Niente… E così non sia

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

“Signora è in linea, ci dica…”

“Niente io…”

“Arrivederci”.

M’immagino una telefonata in diretta alla radio che si svolga così, troncata sul nascere da un insano “niente” d’esordio. Perché se parti con un “niente” perché hai chiamato, in primo luogo? Se sospetti che quel che hai in mente abbia poca importanza – o peggio che non sarai in grado di esprimerlo passabilmente – perché abusi del tempo di una persona che sta lavorando e mio che me ne sto in ascolto?

Tra le tante abitudini deprecabili della bella lingua italiana, particolarmente fastidiosa è l’uso del “niente” come intercalare o affermazione d’esordio. E non solo alla sensibilità del sottoscritto: questo post mi è stato suggerito da un amico che è anche uno dei miei (pochi) lettori.

Il “niente” calato a casaccio è tipico italiano: non mi sembra di aver mai sentito un anglofono inserire dei “nothing” o un francofono dei “rien” così, a casaccio, nel discorso, e vi assicuro ce ci ho avuto spesso a che fare, professionalmente e non.

E’ sgradevole perché marca un approccio sbagliato: parlo ma non so se quel che dico ha senso per qualcuno, se è importante o interessante, o più banalmente non so se sarò capace di dirlo in maniera adeguata.

Manifesta un’incapacità presupposta prima ancora che espressa, un’auto-svalutazione del pensiero, un partire col piede sbagliato, cominciare il viaggio con un passo all’indietro, muoversi al passo dopo essersi chinati sui blocchi di partenza, iniziare un periodo con la minuscola; sottolinea una mancanza di sicurezza nei propri argomenti prima ancora che nella capacita di esprimerli.

E’ un intercalare finto discorsivo, la versione pseudo-intellettuale della parolaccia buttata a caso, utilizzato per dare un salto di ritmo a battute banali dandogli un facile senso popolar-nazionale.

Insomma è il peggior modo per introdurre o intercalare discorso, perché marca un cedimento alla mediocrità, accontentarsi del pensiero così come viene sperando che il prossimo lo accetti e ci aggiunga da sé il significato mancante. Non provare nemmeno a migliorarsi. E lo marca da subito, da quando si comincia, senza nemmeno il tentativo di dare un tono più alto al discorso. Insomma – mi ripeto – una velata mancanza di rispetto per se e per il prossimo.

Raramente il “niente” nasce da eccessiva modestia, difetto grave come lo è sempre non sfruttare le proprie qualità. Talvolta è un “niente” di pigrizia, il rifiuto colpevole di far muovere il pensiero oltre il livello basso della prima sensazione, con l’onestà, parziale attenuante, di dichiararlo da subito. Qualche volta è di pura abitudine e convenzionale, appreso passivamente dall’averlo sentito a oltranza e bilanciato dalle frasi che seguono, che magari qualche senso compiuto lo rivelano. E’ però assai spesso un niente che permea il discorso: davvero quel che viene dopo non valeva la pena d’essere detto.

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8 thoughts on “Niente… E così non sia

  1. bellissimo post… credo che una parte di responsabilità sia imputabile al dialetto Calabrese, in molte zone hanno l’abitudine di esordire con un “ennenti” 😀 è solo una ipotesi simpatica

    non è che magari quel “niente” in apertura del discorso serva a ben predisporre l’interlocutore??? come dire… tranquillizzati devo chiederti una cosa di poco conto.

    comunque hai scritto un articolo che condivido in pieno, la nostra lingua è bellissima ma anche molto complessa e, ad esser sinceri, poco conosciuta dagli Italiani stessi, anche il “cioè” è un intercalare fastidioso, per non parlare di quelli dialettali presenti ovunque.

    • Interessante l’ipotesi dell’origine calabrese, non l’avevo mai sentita! Si, è vero, il “niente” serve anche tranquillizzare chi ascolta, e magari mascherare qualche “bomba” in arrivo.

  2. Una bella riflessione. È tanto usato che lo leggo anche come incipit a certi post e l’ho usato anch’io per dare il senso della colloquialità, ma è sicuramente un iniziare male

  3. Credo che ogni lingua abbia le sue peculiarità e non è detto che una sia migliore delle altre… Tempo fa leggevo un articolo curioso: se in un colloquio di lavoro ad un inglese dici che non sei molto ferrato in una materia quello pensa che tu sia davvero incompetente totale. Se lo dici a un italiano invece vuoi semplicemente essere umile oppure per assurdo vuoi dire che sei espertissimo (e magari si capisce dall’espressione del volto).
    Sull’uso di alcune parole in modo diverso nelle varie regioni d’Italia leggi anche questo: è curioso! http://bloodyivy.it/volentieri/

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