Porte aperte al Tribunale, anzi sfondate

File tribunale Napoli (Nicola Clemente) (3)

E’ stato forse l’evento del giorno ieri. Ingressi controllati al tribunale di Napoli, dopo il delitto efferato di Milano, ma i varchi sono pochi e mal gestiti. Dopo ore e ore di fila, alcuni avvocati hanno perso la pazienza e forzato per entrare nel tribunale. Forzato fisicamente: nei tumulti una porta a vetri è stata sfondata e qualche ferito. Passo indietro delle autorità: si torna al “vecchio regime” di ingresso col solo tesserino per gli avvocati. Vorrei fare qualche considerazione a margine, non so se banale o già detta, ma d’altra parte questo è un blog di opinioni personali, quindi eccola.

a) Napoli è una città perennemente al limite. Nello specifico il tribunale è di norma congestionato. Ho tanti amici avvocati che mi parlano di file per gli ascensori (insufficienti, e quindi mal progettati), piani e piani fatti a piedi per risparmiare tempo, corse fra le varie sedi centrali e distaccate.

b) In questo quadro, introdurre un collo di bottiglia, per di più senza predisporre tutto nel modo adeguato – numero di varchi, di metal detector fissi e mobili, di personale addetto – avrebbe sicuramente portato il sistema al collasso. Se l’autorità, quando ha dato le disposizioni, non l’ha capito, è incompetente. Se lo temeva ma ha preso la decisione ugualmente, per non fare “brutta figura” con il governo centrale, allora è ancora di più incompetente. Nella stessa mattinata quelle code interminabili erano il segnale palese che il sistema non funzionava: deve per forza avvenire il “fattaccio” perché si faccia un passo indietro?

c) Gli avvocati non sono tutti uguali. Non tutti sono ugualmente persone “civili e ben educate” come ci si aspetterebbe dallo stereotipo del professionista. Più in generale la figura professionale dell’avvocato si è svalutata, inflazionata. I grandi avvocati di grido con la fila fuori dalla porta dello studio sono pochi, spesso hanno ereditato lo studio da generazioni precedenti di avvocati, e hanno alle dipendenze platee di collaboratori più o meno stipendiati e di praticanti istituzionalmente non pagati, che non possono permettersi di mettersi in cattiva luce. Peggio ancora i piccoli professionisti che combattono per catturare qualche cliente. Ben pochi di loro possono permettersi di perdere udienze e giornate di lavoro a causa di code insensate: cosa vai a raccontare al cliente? “La sua udienza è saltata perché è ero in coda”. Nel panorama sovraffollato, impoverito e caotico della giustizia partenopea, è difficile procurarsi clienti, difficilissimo farsi pagare e automatico perdere clienti e soldi se qualcosa va storto.

d) Infine, gli avvocati, nella loro saggezza legale, hanno implicitamente dichiarato che, in qualche caso, è lecito infrangere le leggi, se illogiche e imposte in modo insensato. D’altra parte, se la strage è avvenuta a Milano, perché mai dovrebbe aumentare immediatamente i rischi a Napoli? Per di più in una sede di tribunale abitualmente frequentata da personaggi poco raccomandabili (e magari non tutti nei panni di imputato). C’è da sperare che lo stesso tipo di comprensione si applichi agli altri cittadini, magari nei casi in cui non fanno danno al prossimo o alla collettività.

e) Ma, la cosa che, da tecnico, mi piace di più della faccenda, è che gli avvocati sono dovuti uscire dalla loro logica leguleia e ammettere, per una volta, che non tutti i problemi sono risolvibili ricorrendo all’articolo o al precedente. La superiorità della realtà fisica sulla virtualità delle carte bollate rivelata da un metal detector e una porta a vetri. In un certo senso, evviva!

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