Beatitudini

Beati i miti, che lavorano più di quanto guadagnano: conglomerato cementizio del mondo, che non passa alla storia, senza lamentarsi reggono sulle spalle i grandi e consentono ai geni di esprimersi.

Beati i puri di cuore, perché scorgono ovunque le tracce del bello e non riescono a capire quanto profondamente orrendo sia il brutto del mondo.

Beati i misericordiosi, perché, considerando i mali altrui e adoperandosi per essi, sono in grado di non sopravvalutare i propri.

Beato chi si accontenta, non perché gode (le banalizzazioni di cui sono capaci a volte i proverbi) ma perché non soffre vanamente nell’ansia di quello che non ha e non gli serve.

Beato il povero (non il misero) che è più libero del ricco (si, ci credo davvero) e di chi si spende l’anima inseguendo la ricchezza.

Beato chi ha fame e sete di giustizia, perché avrà uno scopo per impegnarsi e faticare fino all’ultimo dei suoi giorni e un motivo per sopportare ogni disagio.

Beato me quando ritrovo chi mi vuol bene sopportando i miei difetti e apprezza il mio aiuto, per quanti sbagli faccia.

(Spero di non essere stato troppo blasfemo, nel caso chiedo scusa. Non voglio certo sminuire o riscrivere i Vangeli, solo, in piccolissimo, se ci riesco, farvi fermare un minuto a leggere).

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Migranti e miopia

Frontiere chiuse fra USA e Messico, forse si erigerà un muro. Campi di concentramento per migranti in Libia e altrove, col beneplacito dell’Europa. Porti chiusi alle ONG in tutto il Mediterraneo. La Fortezza Occidente si sta chiudendo, serra le frontiere fisiche e morali, ma la storia c’insegna che ogni baluardo è destinato, prima o poi, a cadere o a essere aggirato: le uniche fortezze rimaste in piedi sono quelle inutili, relitti abbandonati dalle alluvioni della Storia. Le migrazioni di massa causate dalla povertà sono un problema globale ma ci si ostina a affrontarlo localmente, come se il mondo finisse alla frontiera di stato, quando non addirittura al confine comunale. Se non è una strada verso il disastro ci somiglia molto.

Personalità-pallone

    Ci sono personalità-pallone
che godono di venir pompate,
cercano ammirazione…
bramano consensi e mani battute,
si sentono grandi in proporzione,
a chi le segue, non da se, come le anime elette.

    Valgono solo se se lo sentono dire,
cercano successo e potere
per fare il proprio piacere,
ma per ottenerlo devono fare e dire
quel che vuole la massa, che le andrà a votare,
pronte per questo a offendere, promettere, gridare,
poi, eletti o nominati,
han da servire chi li ha sostenuti.

    Ci sono quelli famosi: l’attore,
il politico, cantante e presentatore,
ma, con loro, anche tanti,
che in piccolo lucrano consensi e pure contanti:
il web gli fa da amplificatore
ma sono ego che rischiano l’auto-commiserazione.

L’inefficienza dell’informatica

Virtualizzare. Rinunciare alla carta. Ridurre gli spostamenti fisici di cose e persone. L’informatica è pubblicizzata ovunque come un mezzo per ridurre l’impatto ambientale delle attività umane. Virtuale uguale ecologico nella vulgata ma… C’è un ma, come sempre. Computer, telefonini e server consumano tanta energia – sempre di più, fino al 5% del consumo elettrico complessivo negli USA – e generano tanto calore.

Al punto che l’impatto ambientale delle attività “informatiche” in seso lato sta diventando rilevante. Insomma, anche la nostra amata connessione globale ha il suo impatto ecologico globale. Quanti grammi di CO2 costa ogni minuto di svago su Candy Crush? O ogni post condiviso sui social? Moltiplichiamolo poi per milioni, anzi per miliardi.

Cosa fare? La tecnologia rende l’elettronica più efficienti, bisogna fare passi avanti ma anche lavorare sul software: la maggior parte di quello attuale è altamente inefficiente, gonfio e lento, fatto di strati su strati di codice mai aggiornato o veramente verificato.

Il web è in uno stato simile: i siti diventano sempre più pesanti a causa di pubblicità, video non richiesti, informazioni d’ogni tipo trasmesse da e verso l’utente o scambiate fa nodi e server diversi, per cui anche con una rete veloce è necessario attendere, per caricare un’informazione, quasi lo stesso tempo che era necessario con connessioni di vecchia generazione (oltre a consumare energia ad ogni passaggio).

Finora l’inefficienza del software è stata mascherata dall’evoluzione dell’hardware. Processori sempre più veloci, assieme a memorie, dischi e schede grafiche di prestazioni crescenti, hanno consentito di mascherare la lentezza di programmi costruiti assemblando pezzi e aggiungendo funzioni, con minima cura della piena integrazione e il solo obiettivo di stupire l’utilizzatore e arrivare sul mercato prima della concorrenza.

Sono uno di quelli che pensano che un vero progresso dell’informatica possa venire ripensando i programmi che utilizziamo, cominciando con i sistemi operativi e proseguendo con gli applicativi d’ogni genere. (E stiamo diventando lentamente più numerosi ad avere un’opinione di questo tipo). Più sostanza e meno apparenza, più efficienza e stabilità a costo di qualche funzione in meno e qualche attesa in più per la nuova, magica versione.

Se l’evoluzione dell’hardware dovesse rallentare, diventerebbe prioritario mettere mano al software, per ottenere progressi importanti sulle prestazioni. L’efficienza, poi, è un obiettivo fondamentale: non possiamo permetterci di dissipare energia in cicli inutili, il riscaldamento globale è una realtà e ogni ricerca sul web, ogni post, ogni “mi piace” o faccina sorridente, per non parlare delle infinite attività ad alto consumo di CPU, aggiungono grammi di CO2 all’ambiente (e non pochi).

C’è probabilmente un problema di maturità del settore industriale: la vendita dei computer fissi è in declino, quella di portatili e tablet quasi stabile e solo quella dei telefonini continua a crescere: di fatto è l’unico settore in cui il consumatore si sente ancora invogliato a provare il “nuovo” e si sente limitato dal “vecchio” di appena uno o due anni. Ci avviciniamo forse alla fine della fase di “boom” e, a meno di innovazioni tecnologiche rivoluzionarie (sempre possibili), procederemo in una fase di consolidamento e ottimizzazione, un po’ come è accaduto per l’industria dell’automobile. Ma, in ogni caso, abbiamo bisogno di rendere “verde” anche l’attività umana all’avanguardia per definizione: quella virtuale! E poi, l’utilizzo dovrebbe diventare più consapevole e “educato”.

Inglese a caso

L’azienda è la fonte principe di parole inglesi usate senza scopo preciso, perché fanno figo. La riunione è sempre “meeting” e la telefonata “call”. Quante volte ho sentito dire che un’attività “è un pillar”, mentre “pilastro” o “colonna” vogliono dire esattamente la stessa cosa.

Ma anche al di fuori del lavoro l’orrore linguistico è diventato onnipresente. È partito dalla pubblicità ed è arrivato ovunque.

Una cosa per i giovani è “young”, per i ragazzini “teen”, per gli anziani “senior”.

Una cosa detta in inglese sembra meno banale, più importante, innovativa: una maschera insomma.Diciamo “voucher” perché chiamarli “buoni lavoro” faceva schifo? Quando dicono “è un’espressione inglese intraducibile” mi sa tanto d’ignoranza presuntuosa.

Perché “The Good Doctor”, la serie televisiva, non si può tradurre: “Il Buon Dottore”?

Da quando una lettura pubblica è diventata “reading”?

Perché il TG dice “european championship” e non “campionato europeo”? Da quando si deve dire “champions league” e non “coppa dei campioni”?

Lo sport amatoriale è diventato il mondo del “fitness”, del “running” (corsa!), “spinning” (pedalare), addirittura del “walking” (camminare per la miseria), eccetera.

Sempre al telegiornale: i “fattorini” che consegnano gli acquisti su internet sono diventati “drivers”.

Perché “gioco a premi” e “telequiz” sono diventati “game show”? Perché un dibattito è sempre un“talk show”? E una gara di nuove proposte, “talent”?

Una pizzeria con pretese d’eleganza, in cui sono stato, si definisce “un concept di food store”. Quello che si mangia con le mani è “finger food”. Ma come si fa?

E al governo? Perché “premier” e non primo ministro? “Welfare” invece di salute o benessere?

Parliamo di?

Mi permetto di elencare alcuni suggerimenti di traduzione

  • “Stage”: scena o livello;
  • “Skill”: capacità. (Pregherei di evitare come la peste iltragico “schillato”!)
  • “Know-how”: competenza;
  • “Coaching” / “mentoring” / “tutoring”: tutor e tutoraggio potrebbero bastare per tutto. NB: tutor è latino, non inglese!
  • “Committment”: coinvolgimento / impegno;
  • “Graphic Novel”: storia a fumetti;
  • “Top player”: campione;
  • “Bird watching”: se “osservare gli uccelli” vi fa pensarea male, cerchiamo assieme un’alternativa.

Frasi lette in giro

  • “Una pellicola che detecta i danni”. Rileva, porcamiseria, rileva! In realtà anche il “detective” dei polizieschi è null’altro che un investigatore.
  • “Il network è uno degli asset intangible del business”: (un vero capolavoro di inglese a caso) per lavorare bene serve una rete di relazioni.
  • Bancarella al centro commerciale. Prezzario affisso: “Scegli la tua bibita… Scegli il tuo food”. Food? FOOD?? Perché???

Parole-chiave di convegni:

  • Big data / deep learning: analizzare grandi moli di dati;
  • Digital twin: gemello digitale (modello di calcoloaffidabile).

L’elenco potrebbe continuare.

Avventura e prudenza

La storia è fatta di periodi “avventurosi”e “prudenti” che si alternano.

O almeno così mi sembra.

Diamo un’occhiata al passato. Le guerre mondiali, che hanno caratterizzato la prima metà del secolo scorso, sono ovviamente periodi avventurosi (in senso deleterio, ovviamente). Nel mezzo, oltre all’euforia dei ruggenti anni ’20, che di fatto proseguiva lo spirito entusiasta della precedente con un nuovo spirito edonistico, creativo e godereccio, è stato sostanzialmente “prudente”. Basti pensare all’estrema difficoltà delle democrazie occidentali a riconoscere il nemico nazista, evidenziato dai numerosi tentativi, da Lord Chamberlain in giù, di scendere a patti con il mostro Adolf Hitler. C’era pure chi lo considerava un riferimento, in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti  e altrove, a dire il vero. C’era stato anche il crollo di Wall Street del ’29 a riportare tutti a più miti consigli.

Il primo dopoguerra, dopo il Secondo Conflitto Mondiale, è stato ancora un periodo “avventuroso”. Si affrontava la ricostruzione con entusiasmo, fiducia nel futuro, nei progressi della scienza e nelle proprie forze. Si sono fatti sacrifici e anche errori, ma sempre con obiettivi ambiziosi. Questo spirito è proseguito per buona parte della Guerra Fredda (sempre guerra a far binomio con avventura…) e anzi è stato da questa alimentato: la paura del nemico ad Est e l’orrore nucleare che doveva essere esorcizzato hanno fatto da stimoli potenti, convincendo autorità e gente comune ad assumere rischi e trovare risorse economiche quasi illimitate. In Italia l’epoca della ricostruzione e del boom economico sono state caratterizzate dal desiderio di rischiare in vista di un futuro migliore, sia personale sia collettivo. Si sono realizzate opere pubbliche oggi quasi impensabili e che non abbiamo saputo sempre ben gestire (vedi il Ponte Morandi a Genova, ma è solo un esempio). In campo internazionale l’evidenza è ancora più lampante. La corsa allo spazio culminata con le missioni lunari Apollo ne è forse l’esempio più evidente: talmente azzardata e “avanti” che oggi sembra fantascienza, al limite dell’immaginabile, al punto che qualcuno finisce per metterne in dubbio la stessa realtà (se non siamo capaci di farlo oggi, con gli strumenti di cui disponiamo, come è stato possibile tanti anni fa?) In altri settori dell’aeronautica si osserva lo stesso approccio: realizzazioni estreme come l’aereo razzo prototipale X-15 (quello all’inizio del recente film su Neil Armostrong) oppure l’aereo-spia SR-71 “Balckbird”, da oltre tre volte la velocità del suono, o anche il Concorde per attraversare l’Atlantico in quattro ore, sono esempi di realizzazioni oggi non solo non gestibili, ma addirittura improponibili: non supererebbero nessuna valutazione di fattibilità, di rapporto costo-benefici, di analisi del rischio. Tornando in Italia, anche gli “anni di piombo” del terrorismo sono stati di assunzione di rischi e impegni giganteschi. Forse proprio in reazione ad essi lo stimolo ad affrontare e programmare si è affievolito.

Dagli anni ’80 circa, finita una breve parentesi di introflessione edonistica, fino a oggi (o a ieri), abbiamo vissuto infatti un “periodo prudente”, anche se “utilitaristico” forse è il modo migliore per definirlo. Ogni impresa era valutata dalla possibilità di portare ritorno economico nel minor tempo possibile. Una prospettiva di guadagno in tre anni era il massimo che un investitore sensato riuscisse a concepire, mentre il finanziatore-medio, soprattutto se di poche risorse, aveva prospettive ancora più breve. Niente rischi, ritorno rapido. Anche gli interventi pubblici sono stati lenti e riflessivi, spalmati negli anni e pieni di ripensamenti, anche se questo non ha evitato la corruttela.

In campo scientifico e, ancora di più, tecnologico, ne abbiamo vissuto gli effetti. Pochi nuovi successi clamorosi, tranne forse in campo genetico. La scienza è andata avanti e di molto ma senza le rivoluzioni di cent’anni fa, ovvero la teoria della relatività e la meccanica quantistica, che rappresentano ancora oggi la nostra prospettiva in fisica. Rallentamento della corsa allo spazio fino quasi a fermarsi. Gli astronauti trasformati da eroi del mito moderno a sorta di iper-tecnici dello spazio, o addirittura di operai ultra-specializzati. Non che i rischi non ci fossero, ma incomparabilmente controllati rispetto all’epoca precedente e spesso legati al prevalere di considerazioni economiche, come il disastro dello Space Shuttle, in buona parte legato al tentativo di ridurre i costi di ricambi, sicurezza e gestione in generale, proprio nell’ottica di far rientrare l’utilizzo della Navetta Spaziale nei canoni di un’impresa sostenibile e magari redditizia. Niente più Concorde o altri veicoli supersonici: ottimizzazione, aumento del confort e dell’efficienza come obiettivi fondamentali delle imprese aeronautiche.

La sensibilità in generale sul concetto di sicurezza è cambiata e questo è un bene. Basta cercare i video di qualche gara automobilistica degli anni ’50 o ’60 per rendersene conto, oppure farsi raccontare, da chi oggi è in pensione, come si svolgesse il lavoro in fabbrica, in campagna o anche in ufficio fino a non tantissimi anni fa. Ma, al di la della tutela della vita umana, l’idea stessa che si possano affrontare dei rischi, anche economici, o faticare in modo particolarmente gravoso, in vista di un risultato desiderabile, è cambiata. La speranza stessa che impegnandosi si possa ottenere qualcosa si è affievolita. Si è sfumata la speranza e con essa la volontà.

La stessa crisi economica dei sub prime dimostra che è prevalso l’impegno a fare soldi con i soli soldi, soprattutto con quelli degli altri, evitando il rischio di attività pratiche. E la crisi economica ci ha introdotto in un periodo ancora più prudenziale (parlo in primo luogo dell’Italia): intraprendere è troppo rischioso, giocare in borsa pericoloso, investimenti pubblici manco a parlarne: meglio concentrarsi a conservare lo stato attuale. Comodità minime correlate a rischio minimo, associato alla paura di qualsiasi cambiamento, senza pensare alla Cina che incombe e dando la colpa del degrado agli immigrati o agli imprenditori cattivi. Insomma, il posto pubblico o il reddito di cittadinanza come obiettivo di vita.

Oggi ci sono alcuni segnali di un ritorno alla “avventura”, o almeno così mi sembra. Il quadro politico è volto tutto al conservatorismo, ma è in buona parte una reazione al timore del nuovo che avanza – immigrati, potenze emergenti, perdita di vecchi equilibri e certezze – che alla lunga sarà impossibile negare. Nel campo che amo, ovvero quello tecnologico, l’impegno di miliardari in imprese rischiose – primo fra tutti Elon Musk, con Tesla, SpaceX eccetera – segna un cambio di passo rispetto all’approccio prudenziale dei decenni precedenti. Durerà? Si espanderà? Che direzione prenderà? Lo sapremo solo vivendo.

Il mito del pistolero

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Risolvere i problemi con un paio di colpi precisi.

Risiede in questo buona parte del fascino dei film di Far-West e dei thriller standard americani: fare fuori il cattivo, da soli, senza remore e perdite di tempo, con la coscienza limpida per aver fatto “pulizia”. Magari dopo una lunga lotta, ma in modo semplice e sbrigativo, alla fine. Quanti film d’azione si concludono con il cattivo alla sbarra invece che spiaccicato in terra?

Lo chiamo “il mito del pistolero”. Un altro mito, vicino parente di questo, è quello del difendersi da soli, della legittima difesa libera, dell’arma in casa che se entra qualcuno gli faccio vedere io.

Li accomuna il mito della giustizia immediata, giusta di per se stessa, senza attendere le lungaggini e le incertezze di indagini, inchieste e processi. Apparentemente senza controindicazioni.

Si traduce, in politica, nel mito populista della soluzione semplice, radicale e istantanea a problemi complessi. Della politica al di sopra dell’economia e delle stesse leggi della fisica. Qui “politica” ha un significato sminuito, perché è intesa come volontà del vincitore delle elezioni, che si auto-assume il ruolo di “rappresentante del popolo”, fregandosene di finanza, accordi internazionali o dei semplici conti.

L’abbiamo già vissuto nel ventennio berlusconiano, lo stiamo vivendo oggi in modo, temo, amplificato, ad esempio quando si proclama di abolire la povertà “per legge”.

Finisce, di solito, come finisce una corsa in auto ad occhi bendati. Nel West morivano molti più innocenti che colpevoli. Le armi diffuse, negli USA, fanno più stragi che auto-difesa. In politica l’equilibrio è tutto. Tra coraggio e avventatezza c’è differenza, come ce n’è tra libertà di espressione e negazione del valore della competenza o tra dire la verità e cavalcare i sondaggi.

Oppure mi sto sbagliando e stiamo allegramente instradandoci verso il nuovo Eden.

La grande corsa

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Sono continuamente in corsa contro il tempo.

Penso che sia la condizione comune dell’essere umano.

L’età, le ore del giorno, le stagioni, il buio incombente o la prima luce. Da sempre.

Non è la vita moderna, i nostri antenati lavoravano senza sosta peggio di noi. Sono cambiati i nomi: appuntamenti, scadenze, tempi di consegna.

E poi, più di recente, connessioni, attese di risposta, tempi di elaborazione dei computer.

C’è sempre poco tempo per quello che si vuole fare. Poco margine di scelta. La necessità occupa i giri d’orologio.

Sono sempre più convinto: il più grande lusso non è il denaro, ma il tempo da spendere a proprio piacimento. La più grande cultura capire cosa è davvero importante (e non urgente) e trovarne il tempo.

Ce n’è talmente tanto poco, di tempo veramente libero, nell’arco della vita, che molta gente, quando ne ha, non sa più che farsene. Preferisce il lavoro, le commissioni, gli impegni: in breve i doveri. In alternativa cerca l’intrattenimento preconfezionato: le serie pay-TV, i video giochi, le slot machine, ovvero inattività o azione guidata.

Gli obblighi sono più semplici e, per molti versi, meno intellettualmente impegnativi, della libertà.

Leggerezza è mezza bellezza

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Come affrontare i problemi in maniera leggera ma senza degradare l’approfondimento?

Come si conciliano fantasia e rigore?

È un tema importante nella scuola, nella vita privata ma soprattutto nel lavoro.

Un ambiente “leggero” facilita il pensiero laterale. Dire eresie non dev’essere proibito. Il momento della generazione delle idee deve restare separato da quello della loro valutazione e gestione.

Tuttavia non si può eccedere. Le battute devono alleggerire il clima ma non prevalere. Più che altro devono evitare gli accumuli di tensione.

Non si tratta solo di evitare sconcezze, forzature, insulti o di andare sul personale ma anche di evitare che aderire al tono scherzoso diventi un obbligo.

Senza arrivare alla condizione limite in cui parlare di lavoro, in un ambiente lavorativo, diventa quasi fuori luogo (cosa pure accaduta), capita che il clima leggero inibisca chi desidera presentare approfondimenti, rischi non considerati o perfino vie di soluzione non convenzionali, potenzialmente vantaggiose ma più complesse di quelle favorite dal “gruppo” inteso come media o pensiero dominante.

Amo l’umorismo come mezzo per sdrammatizzare e per allontanare la presunzione. Mi pare sano anche un pizzico di cattiveria, per tenere alta l’attenzione. Non mi piace quando lo scherzo maschera il vuoto e la sclerosi intellettuale del singolo o, peggio, del gruppo.

Mi viene in mente la metafora del dirigibile: l’involucro “leggero” serve a tenere in alto il carico “pesante”. Ognuno dei due serve l’altro, nessuno dei due serve senza l’altro.

Si parla spesso di evitare la “confort zone” nel lavoro, al fine di perseguire obiettivi più ambiziosi e (parola orribile) “sfidanti”. Lo scherzo e la leggerezza sono a volte proprio la maschera dietro cui si nasconde l’assopimento nella superficialità e il rifiuto della complessità, nemici insidiosi.

Sintesi delle canzoni d’estate

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Finalmente la radio (che, per inciso, ascolto prevalentemente in auto) ha smesso di proporre a ruota le canzoni dell’estate. È per questo venuto il momento di tirarne le somme.

Le canzoni, mi sembra, si possono raccogliere in alcune categorie-base.

Per cominciare quelle delle esperienze vacanziere, partendo da quelle “giovanilistiche” della prima entusiasmante vacanza all’estero alla Baby-K: “Sei così fico capisci che dico?”, che diventano avventura erotica estemporanea (Giusy Ferreri: “cercavo un mare calmo e ho trovato te… che in cambio mi chiedi una notte speciale”) e terminano nella vacanza “anziana” delle piccole cose banali ma piacevoli dei Thegiornalisti e “la birra che si scalda in fretta”.

C’è poi il filone socio-filosofico, che parte dall’ex problematico Luca Carboni: “I tempi son duri per non avere il sorriso sul viso”, passa per l’Ermal Meta: “E alla mia macchina gli voglio bene” e culmina sull’intramontabile Jovanotti, poeta-filosofo della rima, che dilaga con più titoli vecchi e nuovi. “Viva la libertà!” Come dargli torto.

C’è poi il filone sentimentale, immancabile nella canzone italiana. Esempi? Annalisa: “Ti faccio fare un viaggio dentro di me”, Carl Brave e soci con il tormentone “Come una fotografia…” ripetuto all’infinito, oppure Le Vibrazioni dell’“Amore Zen” che non ho ben capito cosa sia.

Ci sono infine i grandi immancabili, come Laura Pausini, e i “redivivi”, come Loredana Bertè, che mescolano un po’ gli ingredienti, anche con un po’ di originalità a dire il vero, come prova a fare, ad esempio, Elodie: “buttiamo in mare i cellulari, tu vedi nero io vedo Bali”.

Il tutto molto condito di Rap, che va di moda e fa contemporaneo urbano.

Anche i telefonini e i selfie sono onnipresenti, deprecati ma imprescindibili.

Sono solo degli esempi, ovviamente, e ho volutamente tralasciato la produzione straniera. La “tavola” delle canzoni estive è ampia e c’è posto per molti commensali, per fortuna. Il tono ironico, beninteso, è soltanto tale: non ho nulla contro nessuno dei citati e non citati, che fanno bene, per la maggior parte, il loro lavoro. Se la musica fosse solo quella seria e impegnata sarebbe una palla colossale.

Ma per me il vincitore 2018 si conferma lui: il meno cantante di tutti, quello che è il primo a non crederci e che almeno da tre anni fa successo nel modo migliore, prendendosi in giro. Quest’anno in tono minore ma pur sempre riconoscibile.

Lui. Il mito.

Rovazzi!