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La passione per la scienza e l’attenzione alle stranezze. Fin quando è utile e quando diventa patologica?

L’insolito attira l’attenzione e suscita curiosità. I motivi ci sono: ciò che è anomalo può essere un’opportunità da sfruttare o un rischio da evitare, di sicuro qualcosa da valutare. Da un punto di vista scientifico l’anomalia è utile, perché aiuta a individuare le falle in una teoria e a evidenziare i veri legami di causa ed effetto tra le cose, spesso mascherati dall’uniformità.

L’insolito è la pietra di paragone delle nostre convinzioni e spesso il gradino in cui inciampano. C’è chi lo nega, chi lo bolla come innaturale, e anche chi ne fa collezione.

Ma la passione per cercare l’insolito a tutti i costi rischia di diventare un vizio. Mettere il mostro in vetrina è un’azione che si è sempre fatta, in ogni epoca storica e nelle più diverse civiltà. Chi viene a ammirarlo di solito non impara nulla, semplicemente si stupisce, ride, prende in giro, tratta lo strano fenomeno come un qualsiasi divertimento o passatempo: dopo pochi minuti ne ha abbastanza e torna alla sua vita ordinaria. Le novità sono il nutrimento dell’intelletto, tuttavia credo che ci sia anche qui una differenza fra cibo buono e junk food. Come per l’alimentazione, la differenza credo sia in cosa ne resta: conservazione o degrado della salute fisica e mentale, aumento di conoscenza o perdita di tempo o peggio.

Internet coltiva alla grande la passione per lo strano e lo stupefacente, proprio col senso di qualcosa che attira l’attenzione in fretta e altrettanto in fretta la rilascia. Deformità, dimensioni insolite, forme strane naturali e artificiali sono cercate e esibite in un modo che non facilita il passaggio dalla sorpresa alla comprensione, perché il sito è interessato solo alla risposta istintiva, immediata, pre-razionale, compulsiva.

Internet è tutta un conteggio di cliccate, una gara a chi ha il maggior numero di visitatori, un inseguirsi a chi ce l’ha più lungo, l’elenco dei commenti e dei “follower”, e per raggiungere l’obiettivo deve convincere l’utente di passaggio in una frazione di secondo, in modo compulsivo.

Lo strano, di fatto, ha lo stesso ruolo del sesso e, a modo loro, dei gattini carini. Con un difetto in più: quello di bollare immediatamente quello che si esibisce come “anormale” e quindi togliergli dignità. Basta leggere i commenti.

I siti cosiddetti seri non fanno eccezione: quotidiani e riviste d’informazione, raccolte di notizie e commenti devono fare numeri, per emergere nelle ricerche e fare ancora più numeri, e infine per vendere meglio i loro spazi pubblicitari. Perfino i siti dedicati alla divulgazione scientifica sono diventati una raccolta delle stranezze dell’universo visibile, spesso con spiegazioni minime o assenti. Il “weird” e lo “shocking” sono diventate le parole d’ordine di articoli e link. Junk food cerebrale che sazia per un breve momento ma non aumenta la conoscenza del mondo, lascia un senso di confusione e fa venire presto nuova fame.

I termini sono abusati, è chiaro. Il maltempo è sempre una “morsa del freddo” e i reati sono tutti “raccapriccianti”, a cominciare dallo scippo della borsetta della vecchietta all’ufficio postale. In mancanza di meglio si lavora sui titoli. Tuttavia non ci si ferma davanti allo strano vero: malattie, conseguenze d’interventi chirurgici, violenze su esseri umani e animali, deformità congenite o acquisite, ostentate o subite.

Non che lo strano vada eliminato, beninteso. La variabilità, anche estrema, fa parte del mondo che conosciamo e ha pieno diritto d’esistenza e dignità. Proprio per questo andrebbe compresa, non esibita. Interpretata. Collegata e non slegata dal contesto.

Ma, alla fine, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta solo di tornare a ridere delle deformità, come ci dicono che avveniva nel vituperato (e spesso falsificato) Medioevo.

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