ di pubblicità, come autore di fantascienza, ho deciso di rendere pubblico un mio racconto. E’ un genere diverso dal romanzo “Il Mediatore”, di cui trovate informazioni nella pagina omonima di questo blog. Ha infatti un’ambientazione molto lontana, invece che in un futuro così prossimo da lasciare tutto riconoscibile. L’ho scritto molto tempo fa e presentato, una volta, ad un concorso. Non ebbe successo, ma a me è sempre piaciuto. Si può scaricare qui. E poi, magari, potete dirmi cosa ve ne sembra. Onesti, mi raccomando, se no non vale.

Ecco a voi “Il Mediatore”

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Eccoci finalmente. E’ uscito “Il Mediatore”, il mio primo romanzo. Che poi è inutile stare lì a menarsela che si scrive per se stessi, per sfogare quello che si ha dentro, per un’intima necessità. Alla fine si scrive sempre nella speranza di essere letti, di essere pubblicati, di essere apprezzati. E, perché no, per vendere tante copie e farci i soldi, sogno assurdo. Anche il più intimista dei poeti ermetici cerca, prima o poi, un editore, o almeno un nucleo di lettori affini che possano apprezzare i suoi versi.

Qualche informazione già l’ho data a suo tempo, in un altro post. Il genere lo definirei “Fantascienza napoletana”, più rigorosamente, “Cyberpunk pseudo-partenopeo”, perché la presenza degli alieni è quasi di contorno, un movente, per quanto potente, per stimolare l’azione, che poi è quasi tutta umana. E perché la mia città è presente, ma mai nominata direttamente, come un simbolo, la città meridionale per eccellenza.

Non perdo tempo sulla trama, la sinossi la trovate nella pagina che ho aperto su questo blog. Eroi ce ne sono pochi, involontari per lo più. Un “mediatore” rimandato indietro dagli alieni che non sa bene come rimettere insieme la propria vita. Un investigatore costretto a fare l’eroe senza volerlo. Gente di vario genere a caccia di un “segreto” che può dare riscatto, o ricchezza, o potere.

Temi? Dovrebbero dirmeli eventuali recensori, ma io ipotizzerei: senso di appartenenza e spaesamento. Differenza fra i moventi espressi e quelli reali. La natura dell’uomo che emerge quando le certezze vengono meno. Sarò presuntuoso? Forse, a me ha divertito scriverlo.

Ma forse è più importante raccontare la genesi del libro. Ho cominciato a scrivere tanto tempo fa, come passatempo, senza una trama in mente, seguendo uno spunto interessante: il ritorno, verso qualcosa che non si considera più “casa”. Poi sono venuti fuori altri personaggi, e ne alternavo le vicende. Non era il mio primo tentativo di una storia “lunga” ed era solo leggermente più ispirato dei precedenti. Ed infatti mi sono fermato spesso, anche per mesi, semplicemente per non sapere più come andare avanti, come tirare fuori i miei personaggi dalle situazioni in cui ero andato a piazzarli, e soprattutto come dare un senso a quella costruzione che andava realizzandosi e che, complicandosi man mano, un po’ quel senso lo pretendeva. Mi dispiaceva lasciarlo incompiuto, perché era cresciuto meglio dei miei altri esperimenti letterari, col suo alternarsi di capitoli a seguire fili diversi della storia. Ogni tanto provavo ad aggiungerne un pezzetto, ma erano solo piccoli progressi.

Finché, all’improvviso, rimettendomi alla tastiera per l’ennesima volta dopo settimane o mesi di fermo, finalmente l’idea, la via per dipanare la matassa e scrivere una conclusione degna, interessante, non banale. E’ stata come un’illuminazione. Gioia e di soddisfazione ma il lavoro non era finito: dovevo rimaneggiare tutta la parte già scritta per renderla coerente con quel finale che avevo architettato.

Poi è venuta l’epopea di cercare un editore a cui interessasse il testo. Sono passati oltre due anni, tra silenzi (la maggioranza) rifiuti espliciti e cortesi (pochissimi) e richieste di soldi (abbastanza numerose, qualcuna anche quasi ragionevole). Finché ABEditore di Milano mi ha inviato una bozza di contratto che non mi imponeva neppure copie da comprare. Dopo tanti avanti-e-indietro, lunghe attese, silenzi, rinvii e ora-si-ora-no, finalmente il mio romanzo è uscito, ha fatto il suo esordio al Salone del Libro di Torino ed è ora disponibile sui principali siti. Hanno fatto un buon lavoro, di correzione bozze, impaginazione e grafica. La copertina mi sembra accattivante. La storia, a dirla tutta, mi sembra anche adatta per il cinema!

Adesso mi tocca farmi pubblicità. Non credo di essere molto bravo ma mi sto divertendo un mondo, grazie al fatto che non ho velleità di vivere scrivendo. Di certo ho prodotto un’opera con più di una imperfezione, ma ritengo che del valore lo possegga. Chi ha il coraggio di fare la prima recensione? Ecco i link.

 

http://www.abeditore.com/prodotto/libri/il-mediatore-francesco-fortunato/

 

http://www.ibs.it/code/9788865511640/fortunato-francesco/mediatore.html

 

http://www.libreriauniversitaria.it/mediatore-fortunato-francesco-abeditore/libro/9788865511640

 

Pagina Facebook:

https://www.facebook.com/romanzoilmediatore

 

Ultra-giustificazione ad ampio raggio

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Sono rimasto sconcertato da alcune prese di posizione sugli eventi a margine dell’ultima finale di Coppa Italia, che descrivono il tutto come se fosse perfettamente normale, anzi quasi lodevole. Mi riferisco non solo al chiacchiericcio spesso rumoroso da sito sociale, dove si dice di tutto, ma anche ad articoli di stampa locale, che sentenziano l’auto assoluzione dei tifosi in blocco. Mi spiego meglio. Il capo ultrà garantisce la tranquillità allo stadio facendo le veci degli organi politici e di pubblica sicurezza, e quindi? Cosa c’è di male? Alla fin fine nessuno si è fatto male. Solo che una massa di scalmanati rispettano un camorrista e non le autorità costituite, ecco cosa c’è di male.

Gli ultras, come un reparto ben addestrato, si tengono tranquilli e buoni per tutta la durata della partita. Ma che bravi, dei veri galantuomini d’altri tempi. Peccato che, fino a un attimo prima, gettavano disinvoltamente bombe-carta sui vigili del fuoco. E precisamente fino al cenno del loro capo, che fa della sua fedina penale la parte fondante del suo curriculum.

Fischiavano all’inno nazionale? E che c’è di nuovo? Lo fanno anche alcuni politici dipinti di verde. Come se il fatto che qualche leghista sia un coglione autorizzi tutti a esserlo un po’ di più.

Le società calcistiche e l’ordine pubblico sono collusi con i malavitosi? E’ normale, si dice, avviene dappertutto, e d’altronde il tifoso è il padrone dello spettacolo. Ma non il tifoso qualunque, il portatore di spranghe e catene, ovviamente.

C’entra il tifo calcistico, mi rendo conto, che, per qualche misterioso processo psicologico obnubila l’intelletto e la capacità di giudizio. Il desiderio di “ripulire” la vittoria sportiva della propria “squadra del cuore” dall’evidente fetenzia trasmessa in mondovisione e che, si badi bene, ha solo palesato un marcio di lunga durata. Ma ci intravedo di peggio, un atteggiamento costante e pervicace, che vorrei dire negazionista, e si ammanta di un presunto orgoglio territoriale.

E’ la vecchia e pericolosa idea che la Camorra (o la Mafia, o qualsiasi altra organizzazione a delinquere) è, tutto sommato, “buona”, perché “mantiene l’ordine” e mette un freno alla piccola criminalità. O, se non tutta, almeno una sua parte “nobile” o “all’antica”, che dubito sia mai esistita. E’ l’ennesima variante dell’eterna filosofia del “quieto vivere”, che sarebbe meglio ribattezzare “quieto morire”, ovvero venire a patti con il male, pur sapendo che è male, purché si salvi un pezzetto dell‘amata tranquillità quotidiana. Giorno dopo giorno, poi, si fa finta di non vedere che quel cerchio di tranquillità si restringe sempre di più e che il numero di compromessi aumenta sempre.

Qualche piccolo pizzo da pagare per non avere vetrine rotte. Lo spacciatore da tollerare in cambio degli scippatori tenuti lontani. Lo spazio pubblico occupato, tanto basta fare il giro più largo e fare finta di non vedere. E poi, magari, se apro quella veranda sul balcone senza fare carte, nessuno mi verrà a disturbare.

Il boss è una persona rispettata e questo lo rende automaticamente rispettabile. In fondo anche i politici sono corrotti, e quindi tanto vale tenerci il nostro, la carogna che conosciamo. Si trasforma lo stato di fatto in uno stato di normalità, come se fosse un diritto naturale.

Si aggiungono le consuete menzogne auto-tranquillizzanti: i cattivi si ammazzano sempre tra di loro, se qualcuno ci finisce in mezzo, tutto sommato se l’è andata a cercare. Sforzarsi di ripetere che non si sa come mai quel nuovo esercizio commerciale appena ristrutturato sia andato a fuoco proprio il giorno prima dell’inaugurazione. E aggiungere alla miscela anche una buona dose di vittimismo, che i motivi per evocarlo non mancano mai: di noi si parla sempre male, ci levano tutto, tutta colpa della politica, ecc.

Insomma, un’auto-assoluzione pacificatoria che automaticamente-assolve chi fa il male.

Mi dispiace per tanti concittadini, tutto sommato onesti, che personalmente non spaccerebbero mai dosi di veleno o non hanno intenzione di nascondere materiali insoliti in casa, ma che confondono l’inefficienza dello Stato come una giustificazione dell’efficienza sistemica della criminalità. E’ difficile ribellarsi, lo riconosco, ma la resa intellettuale, il negare il male, è l’estrema dimostrazione di sconfitta.