Vita in ufficio e altrove

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Finestre di Manhattan

Del lavoro d’ufficio si è detto un po’ di bene e quasi tutto il male possibile. L’impiegato è diventato una figura emblematica di una certa concezione della vita e Fantozzi ne è diventato l’emblema, figura molto meno di fantasia di quanto possa sembrare. Infiniti aspetti organizzativi sono stati analizzati e risolti di volta in volta in un modo o nel suo opposto, sempre col fine di aumentare la produttività degli impiegati: uffici singoli per aumentare il confort, open space sterminati per aumentare l’interazione e il controllo reciproco, box comunicanti come soluzione intermedia, colori tenui per creare un’atmosfera rilassante o accessi per mantenere viva l’attenzione. Eccetera eccetera, ma secondo me un aspetto non è stato sviscerato a sufficienza, e invece potrebbe tornare di grande utilità.

L’ufficio è un luogo la cui psicologia merita di essere approfondita, perché se un tot di persone, abbinate tutto sommato a caso, riescono a convivere a stretto contatto per molte ore al giorno, in un ambiente tutto sommato ristretto, stando praticamente gomito a gomito per molti anni, e sono capaci di farlo in modo tutto sommato pacifico, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, e qualche volta diventando perfino amici, allora forse se ne può trarre qualche insegnamento utile a più ampio spettro, per rendere meno conflittuale il clima di altri consessi, come condomini e vicinati, e magari indicare strumenti per la convivenza anche comunità più ampie, e perfino gli stati.

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Indegnamente, provo a dare qualche idea a riguardo, lasciando agli specialisti di riempire le pagine dei volumi, più di quanto sia già avvenuto.

Il primo aspetto che viene in mente è che per stare insieme, per sopportare il prossimo, è necessario un utile. Nel caso dell’ufficio, il ritorno fondamentale è chiaramente lo stipendio, poi ce ne sono altri variamente collegati a questo, come la possibilità di fare carriera.

C’è poi un aspetto di rassegnazione, o meglio di mancanza d’alternativa: se è questo che devo fare, allora conviene che mi organizzo perché vada avanti nel modo più gradevole – o meno sgradevole – possibile. La maggior parte delle persone cominciano a considerare intollerabile il loro ambiente lavorativo quando individuano, o fantasticano, un’alternativa possibile.

Mi ricorda l’esperienza, per certi versi analoga, del servizio militare, che ho fatto in età relativamente tarda. Ci dividemmo, noi reclute, secondo l’indole personale, tra coloro che si sforzavano di fare il meno possibile, cercando scappatoie e correndo il rischio di punizioni, e chi s’immedesimava nel ruolo, in pratica giocava a fare il soldato. Ebbene, il primo gruppo era quello più soggetto a malumori, soffriva la noia e la costrizione della caserma molto più del secondo. Nel secondo gruppo c’è anche chi ne ha ricavato qualcosa di utile: esperienze, patenti di guida, amicizie.

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Molti si appassionano al loro lavoro o almeno ad alcuni suoi aspetti. Ovviamente aiuta. Succede, anche in questo caso, quando se ne vede un ritorno, non necessariamente solo economico. La soddisfazione personale pesa al fine di svolgere bene il proprio lavoro. C’è poi un istinto umano a voler far bene le cose, soprattutto quando questo è riconosciuto dal prossimo.

Si collega a questi il fine comune, ovvero che quell’interesse condiviso può essere meglio raggiunto se ognuno fa la sua parte, o almeno non si mette tra i piedi. Si crea una soddisfazione personale nel fare bene quello che poi servirà al proprio vicino di scrivania. Questo funziona negli uffici almeno parzialmente efficienti: in tanti posti della pubblica amministrazione, invece, l’obiettivo comune su cui si coagula la maggioranza delle teste è quello di conservare lo “status quo” di fare il meno possibile e in cui nessun si aspetta risultati significativi in tempi ragionevoli. In questo caso è chi s’impegna a “produrre” che diventa la pecora nera, osteggiata e mal vista da tutti.

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De vulgari invidia

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L’invidia è un sentimento terribile, ed è l’opposto dell’empatia, ti fa vedere solo il bello dell’esistenza altrui.

L’invidia è anche meschina: si basa sull’assunto che se qualcuno ha più di te, in qualunque campo, di certo non ne ha il diritto.

E’ autocommiserativa; non riesco a ottenere quello che vorrei.

E’ il segno di una sconfitta personale, effettiva o in corso di realizzazione, perché individua una barriera insormontabile fra i desideri e la realtà.

E’ cattiva, perché desidera il male altrui, il male di chi ha quel bene che si vuole ma su cui non si possono mettere le mani. Vuole il male anche se quel qualcuno non ci ha fatto, e non desidera per noi, alcun male.

A volte ha delle attenuanti: gravi perdite sofferte, svantaggi subiti in modo incolpevole. In questi casi assume un carattere di mancanza e bisogno – d’affetti, di opportunità – più che di cattiveria.

Come tutti i sentimenti è più pericolosa quando è inconsapevole, perché allora diventa un vento che porta la vita alla deriva, qualche volta fino a conseguenze estreme.

Ma, in tutte le forme, è diffusa: quante tonnellate di carta stampata alimenta ogni giorno? La stampa gossip vive di curiosità, ma soprattutto d’invidia.

Non si vuole vedere cosa fa il famoso di turno, per curiosità morbosa o magari per capire quanto è simile o diverso da noi. No, lo si vuole cogliere in fallo, vederlo quando cade, nel momento in cui si rende ridicolo. Anche se si tratta di una foto presa da lontano e non correlata al contesto. Anche – e questo è l’assurdo del sentimento – se in tasca non ce ne viene nulla. L’invidioso cerca soddisfazioni che non lo sazieranno.

I flussi di bit pettegolari invadono la rete, sono i più cliccati sui siti, affollano le prime pagine di quotidiani che pretendono di essere seri e hanno in effetti cronache, approfondimenti, inchieste, ma raggiungono l’introito, in numero di “clik” o di ditate sugli schermi, grazie ai pettegolezzi.

Ma l’invidioso patologico non si limita a ammirare/odiare i VIP. L’invidia attraversa le strade e i pianerottoli, l’erba del vicino che è più verde, i suoi figli più in gamba, sua moglie più bona, il colpo di culo (che per forza quello è) nella carriera.

D’altra parte l’invidia è consumista: devi desiderare la roba d’altri per sperare di ottenerla anche te. Perché lui sì ed io no? Perché tenermi la mia utilitaria quando il mio vicino ha il SUV? Perché tenermi mia moglie se posso avere una donna più bella? E magari più di una?

L’invidia è un sentimento tutto legato all’avere. Dell’essere importa poco, se lo si può surrogare. Non essere belli ma avere un bell’aspetto, non essere saggi ma avere conoscenze e informazioni, soprattutto se utili per accaparrarsi beni e vantaggi. Non stare bene ma avere una buona salute, perché, almeno in parte, anche questa si può comprare, con le medicine, le cure, i cibi. Non essere sessualmente soddisfatti ma avere un’ampia vita sessuale, e magari esibirla al prossimo, far vedere di possederla. L’invidioso patologico si avvelena con le apparenze e cerca soddisfazioni in altre apparenze, e non le trova.

E l’invidia è diventata morale: non solo serve avere invidia, per individuare un bersaglio e arrivare da qualche parte, ma soprattutto bisogna fare invidia al prossimo. E’ la vera e unica dimostrazione di aver fatto qualcosa nella vita. Vincere surrogato a vivere. La vita privata dell’ex premier Berlusconi faceva più invidia che scandalo e, per anni, gli ha attirato più voti di quanti glie ne abbia alienati. Il bunga-bunga ha fatto sbavare d’invidia folle d’italiani, al punto da renderli sui ammiratori: aspetto questo che lui, a differenza di tanti suoi vocianti oppositori, aveva compreso benissimo.