Un Paese a metà

L’Italia non cresce. Ormai è un male endemico del nostro Paese, ricorrente e indifferente al colore dei governi. Subiamo l’onda delle recessioni peggio degli altri e cavalchiamo male quella delle riprese.

Quali sono le cause? Ognuno ha la sua ricetta, la maggioranza dà la colpa ai politici incapaci che ad ogni elezione vengono sostituiti da altri politici che si dimostrano altrettanto incapaci, per cui alla fine viene da chiedersi, ma come li votiamo? Non corrotti, badiamo bene, ma incapaci, che se fossero corrotti ma capaci alla maggioranza andrebbero bene (e un po’ anche a me).

Altri danno la colpa agli imprenditori “prenditori” nostrani, opportunisti, pitocchi e senza prospettive. L’imprenditoria italiana è, per una buona fetta, sotto-dimensionata, sotto-finanziata, malata di nero e disperatamente miope: non vede la tecnologia e la globalizzazione, semmai la avverte soltanto come disturbo e pericolo.

Altri ancora incolpano una presunta “indole italiana”, orientata alla pigrizia, all’opportunismo e allo scaricabarile. Ma non ci vantiamo sempre di essere figli di una millenaria cultura geniale?

Il sottoscritto vuole invece evidenziare un altro aspetto, partendo da un fatto recente. Negli accordi con la Cina per la cosiddetta “Via della seta” il Sud Italia è quasi completamente assente. Nessun porto coinvolto, quasi nessuna impresa firmataria d’accordi. Il passaggio del presidente cinese Xi Jinping in Sicilia si è ridotto a mera visita turistica o poco più: un limitato sbarco di arance, nel più automatico dei luoghi comuni sulla Trinacria.

L’Italia non cresce, dico io, perché non valorizza le sue risorse e nello specifico lascia nell’abbandono quasi completo una buona metà del suo territorio e della popolazione che lo abita.

Questione meridionale? Si, certo, esattamente, ma che si ripropone, per quanto mi riguarda, in chiave sempre più arrabbiata. Perché non è concepibile che sia ancora tale dopo oltre un secolo e mezzo d’unità nazionale. Disparità territoriale che è stata semmai amplificata, e non ridotta, dal processo unitario, che ha portato alla chiusura e al fallimento di tante imprese che esistevano nel territorio meridionale e al trasferimento di risorse al Nord.

Questione meridionale che è sempre stata affrontata con elemosine e contributi di sussistenza ma mai in modo strutturale. Gli interventi della Cassa del Mezzogiorno hanno fatto tanto, ma sempre nel segno di lasciare l’imprenditorialità meridionale a livelli minimo, complementare e comunque subordinata ai potentati del Nord.

Perché Alenia, per dirne una, attualmente Leonardo, ha spostato la sua sede legale dal Sud al Nord?

Perché non si può dire che parte della progettazione – oltre alla produzione – delle vetture FCA avviene a Pomigliano?

Perché ogni eccellenza industriale, di ricerca, d’impresa che al Meridione tenti di alzare il capo dev’essere schiacciata a livello di valore puramente locale oppure trasferita al Settentrione?

Perché i meridionali di valore devono emigrare per emergere?

Perché la mappa delle grandi opere, TAV in testa, ha sempre il baricentro ben più a nord di Roma?

Questa costante si è attenuata, storicamente, quando politici meridionali hanno occupato posizioni elevate di governo, ma non si è mai invertita. Più recenti esecutivi a trazione leghista o forzista hanno invece spostato decisamente l’ago della bilancia verso il Settentrione, inventando perfino una incredibile “questione settentrionale” per giustificare i trasferimenti di risorse!

L’Italia che conta accetta al massimo un Meridione folcloristico e turistico, minimamente industriale, nella misura in cui non intacchi il predominio settentrionale in qualsiasi campo.

E torniamo al tema iniziale della miopia. L’Italia non cresce, ma come potrebbe farlo lasciando al traino tanta parte delle sue risorse umane e territoriali? Come fare concorrenza alle potenze straniere quando qualsiasi questione è affrontata sempre in chiave di accaparramento localistico? Perché mai un salto di qualità, un ampliamento della prosettiva? “Perdere” qualcosa oggi per guadagnarla moltiplicata, come Paese, domani? Davvero le singole regioni ricche d’Italia o, peggio ancora, le singole province o singole imprese possono pensare di interfacciarsi efficacemente con Cina, USA, Germania?

Il perdurare della questione meridionale è pura miopia socio-politica, di chi spera di “cavarsela” a danno del vicino senza accorgersi di segare il ramo su cui è seduto.

3 risposte a "Un Paese a metà"

  1. buongiorno esimio,
    sottoscrivo in toto il tuo post, il sud (da sempre) è considerato una vacca da mungere ma non da nutrire. Consentimi di accendere una luce su alcuni fattori che incidono sulla crescita ma di cui NESSUNO parla, come se media, politici, economisti e opinionisti non conoscessero il fenomeno.

    L’embargo alla Russia IMPOSTO dalla Merkel ci costa circa 5.000.000.000 di euro ogni anno (chissà come mai ma nei quartieri bene di Mosca e di altre grandi città le top car tedesche nuove di pacca impazzano, ovviamente importate grazie a paesi ponte)

    I Cinesi, con la loro concorrenza sleale, contraffazione e schiavismo, pare succhino addirittura punti di PIL, sono in tutta Europa ma solo qui fanno danni simili, parliamo di miliardi

    Alcune decisioni “creative” della UE nel settore agroalimentare, alle quali ci siamo genuflessi, ci costano circa 2.000.000.000 di euro ogni anno

    Il tarocco del Made in Italy (in tutto il mondo) sottrae alla nostra economia una cifra che si aggira intorno ai 6.000.000.000 di euro

    Per motivi stranoti e, per manifesta incapacità, miopia, interessi di bottega e altro, l’incapacità di limitare o impedire la delocalizzazione di aziende e fassonisti ci costa circa 700.000 posti di lavoro.

    A tutto questo dobbiamo aggiungere la totale idiozia sul fronte turistico (il sud la farebbe da padrone), 8.000 km di costa, montagne, laghi, clima, arte, storia, cultura, eccellenze enogastronomica, ecc. ecc. Un settore che senza troppi sforzi potrebbe alzare il PIL di 3/4 punti.

    Queste sono realtà, non è necessario inventarsi ricette strane, basterebbe prendere in mano le suddette situazioni e l’Italia, sarebbe il Paese con la crescita più alta tra gli stati membri. Il problema è che per sistemare le cose ci vorrebbe una classe dirigente con controcoglioni e lungimiranza.

    • Osservazioni interessanti, che si allineano al concetto di una visione troppo “mitteleuropea” della nostra politica. In realtà sono dell’idea che sarebbe possibile, anzi auspicabile, portare avanti le nostre istanze senza per questo compromettere la nostra partecipazione alla UE, come d’altra parte fanno le altre potenze.

      • questo è un altro italico mistero, il pedissequo rifiuto della ovvietà ma forse nel caos si “maneggia” meglio, soprattutto è più facile nascondersi dietro l’alibi: “è un problema complesso”.

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