Lavoro, gioco e cattiveria

20180420_095938_lavori

Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Mi ricordo che, quando fui costretto a fare il servizio militare, “fare finta di essere un soldato vero” mi aiutava a passare meglio le giornate. Anche se, alla fine, era tutto o quasi una simulazione.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco”, oltre a renderlo fruttuoso, è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone, o almeno una buona parte, sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano di commettere del male si è portati a commetterlo con pochi o nessuno scrupolo di coscienza. Le regole scaricano la responsabilità: lo si vede in tutti i regimi totalitari e in tante condizioni che mettono qualcuno al di sopra di qualche altro. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare un uomo in un kapò quasi nazista, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

Annunci

Il Confine (troppo labile) tra storia e finzione

il-confine-e1526368401287

Sceneggiato “Il Confine” (scusate ma “fiction” mi  crea conati) andato in onda il 15 e 16 maggio 2018: Grande Guerra in stile “soap” (e dagli con l’inglese). Apprezzo lo sforzo della RAI, nell’anno delle celebrazioni per i 100 anni dalla fine del tremendo conflitto, ma si poteva fare di meglio.

OK, è divulgazione e bisogna tagliare, selezionare e dare spazio alla fantasia.

OK all’esigenza di pacificazione, inventando una storia d’amore improbabile che scavalca i confini e le nazionalità. Trucco utile anche per mostrare gli eventi da entrambi i lati della frontiera.

Sono pronto a passare sopra anche a imperfezioni storiche segnalate da molti appassionati: uniformi, attrezzature, armamenti, personaggi tutti di classi sociali medio-alte e alte. Ma alcune cose mi hanno davvero infastidito, ecco le principali:

– Cambi di confine tra paesi in guerra effettuati avanti e indietro, come passeggiate;

– Scene di massa senza masse. Battaglie edulcorate, tra nuclei limitati, quasi senza artiglieria, sempre in primavera, senza pioggia ne neve ne fango, che durano pochi minuti invece che giorni e giorni d’inferno;

– E infine la cosa, per me, peggiore: neanche un meridionale, nemmeno uno ne al fronte ne nelle retrovie. Ho capito che la Prima Guerra Mondiale è stata un fatto austro-lombardo-veneto!

La Guerra 1914-18 è stata una tragedia quasi inimmaginabile, che ha coinvolto l’Europa per intero e non solo. Spero che questa fiction abbia aiutato qualcuno a farsene un’idea, ma temo che l’obiettivo sia stato raggiunto in modo molto parziale. Molto coinvolgenti, da un punto di vista emotivo, le riprese del Sacrario militare di Redipuglia, nel finale.

Se volete, potete leggere le memorie di prigionia dell’aspirante ufficiale Gaetano Parlavecchio, mio nonno, siciliano.

la-battaglia-del-piave-prima-guerra-mondiale

Si, viaggiare (per posta)

dcvrrs2x4aaqrcs

Spedivo, poco tempo fa, una lettera raccomandata da un ufficio postale in un paese in provincia di Napoli per un destinatario nello stesso paese.

Mi sembra uno strumento vecchio e sorpassato, la lettera raccomandata. Sa di tardo ‘800, di polverosi uffici postali, timbri e postini con berretto e cravatta. Ma è ancora indispensabile, o almeno indicata, in qualche caso, in particolare quando ti serve il “pezzo di carta” che attesti che il documento è stato davvero inviato e consegnato. Si potrebbe fare con la PEC, ma non è ancora così diffusa. Abitudini italiche resistenti, soprattutto nell’ambito della medio-piccola economia locale.

Dopo quattro giorni la busta non era ancora stata recapitata, per cui consultavo il sito delle Poste Italiane. Tracciabilità informatica: un’iniezione di moderno nell’antico!

La mia lettera era regorlarmente partita il giorno stesso della spedizione e inviata a Napoli. Da qui era stata inoltrata in provincia di Milano: Peschiera Borromeo per la precisione, dove era stata smistata di nuovo verso Napoli. Quindi era ripartita per lo stesso ufficio postale da cui era partita, da dove finalmente sarebbe stata pronta per la consegna a due isolati di distanza!Con il fine settimana di mezzo, la consegna è infine avvenuta di lunedì.

Cosa c’è di straordinario in questa storia? Nulla, assolutamente nulla. Ed è proprio questo che mi sgomenta!

I grandi dubbi… e quattro!

dbi5ct8x0aeizwe

Riparazioni che davvero.

Eccoci di nuovo (here we go again)!

___

Se c’è il secco indifferenziato perché non c’è il grasso specializzato?

+++

Se hai molti obiettivi variabili nella vita, hai una caleidoscopo?

+++

Un medium che lavora a distanza… ha le tele-visioni?

+++

Mangiare uova è una scelta pollitica?

+++

Un mercante indiano come può fare le orecchie?

+++

I turchi agitati da chi possono essere presi?

+++

Una bambina russa che cade sulla neve… sarà una slavina? (dal collega G.).

+++

Le anguille preferiscono stare assieme perché così stanno tra…nguille? (anche da G.)

+++

Le automobili a metano si chiamano così perché per metà vanno a gas e per metà… no?

+++

Perché le foto-profilo sono quasi tutte di fronte?

+++

Se sbatti il ditone del piede hai un dolore allucinante?

+++

Un fan degli U2… dà tutto per Bono?

+++

La banda stagnata… È un gruppo di criminali metallurgici?

+++

Se ti rubano l’asino e poi ti fanno il cavallo di ritorno… ci hai guadagnato?

+++

I carcerati sanno leggere il codice a sbarre?


(Se, per incredibile caso, vi ha tirato fuori un sorriso, che ne direste di condividete sui media?)

La mamma di…

dafvo5zwkai1cl

“La mamma degli imbecilli è sempre incinta”.

La funzionaria che ha ignorato le telefonate di soccorso sull’Hotel Rigopiano è sulla graticola. Da molto tempo e per molto ancora. Sotto processo, in attesa di una probabile condanna penale e alla gogna di tutta la macchina mediatica italiana, dai telegiornali in giù, che, sappiamo, nel fare questo è molto efficace.

Ovvio obiettivo. Facile scaricare l’ira – e con essa la coscienza – nazionale su chi si trovava a fare un lavoro che non era il suo, subissata di richieste contrastanti, ivi compresi mitomani e gente spaventata per tanto o anche per poco o nulla, che in questo marasma, sotto stress difficile da controllare, magari sbaglia e straparla, ma non è responsabile del disastro in se.

C’è l’ideale: la frase registrata breve e chiara da mandare in loop, tolta dal contesto, e anche la figura di funzionaria pubblica di mezza età, così somigliante a quella che attira la tua antipatia quando fai la coda all’ufficio postale mentre lei chiacchiera con la collega.

Qualcuno che non ha protezioni alle spalle e non le ha voltate davanti a un impegno imprevedibile e oneroso, per cui non era preparata.

La signora non è responsabile se è subissata di richieste di soccorso, se ha ricevuto informazioni errate dalla Protezione Civile, se l’albergo era stato costruito e autorizzato in un luogo impossibile già battuto da valanghe, se nessuno aveva messo in allarme gli occupanti almeno il giorno prima e se nessuno ha pensato di evacuarlo in tempo, a cominciare dal proprietario.

E allora, chi ha avuto l’idea di costruire un albergo in quel posto?

“La mamma degli incoscienti è sempre incinta”.

Perché proprio li?

“La mamma degli avidi è sempre incinta”.

Chi ha concesso le autorizzazioni?

“La mamma degli incompetenti è sempre incinta”.

Chi ha tralasciato i controlli?

“La mamma degli incapaci è sempre incinta”.

Forse ha avuto favori o tangenti?

“La mamma dei corrotti è sempre incinta”.

O semplicemente aveva paura di intaccare le “potenze economiche” della zona

“La mamma dei vigliacchi è sempre incinta”.

Chi non ha dato l’allarme in tempo?

“La mamma degli inadempienti è sempre incinta”.

Ma quanto sopra non fa abbastanza notizia: meglio gonfiare l’odio su un singolo funzionario pubblico che sbaglia sotto pressione.

“La mamma dei giornalisti sciacalli è sempre incinta”.

Sicilia batte crociera sette a zero (almeno)

c8f_45mw0aegji4

Cappella Palatina a Palermo

Il mio viaggio di nozze – non è passato poi tanto tempo, per la verità – è iniziato con una crociera ed è proseguito con un giro organizzato della Sicilia. Tutto volutamente a corto raggio, in contrasto con le mode esotiche per questo tipo di vacanza. Valutazione in super-sintesi: seconda parte di gran lunga più soddisfacente della prima.

Spieghiamo il motivo tramite alcuni luoghi comuni:

“In crociera si mangia bene e tanto”: vero, ci si abboffa, ma neanche lontanamente quanto in Sicilia, non c’è paragone, soprattutto in qualità. Una rosticceria di Palermo e una pasticceria fanno impallidire qualsiasi buffet galleggiante.

“Sulla nave ci sono un sacco di cose da fare”: falso come una banconota da 23 Euro e 50. Ci si annoia da matti! La navigazione è una palla interminabile. Imbarchi e, soprattutto, sbarchi richiedono un sacco di tempo. Nulla a confronto di avere paesi e città da esplorare, monumenti da scoprire, panorami da ammirare, tracce solide di storia e presente ad ogni passo con pause gastronomiche inattese.

“La crociera ti fa vedere le bellezze del mondo”. Forse, in parte, quando sono abbastanza vicine ai porti, e con una superficialità impressionante. Il problema è che c’è così poco tempo che si corre per sbirciare solo alcune cose. Non puoi soffermarti o scegliere. Non puoi deviare. Tutto diventa banale, superficiale, anonimo, impastato in una sfoglia di memoria sottile al punto di essere trasparente.

dxwwscrx0aaankg

No, non è un ecomostro: è la fiancata della nave

“Ci sono offerte eccezionali per le crociere”. Sul prezzo base d’accordo, ma tutto il resto costa in modo spropositato. Bar, attrazioni, palestre, massaggi, spa, escursioni, navette… qualsiasi cosa insomma. Il rapporto costo/qualità di tutto quello che sta fuori dal pacchetto-base lascia profondamente delusi.

“A bordo trovi persone interessanti”. Quelle le ho trovate in giro per la Trinacria, sia tra la gente del posto sia tra i compagni di viaggio. Sulla nave qualcuna, ma più che altro annoiati viaggiatori mediamente benestanti, facilmente nervosi e litigiosi per ogni attesa al buffet o agli ascensori, pronti alla ressa per un pezzo di pizza anche se ne sono sfornati a migliaia e raramente desiderosi di scambiare parola con gli estranei.

“Il lusso della crociera…” è molto di superficie. Aria condizionata a palla. Specchi e metalli lucidati dappertutto. Puzza di chiuso e odore muffa dalle moquette. Esibizioni e sprechi alimentari. Equipaggio alacre e gentile perché a caccia di mance o di venderti qualcosa. Il patetico gioco al casinò dove si sfrutta una manciata di ludopatici come fonte legale di reddito. Area “vip” rigorosamente separata da quella per i comuni croceristi plebei. Nulla al confronto del tuffo a immersone integrale nella meraviglia che puoi vivere nella Cappella Palatina di Palermo, o nel Duomo di Monreale, o sulle pendici dell’Etna, o nella valle dei templi di Agrigento, solo per fare qualche esempio.

“In certi posti devi stare attento: puoi fare brutti incontri!” Da napoletano non mi sento di fare la morale a nessuno. Direi che ci sono anche abbastanza personaggi poco raccomandabili con soldi in tasca per pagarsi una crociera e poca fantasia vacanziera.

La mia vacanza è stata culturale/gastronomica, ma se il mare della Sicilia è solo lontanamente simile a quello che si vede nei film di Montalbano, le piscine della nave possono essere destinate a fare il bucato, per quanto mi riguarda.

Per me è stata la seconda vacanza in crociera, per mia moglie la prima, per entrambi – opinione contestabile, lo so bene – sarà l’ultima per molto tempo. In Sicilia, invece, quando ci torniamo?

c8_yesyxcaaflg1

S. Maria dell’Ammiraglio a Palermo

L’umana macchina inventiva

1799984_10206410249873764_3285353685685632781_o

Scultura contemporanea a Sabaudia

Da tecnico, sono sempre più coinvolto con metodologie che tendono a guidare la risoluzione di problemi, l’ottimizzazione o la stessa progettazione di un sistema. Vanno sotto il nome di WCM, DFSS, DoE, solo per citarne alcune.

Sono tutte molto interessanti, spesso utili, qualche volta snobbate e altrettante sopravvalutate. Me ne viene un ragionamento generale che fa il paio con il mio post precedente.

I metodi servono a rendere più rigoroso il lavoro umano, la causa più frequente di errori e incertezze. Da sempre hanno per oggetto il lavoro manuale, più di recente anche quello intellettuale.

Di contro l’intelligenza artificiale ha lo scopo di rendere più elastico il funzionamento delle macchine, facendo in modo che esse reagiscano in modo autonomo e sensato allo “ambiente” in cui operano.

I punti di convergenza? Da un lato l’uomo automatico, ovvero il cyborg; dall’altro il robot-umanoide, ovvero l’androide.

Estrapolazione, gioco mentale? Si certo, ma forze non troppo. Per me il telefonino, da cui non ci stacchiamo mai, ci tiene sempre connessi e ci serve per sempre più cose, è già un embrione di cyborg.

Ancora una volta la fantascienza anticipa la realtà, nei concetti se non nelle realizzazioni e nelle conseguenze se non nei mezzi. E non stiamo ancora considerando le possibilità dell’ingegneria genetica.

Intelligenze artificiali, i nuovi vicini

Software-schermate

La fantascienza parla da anni di intelligenza artificiale. Lo fa in molte salse, da quelle popolaresche dell’uomo “inghiottito” dal computer in stile Tron a quelle, più raffinate, di sistemi che si auto-evolvono verso forme imprevedibili, come i robot “positronici” di Asimov.

Ma, soprattutto in Italia, siamo carenti in cultura tecnologica, figurarsi in prefigurazioni del futuro. La fantascienza è, per opinione comune, un passatempo da bambinoni. Di conseguenza le novità tecnologiche ci sembrano chiacchiere da bar finché non ce le troviamo improvvisamente tra i piedi, senza sapere bene che farne.

L’intelligenza artificiale è un tema particolarmente insidioso, anche per il sottoscritto. Già è difficile mettersi d’accordo su cosa intendere per “intelligenza naturale”. In più l’uso dei termini è spesso fuorviante: paragonare un sistema informatico a uno biologico è suggestivo ma assolutamente arbitrario, perché non c’è nessuna vera analogia.

La definizione del computer come “cervello elettronico” è passata di moda, per fortuna. L’intelligenza artificiale non è necessariamente un tentativo approssimato di riprodurre quella umana all’interno di una macchina. Il pioniere della scienza informatica Edsger Dijkstra disse una volta: “Chiedersi se un computer possa pensare non è più interessante del chiedersi se un sottomarino possa nuotare”, ed è una delle sue citazioni più famose.

Con ciò, se ben interpreto, il luminare non voleva intendere che l’intelligenza artificiale non poteva esistere, ma che essa è un diverso approccio alle conoscenze e alle scelte conseguenti rispetto al cervello umano. Vuol dire che possono esistere macchine (computer) capaci di interpretare l’ambiente in cui agiscono, accumulare esperienza e trasformarla in conoscenze in modo da sviluppare comportamenti e strategie adatti per conseguire i propri obiettivi, e questo secondo schemi che non sono necessariamente simili a quelli umani ma sono sempre “razionali” e, probabilmente, senza presupporre il concetto di “coscienza”.

L’intelligenza artificiale ha una storia già lunga. Ha avendo impatti enormi sulla nostra esistenza, anche se abbiamo difficoltà a vederli. I “sistemi esperti”, che sono una sorta di precursori delle IA, lavorano giorno e notte e fanno scelte sensate – secondo i criteri con cui sono state progettate. Ho però la sensazione che siamo in procinto di assistere a una sua crescita esplosiva, per diffusione e potenza.

Le recenti oscillazioni dei mercati finanziari sono state attribuite, in buona parte, all’azione di “robot”. Nei commenti si parla di “complessi algoritmi” in grado di decidere in autonomia quando, quanto e cosa comprare o vendere. Immagino che “intelligenze artificiali” sia una definizione più valida. Non mi stupisce che una delle prime applicazioni sia in ambito finanziario, dal momento che la ricerca del guadagno è uno dei primi moventi delle azioni umane e i soldi attirano altri soldi, anche in forma di investimenti.

Nei prossimi anni è probabile che le vedremo un po’ ovunque, le intelligenze artificiali, palesi o mimetizzate: gestione di supporto tecnico e clienti; veicoli che si guidano, in tutto o in parte, da soli: automobili, treni, navi, aerei con “piloti automatici avanzati”; gestione di siti produttivi o parte di essi; gestione di impianti di riscaldamento e condizionamento, sempre cercando di anticipare i nostri desideri e movimenti. Sapremo sfruttarle o le vedremo come nemiche? Serviranno il genere umano o una sua minoranza? Ci aiuteranno nelle scelte quotidiane? O magari anche in quelle politiche e macro-economiche? Aumenteranno la sicurezza o anche il controllo? Cancelleranno più posti di lavoro di quanti ne creeranno? E in ambito di attività intellettuali che impieghi troveranno? Contribuiranno anche al lavoro degli ingegneri o addirittura li sostituiranno, in tutto o in parte? E per quanto riguarda gli artisti? Anche loro potranno decidere di avere un assistente virtuale nella loro attività creativa? Saranno educati suggeritori o semi-dittatori? Nascerà un nuovo luddismo? O nuove forme di dipendenza?

Spiare miliardi di connessioni telefoniche e internet non sarà più un compito impossibile, quando il “filtraggio intelligente” delle informazioni potrà essere effettuato da programmi in grado di interpretare il senso del linguaggio umano, non solo le singole parole.

Avremo magari robot fotografi e video-operatori, in grado di comprendere la scena che hanno davanti e scegliere da se inquadratura e impostazioni ideali per riprese ad effetto.

In campo militare avremo probabilmente droni armati in grado di agire in autonomia, decidendo da se anche quando fare fuoco.

È solo un piccolo esempio delle possibilità.

Di certo viviamo in un’epoca eccezionale in cui molte cose incredibili sono diventate possibili. Il recente primo volo di FalconX Heavy ha creato, nel tecnico che sono, uno stato di autentica esaltazione. È stato come vedere trasformate in realtà le scene dei racconti di fantascienza della mia adolescenza, in particolare per i vettori che ritornano a terra atterrando in verticale. Anche le immagini del manichino, in automobile scoperta, nello spazio col pianeta Terra sempre più lontano sullo sfondo, nella sua inutilità, ha in se una potente forza simbolica ed evocativa (e ovviamente pubblicitaria). Ritengo che nella progettazione e nella manovra del nuovo vettore spaziale rientrino, in varie forme, intelligenze artificiali, ad affiancare la tecnologia aerospaziale.

Aspetto all’apparenza collaterale ma fondamentale: si tratta pur sempre di programmi software. Ambiti e limiti di applicazione, criteri, vincoli e obiettivi – la morale, in pratica – sono scelte di progetto effettuate di chi le commissiona e realizza. Ci saranno margini per porre limiti legali? È il caso di ragionare già in questo senso? E poi che aspetto – e che effetto – avranno gli inevitabili bachi software e hardware?

Un altro tema caro alla fantascienza è quello degli alieni. Penso che i veri alieni li stiamo costruendo, nei laboratori informatici, e dovremo imparare ad averci a che fare.

L’intelligenza artificiale è un’opportunità e un rischio in forme diverse e più profonde di quelle che immaginiamo.

.-+*+-*.

Aggiunnta (28/2/2018): le sublimi e spaventose fotocamere intelligenti.

 

Neo-musica per vecchie frontiere cittadine

du9rbgnxkaevpa_

Commercio, turismo e passeggio a Napoli

Mi sono trasferito dalla città al paese quando mi sono sposato.

Per molti è stata una follia: il centro è la civiltà, la periferia un caos indefinibile. Da un lato i servizi, dall’altro il degrado urbano. Dalla cultura al basso popolare.

A Napoli questo taglio è forse ancora più sentito che altrove: anche se paradossalmente chi abita in periferia spesso si definisce napoletano, per i “centrali” non è così. Napoli-megalopoli vive dell’eterna lotta e simbiosi fra il centro e la periferia.

Potrei approfondire il concetto e forse un giorno lo farò, ma ora preferisco soffermarmi su un altro taglio netto, tutto interno alla città: Napoli è composta da una città “alta” e una “bassa” che si intersecano fra loro come un nodo ma con confini nettissimi. Attraversando due strade si passa dal nobile al plebeo. I mondi si toccano e si vedono ma non si mescolano mai, non solo ma non si capiscono. Non ci provano nemmeno. La Napoli “bene” ha luoghi, passatempi, musica, linguaggio diversi da quella “bassa” e mutuamente incomprensibili.

Succede anche altrove, probabilmente, ma ho la sensazione che il taglio, a Napoli, sia più netto e allo stesso tempo più inestricabile. Erri De Luca dice che Napoli è una città leggendaria e forse, anche su quest’aspetto, tutto è estremizzato. Partendo da Palazzo Reale e dalle dimore nobiliari di Toledo si passa ai “bassi” umidi e oscuri dei Quartieri e del Pallonetto veramente con dieci passi.

I contatti, obbligati e frequenti, fra le due città, per strada, in metropolitana o negli uffici pubblici, sono fastidiosi per entrambe le parti. Fanno finta di tollerarsi, o meglio si ignorano reciprocamente e, alle spalle, si disprezzano per gli stessi motivi: per come parlano, per come si vestono, per come si muovono.

Canzonature rigorosamente fatte di nascosto a meno che non si voglia provocare lo scontro.

Per il napoletano del “centro bene” la periferia, come dicevo all’inizio, è un’enorme distesa informe e quasi inabitabile, popolata da alcune persone civili e folle di esseri indescrivibili. Ma i quartieri “bassi” sono considerati ancora peggio: sono impenetrabili, oscuri, ignoranti, con la propria legge primitiva.

Di contro la Napoli “alta” è considerata viziata e privilegiata dalla controparte, e pure molle, sprecona, schizzinosa, cattiva e con la puzza sotto al naso. Neanche cultura le riconoscono, spesso a ragione.

Un chiaro esempio del “taglio” che esiste è la musica. Riporto, in forma anonima, una testimonianza sui “neomelodici”, che esprimono il sentimento di queste strade molto più dei “rapper” finto-arrabbiati, e che la Napoli alta disprezza, non vuole e non può capire.

 

“Ci ho lavorato per circa 6 anni, era una vita surreale, almeno per me, mi sentivo un marziano, arrivavano soldi di continuo, ormai toccavo lo strumento solo per lavoro, e stavo in mezzo a questa gente che aveva il suo linguaggio e il suo abbigliamento, la usa musica, mi sentivo un marziano, però mi sono molto divertito.

Una volta chiesi al mio cantante dell’epoca come si ispirava e lui mi disse che lui utilizzava tre argomenti base: la malavita, l’amore e le corna, e quindi le vrenzole mentre facevano i servizi [di casa] dovevano imparare le sue canzoni e poi chiamarlo alle cerimonie.

Oltre ai guadagni avevamo come “benefit” un telefonino e un’Audi. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere di chi fossero”.

Il mito del manager

10443288_10203767746292826_2014066990431917378_o

New York: la “patria” del manager di successo!

Negli anni ’80 dello scorso secolo è nato, almeno in Italia, il mito del “manager”.

Me lo ricordo bene, come tutte le cose che ti succedono dall’adolescenza fino alla prima giovinezza.

La parola “gestore” sapeva di burocratico e non rendeva l’idea. Il “manager” della fantasia popolare guadagnava, decideva, era rampante e arrogante, aggressivo e ammirato, perennemente giovane e griffato, sicuro di se fino a essere volgare. Decisionista: manovrava persone e capitali con velocità e sicurezza. Non aveva scrupoli ne remore. Era l’immagine del successo immediato: tutto e subito. Abiti firmati, Rolex al polso, telefonino che non era ancora smartphone, auto di lusso in procinto di diventare SUV e tutto il corollario di viaggi, ville, yacht, belle donne e quant’altro.

Fu coniata in quei giorni la parola “Yuppies”, giovani di successo ritratti, malamente ma efficacemente come sempre, dai film della commedia all’italiana. Diversi amici mi obiettavano in faccia che era inutile studiare: bastava buttarsi, investire, tirare su la fabbrichetta, giocare in borsa o darsi alla compravendita spregiudicata. Tutto quello che serviva erano poche nozioni, spavalderia e un piccolo capitale iniziale. I veri soldi erano lì, tanti e pronti per chi aveva abbastanza coraggio e pelo sullo stomaco per afferrarli.

La convinzione dell’importanza magica del manager creatore di ricchezza, se comprensibile tra gli adolescenti, lo era meno nell’impresa, eppure c’era. Tutti gli investimenti erano per accaparrarsi il gestore ideale, osannato e riverito dopo le prime vittorie, ricoperto di soldi e “benefit”, altro termine che cominciavamo a capire e che a noi italiani piaceva molto, perché faceva rima con “esentasse”. Le imprese pubbliche seguivano a ruota, anche se in quell’ambiente la spartizione politica e clientelare rimaneva la logica principe. Pochi soldi invece per la “ricerca e sviluppo”, termini adatti solo ad accaparrarsi qualche soldo pubblico sparso a pioggia.

Il mito del manager si poggiava su una crescita economica di cui nessuno voleva vedere la fine, sul mito della borsa globale, capace di creare denaro facendo girare denaro, e su un altro mito, quello del successo incrollabile della piccola e media impresa italiana (più piccola che media, per la verità, e sempre sotto-capitalizzata), che esportava grazie ai bassi costi consentiti dall’inflazione della Lira. I due miti citati sono crollati rapidamente, nell’arco di un decennio o giù di lì, e la colpa è stata molto più della Cina che dell’Euro. Le “bolle” in borsa scoppiavano una dopo l’altra e più grandi erano più in fretta collassavano. Gli artifici finanziari finivano per incartarsi su se stessi, a danno di molti e vantaggio dei soliti pochi. Battere la concorrenza tedesca sul prezzo era possibile, quella francese sulla qualità anche, ma attaccare l’industria cinese su prezzo e quantità era (ed è) inconcepibile. La maggioranza di quei giovani che sognavano la carriera rampante sono diventati impiegati, docenti, negozianti o, al più, piccoli professionisti.

Ma, come tutti i miti, anche quello del manager d’assalto è duro a morire. Ancora oggi incontro tanti ragazzi neo-laureati che non vedono l’ora di abbandonare le materie tecniche dei banchi d’università per diventare “manager” e scalare gli organigrammi delle imprese. E molte di queste ultime, in effetti, continuano a privilegiare i ruoli gestionali a quelli tecnici nella carriera e nelle retribuzioni.

Nel mio caso, per fortuna, devo riconoscere che non è stato così: ho scelto da subito di fare il tecnico, per vocazione, accettando il rischio di una carriera lenta, e invece sono stato ricompensato con sufficienti soddisfazioni, riscontri e sfide che mi danno il piacere di andare al lavoro ogni giorno.

La gestione è un compito importante, direi anche fondamentale, ma non autonomo ne tantomeno esclusivo. Il gestore ha senso se c’è qualcosa da gestire, ovvero persone che compiono un lavoro diretto e lo sanno fare bene. Diversamente il “manager” si riduce a un produttore di chiacchiere e venditore, magari ben retribuito.