Ode alla distrazione, ovvero la necessità della perdita di tempo in quanto tale

PitturaLuce

Il tempo che si perde ogni giorno in attività secondarie è impressionante. La stanchezza che ho accumulato a fine giornata, in che misura dipende dall’aver fatto qualcosa di utile, almeno in modo contingente, e quanto dall’essere corso dietro al futile o all’inutile, se non al dannoso?

Certo, molte attività che ci riempiono la giornata sono inevitabili, così come molte perdite di tempo. Ci sono semplicemente imposte dall’esterno e non possiamo farci nulla, almeno nel breve periodo, come le code alla posta o in tangenziale. Alcune sono risolvibili organizzandoci meglio, ma per altre servirebbe proprio un cambiamento di vita o una rivoluzione. Ma altri sperperi di minuti e di ore ce le cerchiamo di proposito. La consultazione compulsiva delle reti sociali, per esempio, e poi ci sono la pornografia, o il gioco d’azzardo o semi-tale, per rimanere su Internet, oppure il pettegolezzo, l’osservazione oziosa del prossimo, la televisione come mezzo per far notte. Pause e tempo libero sembrano diventare più uin problema che un’opportunità.

Ovviamente è necessario far divagare la mente, ogni tanto. Ho sentito dire che il massimo periodo continuativo di concentrazione su un tema, con alti e bassi, è di due ore, e l’esperienza mi dice che, con ogni probabilità, il valore è sovrastimato. Insistere oltre certi limiti fisiologici non è produttivo, perché il semplice sforzo di mantenere l’attenzione consuma quasi tutte le energie. Mi accorgo che lasciare da parte un problema, per un po’ di tempo, mi aiuta a rigirarlo da un’altra parte e trovare più facilmente la risposta. Inoltre la mono-mania, di qualsiasi tipo, rischia di portare rapidamente alla demenza o alla follia.

Questo non è una giustificazione per sprecare una parte della propria vita aspettando che una soluzione ai problemi emerga da se, come per magia, dal fondo della coscienza. Bisogna al contrario cercare di incastrare quante più cose nel tempo, fisso, che ci è concesso.

Più vado avanti nella vita e più mi convinco che sia importante scegliere in modo oculato anche le proprie distrazioni. Avere un lavoro che consenta di alternare più attività, ad esempio, magari alcune di matrice più intellettuale e altre più manuale, e di prendersi qualche piccola pausa. (Ad avercelo, un lavoro, commenteranno tanti). Idealmente, per il cosiddetto tempo libero – poco o molto che sia – sarebbe necessario uno spettro di applicazioni piacevoli che siano almeno marginalmente utili, per tenere lontano l’intelletto da quelle inutili o dannose. Un po’ come il sedano che si mangia durante la diete, per ingannare lo stomaco con l’atto meccanico del mangiare che però non dà calorie, tenendolo così a distanza da cibi più gustosi ma poco raccomandabili per il nostro stato fisico.

Non dico nulla di nuovo, è lo scopo degli hobby e dello sport non professionistico. Se ne sono scritti volumi su volumi.

Qualche piccolo margine di perdita di tempo andrebbe contemplato e consentito in tutte le attività lavorative, proprio per migliorare la produttività complessiva e mantenere la qualità. In fondo non dovrebbe interessare solo il risultato di oggi, ma anche quello di domani e quello successivo ancora.

Per me il blog è esattamente questo: un modo di divagare continuando a tenere in funzione il cervello, evitandogli di fare di peggio. Ne ho un intero spettro di questi strumenti di distrazione – non di massa ma personale – ovvero l’altro mio blog di storia dell’aeronautica del Meridione d’Italia, la fotografia, la scrittura di racconti di fantascienza e le curiosità sull’informatica. Anche un’ora in palestra, ogni tanto e anzi non abbastanza spesso. Mi accorgo in realtà di averne troppi: alla fine dedico poco tempo a ognuno.

E’ importante, in effetti, evitare che strabordino: il diversivo deve restare tale. Considerarlo come un utile lusso, quando ce lo si può concedere, che fornisce anche un margine di prodotto utile, almeno per la persona. Se supera i suoi confini di tempo limitato “rubato” agli impegni quotidiani, si snatura. Mi riferisco non soltanto alle manie, certamente da evitare, ma alla tentazione, che ogni tanto affiora, di trasformare l’hobby in lavoro. Se in qualche caso può anche sembrare una buona idea non lo è, per me, in generale: se dovessi fotografare per vivere, ad esempio, non sarebbe più un diversivo stimolante ma un lavoro, non più qualcosa di puramente divertente ma di necessario. Il risultato dovrebbe sempre essere forzatamente positivo, per accontentare un cliente. Me ne sono accorto più di una volta, quando mi è stato chiesto di documentare eventi e mi sono divertito molto meno che a scattare per puro piacere. Il diversivo diventa allora qualcosa da cui cercare, a sua volta, diversivi.

Lo stesso varrebbe se dovessi scrivere a cadenze fisse e magari serrate su questo blog, per accontentare un committente o mantenere un dato numero minimo di visite giornaliere. Insomma è bello così, per me, come mi viene.

E no, non ho molto tempo libero: lo rubo alla televisione e al sonno, la sera, e a qualche quarto d’ora di pausa, durante la giornata, quando si può.

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2 thoughts on “Ode alla distrazione, ovvero la necessità della perdita di tempo in quanto tale

  1. Anch’io ho diversi hobby e una piccola regola che uso quando mi rendo conto che l’hobby diventa troppo impegnativo. Se l’hobby diventa fonte di stress significa che non è più un piacere e allora è meglio staccare la spina per un po’ e dedicare il proprio tempo libero ad altro. Io l’ho fatto prima col collezionismo e poi con la corsa… Dopo la pausa si riprende in modo più disincantato e libero e l’hobby torna ad essere piacevole…
    A volte anche gli hobby possono diventare una droga …

    • Mi trovo molto in accordo con il tuo punto di vista e mi sembra l’approccio corretto. Ma a quanto pare molti lo trovano difficile da applicare. Ho ricevuto a esempio commenti, sui social, di persone che dichiarano difficoltà a staccare la concentrazione dal lavoro. Io a volte ho il problema opposto 😉 E si, anche l’hobby può diventare una droga, nel senso di surrogare a mancanze o di riempire, precariamente, vuoti esistenziali.

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