Verità scomode per un ingegnere

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“Se aspetti di sapere tutto, non costruirai mai nulla” (Auto cit.)

Dopo aver raccolto qualche nota generale sul lavoro (chiaramente incompleta e magari un giorno ci tornerò sopra), ragionato di nero e aver scritto anche una poesia, passo ora a alcune considerazioni specifiche per ingegneri, come il sottoscritto, e tecnici specializzati in generale, pensando soprattutto a quelli che lavorano in area di progettazione. Eccole qua in un simpatico elenco puntato.

  • Il mondo è non lineare, fattene una ragione;
  • No, non è lineare nemmeno quel fenomeno che stai pensando tu, mi dispiace;
  • La linearizzazione dei problemi è, nella migliore delle ipotesi, una pietosa bugia;
  • Tutti i modelli di calcolo, anche quelli da super-computer, sono delle fantasiose linearizzazioni della realtà. Nulla più.
  • Non mi pare che Einstein abbia impiegato colorate animazioni tridimensionali per illustrare la teoria della relatività;
  • I metodi rigorosi sono inapplicabili e quelli approssimati inaffidabili. La via di mezzo è molto, molto sottile;
  • Ogni aumento della capacità di calcolo dei tuoi computer sarà saturato in un tempo brevissimo;
  • Seguire un corso non ti rende esperto, impazzire sui problemi si;
  • Qualche volta l’esperienza consente di andare più avanti delle equazioni, ma raramente, non di molto e c’è poco da esserne orgogliosi;
  • Il valore pratico di un risultato è raramente legato alla complessità della procedura: un foglio Excel ben impostato è spesso più utile di una lunga simulazione al computer;
  • Risolvere un problema è solo un piccolo passo verso la comprensione del fenomeno;
  • Chi risolve i problemi riceve gli applausi; chi evita che si verifichino non se lo fila nessuno, eppure fa guadagnare molto, molto di più;
  • La patente di rompiscatole somiglia a quella di lavoratore altamente efficiente: alle volte capi e colleghi fanno confusione, in entrambi i sensi;
  • Gli americani saranno sempre favoriti perché imparano l’inglese da piccoli;
  • Pensare in ottica cliente è importante, ma non se immagini che siano tutti degli stupidi incompetenti;
  • Se aspetti di sapere tutto, non costruirai mai nulla;
  • Questa è una delle infinite varianti della legge di Murphy, l’ho letta da qualche parte, molto tempo fa, e mi sembra adattissima al caso: “L’inferno è quel posto dove tutto supera i collaudi ma nulla funziona”.
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In ogni epoca c’è stato chi ha lavorato di precisione (e ha lasciato qualcosa).

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Riflessioni sciolte sul lavoro

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Un’immagine dal Museo di Pietrarsa

Ogni lavoro è un po’ un gioco di ruolo e, a seconda dell’indole, ognuno lo vive più o meno come tale. A me sembra che viva meglio chi s’immerge un po’ di più nel personaggio, ovviamente senza esagerare.

Lo compresi durante il servizio militare: le giornate passavano meglio se “facevo finta” di essere davvero un soldato.

Una delle responsabilità di chi organizza o gestisce questo “gioco” è di fare in modo che esso contenga quanta meno cattiveria possibile. Una piccola dose è necessaria, ma non troppa, un po’ come il sale in cucina. Bisogna evitare che lo scopo del gioco sia prevaricare il prossimo, interno o esterno all’organizzazione, o che il successo, quale che esso sia, passi necessariamente per tale atto.

E’ importante perché le persone sono mediamente portate a rispettare le regole, soprattutto se questo porta un premio, e se queste regole comportano del male molti sono indotti a commetterlo con poco o nessuno scrupolo di coscienza. Esperimenti hanno dimostrato che è relativamente semplice trasformare uomini comuni in kapò quasi nazisti, con i giusti condizionamenti ambientali e personali.

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C’è un momento della giornata in cui decidi se renderla speciale o farla trascorrere come tutte le altre.

Gran parte della retorica che circola nei social ti indurrebbe a ritenere corretta la prima scelta, e a sentirti moderatamente in colpa ogni volta che propendi per la seconda opzione. La questione raramente affrontata però è che il mondo non va avanti con sole giornate gloriose, ma ha bisogno di un gran numero di quotidianità ordinariamente produttive. Non solo di scelte eroiche e vistose ma anche di coerenza spicciola e coraggio quotidiano.

Una volta nel mio lavoro mi sono definito un “Man in Black”, perché la quasi totalità di esso avviene dietro le quinte. Dovrebbe essere quasi un’ambizione dei tecnici, una scelta etica, quella di essere invisibili al “grande pubblico”: l’ideale è che emergano solo le soluzioni, perché tutto il resto sono problemi.

\-/-|-\-/

Suggerimenti – tra il faceto e il serio

  • Un quarto d’ora d’impegno dopo un’ora di cazzeggio basta a mettere a posto la coscienza;
  • Rompere le scatole al prossimo per fargli fare qualcosa che ti torna utile è quasi sempre una buona idea;
  • Far lavorare il prossimo è più utile per la carriera che lavorare in prima persona;
  • Gestisci le scadenze come se avessi sempre una fila di impegni arretrati.

I grandi dubbi… Parte seconda

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Siracusa

La storia di un’autostrada comincia con: “c’era una svolta”?

 

La miss dei servizi segreti si chiama… Omissis?

 

I tossicodipendenti li mandavano in esilio sull’isola d’Erba? O a Canne? O magari alle Cannarie?

 

Le veterane sono anfibie anziane?

 

Un delinquente male accompagnato può essere definito un reo con fesso?

 

Perché si chiama doping se si deve prendere priming della gara?

 

Autoreferenziale è un’automobile con il curriculum?

 

Il circolo virtuoso è quello in cui non si servono alcolici?

 

Un’attrice porno in sciopero non mette bocca?

 

Per sbaglio i genitori di Rocco Siffredi lo iscrissero allo Zecchino Duro?

 

Una strega che manda maledizioni tramite lo smalto per unghie fa manifattura?

 

Se un fruttivendolo parla male di un altro è tutta una questione d’indivia?

 

Gli indiani al ristorante pagano il conto alla Nirvana?

 

Se alle mie sette piante ne aggiungo una faccio un otto botanico?

 

I Crociati viaggiavano con le barre porta-turco?

 

Se prendi un pezzo dal lotto… Ne restano sette?

 

Chi commercia insetti è un pest-seller?

I racconti del Drago Rosso

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Ho una nipotina bellissima e monella che vuole sempre sentire da me delle storie. Ne invento un po’ e uno dei personaggi che le sono piaciuti di più è il Drago Rosso. Provo a scrivere qualcuna delle sue avventure. E’ la prima volta che mi cimento con i racconti per bambini e di certo bisognerebbe rifinire un bel po’ i testi e poi ci vorrebbe qualche illustrazione, ma a lei sono piaciuti anche così. Eccone un piccolo esempio.

Introduzione

C’era una volta un grande drago rosso che si era trasferito da poco in paese e andava a scuola con i bambini della prima elementare. Era grande e grosso, il drago rosso, ma non sapeva scrivere e fare le somme. Pensate un po’, si chiamava proprio Drago Rosso e gli piaceva tanto stare con gli altri bambini, ma proprio tanto. Peccato che fosse così grande e goffo da creare un sacco di problemi. E poi, quando si arrabbiava, gli usciva il fumo dalle orecchie e qualche volta anche il fuoco dalla bocca e allora erano problemi. Meno male che c’era la sua amica Marialba che gli voleva tanto bene e gli dava sempre dei buoni consigli.

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L’intervallo a scuola

Che bello giocare nel cortile, ma per il Drago Rosso è più difficile. Ha provato a giocare con la palla, ma correndo ha travolto lo scivolo e l’ha capovolto per terra. Il percorso a ostacoli è troppo facile: gli ostacoli affondano sotto i suoi grandi piedi e finiscono a livello del suolo! A nascondino proprio non può giocare: lo trovano subito. Così è rimasto solo solo e si annoia. Allora vede che non c’è nessun bambino sull’altalena e gli viene voglia di provare. Ci sale con attenzione. Le corte e le aste che la reggono scricchiolano per il suo peso, l’altalena si piega un po’ ma lo regge. Il Drago Rosso è contento, ha trovato un gioco che può fare come gli altri bambini. Si spinge un po’ con i piedi, prova a oscillare e sembra che tutto vada bene. Allora si spinge un po’ più forte, ma al secondo passaggio l’altalena si mette a oscillare tutta quanta con lui. Che paura, gli altri bambini stanno a guardare, le maestre e i maestri non si avvicinano. A un certo punto i piedi di dietro dell’altalena si alzano da terra e tutta l’altalena si rovescia in avanti. Il Drago Rosso finisce con il muso nella terra. Tutti i bambini attorno si mettono a ridere. Un filo di fumo gli esce dalle orecchie, per la vergogna e l’arrabbiatura. E’ triste è abbattuto e tiene la testa bassa. Gli altri bimbi sono preoccupati e anche le maestre: se gli scappa una fiammata brucia tutto! Meno male che almeno sono all’aperto. Ma Marialba, la sua migliore amica, gli si avvicina e lo accarezza piano piano sul muso, per consolarlo. Dopo un po’ ha un’idea: “Giochiamo tutti al girotondo!” dice allegra. Anche gli altri bambini si avvicinano e si prendono per mano. Così finalmente tutti possono giocare assieme e anche il Drago Rosso è contento.

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Mente e mondo

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Casa Battlo – Barcellona

Plana leggero,

Il pensiero,

Diafana nebbia d’impressioni,

Speranze, illusioni

E libere figurazioni.

Vola nello spazio immaginario

Che da se realizza e allarga,

Dove crea universi e li disgrega.

Ogni realtà imita e piega,

L’inesistente prefigura,

Riformula l’attuale a sua figura,

Di riformare il reale brama e desidera,

Preme sui propri confini, con onda e scia,

Non spinge sassi, tuttavia:

Fragile fantasma ideale,

Non esiste per il mondo materiale,

E solo percorre la sua via.

Ma con quello interagisce,

Come onde elettromagnetiche,

Che una radio percepisce

A ogni frequenza, magnetiche,

E amplifica fino a renderle suoni:

Le mani,

Come antenne per le tensioni dei neuroni,

Tramite il conduttore della coscienza arbitra,

Producono l’illusione di alterare il mondo

E la realtà di cambiare il se.

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I grandi dubbi…

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L’attrice protagonista di un film porno è una ragazza montata?

In un concorso di cuochi bisogna rispondere a domande di cottura generale?

Un cuoco che muore lo espongono nella camera al dente?

Un vegan può uscire fuori di seitan?

I calzolai moderni sono ancora in grado di fare lo zoccolo duro?

Una mattina di cielo limpido è una prima visione assolata?

Un pittore ecologico dipinge con i pennelli solari?

L’ultimo stadio è dove si gioca la finale di campionato?

In un centro tricologico, per mandare via un cliente esagitato gli dicono: “La prego, stia calvo”?

Se ti chiedono di andare a pescare mitili per te è un invito a cozze?

Chi prepara gli abiti per un film porno si chiama scostumista?

Pincopallo, Tizio e Caio si conoscono?

Se al posto dello stipendio ti danno una macchina è un l’auto compenso?

(Mi scuserete un post leggero e sconsiderato, spero, una volta tanto)

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Fastidi ovvero idiosincrasie

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Gigna, cieco, il balcone fantasma

Dopo il ragionamento sulle penne blu, mi sono accorto che ci sono alcune cose non mi entrano proprio, non riesco a impararle e a capirle. Non si tratta di complessità ma di qualcosa di più basilare, non saprei bene cosa: una sorta di intolleranza o di sindrome auto-immune intellettuale. Ve ne elenco qualcuna, in puro ordine alfabetico e con pochi commenti.

Ballo/balletto

Tra le tante forme d’arte è l’unica che non riesco a capire. Ammiro l’abilità dei ballerini, la perizia tecnica, la complessità, l’armonia dei movimenti, ma proprio non mi trasmette sentimenti. Una serata al teatro per una commedia è per me un invito a nozze, per un balletto sarebbe una condanna dura! Un mio limite, ovviamente.

Briscola

Amo i giochi da tavolo vecchio stile: Monopoli, Risiko e compagnia. Mi piace anche sedermi a tavola per la Tombola, a Natale, con parenti e amici. Invece amo poco o nulla le carte da gioco e mi impegno in una partita solo quando è proprio difficile dire di no. Una scopetta ce la faccio, a portarla a termine, sempre che l’avversario non sia di quelli scafati, che si ricordano tutte le carte e capiscono cosa ti resta in mano da quello che hai gettato: quelli così con me vincono facile, non si divertono e mi giudicano pure male. Il Tressette è al di la della mia capacità di concentrazione, in questo campo. Ma la mia bestia nera è la briscola, per motivi che non riesco a comprendere. Mi hanno spiegato regole e punteggi più e più volte, partendo da quando ero ragazzino, ci gioco al momento e poi, puntualmente, le dimentico.

Calcio

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Eh si, ho una strana idiosincrasia per il calcio. Mi interessa solo il risultato finale delle partite e più che altro per il significato sociale. Non devo litigare con mia moglie per vedere la partita in televisione: per me è un canale in meno tra cui scegliere. Sento le chiacchiere dei colleghi e ne sono trascinato, mi sorprende la passione e l’approfondimento, ma non mi prende, per nulla. L’aspetto positivo è che risparmio sulle pay-tv e ho un briciolo di tempo per altri hobby.

Peperoni

Sono onnivoro, per mia fortuna o sfortuna mangio di tutto. Amo concedermi la carne rossa, ogni tanto e non disdegno alcolici e cibi piccanti. Ma i peperoni, quelli proprio non li tollero. Non è solo che sono pesanti, è che per digerirli impiego giornate intere. Un singolo pezzetto in un pranzo completo e abbondante continua a tornarmi su, da solo, fino a sera. Per di più il sapore non mi piace per nulla.

Raccomandazioni

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Pesce grande mangia piccolo, ma finisce male: per me rappresentazione delle conseguenze dell’illegalità diffusa

Eh si, mai chieste e mai ottenute. Ne per lavoro, ne per esami, ne per pratiche (il)legali, ne per facilitazioni di iter. I professori all’Università non si accorgevano che avevo seguito tutte le lezioni, ma in ultima fila. Mi sono fatto un servizio militare “da grande” benché declassato. Sono stato più volte scavalcato in liste d’attesa e precedenze, al punto da vedermi a lungo negata la richiesta d’accompagnamento per mio padre malato. Anche nel piccolo: avevo una “mail sicura” per ottenere un’offerta telefonica favorevole, pagando un “disturbo” di pochi Euro e non l’ho mai inviata. Perché? Perché ogni piacere richiede un contraccambio. Perché non ne ho bisogno e non ho la mania di accumulare. Perché sono pigro e preferisco stare tranquillo. Perché, alla fine, mi crea fastidio fisico.

E le vostre?

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Queste sono le mie (alcune per la verità). Ne condividete qualcuna? Quali sono le vostre? E come ci convivete?

Perseguitato dalle penne blu

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Scrivo soprattutto al computer, ormai. Non sopporto invece di digitare a lungo sulle tastiere simulate di telefonini e tablet: lo trovo scomodo e frustrante. Non capisco quelli che scrivono tanto sui telefoni dove trovino la pazienza e quando mi arrivano lunghi messaggi che richiedono risposte complesse mi deprimo e preferisco telefonare. Ho più volte pensato di comprare un tastierino Bluetooth ma non mi sono mai deciso, semplicemente per non dovermi portare in giro ancora un altro ammennicolo. Mi piace digitare su una tastiera fisica, ma per appunti veloci, ragionamenti, scalette e anche bozze preliminari ancora trovo più convenienti carta e penna.

In questo senso ho le mie preferenze. Preferisco la carta bianca o a quadretti sottili, non a righe. Ho provato a lungo la penna stilografica, piacevole ma richiede troppa cura. Mi stanco presto della matita e dello stridio sulla carta. Non amo neppure i pennarelli: molto meglio le penne a sfera a punta fine o media. Ma soprattutto non sopporto le penne blu.

L’inchiostro blu per scrivere andrebbe abolito per legge. Per me le penne dovrebbero essere solo nere, con al più una eccezione con riserva per le rosse, come concessione agli insegnanti vecchio stampo e a quei fanatici che, a causa di scarsa fantasia, devono per forza evidenziare qualcosa con un colore.

Immagino che c’entri, in qualche modo, la mia scarsa sensibilità ai colori. Il blu non è scuro abbastanza, non è netto abbastanza, è un compromesso. Se la carta è bianca, la scrittura deve essere nera. Punto.

Non sopporto le penne blu e, come sempre avviene in questi casi, ne sono perseguitato. Me le trovo costantemente tra i piedi o, per meglio dire, tra le mani. Fin da piccolo: quando la mia prepotente nonna era convinta che fossero migliori e me le propinava sempre per andare a scuola: secondo lei macchiavano meno i quaderni e io ero troppo timido per dire che non mi piacevano. Avevo imparato presto che i regali non si rifiutano.

Da ragazzino, credo di essere stato l’unico della mia generazione ad aver ricevuto penne in prevalenza blu in regalo per la Comunione e la Cresima. Fatto grande ho scelto da me e comprato solo penne nere, ma, in un modo o nell’altro, finisco sempre per averne davanti di blu. Anche in ufficio hanno deciso di rifornirsi di penne blu! Sono arrivato alla conclusione di usare le mie lo stesso.

Ora il problema non è la timidezza ma l’oculatezza (o taccagneria se preferite): non riesco a sbarazzarmi di qualcosa se non smette di funzionare. E sono persistenti, le diaboliche penne blu: sembrano non esaurirsi mai, non rompersi mai, e nemmeno riesco a perderle.

Insomma sono costretto dal caso e dalle circostanze a scrivere blu anche quando non ne ho voglia, forse perché quello che non ami a volte ti somiglia. Piccolo freno alla mia grafomania in pessima grafia, perché…

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Poesia d’amore da scrivania

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Disegni di luce sul muro di casa, al  mattino

Il giorno procede lento,

Quanto dura?

Solca minuti di silenzio

E ore di parole scarse di senso.

Come goccia sfreccia ogni secondo.

M’invento impegni che non prendo,

Creo movimenti per ingannare l’intelletto,

Annegare i malesseri

E mantenere l’equilibrio su un piede.

Mi manca la tua ansia, il tuo scontento,

La pazienza con cui navighi fra tutto.

Accettami ancora, come già hai fatto!

Come hai promesso in silenzio

E ripetuto a piena voce

E ancora ripeti con lo sguardo

Ogni mattina e ogni tramonto.

Mandami un saluto di speranza, per l’altra sponda.

Perché questo è un transito, cara, tu lo sai,

Per quel che capiremo assieme,

Giorno dopo giorno, di minuto in minuto,

Vita dopo vita, in avanti.

Se di te non c’è traccia, qui fuori,

Dentro ti porto come un solco, una presenza.

La pausa quotidiana

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Riprendo il blog dopo una lunga pausa, dovuta a un importante cambiamento di vita. Mi sto abituando a un nuovo assetto. La poesia è più vecchia, ma si adatta bene.

***

In tempi, come tutti, d’incertezza,

trovo il mio tepore nel piccolo

nido della casa, dove,

accolto come ogni volta,

conosciuto più di sempre,

rilasso le mie membra,

nella culla dell’abitudine soffice,

e lascio cadere, pesanti,

i pensieri del fuori,

come bagaglio alla fine della tappa.

            E’ la pausa quotidiana,

lusso grande che il Cielo mi concede,

dal mondo che, fuori, sbatte e grida

sempre, e sta in agguato,

per afferrarmi al varco,

ancora una volta,

e misurare la forza,

nell’impegno continuo

e inderogabile

del vivere.

            Ma questo avverrà domani:

riposa ora e cerca

di trattenere la tentazione,

molle, suadente e malevola,

di rendere questa sosta indefinita

perché se troppo dura più non è tale,

ma tomba, chiuso bozzolo ossidante.

            Un pezzo di vita, isolato, muore.