Il mito del pistolero

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Risolvere i problemi con un paio di colpi precisi.

Risiede in questo buona parte del fascino dei film di Far-West e dei thriller standard americani: fare fuori il cattivo, da soli, senza remore e perdite di tempo, con la coscienza limpida per aver fatto “pulizia”. Magari dopo una lunga lotta, ma in modo semplice e sbrigativo, alla fine. Quanti film d’azione si concludono con il cattivo alla sbarra invece che spiaccicato in terra?

Lo chiamo “il mito del pistolero”. Un altro mito, vicino parente di questo, è quello del difendersi da soli, della legittima difesa libera, dell’arma in casa che se entra qualcuno gli faccio vedere io.

Li accomuna il mito della giustizia immediata, giusta di per se stessa, senza attendere le lungaggini e le incertezze di indagini, inchieste e processi. Apparentemente senza controindicazioni.

Si traduce, in politica, nel mito populista della soluzione semplice, radicale e istantanea a problemi complessi. Della politica al di sopra dell’economia e delle stesse leggi della fisica. Qui “politica” ha un significato sminuito, perché è intesa come volontà del vincitore delle elezioni, che si auto-assume il ruolo di “rappresentante del popolo”, fregandosene di finanza, accordi internazionali o dei semplici conti.

L’abbiamo già vissuto nel ventennio berlusconiano, lo stiamo vivendo oggi in modo, temo, amplificato, ad esempio quando si proclama di abolire la povertà “per legge”.

Finisce, di solito, come finisce una corsa in auto ad occhi bendati. Nel West morivano molti più innocenti che colpevoli. Le armi diffuse, negli USA, fanno più stragi che auto-difesa. In politica l’equilibrio è tutto. Tra coraggio e avventatezza c’è differenza, come ce n’è tra libertà di espressione e negazione del valore della competenza o tra dire la verità e cavalcare i sondaggi.

Oppure mi sto sbagliando e stiamo allegramente instradandoci verso il nuovo Eden.

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La grande corsa

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Sono continuamente in corsa contro il tempo.

Penso che sia la condizione comune dell’essere umano.

L’età, le ore del giorno, le stagioni, il buio incombente o la prima luce. Da sempre.

Non è la vita moderna, i nostri antenati lavoravano senza sosta peggio di noi. Sono cambiati i nomi: appuntamenti, scadenze, tempi di consegna.

E poi, più di recente, connessioni, attese di risposta, tempi di elaborazione dei computer.

C’è sempre poco tempo per quello che si vuole fare. Poco margine di scelta. La necessità occupa i giri d’orologio.

Sono sempre più convinto: il più grande lusso non è il denaro, ma il tempo da spendere a proprio piacimento. La più grande cultura capire cosa è davvero importante (e non urgente) e trovarne il tempo.

Ce n’è talmente tanto poco, di tempo veramente libero, nell’arco della vita, che molta gente, quando ne ha, non sa più che farsene. Preferisce il lavoro, le commissioni, gli impegni: in breve i doveri. In alternativa cerca l’intrattenimento preconfezionato: le serie pay-TV, i video giochi, le slot machine, ovvero inattività o azione guidata.

Gli obblighi sono più semplici e, per molti versi, meno intellettualmente impegnativi, della libertà.

Leggerezza è mezza bellezza

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Come affrontare i problemi in maniera leggera ma senza degradare l’approfondimento?

Come si conciliano fantasia e rigore?

È un tema importante nella scuola, nella vita privata ma soprattutto nel lavoro.

Un ambiente “leggero” facilita il pensiero laterale. Dire eresie non dev’essere proibito. Il momento della generazione delle idee deve restare separato da quello della loro valutazione e gestione.

Tuttavia non si può eccedere. Le battute devono alleggerire il clima ma non prevalere. Più che altro devono evitare gli accumuli di tensione.

Non si tratta solo di evitare sconcezze, forzature, insulti o di andare sul personale ma anche di evitare che aderire al tono scherzoso diventi un obbligo.

Senza arrivare alla condizione limite in cui parlare di lavoro, in un ambiente lavorativo, diventa quasi fuori luogo (cosa pure accaduta), capita che il clima leggero inibisca chi desidera presentare approfondimenti, rischi non considerati o perfino vie di soluzione non convenzionali, potenzialmente vantaggiose ma più complesse di quelle favorite dal “gruppo” inteso come media o pensiero dominante.

Amo l’umorismo come mezzo per sdrammatizzare e per allontanare la presunzione. Mi pare sano anche un pizzico di cattiveria, per tenere alta l’attenzione. Non mi piace quando lo scherzo maschera il vuoto e la sclerosi intellettuale del singolo o, peggio, del gruppo.

Mi viene in mente la metafora del dirigibile: l’involucro “leggero” serve a tenere in alto il carico “pesante”. Ognuno dei due serve l’altro, nessuno dei due serve senza l’altro.

Si parla spesso di evitare la “confort zone” nel lavoro, al fine di perseguire obiettivi più ambiziosi e (parola orribile) “sfidanti”. Lo scherzo e la leggerezza sono a volte proprio la maschera dietro cui si nasconde l’assopimento nella superficialità e il rifiuto della complessità, nemici insidiosi.

Sintesi delle canzoni d’estate

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Finalmente la radio (che, per inciso, ascolto prevalentemente in auto) ha smesso di proporre a ruota le canzoni dell’estate. È per questo venuto il momento di tirarne le somme.

Le canzoni, mi sembra, si possono raccogliere in alcune categorie-base.

Per cominciare quelle delle esperienze vacanziere, partendo da quelle “giovanilistiche” della prima entusiasmante vacanza all’estero alla Baby-K: “Sei così fico capisci che dico?”, che diventano avventura erotica estemporanea (Giusy Ferreri: “cercavo un mare calmo e ho trovato te… che in cambio mi chiedi una notte speciale”) e terminano nella vacanza “anziana” delle piccole cose banali ma piacevoli dei Thegiornalisti e “la birra che si scalda in fretta”.

C’è poi il filone socio-filosofico, che parte dall’ex problematico Luca Carboni: “I tempi son duri per non avere il sorriso sul viso”, passa per l’Ermal Meta: “E alla mia macchina gli voglio bene” e culmina sull’intramontabile Jovanotti, poeta-filosofo della rima, che dilaga con più titoli vecchi e nuovi. “Viva la libertà!” Come dargli torto.

C’è poi il filone sentimentale, immancabile nella canzone italiana. Esempi? Annalisa: “Ti faccio fare un viaggio dentro di me”, Carl Brave e soci con il tormentone “Come una fotografia…” ripetuto all’infinito, oppure Le Vibrazioni dell’“Amore Zen” che non ho ben capito cosa sia.

Ci sono infine i grandi immancabili, come Laura Pausini, e i “redivivi”, come Loredana Bertè, che mescolano un po’ gli ingredienti, anche con un po’ di originalità a dire il vero, come prova a fare, ad esempio, Elodie: “buttiamo in mare i cellulari, tu vedi nero io vedo Bali”.

Il tutto molto condito di Rap, che va di moda e fa contemporaneo urbano.

Anche i telefonini e i selfie sono onnipresenti, deprecati ma imprescindibili.

Sono solo degli esempi, ovviamente, e ho volutamente tralasciato la produzione straniera. La “tavola” delle canzoni estive è ampia e c’è posto per molti commensali, per fortuna. Il tono ironico, beninteso, è soltanto tale: non ho nulla contro nessuno dei citati e non citati, che fanno bene, per la maggior parte, il loro lavoro. Se la musica fosse solo quella seria e impegnata sarebbe una palla colossale.

Ma per me il vincitore 2018 si conferma lui: il meno cantante di tutti, quello che è il primo a non crederci e che almeno da tre anni fa successo nel modo migliore, prendendosi in giro. Quest’anno in tono minore ma pur sempre riconoscibile.

Lui. Il mito.

Rovazzi!

Anticorpi tecnologici

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La dipendenza da telefonino è un fatto palese.

È, formalmente, una delle maggiori preoccupazioni dei genitori, che vedono i figli sempre immersi nel balluginare degli schermi, se non fosse che essi stessi, per primi, sono spesso tecno-dipendenti da social e selfie e concedono l’agognato telefonino alla prole come maniera per non essere troppo disturbati.

È argomento di lotta costante per i docenti di ogni ordine e grado, almeno quelli che non considerano l’incasso dello stipendio, a fine mese, come scopo esclusivo della professione.

In strada, che tu sia a piedi, ciclomunito o motorizzato, devi costantemente stare attento a pedoni e automobilisti distratti da improrogabili messaggi.

Insomma, siamo di fronte a una vera e propria sindrome di massa, che miete le sue vittime. Allarme sociale e non esagero.

C’è una soluzione? L’educazione, certo, l’abitudine a un uso corretto e moderato, un po’ come per le bevande alcoliche. Forse ce n’è anche un’altra però: la normalizzazione, ovvero arrivare a considerare l’elettronica portatile come qualcosa di abituale, un accessorio come un’altro. Interrompere il circolo vizioso che dà al mondo della rete un valore superiore a quello che ha, a causa del fatto che è nuovo e diverso dall’ordinario e continuamente cangiante.

In questo senso, da inguaribile ottimista quale sono, voglio porre qualche speranza nella nuovissima generazione:, non i cosiddetti millennial ma proprio i bambini di oggi, quelli che stanno imparando a camminare o vanno alla scuola elementare. Sono loro i veri nativi digitali. Per loro il telefonino e la connessione ubiqua alla “rete” non sono qualcosa di nuovo o appreso, ci sono nati, come la TV per i loro genitori o la radio per i loro nonni.

Noi anziani siamo come i nativi americani, sterminati a casa loro dalle malattie importate dagli esploratori/invasori europei, qualche secolo fa, perché il loro sistema immunitario non era preparato. I piccoli di oggi stanno sviluppando il loro “sistema immunitario intellettuale”, tramite la piena esposizione al digitale, e stanno sviluppando gli anticorpi, o almeno lo spero.

I piccoli di oggi non nutrono stupore di fronte agli schermi tattili o alle connessioni senza fili. Perché dovrebbero, se fanno parte delle cose che sperimentano da prima ancora di imparare a parlare?

Forse domani sapranno gestire la rete mettere molto meglio dei loro genitori e in dubbio quello che dice loro, con la stessa naturalezza con cui sanno distinguere i loro giocattoli dagli oggetti reali che questi imitano.

Risulta più difficile sviluppare un rapporto malato con qualcosa di consueto che con qualcosa di del tutto nuovo. La dipendenza da tecnologie diverrà, col tempo, un fatto marginale, sempre grave ma, per certi versi, fisiologico, come oggi l’alcolismo o la ludopatia, da combattere con assiduità, certo, ma non pandemico.

O almeno così voglio sperare.

Da una storia vera. (Il mio ufficio è differente)

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Brani di vita in un ufficio tecnico non molto diverso dalla media. Per inquadrare, ci soprannominiamo “Baia dell’Ignoranza”.

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“Ma cosa vuole Lattuga?”

“Forse un po’ d’olio e aceto?”

“E allora è un’insalata”.

“Di notte deve stare tranquillo, se no russa!”

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Il collega torna dal bagno piangendo.

“Capo, ho pisciato un calcolo!”

“Non ti preoccupare, lo rifacciamo… ti aiuto io”.

“Non hai capito. L’ho proprio pisciato!”

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Il calcolo in esecuzione sul computer è quella cosa che se lo stai a guardare non finisce mai ma se la perdi di vista fallisce immediatamente.

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“Un giorno mi picchieranno, lo so”.

“Ma sarà comunque troppo tardi!”

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“I conti non tornano!”

“Sono tornati i Savoia e non tornano i conti?”

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“Perché Massimo arriva sempre in ritardo?”

“Perché si dice sempre: ci vediamo alle 10. Massimo alle 10.30!”

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“Quando fai il CAE e ti cambiano di continuo il CAD, allora si che ti rompono il CAX!”

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Dicono “vediamo l’esploso” e tu pensi sempre al collega scoppiato, prima che ai pezzi del progetto.

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“Ha infilato il pistoncino nella sua sede” non può avere un significato erotico. No!

(Ma il mio ufficio è differente)

L’era degli psico-mediocrati

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Considerando molti dei capi politici storici e attuali, la combinazione tra psicopatologia, o più spesso personalità al limite del patologico, e ambizione politica sembra discretamente diffusa. Lo strano è che spesso è associata anche a capacità mediatica ed a una certa visione di ciò che desidera o teme molta gente: un mix di successo!

Cosa intendo per psico-patologico? È un concetto molto esteso e, in realtà, poco medico: eccesso di presunzione fino allo snobismo; smania di successo per mascherare l’insicurezza personale; desiderio di rivalsa; mania di persecuzione che porta a vedere rischi e nemici ovunque; anaffettività.

Personaggi così non si trovano solo in politica, è chiaro, ma sembrano essere attratti ai vertici di questa, e neanche tanto raramente.

D’altra parte pretendere di essere in grado di guidare le “masse”, con la certezza di sapere cosa è bene per loro, pretende un alto grado di presunzione o una forte disistima del prossimo, che confina con la psicopatologia. Inoltre il fascino di certe personalità “al limite” è indubbio: lo si vede già nella vita privata.

La storia delle dittature, recenti e antiche, lo rende ancora più evidente: al momento giusto un personaggio dal dubbio equilibrio mentale ma dalle innegabili capacità mediatiche riesce a incantare la maggioranza, che addirittura lo ama e venera; e ciò può durare molti anni, anche dopo la sua morte. Basti vedere quante persone continuino a considerare Mussolini un genio assoluto e addirittura il miglior uomo politico mai esistito!

A proposito di Mussolini, diciamo chiaramente che non era un ladro, ma in compenso ha commesso molti altri delitti, dall’essere mandante di omicidi e complice di genocidio in giù, e sotto il suo regime si rubava eccome, con il suo favoreggiamento!

Ma il fenomeno è tutt’altro che limitato ai regimi totalitari e si estende alle democrazie. Chi si vanta di essere capace di governare tutti e sfodera una buona presenza da palcoscenico può trovare le condizioni adatte per essere creduto. Sensazioni diffuse di insicurezza e crisi aiutano, ma il fenomeno va oltre i cosiddetti partiti populisti.

Non generalizziamo. Non tutta la politica è così e sono numerosi i casi di attività pubblica intesa come “servizio”. La storia della Repubblica Italiana è piena di questi esempi. Quest’atteggiamento richiede umiltà e anche notevoli doti culturali e umane. Tuttavia i leader, i capi carismatici, gli accentratori di potere non rientrano in questa nobile categoria, se non in rarissimi casi. Questi sono capi in larga misura convinti di avere il diritto, prima ancora che il dovere, di essere tali, sia esso di origine genetica, genealogica, divina, economica o quant’altro.

E una larga fetta dell’opinione pubblica abbraccia le posizioni del leader: non c’è scienza o logica che tengano, quello che conta è la parola del capo, che elenca rischi terribili e soluzioni veloci. Riscaldamento globale? Oscillazioni finanziarie? Migranti in fuga da guerra o miseria? Tutte invenzioni delle lobby anti-popolo, in una sorta di diffuso complottismo di stato.

L’analisi sociale ci dice che la maggioranza cerca una personalità carismatica, come capo, e non l’intelligenza eccelsa, perché non riesce a comprenderla. Il capo deve essere solo un poco più intelligente della media. Il genio è temuto o emarginato, oppure addirittura deriso per renderlo inoffensivo. Non a caso è stato coniato il termine “mediocrazia” per certificare la fine che sta facendo la nostra presunta meritocrazia democratica.

Fa parte dei rischi della democrazia, ma come lo si può combattere? Non certo con il totalitarismo, ma, secondo me, con la cultura e l’informazione. Tornando a celebrare le capacità e le conoscenze al di sopra delle frasi ad effetto. Per farlo serve una scuola pubblica efficiente, ricca e rispettata, in primo luogo, che sia premiante e selettiva nei confronti dei docenti prima ancora che degli allievi.

È sempre campagna elettorale

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Gli appassionati della campagna elettorale

sono una specie assai particolare:

tifano per il loro partito

anche quando ha palesemente fallito.

Esultano a ogni suo successo

più che se fosse loro stesso.

S’esaltano alle sparate del leader

anche quando fanno pianger o rider

e le ricopiano, compulsivi, ai loro follower.

La salvezza d’Italia hanno additato

nella vincita del loro candidato

e null’altro bene è dato

alla casa, al paese e all’esodato.

Capiscono costoro che si sbattono per un’illusione?

Urlano, postano, agitano uno striscione,

senza vedere prova, ascoltar ragione,

ma c’è differenza: il tifo non è passione!

Training on line? Anche no

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Arriva una mail intitolata pomposamente “Training on line” e tu già sbuffi, sai che dovrai spenderci un paio d’ore del tuo tempo, che avresti volentieri dedicato ad altro, perfino a lavorare!

I corsi on-line sono usati di frequente, almeno dove lavoro. Non li amo, anzi diciamo che li considero un male. Servono a raggiungere rapidamente le persone e ottemperare formalmente alcuni obblighi di tipo formativo, ma, a parte questo, ottengono ben poco, anzi annoiano le persone e fanno perdere tempo.

Informano, ad essere buoni, ma non formano. Fanno apprendere qualche nozione ma banalizzandola e in modo provvisorio e labile: provate a intervistare una persona che ha fatto un corso on line, sulla materia, una settimana dopo: sono convinto che ne è rimasto ben poco.

Inducono a essere svogliati e frettolosi, ovvero a percorrere il più velocemente possibile la noiosa sequenza di schermate per arrivare il prima possibile al questionario finale, e poi trovare il “trucco” più adatto per compilarlo in modo corretto.

Nella maggior parte dei casi il questionario ha domande sia banali sia meno banali ma può essere ripetuto all’infinito, finché non si azzeccano le risposte giuste, ed è lo stesso per tutti gli utenti. La giustificazione è che anche il questionario fa parte del processo d’apprendimento, la pratica è che esso risulta sempre formalmente a posto.

Il giudizio è molto personale, mi rendo conto, e anche la realtà è estremamente variegata e forse sto estremizzando troppo. Ci sono corsi in rete fatti veramente bene e nessuno può negare, cambiando leggermente argomento, il valore di tanti tutorial. Nel mio giudizio è coinvolto anche un fastidio estetico: mi risultano stranianti e falsi, quasi sempre, con una voce guida troppo enfatica, corredati da foto e grafiche che dovrebbero risultare accattivanti ma che sono sovente stucchevoli: pupazzetti con la testa a palla, impiegati sempre giovanissimi, belli e iper-sorridenti in uffici luminosi, nuovi e lindi, esempi pratici che sfondano i limiti dell’ovvio.

Non che i corsi “classici”, con aula e docente, siano sempre meglio, a dire il vero. C’è da lavorare!

Ma cos’è questa crisi

 

Raccolta di tweet del sottoscritto sulle recenti vicende politiche di governo / non governo e sulle turbolenze conseguenti, soprattutto in rete.

***

Ancelotti convocato al Quirinale e Conte a cena da De Laurentiis. O il contrario… Sono un po’ confuso.

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Finisce La Corrida e comincia il Governo Conte. Un caso? Non credo.

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“Ti direi una sciocchezza” è la cosa più vera che la maggior parte di noi può dire.

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Mattarella non dà l’incarico a Salvini o Di Maio alla cieca.

“Criminale!”

Da l’incarico a Conte:

“Grande presidente!”

Rifiuta Savona ministro:

“Criminale!”

Un po’ confusi? (O ci fate?)

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  1. Sedicenti rivoluzionari che si sbattono per un “no” del Presidente della Repubblica.
  2. Bambino che piange perché gli è caduto il gelato.
  3. Automobilista multato che insulta il vigile

Trovare le differenze.

(PS: l’unico che mi fa un po’ di simpatia è il secondo)

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Eppure un po’ di #GovernoM5SLega l’avrei fatto fare, tanto per vedere quante scuse riuscivano a trovare. #hastatomattarella #hastatoilpiddi

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Tra Lega e M5S preferisco i Borbone di Napoli!

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Io farei pure il colpo di stato ma è che se torno con la camicia sporca mia moglie non sai come s’arrabbia!

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Siate conseguenziali.

Se vi sentite trattati da servi, ribellatevi!

Se pensate di essere in dittatura, scendete in piazza!

Se avete subito un torto, denunciate!

Ma basta chiacchiere, per piacere…

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Il presidente Mattarella, per alzare il rosso così su Savona e fischiare un rigore dopo l’80-mo giorno contro Conte, non facendo nascere il governo, non ha sensibilità, vuol dire che ha una pattumiera al posto del cuore!