L’umana macchina inventiva

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Scultura contemporanea a Sabaudia

Da tecnico, sono sempre più coinvolto con metodologie che tendono a guidare la risoluzione di problemi, l’ottimizzazione o la stessa progettazione di un sistema. Vanno sotto il nome di WCM, DFSS, DoE, solo per citarne alcune.

Sono tutte molto interessanti, spesso utili, qualche volta snobbate e altrettante sopravvalutate. Me ne viene un ragionamento generale che fa il paio con il mio post precedente.

I metodi servono a rendere più rigoroso il lavoro umano, la causa più frequente di errori e incertezze. Da sempre hanno per oggetto il lavoro manuale, più di recente anche quello intellettuale.

Di contro l’intelligenza artificiale ha lo scopo di rendere più elastico il funzionamento delle macchine, facendo in modo che esse reagiscano in modo autonomo e sensato allo “ambiente” in cui operano.

I punti di convergenza? Da un lato l’uomo automatico, ovvero il cyborg; dall’altro il robot-umanoide, ovvero l’androide.

Estrapolazione, gioco mentale? Si certo, ma forze non troppo. Per me il telefonino, da cui non ci stacchiamo mai, ci tiene sempre connessi e ci serve per sempre più cose, è già un embrione di cyborg.

Ancora una volta la fantascienza anticipa la realtà, nei concetti se non nelle realizzazioni e nelle conseguenze se non nei mezzi. E non stiamo ancora considerando le possibilità dell’ingegneria genetica.

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Intelligenze artificiali, i nuovi vicini

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La fantascienza parla da anni di intelligenza artificiale. Lo fa in molte salse, da quelle popolaresche dell’uomo “inghiottito” dal computer in stile Tron a quelle, più raffinate, di sistemi che si auto-evolvono verso forme imprevedibili, come i robot “positronici” di Asimov.

Ma, soprattutto in Italia, siamo carenti in cultura tecnologica, figurarsi in prefigurazioni del futuro. La fantascienza è, per opinione comune, un passatempo da bambinoni. Di conseguenza le novità tecnologiche ci sembrano chiacchiere da bar finché non ce le troviamo improvvisamente tra i piedi, senza sapere bene che farne.

L’intelligenza artificiale è un tema particolarmente insidioso, anche per il sottoscritto. Già è difficile mettersi d’accordo su cosa intendere per “intelligenza naturale”. In più l’uso dei termini è spesso fuorviante: paragonare un sistema informatico a uno biologico è suggestivo ma assolutamente arbitrario, perché non c’è nessuna vera analogia.

La definizione del computer come “cervello elettronico” è passata di moda, per fortuna. L’intelligenza artificiale non è necessariamente un tentativo approssimato di riprodurre quella umana all’interno di una macchina. Il pioniere della scienza informatica Edsger Dijkstra disse una volta: “Chiedersi se un computer possa pensare non è più interessante del chiedersi se un sottomarino possa nuotare”, ed è una delle sue citazioni più famose.

Con ciò, se ben interpreto, il luminare non voleva intendere che l’intelligenza artificiale non poteva esistere, ma che essa è un diverso approccio alle conoscenze e alle scelte conseguenti rispetto al cervello umano. Vuol dire che possono esistere macchine (computer) capaci di interpretare l’ambiente in cui agiscono, accumulare esperienza e trasformarla in conoscenze in modo da sviluppare comportamenti e strategie adatti per conseguire i propri obiettivi, e questo secondo schemi che non sono necessariamente simili a quelli umani ma sono sempre “razionali” e, probabilmente, senza presupporre il concetto di “coscienza”.

L’intelligenza artificiale ha una storia già lunga. Ha avendo impatti enormi sulla nostra esistenza, anche se abbiamo difficoltà a vederli. I “sistemi esperti”, che sono una sorta di precursori delle IA, lavorano giorno e notte e fanno scelte sensate – secondo i criteri con cui sono state progettate. Ho però la sensazione che siamo in procinto di assistere a una sua crescita esplosiva, per diffusione e potenza.

Le recenti oscillazioni dei mercati finanziari sono state attribuite, in buona parte, all’azione di “robot”. Nei commenti si parla di “complessi algoritmi” in grado di decidere in autonomia quando, quanto e cosa comprare o vendere. Immagino che “intelligenze artificiali” sia una definizione più valida. Non mi stupisce che una delle prime applicazioni sia in ambito finanziario, dal momento che la ricerca del guadagno è uno dei primi moventi delle azioni umane e i soldi attirano altri soldi, anche in forma di investimenti.

Nei prossimi anni è probabile che le vedremo un po’ ovunque, le intelligenze artificiali, palesi o mimetizzate: gestione di supporto tecnico e clienti; veicoli che si guidano, in tutto o in parte, da soli: automobili, treni, navi, aerei con “piloti automatici avanzati”; gestione di siti produttivi o parte di essi; gestione di impianti di riscaldamento e condizionamento, sempre cercando di anticipare i nostri desideri e movimenti. Sapremo sfruttarle o le vedremo come nemiche? Serviranno il genere umano o una sua minoranza? Ci aiuteranno nelle scelte quotidiane? O magari anche in quelle politiche e macro-economiche? Aumenteranno la sicurezza o anche il controllo? Cancelleranno più posti di lavoro di quanti ne creeranno? E in ambito di attività intellettuali che impieghi troveranno? Contribuiranno anche al lavoro degli ingegneri o addirittura li sostituiranno, in tutto o in parte? E per quanto riguarda gli artisti? Anche loro potranno decidere di avere un assistente virtuale nella loro attività creativa? Saranno educati suggeritori o semi-dittatori? Nascerà un nuovo luddismo? O nuove forme di dipendenza?

Spiare miliardi di connessioni telefoniche e internet non sarà più un compito impossibile, quando il “filtraggio intelligente” delle informazioni potrà essere effettuato da programmi in grado di interpretare il senso del linguaggio umano, non solo le singole parole.

Avremo magari robot fotografi e video-operatori, in grado di comprendere la scena che hanno davanti e scegliere da se inquadratura e impostazioni ideali per riprese ad effetto.

In campo militare avremo probabilmente droni armati in grado di agire in autonomia, decidendo da se anche quando fare fuoco.

È solo un piccolo esempio delle possibilità.

Di certo viviamo in un’epoca eccezionale in cui molte cose incredibili sono diventate possibili. Il recente primo volo di FalconX Heavy ha creato, nel tecnico che sono, uno stato di autentica esaltazione. È stato come vedere trasformate in realtà le scene dei racconti di fantascienza della mia adolescenza, in particolare per i vettori che ritornano a terra atterrando in verticale. Anche le immagini del manichino, in automobile scoperta, nello spazio col pianeta Terra sempre più lontano sullo sfondo, nella sua inutilità, ha in se una potente forza simbolica ed evocativa (e ovviamente pubblicitaria). Ritengo che nella progettazione e nella manovra del nuovo vettore spaziale rientrino, in varie forme, intelligenze artificiali, ad affiancare la tecnologia aerospaziale.

Aspetto all’apparenza collaterale ma fondamentale: si tratta pur sempre di programmi software. Ambiti e limiti di applicazione, criteri, vincoli e obiettivi – la morale, in pratica – sono scelte di progetto effettuate di chi le commissiona e realizza. Ci saranno margini per porre limiti legali? È il caso di ragionare già in questo senso? E poi che aspetto – e che effetto – avranno gli inevitabili bachi software e hardware?

Un altro tema caro alla fantascienza è quello degli alieni. Penso che i veri alieni li stiamo costruendo, nei laboratori informatici, e dovremo imparare ad averci a che fare.

L’intelligenza artificiale è un’opportunità e un rischio in forme diverse e più profonde di quelle che immaginiamo.

Neo-musica per vecchie frontiere cittadine

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Commercio, turismo e passeggio a Napoli

Mi sono trasferito dalla città al paese quando mi sono sposato.

Per molti è stata una follia: il centro è la civiltà, la periferia un caos indefinibile. Da un lato i servizi, dall’altro il degrado urbano. Dalla cultura al basso popolare.

A Napoli questo taglio è forse ancora più sentito che altrove: anche se paradossalmente chi abita in periferia spesso si definisce napoletano, per i “centrali” non è così. Napoli-megalopoli vive dell’eterna lotta e simbiosi fra il centro e la periferia.

Potrei approfondire il concetto e forse un giorno lo farò, ma ora preferisco soffermarmi su un altro taglio netto, tutto interno alla città: Napoli è composta da una città “alta” e una “bassa” che si intersecano fra loro come un nodo ma con confini nettissimi. Attraversando due strade si passa dal nobile al plebeo. I mondi si toccano e si vedono ma non si mescolano mai, non solo ma non si capiscono. Non ci provano nemmeno. La Napoli “bene” ha luoghi, passatempi, musica, linguaggio diversi da quella “bassa” e mutuamente incomprensibili.

Succede anche altrove, probabilmente, ma ho la sensazione che il taglio, a Napoli, sia più netto e allo stesso tempo più inestricabile. Erri De Luca dice che Napoli è una città leggendaria e forse, anche su quest’aspetto, tutto è estremizzato. Partendo da Palazzo Reale e dalle dimore nobiliari di Toledo si passa ai “bassi” umidi e oscuri dei Quartieri e del Pallonetto veramente con dieci passi.

I contatti, obbligati e frequenti, fra le due città, per strada, in metropolitana o negli uffici pubblici, sono fastidiosi per entrambe le parti. Fanno finta di tollerarsi, o meglio si ignorano reciprocamente e, alle spalle, si disprezzano per gli stessi motivi: per come parlano, per come si vestono, per come si muovono.

Canzonature rigorosamente fatte di nascosto a meno che non si voglia provocare lo scontro.

Per il napoletano del “centro bene” la periferia, come dicevo all’inizio, è un’enorme distesa informe e quasi inabitabile, popolata da alcune persone civili e folle di esseri indescrivibili. Ma i quartieri “bassi” sono considerati ancora peggio: sono impenetrabili, oscuri, ignoranti, con la propria legge primitiva.

Di contro la Napoli “alta” è considerata viziata e privilegiata dalla controparte, e pure molle, sprecona, schizzinosa, cattiva e con la puzza sotto al naso. Neanche cultura le riconoscono, spesso a ragione.

Un chiaro esempio del “taglio” che esiste è la musica. Riporto, in forma anonima, una testimonianza sui “neomelodici”, che esprimono il sentimento di queste strade molto più dei “rapper” finto-arrabbiati, e che la Napoli alta disprezza, non vuole e non può capire.

 

“Ci ho lavorato per circa 6 anni, era una vita surreale, almeno per me, mi sentivo un marziano, arrivavano soldi di continuo, ormai toccavo lo strumento solo per lavoro, e stavo in mezzo a questa gente che aveva il suo linguaggio e il suo abbigliamento, la usa musica, mi sentivo un marziano, però mi sono molto divertito.

Una volta chiesi al mio cantante dell’epoca come si ispirava e lui mi disse che lui utilizzava tre argomenti base: la malavita, l’amore e le corna, e quindi le vrenzole mentre facevano i servizi [di casa] dovevano imparare le sue canzoni e poi chiamarlo alle cerimonie.

Oltre ai guadagni avevamo come “benefit” un telefonino e un’Audi. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere di chi fossero”.

Il mito del manager

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New York: la “patria” del manager di successo!

Negli anni ’80 dello scorso secolo è nato, almeno in Italia, il mito del “manager”.

Me lo ricordo bene, come tutte le cose che ti succedono dall’adolescenza fino alla prima giovinezza.

La parola “gestore” sapeva di burocratico e non rendeva l’idea. Il “manager” della fantasia popolare guadagnava, decideva, era rampante e arrogante, aggressivo e ammirato, perennemente giovane e griffato, sicuro di se fino a essere volgare. Decisionista: manovrava persone e capitali con velocità e sicurezza. Non aveva scrupoli ne remore. Era l’immagine del successo immediato: tutto e subito. Abiti firmati, Rolex al polso, telefonino che non era ancora smartphone, auto di lusso in procinto di diventare SUV e tutto il corollario di viaggi, ville, yacht, belle donne e quant’altro.

Fu coniata in quei giorni la parola “Yuppies”, giovani di successo ritratti, malamente ma efficacemente come sempre, dai film della commedia all’italiana. Diversi amici mi obiettavano in faccia che era inutile studiare: bastava buttarsi, investire, tirare su la fabbrichetta, giocare in borsa o darsi alla compravendita spregiudicata. Tutto quello che serviva erano poche nozioni, spavalderia e un piccolo capitale iniziale. I veri soldi erano lì, tanti e pronti per chi aveva abbastanza coraggio e pelo sullo stomaco per afferrarli.

La convinzione dell’importanza magica del manager creatore di ricchezza, se comprensibile tra gli adolescenti, lo era meno nell’impresa, eppure c’era. Tutti gli investimenti erano per accaparrarsi il gestore ideale, osannato e riverito dopo le prime vittorie, ricoperto di soldi e “benefit”, altro termine che cominciavamo a capire e che a noi italiani piaceva molto, perché faceva rima con “esentasse”. Le imprese pubbliche seguivano a ruota, anche se in quell’ambiente la spartizione politica e clientelare rimaneva la logica principe. Pochi soldi invece per la “ricerca e sviluppo”, termini adatti solo ad accaparrarsi qualche soldo pubblico sparso a pioggia.

Il mito del manager si poggiava su una crescita economica di cui nessuno voleva vedere la fine, sul mito della borsa globale, capace di creare denaro facendo girare denaro, e su un altro mito, quello del successo incrollabile della piccola e media impresa italiana (più piccola che media, per la verità, e sempre sotto-capitalizzata), che esportava grazie ai bassi costi consentiti dall’inflazione della Lira. I due miti citati sono crollati rapidamente, nell’arco di un decennio o giù di lì, e la colpa è stata molto più della Cina che dell’Euro. Le “bolle” in borsa scoppiavano una dopo l’altra e più grandi erano più in fretta collassavano. Gli artifici finanziari finivano per incartarsi su se stessi, a danno di molti e vantaggio dei soliti pochi. Battere la concorrenza tedesca sul prezzo era possibile, quella francese sulla qualità anche, ma attaccare l’industria cinese su prezzo e quantità era (ed è) inconcepibile. La maggioranza di quei giovani che sognavano la carriera rampante sono diventati impiegati, docenti, negozianti o, al più, piccoli professionisti.

Ma, come tutti i miti, anche quello del manager d’assalto è duro a morire. Ancora oggi incontro tanti ragazzi neo-laureati che non vedono l’ora di abbandonare le materie tecniche dei banchi d’università per diventare “manager” e scalare gli organigrammi delle imprese. E molte di queste ultime, in effetti, continuano a privilegiare i ruoli gestionali a quelli tecnici nella carriera e nelle retribuzioni.

Nel mio caso, per fortuna, devo riconoscere che non è stato così: ho scelto da subito di fare il tecnico, per vocazione, accettando il rischio di una carriera lenta, e invece sono stato ricompensato con sufficienti soddisfazioni, riscontri e sfide che mi danno il piacere di andare al lavoro ogni giorno.

La gestione è un compito importante, direi anche fondamentale, ma non autonomo ne tantomeno esclusivo. Il gestore ha senso se c’è qualcosa da gestire, ovvero persone che compiono un lavoro diretto e lo sanno fare bene. Diversamente il “manager” si riduce a un produttore di chiacchiere e venditore, magari ben retribuito.

Fastidio ovvero parole a caso

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“Ma che hai da guardare?” Piazza Dante – Napoli

Non solo l’uso dell’inglese a casaccio, già altrove menzionato, ma anche certo italiano mi da fastidio. Qualche esempio.

“Odio” / “Amore”: gli astratti più astratti possibile per non dire qualcosa di concreto. In cosa si materializzano, cosa gli da sostanza? Non che vadano banditi del tutto ma sono abusati e, il più delle volte, messi a sproposito. “Basta l’amore” è come dire “cominciamo così perché ci piace e ne abbiamo voglia e speriamo che vada a finire bene”.

“Militare”. In una squadra di calcio? Ma stiamo scherzando? Poi venitemi a parlare di tifo violento.

“Umiliato in diretta…”, “Umilia il giornalista…”. Sul web si usa solo “umilia”, vocabolo volgare e cattivo che degrada chi lo usa. Quando lo leggo mi giro dall’altra parte. “Prende in giro”, “sfotte” o anche “insulta” non acchiappano abbastanza click? Non sono abbastanza faziosi? Datevi una calmata.

“Mai” e “sempre”. Con le varianti indefinita: “sempre più” e menzognera: “mai più”.

In generale non mi piace l’uso dell’astratto al posto del concreto, l’infinito del verbo al posto del sostantivo, finta profondità che non esprime nulla di originale. Non esiste “l’andare a lavorare”, esisto io che vado al lavoro. Non dire “il partire mi da sensazioni…” ma “quando parto mi sento…”. Il politichese ha corrotto anche il linguaggio parlato.

I grandi dubbi… Parte terza!

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Dopo il grandioso esordio e la parte seconda, eccoci alla terza fantastica serie dei nostri ineffabili dubbi esistenziali!

***

Collimare significa?

  1. Tagliare con lima
  2. Andare dalla collina al mare.

Un sottufficiale può occuparsi di affari generali?

Per inventare le fette biscottate hanno provato anche quelle scottate e quelle triscottate?

Volta chiudeva a chiave le pile? (Da cui la famosa chiave di Volta).

Un virus informatico ti mette di fronte al fatto computer? O rende fatto il computer?

Un vero pigro può volare solo in deltapiano?

Posso considerare la tua patata uno youtuber?

Una festa civile è quella in cui non si distrugge la casa?

I vandali in TV guardavano Italia Unno?

Un igloo che si scioglie diventa un i-glu-glu?

Un esperto di agrumi è un esponente di spicchio del suo settore?

Si può dire che l’inventore della Bic è uno che ci ha lasciato le penne?

Uno molto regolare nell’andare a bagno si può definire un orologio a pupù? (Questa è la mia preferita).

Un ghiro che disegna fa un ghiro goro?

Se sono dipendente di un’azienda sono indipendente da tutte le altre?

Uno studente di geologia potrebbe arenarsi sull’arenaria?

Un contadino può commettere abuso di podere?

Fastidio ovvero l’inglese a caso

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Capitali del mondo

Quando vi dicono “È un’espressione anglosassone intraducibile in italiano” quasi sempre chi parla è uno con scarsa dimestichezza con l’italiano o molta voglia di darsi un tono e spesso è in malafede Qualche esempio.

 

Secondo me la maggior parte delle “Session di team building con workgroup, experience sharing e coaching” sono meno efficaci di una birretta tutti assieme.

 

Lavoro in “body rental”… Solo a me fa pensare a un certo tipo di lavoro, diciamo molto antico?

 

Giocatori: perché “quest” al posto di sfida, compito o impresa?

 

“Questioni che richiedono un follow-up continuo. Da qui un altro dei target della struttura”. Usate l’italiano! Attenzione / proattività; obiettivo / scopo.

 

“Quest’assett è un pillar per il progetto”. Attività/compito; pilastro/colonna. Facile no?

 

Descrivendo un lavoro teatrale: “La voce ironica di una crew di donne”. Dire squadra faceva schifo?

 

“Powerbank” a quanto pare suona meglio di “accumulatore” o “batteria tampone” e sembra una cosa più avanzata.

 

“Il futuro del Web è il mobile wireless device”: il futuro della rete è nei dispositivi mobili senza cavi.

 

Sul lavoro: “Modifica della shape della valvola”. Forma. Semplicemente forma. Porca miseria.

 

Cercano fotografie per un “Contest open call”: ovvero gara/competizione/concorso sempre aperto.

 

Alcuni esempi dalla rivista di bordo degli aerei Alitalia

  • “La factory si trova…” nella tua testa: fabbrica, stabilimento, officina!
  • “Un modo cool”. Puro italiondo: non l’ho trovato nella versione in inglese del testo.
  • Prodotti con prestigiosa “Finitura rubber”, ovvero banale superficie gommata.
  • Profumo con “Refill da 25 cl”. Ricarica, porca miseria, ricarica!

“Per gli amici pelosetti”

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Istantanea di un’estate

L’ho visto scritto a mano su un foglio, piazzato sopra una scodella di plastica piena per metà d’acqua, all’ingresso di un pub. Un modo economico per accaparrarsi simpatia cavalcando una delle tante catene animaliste di moda sul web. Volutamente non si distingue fra randagi e “proprietari”: cani e gatti sono tutti uguali!

Non sono contrario ma mi suona un po’ troppo sdolcinato e facile e per questo fastidioso. Sarei più d’accordo con una frase del tipo:

“Per quelle brutte bestie che vi portate dietro”.

Inteso in senso ironico ovviamente: non ho nulla contro cani e gatti e li ho sempre trattati bene, anche se non so ben relazionarmi con loro. L’unica controindicazione sarebbe che molte signore penserebbero ai loro compagni umani, prima che agli animali.

La ciotola si accompagna a altre novità animaliste del mese, come il passeggino per cani (!) e il cane minuscolo rigorosamente in braccio o nella borsa, con la testolina che fa capolino vezzosamente.

Lo accompagnerei anche con un po’ di cibo, tanto per rendere la cosa meno facile ed economica: se c’è il sentimento dev’esserci anche l’impegno, e che cavolo!

Non è che vorrei per forza contrapporre umani e animali, ma propongo un’idea complementare: una bella colonna di panini e bottigliette gratis con un cartello che dica:

“Per i nostri amici poveri”.

Così, senza nemmeno distinguere fra italiani e stranieri, bianchi e colorati, clandestini e regolari.

Solo che non si può. L’italiano medio si slancerebbe all’assalto anche se avesse appena finito di pranzare. Più ancora, al primo nero che stendesse la mano il sensibile di turno scatterebbe una foto con il telefonino per pubblicarla al volo con la nota “Ecco guardate gli immigrati che rubano il pane agli italiani!”, magari tutto in maiuscolo e con qualche opportuno errore sintattico.

E allora bisognerebbe distinguere:

“Per i nostri amici umani che hanno fame o sete, ma che siano italiani o almeno immigrati regolarmente, preferibilmente non Rom, di colore va bene purché non siano in maggioranza, non arrivino per primi e siano vistosamente deperiti, con spiccata preferenza per i minori, gli anziani italiani senza pensione o con la minima passano avanti a tutti. Non più di un panino e mezza bottiglietta a testa. I panini per gli italiani non contengono olio di palma, gli altri non si sa”.

Gli animali sono tutti uguali, gli esseri umani no!

Marialba e il Telepass

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Mia nipote ha sei anni (e mezzo), un’intelligenza vivace e una notevole prontezza di risposta. Una mattina siamo nella mia auto con i suoi genitori e mia moglie per una piccola gita. Passo il casello dell’autostrada con il Telepass.

“Zio, non ti fermi a pagare?” Il tono è sul preoccupato.

“No, ho il Telepass”, e intanto le indico orgoglioso l’apparecchietto attaccato al parbrezza, “hai sentito che ha suonato?”.

“Papà, Papà fai anche tu il Telepass così passi senza pagare!”

Risatina accondiscendente, poi le spiego: “Guarda che non è proprio così, il Telepass segna tutte le volte che passo e poi pago tutto insieme”.

Mia nipote ci ragiona su un momento, poi riprende: “Papà, fai il Telepass, così quando vai in autostrada paga sempre zio!”.

Diesel o non diesel, questo è il dilemma

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L’automobile che ha donato liberta di movimento a tanti italiani (e non)

L’orientamento normativo per l’anti-inquinamento è chiaro: il diesel è sempre meno desiderato e sarà messo alle corde con requisiti sempre più stringenti, perché bisogna spingere su trazione elettrica e sull’ibrido elettrico-benzina. Lo chiedono l’ambiente, l’opinione pubblica, gli stati nazionali e gli enti sovranazionali. Tutto bello, sulla carta: il diesel è sporco, puzzolente e rumoroso, l’elettrico pulito e silenzioso. Non fosse che, negli ultimi decenni, si è riusciti a far evolvere il motore diesel in misura tale che è ora piacevolissimo da usare, altamente efficiente e affidabile. Dall’aspirato al turbo fino all’iniezione diretta e alla multi-iniezione, il diesel si è trasformato da un propulsore “da trattore” in un gattone elegante, potente e raffinato: penso che, se un giorno dovesse davvero sparire, mancherà molto a una fascia non troppo ristretta di automobilisti tradizionalisti.

Sono del parere, peraltro condiviso da tanti, che il motore elettrico, in se, sia il propulsore ideale. Ha una serie di indubbi privilegi: rendimento altissimo; coppia massima a zero giri: dà tutto e subito; affidabile, leggero e compatto come oggetto isolato. Il problema resta tutta l’elettronica di cui ha bisogno e soprattutto le batterie: quelle al litio sono state un grande passo avanti, ma non basta: facendo i debiti conti e anche mettendo nel calcolo il maggiore rendimento del propulsore elettrico rispetto a quello termico, tutto il pacco di una vettura ibrida attuale è equivalente a tre-quattro litri di combustibile fossile. Questa mi sembra un’adeguata risposta a quanti – soprattutto laureati all’Università della Vita, di Google e dei Blog – insistono nel dire che l’auto elettrica “non si fa a causa della lobby dei petrolieri”.

L’elettricità, in aggiunta, deve essere prodotta da qualche parte e quanta ne viene da fonti rinnovabili? E quanta energia elettrica si perde nelle linee di trasporto? Quando pesano queste sull’ambiente?

Per completare il discorso non mi citate l’idrogeno, che è di ancora più difficile produzione e gestione. Benzina e gasolio, nonostante tutte le evoluzioni tecnologiche fatte, restano le soluzioni più pratiche e di ampia misura, questo è tutto.

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L’autotrazione è anche emozione e affari

L’altro dubbio mi viene dalla sbandierata ecologia delle architetture elettriche e ibride, automobili verdi e amiche dell’ambiente in tutti gli spot pubblicitari: nei calcoli di impatto ambientale si tiene davvero conto di tutto, compresa la produzione delle batterie al litio e il loro smaltimento a fine vita?

E anche, quanto può potenzialmente costare al cliente un fermo auto di una vettura elettrica, quando magari l’unica riparazione possibile è la sostituzione pura e semplice di una buona porzione di elettronica?

Secondo me sarebbe più sensato, nel breve e medio termine, investire sui combustibili gassosi: GLP e soprattutto metano. C’è tanto da sviluppare, riguardo alle bombole, alla gestione del carburante e anche all’ottimizzazione dei motori, che ora sono essenzialmente solo adattati a questi carburanti.

Tutto arriverà eventualmente a un equilibrio, come sempre, e anche quello sarà temporaneo. Il tira-e-molla di tanti interessi contrapposti arriverà a un compromesso. Molti problemi saranno risolti con l’esperienza e il duro lavoro dei tecnici. Il mercato e gli utilizzatori troveranno il modo di convivere con i restanti o di aggirarli. Forse il concetto stesso di automobile privata sarà destinato a sparire o a cambiare radicalmente, obbligando un enorme comparto industriale a una difficile riconversione e una vasta popolazione a modificare i suoi stili di vita. Difficile ma non impossibile: gli esseri umani continueranno ad aver bisogno di spostarsi e di muovere oggetti, in qualche modo.

In più, direi che sarà meglio non metterlo da parte del tutto, il vituperato motore termico, sporco, ruvido e rumoroso ma dannatamente semplice e iper-collaudato, perché in momenti di crisi vera, negli eventi drammatici in cui le infrastrutture vengono meno e l’importante diventa sopravvivere e ricostruire, ancora per molto tempo a venire non ci sarà nulla di più sicuro e affidabile di un bel quattro cilindri diesel aspirato a scarico libero. Il re dei motori termici potrebbe essere spodestato, ma non è morto e non sarà dimenticato.

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Doppio diesel agricolo, quasi indistruttibile