L’umana macchina inventiva

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Scultura contemporanea a Sabaudia

Da tecnico, sono sempre più coinvolto con metodologie che tendono a guidare la risoluzione di problemi, l’ottimizzazione o la stessa progettazione di un sistema. Vanno sotto il nome di WCM, DFSS, DoE, solo per citarne alcune.

Sono tutte molto interessanti, spesso utili, qualche volta snobbate e altrettante sopravvalutate. Me ne viene un ragionamento generale che fa il paio con il mio post precedente.

I metodi servono a rendere più rigoroso il lavoro umano, la causa più frequente di errori e incertezze. Da sempre hanno per oggetto il lavoro manuale, più di recente anche quello intellettuale.

Di contro l’intelligenza artificiale ha lo scopo di rendere più elastico il funzionamento delle macchine, facendo in modo che esse reagiscano in modo autonomo e sensato allo “ambiente” in cui operano.

I punti di convergenza? Da un lato l’uomo automatico, ovvero il cyborg; dall’altro il robot-umanoide, ovvero l’androide.

Estrapolazione, gioco mentale? Si certo, ma forze non troppo. Per me il telefonino, da cui non ci stacchiamo mai, ci tiene sempre connessi e ci serve per sempre più cose, è già un embrione di cyborg.

Ancora una volta la fantascienza anticipa la realtà, nei concetti se non nelle realizzazioni e nelle conseguenze se non nei mezzi. E non stiamo ancora considerando le possibilità dell’ingegneria genetica.

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Intelligenze artificiali, i nuovi vicini

Software-schermate

La fantascienza parla da anni di intelligenza artificiale. Lo fa in molte salse, da quelle popolaresche dell’uomo “inghiottito” dal computer in stile Tron a quelle, più raffinate, di sistemi che si auto-evolvono verso forme imprevedibili, come i robot “positronici” di Asimov.

Ma, soprattutto in Italia, siamo carenti in cultura tecnologica, figurarsi in prefigurazioni del futuro. La fantascienza è, per opinione comune, un passatempo da bambinoni. Di conseguenza le novità tecnologiche ci sembrano chiacchiere da bar finché non ce le troviamo improvvisamente tra i piedi, senza sapere bene che farne.

L’intelligenza artificiale è un tema particolarmente insidioso, anche per il sottoscritto. Già è difficile mettersi d’accordo su cosa intendere per “intelligenza naturale”. In più l’uso dei termini è spesso fuorviante: paragonare un sistema informatico a uno biologico è suggestivo ma assolutamente arbitrario, perché non c’è nessuna vera analogia.

La definizione del computer come “cervello elettronico” è passata di moda, per fortuna. L’intelligenza artificiale non è necessariamente un tentativo approssimato di riprodurre quella umana all’interno di una macchina. Il pioniere della scienza informatica Edsger Dijkstra disse una volta: “Chiedersi se un computer possa pensare non è più interessante del chiedersi se un sottomarino possa nuotare”, ed è una delle sue citazioni più famose.

Con ciò, se ben interpreto, il luminare non voleva intendere che l’intelligenza artificiale non poteva esistere, ma che essa è un diverso approccio alle conoscenze e alle scelte conseguenti rispetto al cervello umano. Vuol dire che possono esistere macchine (computer) capaci di interpretare l’ambiente in cui agiscono, accumulare esperienza e trasformarla in conoscenze in modo da sviluppare comportamenti e strategie adatti per conseguire i propri obiettivi, e questo secondo schemi che non sono necessariamente simili a quelli umani ma sono sempre “razionali” e, probabilmente, senza presupporre il concetto di “coscienza”.

L’intelligenza artificiale ha una storia già lunga. Ha avendo impatti enormi sulla nostra esistenza, anche se abbiamo difficoltà a vederli. I “sistemi esperti”, che sono una sorta di precursori delle IA, lavorano giorno e notte e fanno scelte sensate – secondo i criteri con cui sono state progettate. Ho però la sensazione che siamo in procinto di assistere a una sua crescita esplosiva, per diffusione e potenza.

Le recenti oscillazioni dei mercati finanziari sono state attribuite, in buona parte, all’azione di “robot”. Nei commenti si parla di “complessi algoritmi” in grado di decidere in autonomia quando, quanto e cosa comprare o vendere. Immagino che “intelligenze artificiali” sia una definizione più valida. Non mi stupisce che una delle prime applicazioni sia in ambito finanziario, dal momento che la ricerca del guadagno è uno dei primi moventi delle azioni umane e i soldi attirano altri soldi, anche in forma di investimenti.

Nei prossimi anni è probabile che le vedremo un po’ ovunque, le intelligenze artificiali, palesi o mimetizzate: gestione di supporto tecnico e clienti; veicoli che si guidano, in tutto o in parte, da soli: automobili, treni, navi, aerei con “piloti automatici avanzati”; gestione di siti produttivi o parte di essi; gestione di impianti di riscaldamento e condizionamento, sempre cercando di anticipare i nostri desideri e movimenti. Sapremo sfruttarle o le vedremo come nemiche? Serviranno il genere umano o una sua minoranza? Ci aiuteranno nelle scelte quotidiane? O magari anche in quelle politiche e macro-economiche? Aumenteranno la sicurezza o anche il controllo? Cancelleranno più posti di lavoro di quanti ne creeranno? E in ambito di attività intellettuali che impieghi troveranno? Contribuiranno anche al lavoro degli ingegneri o addirittura li sostituiranno, in tutto o in parte? E per quanto riguarda gli artisti? Anche loro potranno decidere di avere un assistente virtuale nella loro attività creativa? Saranno educati suggeritori o semi-dittatori? Nascerà un nuovo luddismo? O nuove forme di dipendenza?

Spiare miliardi di connessioni telefoniche e internet non sarà più un compito impossibile, quando il “filtraggio intelligente” delle informazioni potrà essere effettuato da programmi in grado di interpretare il senso del linguaggio umano, non solo le singole parole.

Avremo magari robot fotografi e video-operatori, in grado di comprendere la scena che hanno davanti e scegliere da se inquadratura e impostazioni ideali per riprese ad effetto.

In campo militare avremo probabilmente droni armati in grado di agire in autonomia, decidendo da se anche quando fare fuoco.

È solo un piccolo esempio delle possibilità.

Di certo viviamo in un’epoca eccezionale in cui molte cose incredibili sono diventate possibili. Il recente primo volo di FalconX Heavy ha creato, nel tecnico che sono, uno stato di autentica esaltazione. È stato come vedere trasformate in realtà le scene dei racconti di fantascienza della mia adolescenza, in particolare per i vettori che ritornano a terra atterrando in verticale. Anche le immagini del manichino, in automobile scoperta, nello spazio col pianeta Terra sempre più lontano sullo sfondo, nella sua inutilità, ha in se una potente forza simbolica ed evocativa (e ovviamente pubblicitaria). Ritengo che nella progettazione e nella manovra del nuovo vettore spaziale rientrino, in varie forme, intelligenze artificiali, ad affiancare la tecnologia aerospaziale.

Aspetto all’apparenza collaterale ma fondamentale: si tratta pur sempre di programmi software. Ambiti e limiti di applicazione, criteri, vincoli e obiettivi – la morale, in pratica – sono scelte di progetto effettuate di chi le commissiona e realizza. Ci saranno margini per porre limiti legali? È il caso di ragionare già in questo senso? E poi che aspetto – e che effetto – avranno gli inevitabili bachi software e hardware?

Un altro tema caro alla fantascienza è quello degli alieni. Penso che i veri alieni li stiamo costruendo, nei laboratori informatici, e dovremo imparare ad averci a che fare.

L’intelligenza artificiale è un’opportunità e un rischio in forme diverse e più profonde di quelle che immaginiamo.

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Aggiunnta (28/2/2018): le sublimi e spaventose fotocamere intelligenti.

 

Neo-musica per vecchie frontiere cittadine

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Commercio, turismo e passeggio a Napoli

Mi sono trasferito dalla città al paese quando mi sono sposato.

Per molti è stata una follia: il centro è la civiltà, la periferia un caos indefinibile. Da un lato i servizi, dall’altro il degrado urbano. Dalla cultura al basso popolare.

A Napoli questo taglio è forse ancora più sentito che altrove: anche se paradossalmente chi abita in periferia spesso si definisce napoletano, per i “centrali” non è così. Napoli-megalopoli vive dell’eterna lotta e simbiosi fra il centro e la periferia.

Potrei approfondire il concetto e forse un giorno lo farò, ma ora preferisco soffermarmi su un altro taglio netto, tutto interno alla città: Napoli è composta da una città “alta” e una “bassa” che si intersecano fra loro come un nodo ma con confini nettissimi. Attraversando due strade si passa dal nobile al plebeo. I mondi si toccano e si vedono ma non si mescolano mai, non solo ma non si capiscono. Non ci provano nemmeno. La Napoli “bene” ha luoghi, passatempi, musica, linguaggio diversi da quella “bassa” e mutuamente incomprensibili.

Succede anche altrove, probabilmente, ma ho la sensazione che il taglio, a Napoli, sia più netto e allo stesso tempo più inestricabile. Erri De Luca dice che Napoli è una città leggendaria e forse, anche su quest’aspetto, tutto è estremizzato. Partendo da Palazzo Reale e dalle dimore nobiliari di Toledo si passa ai “bassi” umidi e oscuri dei Quartieri e del Pallonetto veramente con dieci passi.

I contatti, obbligati e frequenti, fra le due città, per strada, in metropolitana o negli uffici pubblici, sono fastidiosi per entrambe le parti. Fanno finta di tollerarsi, o meglio si ignorano reciprocamente e, alle spalle, si disprezzano per gli stessi motivi: per come parlano, per come si vestono, per come si muovono.

Canzonature rigorosamente fatte di nascosto a meno che non si voglia provocare lo scontro.

Per il napoletano del “centro bene” la periferia, come dicevo all’inizio, è un’enorme distesa informe e quasi inabitabile, popolata da alcune persone civili e folle di esseri indescrivibili. Ma i quartieri “bassi” sono considerati ancora peggio: sono impenetrabili, oscuri, ignoranti, con la propria legge primitiva.

Di contro la Napoli “alta” è considerata viziata e privilegiata dalla controparte, e pure molle, sprecona, schizzinosa, cattiva e con la puzza sotto al naso. Neanche cultura le riconoscono, spesso a ragione.

Un chiaro esempio del “taglio” che esiste è la musica. Riporto, in forma anonima, una testimonianza sui “neomelodici”, che esprimono il sentimento di queste strade molto più dei “rapper” finto-arrabbiati, e che la Napoli alta disprezza, non vuole e non può capire.

 

“Ci ho lavorato per circa 6 anni, era una vita surreale, almeno per me, mi sentivo un marziano, arrivavano soldi di continuo, ormai toccavo lo strumento solo per lavoro, e stavo in mezzo a questa gente che aveva il suo linguaggio e il suo abbigliamento, la usa musica, mi sentivo un marziano, però mi sono molto divertito.

Una volta chiesi al mio cantante dell’epoca come si ispirava e lui mi disse che lui utilizzava tre argomenti base: la malavita, l’amore e le corna, e quindi le vrenzole mentre facevano i servizi [di casa] dovevano imparare le sue canzoni e poi chiamarlo alle cerimonie.

Oltre ai guadagni avevamo come “benefit” un telefonino e un’Audi. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere di chi fossero”.