Tempo ordinario

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Le giornate ordinarie sono fatte di eventi ordinari, che lasciano presto posto libero nella memoria. I neuroni volatili passano presto ad altro, quelli della memoria stabile si fissano sugli eventi singolari. Eppure la storia umana è fatta da un numero enorme di eventi ordinari e da pochissimi fatti speciali.
Contrariamente a come appare dai libri di testo, la storia si costruisce nell’ordinario, che è il suo tessuto connettivo, la base su cui può sorgere il pinnacolo dell’evento “storico”. Ma il tipo di realtà che può sorgere non è indipendente dal fondo su cui può fare presa.

Forse per questo è importante operare con coscienza nel quotidiano, anche quando non sembra immediatamente utile. Non è sufficiente per cambiare il mondo ma ne è il presupposto necessario. Lascia la porta aperta, per così dire.

Parlo di coscienza e non di onestà formale. D’altra parte sappiamo che anche il male è fatto, in gran parte, di ordinario. Gli esecutori degli ordini di Hitler, per dire, erano in gran parte dei grigi burocrati, con una casa, moglie e figli, magari un cane da accarezzare, amici da vedere nel tempo libero e occasionali scampagnate nel fine settimana. Grigi travet dell’olocausto per i quali far partire un carro piombato, confiscare gli averi di qualcuno, accendere un crematorio era come quietanzare una fattura o mettere in bella copia la corrispondenza del giorno. “Ho fatto il mio dovere” era la loro risposta a Norimberga.

Anche oggi le correnti di violenza scorrono sottotraccia, come rivoli carsici che passano inosservati, ognuno apparentemente innocuo o appena fastidioso, preso a se. Eppure, apparentemente all’improvviso, collidono e emergono come un geyser, e allora fiumi d’inchiostro e di bit, di stupore, sorpresa, orrore e analisi.

Il fronte opposto funziona in modo analogo: quanti benemeriti si sono stupiti quando hanno ricevuto riconoscimenti, non sentendo di aver fatto qualcosa di speciale. Tanti non hanno mai ricevuto ne richiesto lodi. (Mi viene in mente un brano del Vangelo, chi si ricorda quale?)

Servirebbe una storia sociale, una storia dell’ordinario, per capire i fatti, ma è difficile perché molte volte, nel bene come nel male, la sostanza non fa notizia.

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La passione per la scienza e l’attenzione alle stranezze. Fin quando è utile e quando diventa patologica?

L’insolito attira l’attenzione e suscita curiosità. I motivi ci sono: ciò che è anomalo può essere un’opportunità da sfruttare o un rischio da evitare, di sicuro qualcosa da valutare. Da un punto di vista scientifico l’anomalia è utile, perché aiuta a individuare le falle in una teoria e a evidenziare i veri legami di causa ed effetto tra le cose, spesso mascherati dall’uniformità.

L’insolito è la pietra di paragone delle nostre convinzioni e spesso il gradino in cui inciampano. C’è chi lo nega, chi lo bolla come innaturale, e anche chi ne fa collezione.

Ma la passione per cercare l’insolito a tutti i costi rischia di diventare un vizio. Mettere il mostro in vetrina è un’azione che si è sempre fatta, in ogni epoca storica e nelle più diverse civiltà. Chi viene a ammirarlo di solito non impara nulla, semplicemente si stupisce, ride, prende in giro, tratta lo strano fenomeno come un qualsiasi divertimento o passatempo: dopo pochi minuti ne ha abbastanza e torna alla sua vita ordinaria. Le novità sono il nutrimento dell’intelletto, tuttavia credo che ci sia anche qui una differenza fra cibo buono e junk food. Come per l’alimentazione, la differenza credo sia in cosa ne resta: conservazione o degrado della salute fisica e mentale, aumento di conoscenza o perdita di tempo o peggio.

Internet coltiva alla grande la passione per lo strano e lo stupefacente, proprio col senso di qualcosa che attira l’attenzione in fretta e altrettanto in fretta la rilascia. Deformità, dimensioni insolite, forme strane naturali e artificiali sono cercate e esibite in un modo che non facilita il passaggio dalla sorpresa alla comprensione, perché il sito è interessato solo alla risposta istintiva, immediata, pre-razionale, compulsiva.

Internet è tutta un conteggio di cliccate, una gara a chi ha il maggior numero di visitatori, un inseguirsi a chi ce l’ha più lungo, l’elenco dei commenti e dei “follower”, e per raggiungere l’obiettivo deve convincere l’utente di passaggio in una frazione di secondo, in modo compulsivo.

Lo strano, di fatto, ha lo stesso ruolo del sesso e, a modo loro, dei gattini carini. Con un difetto in più: quello di bollare immediatamente quello che si esibisce come “anormale” e quindi togliergli dignità. Basta leggere i commenti.

I siti cosiddetti seri non fanno eccezione: quotidiani e riviste d’informazione, raccolte di notizie e commenti devono fare numeri, per emergere nelle ricerche e fare ancora più numeri, e infine per vendere meglio i loro spazi pubblicitari. Perfino i siti dedicati alla divulgazione scientifica sono diventati una raccolta delle stranezze dell’universo visibile, spesso con spiegazioni minime o assenti. Il “weird” e lo “shocking” sono diventate le parole d’ordine di articoli e link. Junk food cerebrale che sazia per un breve momento ma non aumenta la conoscenza del mondo, lascia un senso di confusione e fa venire presto nuova fame.

I termini sono abusati, è chiaro. Il maltempo è sempre una “morsa del freddo” e i reati sono tutti “raccapriccianti”, a cominciare dallo scippo della borsetta della vecchietta all’ufficio postale. In mancanza di meglio si lavora sui titoli. Tuttavia non ci si ferma davanti allo strano vero: malattie, conseguenze d’interventi chirurgici, violenze su esseri umani e animali, deformità congenite o acquisite, ostentate o subite.

Non che lo strano vada eliminato, beninteso. La variabilità, anche estrema, fa parte del mondo che conosciamo e ha pieno diritto d’esistenza e dignità. Proprio per questo andrebbe compresa, non esibita. Interpretata. Collegata e non slegata dal contesto.

Ma, alla fine, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta solo di tornare a ridere delle deformità, come ci dicono che avveniva nel vituperato (e spesso falsificato) Medioevo.