Ho capito…

Scrivo perché è il mio vizio. C’è chi consuma tabacco, chi alcol e chi droga. C’è chi si avvelena di lavoro, di riti o di sentimenti forzati. Io consumo parole.

Scrivo perché solo le cose scritte mi sembrano davvero vissute.

Ho capito

– in grave ritardo –

che la parola

serve

a chi la pronuncia

anzitutto

e solo dopo

forse

– se vuole –

a chi l’ascolta.

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Raccontami una storia

“Zio, zio, mi racconti una storia?” (Espressione entusiasta).

“No sono stanco…”

“Su dai zio”.

“Ma no…”

“Una sola…” (E intanto fa il musetto alla ‘non mi puoi dire di no’).

“E va bene”.

“Evviva!”

“Quale storia?”

“Quella che vuoi”.

(Spremitura di meningi). “Allora ti racconto quella che…”

“No zio non mi piace”.

(Creatività livello pro). “Allora quella di…”

“Non mi piace”.

(Dolore alle tempie per troppa concentrazione creativa). “Allora quella quando…”

“No no non mi piace!”

“Va bene, allora che storia ti racconto?”

“Quella che vuoi!”

Le domande dei bambini

I bambini, si sa, continuano a fare domande. Lo fanno perché sono curiosi, vogliono sapere e soprattutto sono convinti che noi “grandi” possediamo le risposte.

Noi, salvo il caso di squilibri psichici gravi, sappiamo benissimo di non avere la risposta quasi a nulla ma, da imbroglioni e bugiardi che non siamo altro, facciamo di tutto perché lo credano. Li raggiriamo con mezze risposte, finte spiegazioni e sfacciate invenzioni, e alla fine, quando non sappiamo più dove andare a parare, li sgridiamo accusandoli di fare “domande sbagliate”.

È una questione di prestigio, di direzione e insomma di potere.

A un certo punto i bambini crescono, fanno un minimo d’esperienza e inevitabilmente capiscono che li stiamo imbrogliando. Allora si arrabbiano, reagiscono e perdono la fiducia nei confronti dei “grandi”.

A noi non sta bene: intacca il nostro potere e amor proprio. Lo bolliamo come “ribellismo adolescenziale”, perché dare un nome normale alle cose serve a depotenziarle, a farcele sembrare acquisite e confinate. Lo sopportiamo a malincuore in attesa che i ragazzi, per la maggior parte almeno, crescano e diventino bugiardi e imbroglioni come noi.

Che cosa difficile è riuscire a dire: “non lo so”, esercizio d’umiltà che richiede anni di pratica: lo posso testimoniare.