Riflessioni sciolte sul lavoro

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Un’immagine dal Museo di Pietrarsa

Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Lo compresi durante il servizio militare: le giornate passavano meglio se “facevo finta” di essere davvero un soldato.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco” è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa, un po’ come il sale in cucina. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano del male molti sono indotti a commetterlo con poco o nessuno scrupolo di coscienza. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare uomini comuni in kapò quasi nazisti, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

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C’è un momento della giornata in cui decidi se renderla speciale o farla trascorrere come tutte le altre.

Gran parte della retorica che circola nei social ti indurrebbe a ritenere corretta la prima scelta, e a sentirti moderatamente in colpa ogni volta che propendi per la seconda opzione. La questione raramente affrontata però è che il mondo non va avanti con sole giornate gloriose, ma ha bisogno di un gran numero di quotidianità ordinariamente produttive. Non solo di scelte eroiche e vistose ma anche di coerenza spicciola e coraggio quotidiano.

Una volta nel mio lavoro mi sono definito un “Man in Black”, perché la quasi totalità di esso avviene dietro le quinte. Dovrebbe essere quasi un’ambizione dei tecnici, una scelta etica, quella di essere invisibili al “grande pubblico”: l’ideale è che emergano solo le soluzioni, perché tutto il resto sono problemi.

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Suggerimenti – tra il faceto e il serio

  • Un quarto d’ora d’impegno dopo un’ora di cazzeggio basta a mettere a posto la coscienza;
  • Rompere le scatole al prossimo per fargli fare qualcosa che ti torna utile è quasi sempre una buona idea;
  • Far lavorare il prossimo è più utile per la carriera che lavorare in prima persona;
  • Gestisci le scadenze come se avessi sempre una fila di impegni arretrati.

False finestre fanno finte figure

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***

Ora, per chi vuole, un componimento ispirato dalla mania per telefonini e internet, ma applicabile a molte cose che consumano il tempo senza riempirlo. Mi è venuto un po’ lungo e certamente è tutt’altro che perfetto: me ne scuso in anticipo.

***

Finestre ci sono, senza nulla dietro,

pure cornici di lastre di vetro,

più sottili di specchiere,

leggere quanto uno spettro

di un film muto

appena proiettato

e vuote memorie,

come un bicchiere già bevuto.

Ci sono finestre false

quanto le offerte regalo

che ti mettono in mano

fuori ai negozi,

nelle vie rumorose

delle metropoli delle solitudini contigue;

o quanto

le promesse morbose

che compaiono proditorie

nei link ruba-click dell’internet a dozzine.

Sono volubili finestre virtuali,

anche quando materiali,

più di quelle dei sistemi operativi,

senza testo da scorrere

o storie da rincorrere;

senza vite da ricollegare

o nuclei da interpretare;

senza motivi da canterellare

evocativi: senza cuore,

solo illudenti figure sfacciate da sfogliare

o sbirciare

come da una serratura seriale.

Finestre d’intrattenimento,

ladre esperte di tempo,

cattive consigliere,

pessime romanziere,

arrecatrici d’oblio come vini e birre,

ma meno gustose, acquose, inodore,

edulcorate assai e gassose e tiepide e stanche,

come monotone modelle virtuali anoressizzate,

vita stretta, niente fianchi e anche,

con tette siliconiche protesiche

e scarse idee… Buone per ostentatamente

ottuse menti e stanche.

Povere finestre con falsi fiori,

a colori sintetici a interi valori,

tutto per il fuori.

Forse eran vere agli albori:

l’antica malasorte

della vita le ha private,

oppure una mano ladra e malvolente.

Ora son ridotte

a cornici decorate,

laborioso contorno d’un quadro scadente,

lupi d’annata senza pelo, ne pane, ne dente,

ne passione, brama o gradiente,

cantori stonati ammalianti in tono finto-gaudente

senza motivo, trascinatori di causa perdente.

False finestre, il mondo ne è pieno,

offrono orizzonti di paglia, mari di fieno,

illusioni poco costose, invitanti all’inizio,

ma dannose, carceri in cui ti serri per sfizio,

senza aver la chiave per venirne fuori,

virtual-dipendente, non sai farne a meno,

ne vuoi sempre di più, senno sono dolori,

droga a bassa gradazione, te ne serve il pieno,

e riempiono tasche nel mondo là fuori.

Sega quelle sbarre, se sei capace,

dal colore banale vivace

e animazione sagace.

Rinuncia all’intrattenimento senza fine, assenzio

di falsa vita che ride e saltella,

provoca, ammicca, solletica e titilla,

sfibra, affatica, svuota e la voglia assilla,

ma non dà abbracci e baci, non ha scintilla.

Scruta, se ancora sei capace, fuori, il silenzio.

I grandi dubbi… Parte seconda

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Siracusa

La storia di un’autostrada comincia con: “c’era una svolta”?

 

La miss dei servizi segreti si chiama… Omissis?

 

I tossicodipendenti li mandavano in esilio sull’isola d’Erba? O a Canne? O magari alle Cannarie?

 

Le veterane sono anfibie anziane?

 

Un delinquente male accompagnato può essere definito un reo con fesso?

 

Perché si chiama doping se si deve prendere priming della gara?

 

Autoreferenziale è un’automobile con il curriculum?

 

Il circolo virtuoso è quello in cui non si servono alcolici?

 

Un’attrice porno in sciopero non mette bocca?

 

Per sbaglio i genitori di Rocco Siffredi lo iscrissero allo Zecchino Duro?

 

Una strega che manda maledizioni tramite lo smalto per unghie fa manifattura?

 

Se un fruttivendolo parla male di un altro è tutta una questione d’indivia?

 

Gli indiani al ristorante pagano il conto alla Nirvana?

 

Se alle mie sette piante ne aggiungo una faccio un otto botanico?

 

I Crociati viaggiavano con le barre porta-turco?

 

Se prendi un pezzo dal lotto… Ne restano sette?

 

Chi commercia insetti è un pest-seller?

Addio, Professore (addio, Totò)

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Ci sono personalità che, pur non essendo parenti stretti, ti accompagnano per un tratto importante della vita e che rappresentano, per te, un punto di riferimento. Per questo quando, alla fine, ti lasciano senti un vuoto e avverti una mancanza. Qualcosa viene a mancare e ti accorgi, in quel momento, della precarietà della vita su questo pianeta. I motivi sono diversi, ma ritengo che il più importante sia che essi, in qualche misura, sono l’immagine di quello che vorresti essere.

È il caso delle personalità famose, che attirano folle ai funerali e per loro la gente lascia tappeti di candele e fiori per le strade. Ce ne sono altri meno universali ma ugualmente importanti, per il singolo.

È stato il caso di Totò, che ora tutti celebrano e non mi sembra vero che sia morto prima della mia nascita: l’ho considerato un compagno costante della mia infanzia e adolescenza e, a tutt’oggi, se trovo un suo film in TV non posso fare a meno di fermarmi a riguardarlo, almeno per qualche minuto. E torno a ridere, incredibilmente, a quelle battute che dovrei conoscere a memoria, come se ogni volta ne scoprissi una sfumatura diversa.

Totò è particolare e universale, napoletano fino nel midollo e cosmopolita per vocazione. Comico al limite del pagliaccesco e malinconico a un tempo. Popolare e filosofico. La maschera che insegna senza pretendere di essere d’esempio.

Un altro personaggio di questo genere è stato per me il prof. Luigi Pascale, che ci ha lasciato recentemente. Pur non potendo dire di averlo mai frequentato, era importante sapere che fosse li e seguirne, indirettamente, le imprese.

Fondatore della Partenavia e della Tecnam, riferimento mondiale riconosciuto nella progettazione di aerei leggeri, docente alla facoltà d’ingegneria di Napoli, realizzò, da ragazzo, il suo primo aereo nel garage di casa, a via Tasso a Napoli. Sempre impegnato con entusiasmo in nuove idee e progetti, attivo nelle sue imprese fin quasi alla fine. Sapeva insegnare a progettare aeroplani come se si trattasse del mestiere più semplice del mondo. Per lui la vacanza estiva era il momento per avviare progetti nuovi. Difficile ripercorrerne tutte le vicende. Un uomo libero che ha vissuto intensamente e a modo suo, fino all’ultimo. La dimostrazione vissuta che si può fare imprenditoria ad alto livello al Sud. I suoi aerei volano, a migliaia, in ogni angolo del mondo.

È stato – almeno per come l’ho conosciuto – prima di tutto un progettista e un sognatore. Per i suoi allievi di una lezione o di anni, noi che razzoliamo quotidianamente tra imprese e università, vicino o lontano dalla sede d’origine napoletana o dall’ambito aeronautico, è l’esempio che si può portare la professione tecnica a un livello più alto della “semplice” risoluzione di problemi, in ogni luogo e ambito

Mi onoro di avere la sua firma sul libretto degli esami e l’autografo su un suo libro. Addio Professore.

Riporto, per chi volesse iniziare ad approfondire, due articoli sul prof. Pascale nel mio blog di storia aeronautica.

http://www.fremmauno.com/2014/09/tre-articoli-sul-prof-pascale.html

http://www.fremmauno.com/2014/01/pascale-e-gli-alianti.html

Metodi aziendali

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Meccanismi complessi – Dal Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa (Napoli)

Qualcosa non funziona e la gente si lamenta? La voce arriva al Management, che non rimane passivo.

  • Si procede all’opportuna Budget Allocation;
  • Nominando una Task Force allo scopo;
  • Che ritiene necessario coinvolgere un Consultant esterno;
  • Con Spending suddiviso tra Ousourcing e personale in Body Rental;
  • Dopo mesi di Team Working con Developement Sessions nelle idonee Location, il Team rilascia un Procedural Draft con Flow-Chart ottimizzato;
  • (Che è poi quello che il Consultant ha riciclato da un altro Customer cambiando i titoli e qualche dettaglio);
  • La Task Force stabilisce gli opportuni Implementation Steps, Application Pillar e Control Check;
  • Che ricevono l’Approval del Management e l’OK-To-Go;
  • Il tutto richiede una innovativa ICT Smart Support Infrastructure per l’Information Flow che funzioni On Demand;
  • (In pratica una pagina Intranet);
  • L’Implementation In Production richiede un approccio Bottom-Up;
  • In pratica si obbligano le persone a formarsi sulla nuova procedura, con una Intensive Motivational Training Campaign corredata di Coaching e Tutorship;
  • (Cioè giornate d’aula a vedere Slides e sentir parlare, più la benedizione del Role-Playing);
  • Si supera di slancio la Spending Curve, motivando la richiesta di un Extra-Budget;
  • (Il Timing e lo Schedule si sono sforati da un pezzo, invece);
  • Si arriva comunque allo Start-up della Production Phase e dell’avanzato sistema di Implementation Survey.

Alla fine la cosa funziona peggio, ma la gente ha imparato a non lamentarsi più!

Fastidi ovvero idiosincrasie

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Gigna, cieco, il balcone fantasma

Dopo il ragionamento sulle penne blu, mi sono accorto che ci sono alcune cose non mi entrano proprio, non riesco a impararle e a capirle. Non si tratta di complessità ma di qualcosa di più basilare, non saprei bene cosa: una sorta di intolleranza o di sindrome auto-immune intellettuale. Ve ne elenco qualcuna, in puro ordine alfabetico e con pochi commenti.

Ballo/balletto

Tra le tante forme d’arte è l’unica che non riesco a capire. Ammiro l’abilità dei ballerini, la perizia tecnica, la complessità, l’armonia dei movimenti, ma proprio non mi trasmette sentimenti. Una serata al teatro per una commedia è per me un invito a nozze, per un balletto sarebbe una condanna dura! Un mio limite, ovviamente.

Briscola

Amo i giochi da tavolo vecchio stile: Monopoli, Risiko e compagnia. Mi piace anche sedermi a tavola per la Tombola, a Natale, con parenti e amici. Invece amo poco o nulla le carte da gioco e mi impegno in una partita solo quando è proprio difficile dire di no. Una scopetta ce la faccio, a portarla a termine, sempre che l’avversario non sia di quelli scafati, che si ricordano tutte le carte e capiscono cosa ti resta in mano da quello che hai gettato: quelli così con me vincono facile, non si divertono e mi giudicano pure male. Il Tressette è al di la della mia capacità di concentrazione, in questo campo. Ma la mia bestia nera è la briscola, per motivi che non riesco a comprendere. Mi hanno spiegato regole e punteggi più e più volte, partendo da quando ero ragazzino, ci gioco al momento e poi, puntualmente, le dimentico.

Calcio

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Eh si, ho una strana idiosincrasia per il calcio. Mi interessa solo il risultato finale delle partite e più che altro per il significato sociale. Non devo litigare con mia moglie per vedere la partita in televisione: per me è un canale in meno tra cui scegliere. Sento le chiacchiere dei colleghi e ne sono trascinato, mi sorprende la passione e l’approfondimento, ma non mi prende, per nulla. L’aspetto positivo è che risparmio sulle pay-tv e ho un briciolo di tempo per altri hobby.

Peperoni

Sono onnivoro, per mia fortuna o sfortuna mangio di tutto. Amo concedermi la carne rossa, ogni tanto e non disdegno alcolici e cibi piccanti. Ma i peperoni, quelli proprio non li tollero. Non è solo che sono pesanti, è che per digerirli impiego giornate intere. Un singolo pezzetto in un pranzo completo e abbondante continua a tornarmi su, da solo, fino a sera. Per di più il sapore non mi piace per nulla.

Raccomandazioni

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Pesce grande mangia piccolo, ma finisce male: per me rappresentazione delle conseguenze dell’illegalità diffusa

Eh si, mai chieste e mai ottenute. Ne per lavoro, ne per esami, ne per pratiche (il)legali, ne per facilitazioni di iter. I professori all’Università non si accorgevano che avevo seguito tutte le lezioni, ma in ultima fila. Mi sono fatto un servizio militare “da grande” benché declassato. Sono stato più volte scavalcato in liste d’attesa e precedenze, al punto da vedermi a lungo negata la richiesta d’accompagnamento per mio padre malato. Anche nel piccolo: avevo una “mail sicura” per ottenere un’offerta telefonica favorevole, pagando un “disturbo” di pochi Euro e non l’ho mai inviata. Perché? Perché ogni piacere richiede un contraccambio. Perché non ne ho bisogno e non ho la mania di accumulare. Perché sono pigro e preferisco stare tranquillo. Perché, alla fine, mi crea fastidio fisico.

E le vostre?

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Queste sono le mie (alcune per la verità). Ne condividete qualcuna? Quali sono le vostre? E come ci convivete?

Perseguitato dalle penne blu

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Scrivo soprattutto al computer, ormai. Non sopporto invece di digitare a lungo sulle tastiere simulate di telefonini e tablet: lo trovo scomodo e frustrante. Non capisco quelli che scrivono tanto sui telefoni dove trovino la pazienza e quando mi arrivano lunghi messaggi che richiedono risposte complesse mi deprimo e preferisco telefonare. Ho più volte pensato di comprare un tastierino Bluetooth ma non mi sono mai deciso, semplicemente per non dovermi portare in giro ancora un altro ammennicolo. Mi piace digitare su una tastiera fisica, ma per appunti veloci, ragionamenti, scalette e anche bozze preliminari ancora trovo più convenienti carta e penna.

In questo senso ho le mie preferenze. Preferisco la carta bianca o a quadretti sottili, non a righe. Ho provato a lungo la penna stilografica, piacevole ma richiede troppa cura. Mi stanco presto della matita e dello stridio sulla carta. Non amo neppure i pennarelli: molto meglio le penne a sfera a punta fine o media. Ma soprattutto non sopporto le penne blu.

L’inchiostro blu per scrivere andrebbe abolito per legge. Per me le penne dovrebbero essere solo nere, con al più una eccezione con riserva per le rosse, come concessione agli insegnanti vecchio stampo e a quei fanatici che, a causa di scarsa fantasia, devono per forza evidenziare qualcosa con un colore.

Immagino che c’entri, in qualche modo, la mia scarsa sensibilità ai colori. Il blu non è scuro abbastanza, non è netto abbastanza, è un compromesso. Se la carta è bianca, la scrittura deve essere nera. Punto.

Non sopporto le penne blu e, come sempre avviene in questi casi, ne sono perseguitato. Me le trovo costantemente tra i piedi o, per meglio dire, tra le mani. Fin da piccolo: quando la mia prepotente nonna era convinta che fossero migliori e me le propinava sempre per andare a scuola: secondo lei macchiavano meno i quaderni e io ero troppo timido per dire che non mi piacevano. Avevo imparato presto che i regali non si rifiutano.

Da ragazzino, credo di essere stato l’unico della mia generazione ad aver ricevuto penne in prevalenza blu in regalo per la Comunione e la Cresima. Fatto grande ho scelto da me e comprato solo penne nere, ma, in un modo o nell’altro, finisco sempre per averne davanti di blu. Anche in ufficio hanno deciso di rifornirsi di penne blu! Sono arrivato alla conclusione di usare le mie lo stesso.

Ora il problema non è la timidezza ma l’oculatezza (o taccagneria se preferite): non riesco a sbarazzarmi di qualcosa se non smette di funzionare. E sono persistenti, le diaboliche penne blu: sembrano non esaurirsi mai, non rompersi mai, e nemmeno riesco a perderle.

Insomma sono costretto dal caso e dalle circostanze a scrivere blu anche quando non ne ho voglia, forse perché quello che non ami a volte ti somiglia. Piccolo freno alla mia grafomania in pessima grafia, perché…

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Nozze organizzate

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La deprecabile abitudine dei lucchetti… anche in Russia (dopo sposati, però)

 

       Numero di portate,

In piedi e sedute,

Cucine combinate,

Decorazioni abbinate,

       Cerimonia pensata,

Famiglia invitata,

Addobbi per la data,

Ristrutturazione infinita!

       Viaggio dopo le mangiate.

Liste nozze prenotate,

Partecipazioni visitate,

Confetti a palate.

       Certificati aggregati,

Elenchi pubblicati,

Comuni avvisati,

Bolli pagati.

       Prezzi aumentati

Per capelli acconciati,

Trucchi bilanciati,

Fiori addobbati:

       Fotografo impegnato,

Assegno pronto firmato,

La bocca che ho baciato,

Se non in altro impegnato.

       Abiti e calzature,

Per te e il famigliare,

Usi da rispettare,

Non si esce senza pagare!

Ottimi gli affari per far sposare.

       Così il matrimonio si snatura

Nei dettagli forzati della sua tessitura.

L’italianità del lavoro nero

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Man at work

Parliamo di lavoro, di italianità e della relativa legislazione. Il problema non è Poletti e le sue affermazioni sui giovani che vanno all’estero – forse inopportune ma volutamente fraintese. Il problema non sono i voucher o il job act in se. Il problema non sono, ovviamente, i giovani che, dopo essersi guardati intorno, vanno, con più o meno entusiasmo, all’estero per provare a realizzarsi. Il problema non è, per dirlo subito, se una data azienda è di proprietà italiana o straniera, ammesso che quest’affermazione abbia ancora un senso.

Il problema è che qui in Italia (e ancora di più al Meridione) il lavoro nero o semi-nero trionfa sempre e comunque sopra qualsiasi riforma e liberalizzazione. Se lo scopo del governo con i nuovi contratti a termine – anche con durata di poche ore – e con la riduzione dei diritti dei lavoratori – di cui l’abolizione dell’articolo 18 non è stata la più rilevante per la massa dei lavoratori giovani e precari ed è stata enfatizzata solo dalle trombe interessate dei sindacati – avevano lo scopo di attaccare il lavoro nero, renderlo non conveniente, in modo da trasformarlo in contratti regolari, che risultano nelle statistiche e pagano le tasse tutti i mesi; se lo scopo era questo, dicevo, allora hanno decisamente fallito.

webimg_0987_ikeaPensare in grande…

La legislazione sul lavoro va cambiata, insisto, non tanto (e non primariamente) perché tolga diritti a chi li ha ma perché non funziona a dare diritti a chi, nel suo lavoro, non ne ha mai sentito parlare.

In Italia si continua a preferire il lavoro nero, sempre e comunque. E la cosa paradossale è che, molte volte, conviene (o sembra convenire) anche al lavoratore, perché significa mettersi più soldi in tasca a fine mese rinunciando a una protezione aleatoria e a contributi che forse non consentiranno mai di raggiungere un’ipotetica pensione.

Quindi si accettano contratti fittizi, retribuzioni fittizie, condizioni para-contrattuali, accordi verbali, qualifiche inferiori al lavoro che davvero si svolge, gratifiche sottobanco esentasse quando il “padrone” ne ha voglia.

Una parte del problema sono i controlli di legalità, pochi e spesso fittizi. Superficiali nel migliore dei casi. Le verifiche raramente sono spinte in fondo e spesso ciò avviene volutamente, perché l’economia italiana è malata di nero e meno nero, si teme, non significherebbe più legalità, ma meno economia e basta. Bisogna chiudere un occhio (e spesso un occhio e mezzo), per evitare di dover chiudere tutto, insomma.

L’assenza di legalità di casi come l’ILVA di Taranto, in cui la miopia cronica delle istituzioni locali e nazionali è durata per anni, sono solo la cima sporca dell’iceberg.

webimg_5291Il commercio, uno dei settori dove è più difficile “andare avanti”

Il problema di base, in parte legato al precedente, resta la sproporzione della domanda di lavoro rispetto all’offerta, sproporzione che finisce per mettere il manico del coltello sempre dalla parte dei datori. E’ lo stesso motivo che spinge tanti giovani qualificati a spostarsi all’estero. Lì il potere contrattuale che viene dalle loro capacità e qualifiche, con tanta fatica raggiunte, è molto maggiore che qui in Italia. Ma anche tanti non più giovani fanno la scelta, a un certo punto della vita, di saltare il confine di stato, per abbandonare carriere stagnanti, stipendi impiegatizi e scarsa considerazione, che non cambiano anche dopo anni e anni d’esperienza e di progetti portati a termine, in favore di qualcosa di meglio.

Ciò si lega a un altro aspetto di cui si preferisce parlare poco, ovvero che le sbandierate eccellenze italiane sono una minoranza – non mosche bianche, ma comunque una piccola parte – nel panorama della nostra mediocre imprenditoria italica. Abbiamo una struttura economica che difende le posizioni di forza acquisite, anche piccole. Ogni proprietario di scuola privata o di piccola impresa, ogni titolare di affermato studio d’avvocato o commercialista, ogni socio di piccola o media impresa edile, qui in Italia – solo per citare qualche categoria a caso – sa perfettamente che la fila dei potenziali lavoratori a nero o semi-nero è lunga. E al Meridione la situazione è ancora peggiore.

C’è crisi, carenza d’affari, carenza di risorse certamente, ma anche un certo gusto del piccolo, un voler sempre puntare sul sicuro, una scarsissima propensione alla crescita e una difesa reciproca di categoria. Una difesa a oltranza, appunto, delle posizioni acquisite che fa il paio con l’abitudine, se solo si può, di non pestarsi i piedi a vicenda e di non spingere a fondo sul pedale della concorrenza. Di contro si creano ostacoli d’ogni tipo a qualunque nome nuovo che tenti di emergere.

Negli stati esteri più avanzati i datori di lavoro tentano di accaparrarsi i lavoratori migliori, a suon di benefit e di aumenti di paga, e poi di metterli nelle condizioni migliori per farli fruttare – pretendendo, comprensibilmente, un impegno commisurato. Sanno che o sei tra i migliori o muori. Qui l’ottimo non serve, ci si accontenta dell’accettabile. Si sfrutta finché si può e se la “eccellenza” si stufa e se ne va… beh ci sarà qualcun altro almeno bravino pronto a sostituirlo senza accampare pretese. L’importante non è crescere, migliorare, ambire, rischiare: basta tirare a campare e, per chi ha in mano le leve di imprese simili alle succitate, continuare a accumulare.

Il concetto di “italianità”, ogni tanto strombazzato per difendere qualche gigante zoppicante e in procinto di cadere, serve, mi sembra, a puntellare quest’andazzo dall’arrivo di stranieri attivi e combattivi. In tal caso, scusatemi, ma no, non fa per me.

SpaceX: giovani, entusiasti e vittoriosi: un po’ diverso da tanta parte del lavoro in Italia

La rotonda questa sconosciuta

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Circolazione automobilistica alle falde del Vesuvio

Si prendono spesso in giro i meridionali in genere – e i napoletani in particolare – perché non rispettano i semafori. Nel luogo comune c’è del vero, lo ammetto, come in quasi tutti d’altra parte, ma non nelle dimensioni e modi che in genere si ritengono. Per il napoletano in particolare e il meridionale in generale ci sono semafori e semafori: quelli tassativi e quelli indicativi. I primi sono di due categorie, quelli a multa certa, per telecamere o dispositivi similari, e quelli a morte probabile, per la pericolosità dell’incrocio. Ovviamente quest’ultima catalogazione è soggettiva: il sottoscritto, ad esempio, fa parte della categoria di quelli che preferiscono rispettare sempre, perché non si sa mai, perché non ho mai ritenuto di avere capacità sensoriali e di guida al di sopra della media e soprattutto perché rispettare le regole, quando sono razionali, è un valore in se.

Quello che invece difetta completamente al meridionale in generale e al napoletano in particolare, oltre all’uso degli indicatori di direzione su cui mi sono già soffermato, è la concezione della rotonda e di come ci si debba comportare, assieme all’abitudine di trascurare bellamente la segnaletica orizzontale e verticale. Solo una minoranza la conosce ma, essendo circondata dall’ignoranza, deve fare di necessità virtù. Le rotonde si stanno rapidamente diffondendo e il loro utilizzo richiede attenzione, quando ne incontri una puoi imbatterti in diverse categorie di automobilisti:

  • Quelli che sanno che, nella maggior parte dei casi e come segnalato, la precedenza spetta a chi ha già imboccato la rotonda. Come detto, siamo una minoranza;
  • Quelli che sono convinti che la precedenza spetti, sempre e comunque, a chi entri nella rotonda perché viene da destra. Costoro non si pongono il dubbio quale sia, allora, l’utilità della rotonda nello sveltire il traffico;
  • Quelli che si buttano a prescindere, in entrata, nel percorso e in uscita, come scelta di vita e filosofia di auto-affermazione;
  • Quelli che danno la precedenza a prescindere. In questo gruppo ricade per necessità, per lo più, anche chi appartiene alla prima categoria.

Non di rado mi sono visto fare gesti di stizza o peggio da qualcuno che non avevo lasciato entrare mentre ero già nella rotonda e, al contrario, gente che mi ha fatto ampi segni di ringraziamento perché mi sono fermato all’ingresso della rotonda lasciando loro, che giravano, la precedenza.