La presunzione di fare altri mestieri, ovvero la sindrome della conquista del mercato

ChiediAllaPolvere

Qualcuno dovrebbe spiegare a chi lavora nello sviluppo software che ogni programma non deve necessariamente fare tutto, anzi assommare funzionalità parziali, mal costruite e poco ottimizzate è uno svantaggio, non un’aggiunta.

Faccio un esempio. Nel mio lavoro mi capita di valutare programmi per analisi ingegneristiche: strutturali, fluidodinamiche (scusate per i paroloni, non me ne sono venuti altri). Una volta c’era il “solutore”, che faceva il calcolo e il “modellatore” che lo preparava, come due programmi distinti. Ora tutti i solutori vengono con il loro modellatore incorporato, che potrebbe ancora andare bene se fosse sempre ottimizzato e mirato allo scopo. Ma poi hanno voluto fare il passo ulteriore: applicativi per alterare le geometrie o farne di nuove direttamente nel programma di calcolo, in pratica dei CAD dei poveri.

Inutile dire che ogni volta che ho provato a impiegare in pratica queste funzioni, si sono rivelate di gran lunga meno solide e meno pratiche dei programmi “dedicati”, sviluppati da decenni per fare solo quello, per cui alla fine non le impiego: sono escrescenze software che occupano spazio sul disco e rubano lavoro agli sviluppatori e al supporto tecnico senza dare valore aggiunto, almeno per il sottoscritto.

Forse qualche cliente potrebbe pensarla diversamente, tuttavia le demo che vedo sono una vaga semplificazione delle fetenzie geometriche e delle complessità fisiche che mi trovo a trattare in pratica, giorno dopo giorno.

Perché è difficile battere chi è specialista di un tema da decenni, chi ci lavora e si e beccato centinaia di volte le rampogne di utenti scontenti, si è scontrato con i bachi software e le limitazioni hardware, si è scervellato sulle preferenze e idiosincrasie dell’utilizzatore medio e su quelle dell’utente pseudo-sedicente-esperto e alla fine, con non pochi tentativi, spesa e sudore è riuscito a mettere assieme un pacchetto che funziona. Non ci si improvvisa: un cuoco non si mette, di solito, a riparare la cucina a gas, chiama il tecnico specializzato, e se deve comparire in TV non parte acquistando una telecamera e un microfono tutti suoi.

Mi viene da pensare che tutta questa corsa alle funzioni avanziate e “dislocate” rispetto al cuore della propria specializzazione nasca in base a principi di puro marketing, volendo dimostrare di essere in grado di fare più dei concorrenti: la legge del “ce l’ho più lungo” applicata all’elenco delle funzionalità. Forse questi sviluppi a funzionalità ridotta sono finalizzati a chi non può permettersi i programmi “completi”, ovvero alle piccole e piccolissime imprese, ma a me sembra che si cerchi di contrabbandare per funzioni quelle che sono escrescenze poco utili. La complessità è raramente un valore in se.

E’ un problema diffuso, secondo me, quello di provare a fare il mestiere, nella speranza di rubargli i clienti (e i soldi). Così la Honda si è inventata produttrice di aerei, creando un progetto avanzatissimo e interminabile, e vedremo coma va a finire. O la Parmalat pre-crash decise che doveva trasformare l’umile latte in una bibita alla moda tipo Coca-Cola ma più salutare. O avvocati si convincono di essere esperti di finanza e ingegneri dei maghi del marketing. Fino al privato cittadino che è convinto di poter risparmiare soldi improvvisandosi idraulico o elettricista, con risultati spesso al limite del pericolo pubblico. Chissà perché, quando diventi abbastanza bravo a fare una cosa ti convinci di essere altrettanto capace di farne altre e, il più delle volte, ti butti in un turbine senza fondo d’inefficienza. Secondo me è un derivato del principio d’incompetenza di Peter: ogni organizzazione cresce e si espande fino a mettersi a fare cose per le quali non è nata ed è del tutto inadatta, e così mette a repentaglio la sua stessa esistenza!

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5 thoughts on “La presunzione di fare altri mestieri, ovvero la sindrome della conquista del mercato

  1. un fai da te a tutto campo???
    a prescindere dalla mia sconfinata ignoranza tecnologica, credo che il tuo settore sia uno dei pochissimi ancora allocabili nell’universo “proposta”, tutti gli altri vivono da tempo in quello della “risposta”, cioè non inventano più niente

    per spiegarmi meglio ti faccio un esempio, gli stilisti di moda una volta immettevano sul mercato le loro idee, da decenni, grazie a ricerche di marketing e data base aggiornati in modo più o meno subliminale, sul mercato immettono ciò che l’utenza chiede. Se questo inverno andrà alla grande un certo colore sarà solo per soddisfare le richieste del pobblico, quindi dalla proposta creativa si è passati alla offerta/risposta

    il marketing moderno si basa su un concetto tutto sommato elementare, 1) individuazione del target potenziale, 2) sviluppo di nuove esigenze, 3) proposte mirate per soddisfarle. E’ il festival dell’effimero che si autoalimenta

  2. ne manca un pezzo…
    seguendo questa logica è più che “normale” saltare da un settore all’altro, vedi gli esempi da te citati, la Fiat si è messa a fare maglie, la Parmalat bevande dissetanti, gli stilisti fanno anche gli arredatori, ecc. ecc.

    • In effetti il marketing la fa da padrone, e anche in ambienti teoricamente dominati dalla tecnica. Si fa ciò che ci si aspetta che possa vendere. Ma, nonostante la scienza e le ricerche che giustamente citi, vedo ogni giorno prendere delle cantonate pazzesche, perché la presunzione è spesso più forte del ragionamento.

  3. Da ingegnere (ormai in pensione) ho molto apprezzato il tema del tuo post. Una cosa del genere capitava anche nel caso delle macchine che producevano buste per corrispondenza, campo in cui ho lavorato gran parte della mia vita. Uscito un buon ed efficiente modello, poco dopo un concorrente ne proponeva un altro che aggiungeva nuove utility e così via. Alla fine quelle macchine erano diventate così lunghe e complicate (quasi una catena) che i meccanici addetti al montaggio diventavano matti quando era il momento di cambiare formato… La tecnologia al servizio della promozione pubblicitaria invece di semplificare le cose era arrivata a complicare la vita degli addetti alla produzione.
    Nicola

    • Grazie per la testimonianza. Ero abbastanza convinto che il male fosse diffuso e, al più, enfatizzato dagli strumenti della “new economy”. Un saluto

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