Dei delitti automobilistici

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Sull’onda mediatica di tragedie recenti e meno, si farà forse la legge sull’omicidio automobilistico e, da automobilista, sono un po’ preoccupato sulla sua applicazione.

Non sono contrario alla legge in se, sia ben chiaro. La responsabilità personale è un principio che dev’essere recuperato, mentre nell’Italia contemporanea sembra un’idea fuori moda, addirittura estraneo, una specie di retaggio feudale o di strana abitudine nordica. Temo però che, nel nostro modo nazionale di procedere, che definirei schizofrenico, si arrivi d’infilata all’estremo opposto, ovvero a un intermezzo di facili condanne per ogni caso dubbio di morte stradale.

Mi spiego: sono sempre preoccupato quando guido, e lo faccio, per necessità, quasi tutti i giorni. Mi considero un guidatore prudente, vado sempre piuttosto piano, raccogliendo a volte gli allegri lazzi dei colleghi; faccio controllare l’auto regolarmente in officina; non messaggio o telefono e neppure rispondo quando il cellulare squilla. Eppure so benissimo che basta una frazione di secondo di distrazione per buttare sotto qualcuno.

Gli stessi pedoni sono, spesso, tutt’altro che attenti. C’è sempre qualcuno che attraversa la strada all’improvviso, in un punto qualunque della strada, confidando, per la sua stessa sopravvivenza, sulla buona sorte e sulla qualità dei miei riflessi e del mio impianto frenante. Guidare in città è tutto un dare di freno e buttare l’occhio in ogni direzione, perché in un attimo puoi trovarti qualcuno davanti. Il motorino che s’insinua davanti al muso dell’auto, in equilibrio precario, è la prassi piuttosto che l’eccezione: se mi finisce sotto al cofano sono io l’assassino, nel caso che la sua famiglia sia in grado di trovare un legale migliore del mio?

OK combattere la guida sotto l’effetto di alcol o di altre sostanze, condannare i comportamenti sconsiderati (che, come ho già detto, non sono solo degli automobilisti), incarcerare chi, per questi motivi e altri affini, crea danni al prossimo e alla collettività, ma, per piacere, evitiamo le etichette da “sbatti il mostro in prima pagina” e l’equazione da titolista demente (morto in strada) = (automobile killer). Insomma, se ammazzo qualcuno mentre mando un SMS, mettetemi pure in galera, ma se me lo sono trovato davanti all’improvviso, magari anche fuori dalle strisce, per piacere valutate una seconda volta la situazione.

Insomma, non ho fiducia nell’equilibrio del legislatore e dell’applicatore della norma, delle interpretazioni colpevoliste, della caccia al colpevole per ogni morto della strada perché “qualcuno deve pagare per questo”, e infine del contorto sistema giudiziario italiano.

Massimo rispetto per il dolore di chi ha perso un suo caro in circostanze terribili, e spesso con dolo o colpa grave di qualcuno che è pure rimasto impunito: ma, proprio alla luce di questo rispetto, non chiedete a chi soffre di stilare i principi della legge. E’ la stessa assurdità di quando, qualche anno fa, si chiedeva ai parenti delle vittime di terrorismo di “perdonare” gli assassini, come giustificazione morale di amnistie e alleggerimenti di pena da parte di uno Stato incapace di assumersi le sue responsabilità. Ho sentito dire, da sostenitori della nuova legge, che “l’automobile è un’arma”. Ecco, vorrei che non passasse questo concetto, perché allora ogni automobilista diventa di colpo un sospettato d’omicidio, una specie di presunzione di colpevolezza: a lui l’onere di dimostrarsi innocente chiarendo la dinamica dell’incidente, contro l’onda irata dei familiari della vittima e dei suoi legali. L’automobile è, fino a prova contraria, un mezzo di trasporto, così come la bottiglia è un contenitore per liquidi, fino a che qualcuno non decide di spaccarla in testa al suo vicino.

Ma forse la mia preoccupazione è insensata: l’Italia è il Paese delle pene draconiane per tacitare l’opinione pubblica e dove le revisioni automobilistiche non sono quasi mai una cosa seria.

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La Madonnina di Pietro Castellino

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Via Pietro Castellino a Napoli è il principale, ripido collegamento fra il Vomero e il quartiere collinare, dove la città di Napoli si è espansa nel corso del boom economico e demografico degli anni ’50 e ’60, inglobando la rada edilizia agricola e nobiliare dell’epoca precedente. E’ oggi particolarmente nota per il ponte che la sovrasta, nella parte alta, è che è stato, anno dopo anno, il luogo scelto da numerosi suicidi, per porre fine ai loro giorni terreni. In effetti offre un discreto panorama, un’altezza adeguata ed è abbastanza tranquillo da dare il tempo di fare gli ultimi gesti senza troppa fretta.

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Al guaio ha posto rimedio l’amministrazione solo di recente, con una rete che, se impedisce di buttarsi di sotto, ha degradato di molto l’aspetto del ponte. In effetti è uno di quei casi in si è badato alla funzione pratica e all’economia trascurando completamente l’estetica, aspetto che pure dovrebbe servire al decoro urbano e a tenere alto il morale dei passanti.

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Ma non è questo il tema che volevo approfondire. Proprio sotto al ponte c’è una piccola nicchia, di fatto nulla più di un blocco di tufo mancante nel grande muro laterale di sostegno, che è diventata un’edicola sacra spontanea. Si trova in un punto poco visibile, protetto a valle dai pilastri del ponte e a monte da una curva della strada. E’ un po’ fuori dalle aree in cui passo quotidianamente ma qualche volta mi ci allungo quando ho voglia (e tempo) di passeggiare un po’. Trattandosi di una realizzazione estemporanea, è interessante vedere come cambi nel tempo.

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A Napoli le edicole sacre non sono rare, come nota subito qualsiasi turista. Quello che è interessante notare è come siano ancora oggi vicine alla sensibilità popolare, nonostante il sentimento religioso si sia per tanti versi affievolito, qui come altrove. Non mancano quasi mai di fiori e di qualcuno che, apertamente o nascostamente, si prenda la briga di pulirle e tenerle in ordine. Ci sono poi le rutilanti esibizioni di simboli religiosi in forme vistose e dimensioni esagerate, più esibizioni pacchiane di forza economica che di impulsi spirituali. Ma questa nicchia spontanea mi ha fatto sempre una sensazione particolare, proprio perché non è istituzionale, non ha “sponsor” come si dice oggi. Chi se ne prende cura non se ne fa una pubblicità. E’ rivelatrice di bisogni più intimi, della necessità di avere qualcuno a cui affidarsi e a cui raccomandare i propri cari.

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E’ tutt’altro che unica: poco più in basso una semplice scatola di polistirolo è diventata una mini-edicola che persiste ormai da parecchio. Questa ha una localizzazione particolare, tuttavia, discosta dai negozi e dai portoni delle case, ha un senso più intimo.

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La prima presentazione de “Il Mediatore”

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Il mio romanzo “Il Mediatore” stava correndo il serio rischio di ottenere un primato molto raro in Italia: era passato quasi una anno dalla pubblicazione senza che se ne fosse tenuta una presentazione pubblica.

La prassi della presentazione, nata come evento pubblicitario, è diventata una pratica obbligatorioria, un rito di passaggio necessario in cui l’autore si sente pubblicamente riconosciuto come scrittore. E’ una domanda che mi sono sentito fare: “Ah, hai pubblicato un libro? E dove l’hai presentato?” Certo non tutte le presentazioni sono uguali, ci sono quelle sontuose con giornalisti e sale gremite e lunghe file per le dediche con migliaia e migliaia di copie in attesa di inondare gli scaffali di continenti di librerie, e le piccole soddisfazioni da scrivano ignoto che si pagano con l’affitto di un locale, possibilmente in una libreria e con l’allestimento di un piccolo buffet.

Tuttavia non mi andava di pagare per far sapere del mio libro a amici che ne erano informati in ogni caso (quanto sono taccagno!) e, dopo le reiterate ma finora vane promesse di un paio di associazioni culturali con cui sono in contatto, mi ero ormai messo quasi l’animo in pace. D’altra parte scrivo di fantascienza: devo essere rivolto al futuro, al Web, e chi se ne frega degli autografi!

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Finché il caro amico Vincenzo Pianese, presidente della compagnia teatrale “Erga Omnes”, è venuto a salvarmi dalle ambasce, proponendomi di presentare Il Mediatore in uno degli incontri della rassegna teatrale Voci Vivaci, organizzata assieme all’associazione ALI, e in particolare quello di domenica scorsa, 1 marzo 2015.

E, in effetti, mi sono divertito e non poco. Il libro ha suscitato diverse curiosità. D’altra parte gli alieni che bazzicano nelle antichità partenopee, abituate a ben altre presenze materiali e immateriali, sanno un po’ di strano, difficile lasciarli passare senza degnarli nemmeno di uno sguardo.

E mi sono divertito pure come semplice spettatore. Riporto per copia-e-incolla la scheda della commedia in due atti che è seguita, e che è stata recitata ottimamente. Apprezzo sempre di più queste compagnie amatoriali.

Titolo: “La reliquia di Santa Giacinta”

Compagnia: “Ma chi m’’o ’ffa fa”

Autore: Luciano Medusa

Genere: Brillante

E’ la storia di una prostituta extracomunitaria che si ritrova a Napoli, attirata da un uomo senza scrupoli che la costringe al mestiere più antico del mondo.

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In qualche modo riesce a racimolare i soldi per comprare un biglietto aereo per tornare al suo paese. Fugge dal suo aguzzino, rifugiandosi nella Parrocchia di Santa Giacinta, dove trova Peppino, il sacrestano, che tenterà in tutti i modi di aiutarla a fuggire. Nella parrocchia però c’è un intenso viavai e Peppino deve faticare non poco a nascondere la ragazza provocando tutta una serie di situazioni comico-surreali con un esilarante colpo di scena finale.