Come va il commercio? Ma soprattutto dove?

NegozioChiusura

Qualche osservazione sull’evoluzione delle attività commerciali dalle mie parti.

Parlo delle parti della città che frequento, ovviamente, senza pretesa di generalità, come pura testimonianza, e spero che contribuisca a realizzare un quadro generale.

Dunque, cominciamo le osservazioni. I normali negozi vanno diminuendo, molti aprono e chiudono dopo pochi mesi, anche dopo costose ristrutturazioni. Solo qualcuno dei riferimenti storici della mia adolescenza mantiene la vecchia ragione sociale. La velocità del fenomeno è impennata nel corso della recente crisi. Molte saracinesche rimangono calate a lungo, spesso per mesi, talvolta addirittura per anni.

Anche il numero dei supermercati si sta riducendo: uno particolarmente grande, ben fornito e con buoni prezzi sta tagliando le gambe ai normali supermercati di città.

Invece aumentano di giorno in giorno, o quasi, il numero di bar e di posti dove andare a mangiare qualcosa con pochi euro. In misura minore cresce il numero delle pasticcerie.

Sicuramente la saracinesca abbassata da’ il segno concreto della crisi. Ma andiamo a discutere i motivi.

In compenso alcuni commercianti da cui mi servo “storicamente” – preferisco andare negli stessi posti, quando posso: mi sento quasi a casa – hanno dichiarato un’annata non eccezionale ma nel complesso più che discreta. Meno male.

I banali: c’è la crisi e la gente spende meno. In più la grande distribuzione mette in crisi i piccoli esercizi, quando questi non si costruiscono una clientela e un’offerta particolare. Mette in crisi anche la “vecchia” grande distribuzione, che aveva una taglia più piccola e con cui i “piccoli” riuscivano a trovare una forma di convivenza. Il nuovo supermercato rionale è un asso piglia tutto per la spesa quotidiana: edificato al posto di un parcheggio a pagamento, è sempre pieno, ci si può fare tutta la spesa in un colpo solo senza girare tra i negozi, con ampia scelta, buona qualità, panini sempre freschi e prezzi in linea o inferiori agli altri.

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I meno banali: ancora non è sparita l’idea che un figlio squinternato si possa sistemare, facendo qualche sacrificio, aprendogli un’attività commerciale non troppo difficile da gestire. Una cartoleria o una piccola rivendita di articoli casalinghi o d’abbigliamento a buon mercato poteva servire a creare un lavoro a un giovane senza arte ne parte e neppure troppa voglia di faticare oltre il minimo sindacale. Con qualche lira in più, un negozio di elettrodomestici poteva andare ancora meglio: maggiore investimento iniziale ma ritorni economici più sostanziosi.

I prodighi genitori che si lanciano in quest’impresa per redimersi da pregresse incapacità educative o per salvare da se stesso un figlio dalla testa particolarmente volatile si ritrovano oggi, molto più che in passato, a rimetterci “terzo e capitale”, come si dice dalle mie parti.

C’è poi un altro guaio locale, ma credo comune a altre zone cresciute in fretta dopo il “boom” degli anni ’50 e ’60: gli affitti e la concentrazione delle proprietà.

I locali commerciali, così come tanti appartamenti, sono nelle mani di relativamente pochi proprietari, ognuno dei quali preferisce tenere alcuni “quartini” chiusi piuttosto che abbassare l’affitto richiesto. Si tratta di una sorta di cartello non scritto ma di fatto: i prezzi delle case e gli affitti non scendono con la crisi, perché i proprietari non hanno bisogno di “piazzare” tutto: guadagnano di più tenendo sbarrata qualcuna delle loro tante proprietà ma mantenendo alti i prezzi per tutte le altre. Più di un’attività commerciale, di fronte al calo dei profitti, si è trovata costretta a ridurre i metri quadri, unica maniera per alleggerire il fardello della “pigione” e allontanare la bancarotta.

Come si potrebbe risolvere? Sono contrario agli espropri proletari. Forse una tassazione più gravosa sulle proprietà non affittate? Non saprei.

Altri problemi “collaterali”. Mi sa che i commercianti delle mie parti “pagano” un po’ tutti, non so se mi sono spiegato. Non c’è da scandalizzarsi: succede dappertutto. Un paio di vetrine sfondate da camion “casualmente” saltati sul marciapiede e incendi “accidentali” a pochi giorni dall’inaugurazione e sotto le feste sono indizi importanti. Sommato a affitti, tasse e altre spese, può stroncare un commerciante già al limite.

Di contro si registra, come dicevo, un forte incremento di bar, pizzetterie e affini. I bar soprattutto si sono moltiplicati. Non capisco bene le ragioni. Salumerie, boutique, cartolerie sono diventate bar, gelaterie e caffè. Molti sono della stessa proprietà, diramazioni l’uno degli altri. Sempre più spesso accompagnati da tavolini esterni e dehors. Alcuni sono aperti fino alle ore piccole, per la felicità di chi ci abita sopra. Altrove impazza la moda delle tragiche patatine fritte. Di certo il caffè preso al bar è l’ultimo piacere a cui si rinuncia, anche in tempo di crisi. Magari il gelato col cono di patatine è il sostituto a uscite economicamente più impegnative. Qualcuno più malizioso insinua che molti di questi locali siano il re-investimento più pratico dei beneficiari dei “pagamenti” di cui sopra. Non mi sembra improbabile ma pochi si sbilanciano. Tuttavia sembra strano che il numero di caffè consumati fuori casa possa moltiplicarsi con il ritmo dei locali che si aprono. E’ una nuova bolla destinata a scoppiare? Lo vedremo presto.

C’è poi il fenomeno dei supermercati cinesi, sorta di discount di tutto che vivono su prezzi e qualità infimi e sulla capacità di quella gente di lavorare a oltranza. Hanno preso il posto di altre attività commerciali, ma, richiedendo di spazi notevoli, anche di boutique qualificate e di discoteche storiche. Non credo che abbiano spuntato affitti più umani dei piccoli commercianti e imprenditori “nazionali”.

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6 thoughts on “Come va il commercio? Ma soprattutto dove?

  1. analisi inconfutabile, verità che cola, il proliferare di locali in cui si mangia a basso prezzo credo sia una deriva inarrestabile, in America, in Giappone e in tante metropoli c’è chi campa anni senza mai mangiare in casa, un panino, un hamburger, un pezzo di pizza, un piattino pronto, magari anche un po’ di pasta con una bibita… senza spendere cifre rilevanti, senza sprechi, senza sbattimenti, senza sporcare, senza pulire, per i single è una manna.

    anche qui a Torino sono sempre più numerosi i locali commerciali chiusi per un tempo infinito, certo, centri commerciali, discount e cineserie varie una bella botta al piccolo negozio l’hanno data, aggiungiamoci che sono sempre più numerosi gli Italiani che acquistano prodotti in rete, anche scarpe e vestiti di marca a basso prezzo

    va a morire il rapporto umano, non lo abbiamo più con i fornitori di utenze, con le banche, con pezzi di pubblica amministrazione, per avere informazioni spesso “dialoghiamo” con robot vocali. Non so lì ma qui esistono già varie catene di prodotti alimentari in cui è possibile fare la spesa on line e riceverla a domicilio. Sarò all’antica ma amo ancora il contatto diretto col negoziante.

    • Tutto il mondo è paese, alla fine, dalle tue parti siete solo un po’ più avanti. Certe tendenze sono difficili da contrastare, però almeno proviamo a riconoscerle un po’ più lucidamente.

  2. Concordo con le analisi e i commenti precedenti. Faccio anch’io alcune considerazioni:
    – Le persone mangiano sempre più fuori casa. Sono pochissimi quelli che, soprattutto in pausa pranzo, tornano a mangiare a casa. Le aziende non hanno più le mense per i dipendenti: preferiscono sostituirle con ticket restaurant che poi devi andare per forza a spendere nei bar per il panino plasticoso o per un primo piatto surgelato messo nel microonde.
    – i negozi chiudono e quelli che aprono sono solo di poche categorie. Dove una volta c’erano il macellaio, il fruttivendolo, la cartoleria, etc… oggi si sono solo: banche, compro-oro, negozi di telefonia e negozi di chincaglierie cinesi. Stop. Fine delle categorie merceologiche… Anche i negozi di sigarette elettroniche che alcuni anni fa erano in voga stanno chiudendo tutti!

    • Tutto vero. Quello che mi lascia un po’ più dubbioso è il gran numero di bar che si sono aperti, quelli dove si prende il caffè e al massimo si fa colazione, per intenderci. Alcuni sono proprio piccolini, ricavati in un locale non più grande di una stanza. Ci saranno abbastanza clienti per tutti?

    • Parlo da Napoli e evidentemente vedo fenomeni comuni (almeno) a tutto il paese. Il blog serve anche a questo, a far circolare esperienze.
      Un saluto

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