Del vantaggio, per il destinatario, del testo scritto sul video parlato

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La prima bozza del mio “Il Mediatore”

Internet sta diventando sempre più grafica e meno testuale. Capita sempre più spesso che, cliccando su un link, non si trovi un articolo, ma un video. Molti fattori spingono in questa direzione:

  • I video sono più “facili” per l’utente, che si suppone faccia meno fatica a guardare e ascoltare che a leggere;
  • Sono più vistosi: il video è colorato e animato, il testo piatto e monocromatico;
  • Sono più “facili” per chi li realizza, almeno se si hanno scarse pretese di qualità: un telefonino, parlantina spigliata e il minimo sindacale di taglia-e-cuci (e a volte nemmeno quello);
  • Sono più persuasivi: parli direttamente alle persone con un linguaggio diretto e così le convinci, o almeno lo speri;
  • Decidi tu i tempi: puoi stabilire quanto un video sia lungo, quali le cadenze e i tempi per ogni parte. Chi guarda non lo può ne rallentare ne accelerare. E’ vero che l’utente può saltare avanti e indietro, ma rischia di perdere più tempo che a seguire tutto.

Ed è proprio quest’ultimo uno degli aspetti che mi fa preferire il testo scritto: un classico articolo, come quelli che popolano questo blog e gli innumerevoli suoi confratelli nella babele di Internet, può essere maneggiato “a piacere” dal lettore, molto più efficacemente di un video.

Il testo scritto consente di gestire il tempo di lettura a piacere: rallentare per godere delle singole parole o accelerare per capire solo il senso generale. Fermarsi a riflettere senza premere “pausa” e magari tornare due periodi indietro, quando si ricomincia a leggere, per riprendere il filo. Un testo può essere comodamente smontato e rimontato dal lettore.

Fermo restando che uno scrittore “onesto” dichiara subito o quasi le sue intenzioni, in un testo è possibile saltare interi periodi, leggere tra le righe, arrivare subito alle conclusioni e capire lo scrittore dove voleva andare a parare. Poi, se la cosa è davvero interessante, tornare indietro e approfondire le singole parti.

Insomma, l’estensore di un testo impone meno “rispetto” da parte del destinatario, che può fare della sua opera più o meno quello che vuole. Il video è decisamente più vincolante.

Un video di qualità è una costruzione complessa, così come un testo ben fatto, tuttavia la scarsa qualità è molto più facile da mascherare col video che con la scrittura. Il testo rivela subito il livello culturale e la cura applicata da chi l’ha redatto: la grammatica e sintassi non si improvvisano e meno ancora la cura del tono e dei ritmi. Un testo sciatto lo sgami subito, dopo poche frasi, e passi oltre. Il video è più ruffiano: il tono popolare, il linguaggio approssimativo e perfino la scarsa cura dell’inquadratura sono ammessi e si possono mascherare per scelta stilistica. Non per nulla la pubblicità commerciale si basa più sull’aspetto grafico che su quello testuale, è tutta sorrisi e sguardi ammiccanti, famigliole felici e promesse di piaceri e voluttà incoerenti con la sostanza del prodotto in vendita. Lo slogan serve a lasciare impresso il nome della ditta e spesso non funziona: di quante pubblicità vi resta impresso il video e magari il motivetto, ma non la marca? A me, almeno, capita.

Solo uno scrittore molto abile può giocare a carte coperte, catturare il lettore e condurlo dove vuole, svelando i suoi assi e le sue scale una alla volta. Il blogger medio, come il sottoscritto, deve rivelare subito il suo obiettivo, per sperare di essere letto, perdersi poco in preamboli, dire quello che ha da dire e basta. Il tipico realizzatore mediocre di video gigioneggia e perde tempo, spesso senza avere nulla di concreto da esporre, e intanto fa perder tempo a chi si aspetta un contenuto qualsiasi.

Quando si guarda un video è come essere passeggero su un autobus: vai dove ti porta il conducente e coi tempi che decide lui. Devi solo aspettare, pazientare nei periodi morti e stare molto attento nei passaggi chiave e, al massimo, scegliere di scendere, ossia di non guardare oltre. Quando leggi un testo, invece, sei copilota: percorso e destinazione sono fissati, ma tempi, velocità e tappe sono una tua libera scelta.

Un ragionamento capzioso, un finto ragionamento insomma, “passa” più facilmente in un video, perché poi il discorso prosegue senza lasciare tempo al libero ragionamento. Insomma, almeno al nostro livello di autori di blog per passatempo, il testo scritto è forse più faticoso, più intellettualmente impegnativo, ma decisamente più onesto del video.

Provo a suggerire un esercizio pratico: spiega qualcosa, che credi di comprendere ben, in forma scritta. Utilizza allo scopo uno stile semplice e periodi brevi. Non usare gerghi o termini specialistici. Non tenerti sull’astratto: sforzati di dire tutto chiaramente, scendendo nei dettagli e senza dare nulla per scontato, come se dovessi far capire le tue idee a qualcuno che non ne sa nulla. E’ un impegno faticoso ma utile, se fatto in maniera onesta: ti aiuta a capire meglio quello che hai in testa e spesso ti dimostra che le tue convinzioni erano illusorie, almeno in parte, o superficiali. E’ un esercizio di ragionamento che può portare in direzioni inattese e interessanti.

 

Aggiunta (1/8/2016): un amico mi suggerisce questa lettura, per approfondire gli effetti deleteri dei nuovi media sulla società: Manfred Spitzer, “Demenza Digitale”, Corbaccio, 342 pagine.

Affrettati lentamente

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Sono un tipo ansioso. Credo che la causa sia un mix di genetica e di educazione, ma non è questo l’aspetto che vorrei approfondire. In realtà non lo do molto a vedere: la maggior parte delle persone che mi conoscono in modo non particolarmente approfondito mi giudica un tipo tranquillo. Ciò è dovuto a una serie di ragioni: in parte interiorizzo, e lo sconto alla sera sul tempo necessario a prendere sonno, ma soprattutto ho messo assieme una serie di trucchi per convivere con la mia ansia e limitarla per quanto possibile. Uno di questi è la puntualità: non c’è nulla che mi mette in ansia come essere in ritardo. Il suo corollario è prendere le cose con calma. Sembra paradossale ma non lo è: ho scoperto per esperienza che la peggiore causa di ritardi (e dell’aggravamento dei ritardi) è la fretta. Se ti accorgi che il tempo sta passando e l’ora di scadenza si avvicina, mettersi a correre è il modo migliore per peggiorare la situazione: ti agiti, cerchi di fare più cose assieme, ti distrai, cominci a sbagliare e a dimenticare aspetti importanti, devi più volte tornare indietro a correggere qualcosa.

Al contrario, nel momento in cui avverti che qualcosa non va, rallenta leggermente i movimenti, lascia che qualche attimo passi. L’importante è che non ti fermi: il modo migliore per essere in orario è cominciare presto e procedere regolari. Avanza un passo alla volta: “parallelizzare” le azioni è una scelta più spesso sbagliata che corretta. Ragiona un attimo su ogni cosa da fare, in modo da farla quando serve e nel modo giusto. In questo modo, il ritardo, se ci sarà, sarà il minimo tecnicamente possibile.

Certamente quella descritta è una tecnica che non si può applicare in tutte le situazioni. Ci sono casi di vera emergenza, dove bisogna guadagnare ogni attimo e agire senza pensare. Tuttavia anche in quelle circostanze operare in modo metodico è la scelta vincente, come sanno gli operatori di pronto soccorso. Il loro lavoro consiste nel conoscere alla perfezione i protocolli e applicarli nel modo giusto. Dall’analisi dei sintomi viene la scelta degli interventi per stabilizzare il paziente e trasportarlo alla struttura ospedaliera, il tutto codificato in modo da annullare i tempi morti ed evitare scelte avventate. Scienza e allenamento. Il professionista cammina più che correre ma arriva prima e meglio dell’eroe dell’improvvisazione e, nel caso in esame, salva più vite.

Un discorso analogo si applica, secondo me, lavoro. Il momento in cui ho smesso di essere un novellino alle prime armi è coinciso con quello in cui mi sono accorto che la maggior parte delle emergenze e delle urgenze non erano davvero tali e che era possibile rispettare gran parte delle scadenze semplicemente lavorando nei tempi e nei modi giusti.

Prevale ancora, nelle organizzazioni, il falso mito per cui chi corre produce di più, con il corollario che il compito del capo è far correre costantemente le persone, per renderle produttive. Dietro alla fretta e alle corse dell’attività quotidiana c’è una buona dose di realtà, ma anche una porzione di teatro e di cattiva organizzazione. La maggior parte degli allarmi scattano per mano di persone poco competenti per la posizione che occupano, o ansiose di farsi notare, o di scaricare sul primo che passa una grana che hanno tra le mani. Per di più il problema, quando è reale, raramente è nuovo o imprevedibile e spesso emerge di prepotenza dopo che si era tentato ostinatamente di nasconderlo.

Il guaio strutturale di molte organizzazioni è che quando s’innesca la “giostra” dell’emergenza l’attenzione si sposta presto dal problema reale su quello apparente, come un gioco di prestigio al contrario che rimescola le carte invece di riordinarle. Non si fa sintesi o diagnosi ma si attaccano i sintomi, secondo l’idea che “bisogna fare qualcosa subito”. La soluzione tecnica sarebbe magari sotto gli occhi, ma tutti corrono dove indica il capo, dove gli conviene o dove sono abituati a guardare. L’agitazione cresce e la messa a fuoco si smarrisce.

Per arrivare al traguardo la prima necessità è pensare e poi agire metodicamente, senza fermarsi. Ma non sto dicendo niente di nuovo: l’ha insegnato l’imperatore Augusto: “festina lente”.

Una passeggiata a Capua

E’ da un po’ che mi è presa la mania della fotografia. Nel fine settimana “giro” sempre con una fotocamera compatta in tasca o nella tracolla, perché scattare con il cellulare non mi soddisfa. Usare la reflex, invece, è una vera e propria soddisfazione Se trovo uno scorcio, un angolo o un dettaglio che mi incuriosiscono mi piace essere pronto a fermarli. Trovo che sia un modo per imparare a guardare con più attenzione.

Ormai da mesi impiego solo fotografie mie per i post e penso che sia arrivato il momento per un articolo solo fotografico: istantanee da una passeggiata a Capua, con gli intrecci fra resti di epoche diverse come tema conduttore.