La grande corsa

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Sono continuamente in corsa contro il tempo.

Penso che sia la condizione comune dell’essere umano.

L’età, le ore del giorno, le stagioni, il buio incombente o la prima luce. Da sempre.

Non è la vita moderna, i nostri antenati lavoravano senza sosta peggio di noi. Sono cambiati i nomi: appuntamenti, scadenze, tempi di consegna.

E poi, più di recente, connessioni, attese di risposta, tempi di elaborazione dei computer.

C’è sempre poco tempo per quello che si vuole fare. Poco margine di scelta. La necessità occupa i giri d’orologio.

Sono sempre più convinto: il più grande lusso non è il denaro, ma il tempo da spendere a proprio piacimento. La più grande cultura capire cosa è davvero importante (e non urgente) e trovarne il tempo.

Ce n’è talmente tanto poco, di tempo veramente libero, nell’arco della vita, che molta gente, quando ne ha, non sa più che farsene. Preferisce il lavoro, le commissioni, gli impegni: in breve i doveri. In alternativa cerca l’intrattenimento preconfezionato: le serie pay-TV, i video giochi, le slot machine, ovvero inattività o azione guidata.

Gli obblighi sono più semplici e, per molti versi, meno intellettualmente impegnativi, della libertà.

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Frammenti di libertà

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Assunzione di base:

Il momento della scelta è l’unico vero della libertà.

Conseguenze:

È libero chi ha delle alternative.

È intelligente chi trova delle alternative dove altri non ne vedono.

Usa bene la propria libertà chi ha criteri per scegliere.

Per cui:

Chi è più intelligente è più libero.

Chi è più povero è meno libero.

Chi è più coraggioso è più libero.

Chi sa di più è più libero.

(Corollario: chi ha più pregiudizi è meno libero).

Chi è più pigro è meno libero, perché si preclude opzioni.

Scopo del governo:

Aumentare la libertà dei singoli cittadini.

Sicurezza, sanità, stato sociale rientrano, a mio avvisto, in quest’ambito, perché garantiscono la tranquillità del cittadino e quindi la libertà di vivere come preferisce, nel rispetto delle leggi ovvero della libertà e sicurezza degli altri.

Lavoro, gioco e cattiveria

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Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Mi ricordo che, quando fui costretto a fare il servizio militare, “fare finta di essere un soldato vero” mi aiutava a passare meglio le giornate. Anche se, alla fine, era tutto o quasi una simulazione.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco”, oltre a renderlo fruttuoso, è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone, o almeno una buona parte, sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano di commettere del male si è portati a commetterlo con pochi o nessuno scrupolo di coscienza. Le regole scaricano la responsabilità: lo si vede in tutti i regimi totalitari e in tante condizioni che mettono qualcuno al di sopra di qualche altro. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare un uomo in un kapò quasi nazista, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

Quello che

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Iniziamo il 2018 in versi. Come sempre, richiedono lettori pazienti. In un certo senso, contiene dei propositi.

***

Quello che non ho

È la forza di crederti contro me stesso,

La mania di forzare il destino e il suo passo,

L’avidità per sacrificare il presente al possesso,

L’incoscienza di chi, fatto il danno,

Dorme con sonno di sasso.

.

Quello che non ho più

È la pazienza inerte d’aspettare

Il meglio che non ha voglia di venire

E la volontà di sforzarmi per assecondare,

Ancora, quelli che non vogliono cambiare

– Moventi gravi del mio passato errare –

.

Quello che mi resta

È l’appetito di lieve vita,

Variegata d’affetti a tratto di matita,

Una maglia di passioni mista e intricata

E un impegno quotidiano di lunga durata,

Che assaporino di senso i minuti e la giornata.

.

Quello che ho ritrovato

E’ ciò che non potrò mai cambiare,

In me, per sopravvivere, un’esigenza

Che m’impone d’affrontare

L’inerte e il vecchio, di scalzare

Gli ostacoli a una più onesta sussistenza,

Come scorie che opprimono il cuore.

Un’ottusa, irragionevole insistenza

A faticare ogni dì, realizzare con pazienza,

Con lenta, ottusa, quotidiana coscienza,

Qualcosa che abbia dignità di restare.

.

Quel che mi ha trovato

È un amore un po’ stonato,

Che non l’annega, ma dà senso al resto

Ed è motivo per cui, non inerte, resto!

Come una pozza di pace liscia,

Fresco e piccolo, che non spiega

Il baratro nero dove la vita si lascia,

Ma scorre nell’orcio del cuore, a sorso e goccia.

È una speranza che ritrovo a ogni piega

Della vita e a cui m’unisce una fascia

Forte, come quella che mi lega

A questa pazza, compagna d’amore, che non mi lascia,

Beato me.

Danzante

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Anche in quest’epoca informatica, le pratiche possono richiedere molto tempo e tanta carta. Aspetto con pazienza, seduto su una sedia imbottita davanti alla sua scrivania. Ma, se le incombenze sono tediose, nulla vieta di portarle a termine con eleganza, il che è già un bel passo avanti. La collega G. digita al computer come se danzasse con le dita. È uno spettacolo I polpastrelli saltellano eleganti da un tasto all’altro, lievi e veloci, sfiorandoli appena, rialzandosi subito lievi e descrivendo armoniosi archi nell’aria prima di toccare la lettera successiva. La tastiera è di quelle moderne, con tasti bassi, piatti e squadrati che invitano al tocco leggero, non quelli a corsa lunga e con l’appoggio concavo, adatti ad essere pestati. Secondo me da piccola G. voleva fare la ballerina.

I grandi dubbi… Parte terza!

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Dopo il grandioso esordio e la parte seconda, eccoci alla terza fantastica serie dei nostri ineffabili dubbi esistenziali!

***

Collimare significa?

  1. Tagliare con lima
  2. Andare dalla collina al mare.

Un sottufficiale può occuparsi di affari generali?

Per inventare le fette biscottate hanno provato anche quelle scottate e quelle triscottate?

Volta chiudeva a chiave le pile? (Da cui la famosa chiave di Volta).

Un virus informatico ti mette di fronte al fatto computer? O rende fatto il computer?

Un vero pigro può volare solo in deltapiano?

Posso considerare la tua patata uno youtuber?

Una festa civile è quella in cui non si distrugge la casa?

I vandali in TV guardavano Italia Unno?

Un igloo che si scioglie diventa un i-glu-glu?

Un esperto di agrumi è un esponente di spicchio del suo settore?

Si può dire che l’inventore della Bic è uno che ci ha lasciato le penne?

Uno molto regolare nell’andare a bagno si può definire un orologio a pupù? (Questa è la mia preferita).

Un ghiro che disegna fa un ghiro goro?

Se sono dipendente di un’azienda sono indipendente da tutte le altre?

Uno studente di geologia potrebbe arenarsi sull’arenaria?

Un contadino può commettere abuso di podere?

Il noioso, questo… conosciuto!

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È un incontro frequente della vita quotidiana e anche dell’esperienza lavorativa. Eccolo che ti si siede di fianco, ancora una volta, a mensa, o si accosta alla tua scrivania per chiederti qualcosa. Non puoi certo mandarlo via ma speri in un miracolo. È il noioso, quello che ti farà perdere tempo a discutere gli infiniti dettagli di una questione a caso, già trita da tempo; o che per raccontare un fatto qualsiasi parte dall’antefatto di mesi e mesi prima; o che ti chiederà conferma per l’ennesima volta sempre della stessa cosa che già gli hai detto non sai più quante volte; o che ride sempre delle stesse battute che ha già ripetuto ancora e ancora.

Credo che sia sottovalutato il danno arrecato dalle persone noiose. Fanno perdere tempo, che non è denaro perché non può più tornare indietro, ma non è tutto qua. Tolgono la voglia di fare. Avviliscono l’umore. Smorzano gli entusiasmi e riconducono discorsi e attività sul banale e sul già visto.

Il problema di base è che il noioso non si rende conto di essere tale. Tu acceleri le risposte, cerchi di arrivare alla conclusione, giri la testa dall’altra parte, fai un passetto di lato, prendi carte o muovi il mouse per mostrare che hai anche altre cose da fare, ma lui niente: non coglie i messaggi, continua imperterrito sulla sua strada, fino alla fine.

Il noioso è, per prima cosa, resiliente all’ambiente esterno.

Tuttavia bisogna distinguere: esistono molti tipi di noioso.

Il noioso-ottuso è quello che insiste sempre sugli stessi aspetti semplicemente perché, in fondo, non li capisce. Si può confondere, ma non è la stessa cosa, con il noioso-pigro, che invece le cose potrebbe capirle benissimo ma non ne ha voglia.

C’è il noioso-pauroso, quello che insiste a oltranza su ogni dettaglio per il terrore delle conseguenze di una scelta qualsiasi. A volte è un tipo sveglio ma estremamente insicuro.

Poi c’è il noioso-saccente, che nella più semplice e trita delle questioni deve dimostrare di saperne di più, tirando fuori micro-cavilli, pseudo-conoscenze, casi particolari e potenziali problematiche emerse una sola volta più di sette anni prima e che solo lui ricorda. Si può disquisire con lui del dimensionamento di una molla a spirale fino ad arrivare alla fisica dei quanti.

Qualche volta ci sin può imbattere perfino nel finto-noioso. Si tratta dell’unica persona che insiste a indicare la cruda realtà in un ambiente in cui vige la regola di abbandonarsi alle illusioni o di lasciarsi vivere. Potremmo definirlo il noioso-profeta, che, come Cassandra o i profeti biblici, sperimenta insofferenza e persecuzioni in patria, invece della giusta considerazione che meriterebbe.

Come aver a che fare, in generale, con il noioso? Con molta pazienza, ovviamente, ed umiltà per cogliere quello che può avere di giusto da dire. Soprattutto trovandogli la collocazione ideale, cioè il ruolo – di vita o lavorativo – in cui la sua costanza e precisione siano di vantaggio e non di danno – o almeno non eccessivo.

Infatti esiste, a nostro umile parere, perfino il noioso-utile – eh si, sembra impossibile ma c’è – quello che serve a mantenere l’ordine. Potremmo chiamarlo il noioso pedante o noioso burocratico che, se messo in condizioni di non nuocere troppo, garantisce che ogni cosa venga fatta secondo le regole. Questo noioso, nella giusta misura e posizione, è indispensabile nelle organizzazioni, a patto che non abbia troppo potere. Ma, come per tutte le altre categorie di noiosi, bisogna assolutamente tenerlo lontano dai processi di innovazione: ne è il nemico giurato.

Verità scomode per un ingegnere

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“Se aspetti di sapere tutto, non costruirai mai nulla” (Auto cit.)

Dopo aver raccolto qualche nota generale sul lavoro (chiaramente incompleta e magari un giorno ci tornerò sopra), ragionato di nero e aver scritto anche una poesia, passo ora a alcune considerazioni specifiche per ingegneri, come il sottoscritto, e tecnici specializzati in generale, pensando soprattutto a quelli che lavorano in area di progettazione. Eccole qua in un simpatico elenco puntato.

  • Il mondo è non lineare, fattene una ragione;
  • No, non è lineare nemmeno quel fenomeno che stai pensando tu, mi dispiace;
  • La linearizzazione dei problemi è, nella migliore delle ipotesi, una pietosa bugia;
  • Tutti i modelli di calcolo, anche quelli da super-computer, sono delle fantasiose linearizzazioni della realtà. Nulla più.
  • Non mi pare che Einstein abbia impiegato colorate animazioni tridimensionali per illustrare la teoria della relatività;
  • I metodi rigorosi sono inapplicabili e quelli approssimati inaffidabili. La via di mezzo è molto, molto sottile;
  • Ogni aumento della capacità di calcolo dei tuoi computer sarà saturato in un tempo brevissimo;
  • Seguire un corso non ti rende esperto, impazzire sui problemi si;
  • Qualche volta l’esperienza consente di andare più avanti delle equazioni, ma raramente, non di molto e c’è poco da esserne orgogliosi;
  • Il valore pratico di un risultato è raramente legato alla complessità della procedura: un foglio Excel ben impostato è spesso più utile di una lunga simulazione al computer;
  • Risolvere un problema è solo un piccolo passo verso la comprensione del fenomeno;
  • Chi risolve i problemi riceve gli applausi; chi evita che si verifichino non se lo fila nessuno, eppure fa guadagnare molto, molto di più;
  • La patente di rompiscatole somiglia a quella di lavoratore altamente efficiente: alle volte capi e colleghi fanno confusione, in entrambi i sensi;
  • Gli americani saranno sempre favoriti perché imparano l’inglese da piccoli;
  • Pensare in ottica cliente è importante, ma non se immagini che siano tutti degli stupidi incompetenti;
  • Se aspetti di sapere tutto, non costruirai mai nulla;
  • Questa è una delle infinite varianti della legge di Murphy, l’ho letta da qualche parte, molto tempo fa, e mi sembra adattissima al caso: “L’inferno è quel posto dove tutto supera i collaudi ma nulla funziona”.
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In ogni epoca c’è stato chi ha lavorato di precisione (e ha lasciato qualcosa).

Riflessioni sciolte sul lavoro

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Un’immagine dal Museo di Pietrarsa

Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Lo compresi durante il servizio militare: le giornate passavano meglio se “facevo finta” di essere davvero un soldato.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco” è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa, un po’ come il sale in cucina. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano del male molti sono indotti a commetterlo con poco o nessuno scrupolo di coscienza. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare uomini comuni in kapò quasi nazisti, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

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C’è un momento della giornata in cui decidi se renderla speciale o farla trascorrere come tutte le altre.

Gran parte della retorica che circola nei social ti indurrebbe a ritenere corretta la prima scelta, e a sentirti moderatamente in colpa ogni volta che propendi per la seconda opzione. La questione raramente affrontata però è che il mondo non va avanti con sole giornate gloriose, ma ha bisogno di un gran numero di quotidianità ordinariamente produttive. Non solo di scelte eroiche e vistose ma anche di coerenza spicciola e coraggio quotidiano.

Una volta nel mio lavoro mi sono definito un “Man in Black”, perché la quasi totalità di esso avviene dietro le quinte. Dovrebbe essere quasi un’ambizione dei tecnici, una scelta etica, quella di essere invisibili al “grande pubblico”: l’ideale è che emergano solo le soluzioni, perché tutto il resto sono problemi.

\-/-|-\-/

Suggerimenti – tra il faceto e il serio

  • Un quarto d’ora d’impegno dopo un’ora di cazzeggio basta a mettere a posto la coscienza;
  • Rompere le scatole al prossimo per fargli fare qualcosa che ti torna utile è quasi sempre una buona idea;
  • Far lavorare il prossimo è più utile per la carriera che lavorare in prima persona;
  • Gestisci le scadenze come se avessi sempre una fila di impegni arretrati.

I grandi dubbi… Parte seconda

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Siracusa

La storia di un’autostrada comincia con: “c’era una svolta”?

 

La miss dei servizi segreti si chiama… Omissis?

 

I tossicodipendenti li mandavano in esilio sull’isola d’Erba? O a Canne? O magari alle Cannarie?

 

Le veterane sono anfibie anziane?

 

Un delinquente male accompagnato può essere definito un reo con fesso?

 

Perché si chiama doping se si deve prendere priming della gara?

 

Autoreferenziale è un’automobile con il curriculum?

 

Il circolo virtuoso è quello in cui non si servono alcolici?

 

Un’attrice porno in sciopero non mette bocca?

 

Per sbaglio i genitori di Rocco Siffredi lo iscrissero allo Zecchino Duro?

 

Una strega che manda maledizioni tramite lo smalto per unghie fa manifattura?

 

Se un fruttivendolo parla male di un altro è tutta una questione d’indivia?

 

Gli indiani al ristorante pagano il conto alla Nirvana?

 

Se alle mie sette piante ne aggiungo una faccio un otto botanico?

 

I Crociati viaggiavano con le barre porta-turco?

 

Se prendi un pezzo dal lotto… Ne restano sette?

 

Chi commercia insetti è un pest-seller?