Pieno di parole (straniere), vuoto di contenuti

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Forse l’unica campagna mediatica fascista che mi abbia mai suscitato una qualche simpatia e quella contro le parole straniere. Non certo per il modo in cui era condotta, e le ridicole forzature per evitare, a tutti i costi, i termini non contemplati dalla Crusca, ma per l’abuso che se ne fa oggi, molto spesso a sproposito.

Mi infastidisce l’accettazione acritica dei termini stranieri, come se alcune cose avessero senso solo se dette in un’altra lingua. Secondo me nasconde un complesso d’inferiorità, la sensazione che noi italiani non siamo capaci di fare le cose bene come le fanno all’estero. O banalmente maschera l’ignoranza dietro i termini.

La commistione delle lingue è un fatto naturale. La pretesa della lingua pura è assurda e pericolosa quasi quanto quella della razza pura. I termini stranieri arrivano per osmosi culturale e, progressivamente, si assorbono nel linguaggio d’arrivo. La mia lingua napoletana, per dire, è piena di francesismi o spagnolismi, trasformati per integrarsi al suono generale del dialetto: “buatta” per lattina o “butteglia” per bottiglia sono chiaramente derivazioni francesi, non italiane.

Ma in Italia i termini stranieri si adottano in modo acritico, spesso senza chiedersene davvero il senso, e ostentati come un valore in se, come se quello che si dice assuma rilevanza solo perché detto in quel modo. E spesso è proprio così: l’inglesismo maschera il vuoto d’idee.

Qualche volta i termini stranieri sono davvero difficili da tradurre o soppiantano un italiano davvero mal suonante (sentivo, una volta, che la traduzione di “trolley”, nel senso di bagaglio con le ruote, sarebbe “rullovaligia”!) ma altre non si fa nemmeno lo sforzo di cercare! Sono dei puri e semplici doppioni, e l’abbandono dell’italiano è del tutto ingiustificato e arbitrario. Perché mai dire “start-up” sarebbe meglio che “nuova impresa”? “Spread” è per me semplicemente “differenza” o “divario” dei tassi d’interesse, tra un Paese e l’altro. Perché i cronisti della Formula 1 parlano ora di “power unit” invece che di “motore” delle monoposto? Troppo banale? Perché riempirsi la bocca di “target” e “goal” invece di “bersaglio” e “obiettivo”? Perché fa pìù “trendy”? Ovvero alla moda?

Peggio ancora sono solo certe italianizzazioni forzate, tipo “brandizzato” o “ceccato” con cui si vorrebbe dimostrare di aver davvero assimilato quello che si sta dicendo.

Una fonte inesauribile di termini inglesi è l’informatica e i suoi derivati. Purtroppo i tecnicismi che una volta connotavano soltanto gli “addetti ai lavori” si sono diffusi e diventati di uso comune, molto spesso a proposito, anche e in primo luogo perché chi li usa non ha una vera idea di cosa vogliano dire. Per cui bisogna stare sul “cloud” per un valido “spin-off” che sia “cost effective” e agire “on demand” del “customer”, per intendere che bisogna tenere i dati in rete per risparmiare e fare quello che vuole il cliente.

Non ci credete quando vi sussurrano, con saccenza, che la parola inglese “non ha equivalente in italiano” o “ha significati intraducibili” o “sfumature che in italiano si perdono”, il più delle volte è pura pigrizia mentale o, peggio, tentativo di contrabbandare paccottiglia per crema di sapere. Alla fine, si usano parole strane quando si vuole confondere le idee o nascondere l’ignoranza di fondo. Accade con i paroloni italiani e si ripete, più diffusamente, con i termini stranieri.

Nel mio piccolo, nel mio romanzo parlo di “tavoletta”, non “tablet” per indicare un computer sottile e senza tastiera, “sito di chiacchiere” invece di “chat”, “comunicatore” per l’evoluzione degli odierni “smart-phone” e uso “computer” soltanto perché “calcolatore” e “elaboratore” sono ormai, purtroppo, in grave disuso.

Ecco, per concludere, un inizio di tabella di sostituzione inglese-italiano, per alcune espressioni superflue ma alla moda, da espandere a piacere e usare alla bisogna.

Award -> Premio / riconoscimento
Call conference -> Riunione telefonica
Check -> Controllo
Fair play -> Lealtà sportiva
Goal -> Obiettivo
Gadget -> Accessorio
Meeting -> Incontro / riunione
(Data) streaming -> flusso (dati)
Target -> Bersaglio
Template -> Formato-tipo
Topic -> Argomento
Test -> Prova
Window -> Finestra
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12 thoughts on “Pieno di parole (straniere), vuoto di contenuti

  1. lasciami aggiungere “fashion victim” e “fashion addict”, due espressioni di moda nel mondo della moda 😀

    L’Italiano è una lingua complessa e difficile, per conoscerla e usarla adeguatamente bisogna studiarla a lunga e bene, molto più comodo e facile adottare termini anglofoni che tra l’altro fanno pure tanto fico.

    TADS

  2. Io sono diventata bilingue, ma quando un’amica che non parla inglese mi dice “Ti call?” mi viene da vomitare… Tendo a parlare inglese con gli anglofoni e italiano con gli italiani, non a mischiare le lingue! 😀
    Al momento non mi vengono altri abusi dell’inglese da parte degli ignoranti italiani che si sentono tanto fichi a buttare lì parole a caso (secondo me senza neanche sapere che stanno dicendo), ma grazie per la tabella! 😉

    • La mia critica non è, chiaramente, verso la lingua inglese in se, nobilissima come ogni altra. Anch’io la adopero continuamente, soprattutto sul lavoro. E’ l’uso improprio che mi infastidisce, soprattutto quando denuncia pigrizia mentale o tentativo di “contrabbandare” contenuti.

      A presto!

      • infatti sono pienamente d’accordo con te! 😀 Soprattutto negli ambienti lavorativi c’è un abuso di termini inglesi che fa sentire tanto fichi i capi, ma in realtà sembrano solo dei… va be’, non lo dico! 😉

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