Ho paura di…

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Sono stato un po’ fermo sul blog ed è il momento di dami una mossa. L’unica soluzione è di scrivere di quello che sto vivendo. Dovrei scrivere sulla paura. Quella che mi attanaglia di fronte a un cambiamento.

Scendere nei dettagli sarebbe una confessione un po’ grande, per cui parliamo in generale, da filosofi, e vediamo se riusciamo a esorcizzare qualcosa.

E’ un sentimento naturale ma irrazionale, la paura, utile ma che, se lasciata libera di crescere, può diventare un mostro che individua difficoltà ovunque e le amplifica all’inverosimile, fino a far apparire ogni scalino un valico insormontabile.

Non è uguale per tutti, alcuni sono più sensibili. L’immaginazione è un danno, in questo caso, perché dà nutrimento alla paura. E’ un po’ come rispondere ai troll sui forum: li inorgoglisci e gli dai materiale da storpiare.

Ho conosciuto gente schiava della propria paura, incapace di uscire dalla routine, legata alle scelte più ovvie, ovvero quelle favorite dall’ambiente circostante. Persone incapaci di uno scatto laterale, che scelgono la strada di minimo rischio e che si sforzano di nascondersi anche quando, per caso o sfortuna, si trovano sole sotto ai riflettori. Fanno parte della varietà umana, la percentuale iper-conservativa che, qualche volta, fa le scelte giuste per la sopravvivenza della specie, eppure mi sembra che non vivano mai pienamente.

Anche perché la paura, da sola, è spesso cattiva consigliera. L’esperienza, quando si è vissuto qualche annetto e non si è rimasti sempre inattivi, insegna che spesso le difficoltà appaiono più piccole, viste da vicino, e che, all’atto pratico, riesci a affrontarle e superarle una dopo l’altra, il più delle volte, o almeno ad aggirarne ed evitarne i rischi peggiori (1). Ogni cammino è difficoltoso ma non privo di vie d’uscita. Ma l’esperienza insegna anche che i casi sono infiniti e ogni situazione è a se stante, diversa dalle altre. Ogni soluzione trovata è quasi un colpo di fortuna (o di sfortuna se preferite) o di genio del momento, un colpo di reni che non è detto si ripeta ogni volta e di certo non in modo uguale. Il passato non è indicativo di quello che accadrà domani. Il fatto che il disastro sia improbabile non vuol dire che sia impossibile.

Ma in realtà quello che mi spaventa di più non è il fallimento in se ma il vicolo cieco: trovarsi in una situazione senza via d’uscita.

Forse siamo (sono) semplicemente troppo ricchi e male abituati. Vorremmo sempre portarci dietro la soluzione d’emergenza per qualsiasi situazione possa verificarsi. Ma non è sempre stato così: nel Medioevo e anche in età moderna era normale, per tanti uomini e donne, raccogliere i propri pochi averi e mettersi in marcia per cercare lavoro e fortuna (2). Era la condizione normale di tanti braccianti salariati, lavoratori a giornata, artigiani itineranti. E d’altra parte oggi tantissima gente parte per migrazioni impossibili, come solo la disperazione può indurre a fare.

Come si combatte la paura? In buona parte ci si convive, perché è un utile segnale d’allarme. La sfida vera è non farla diventare mai ansia. Usare la ragione, evidenziare gli aspetti positivi della novità, coltivare la fiducia in se stessi. Un’arma importante, quando è possibile, è non essere soli, ma il vero combattimento è sempre dentro se stessi.

(1) “Facendo, le difficultà per sé medesime si sgruppano” (Guicciardini);

(2) Lettura consigliata: “I Pilastri della Terra”, di Ken Follett – per certi versi meglio di un saggio di storia.

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