Epidemie collaterali, mali complementari ed effetti esplementari

Il Covid-19 è solo la punta dell’iceberg di una serie di “epidemie” diffuse nella società, molte delle quali di origine non biologica. Eccone una lista incompleta.

Controravirus: ti viene dopo mangiato e si manifesta con sonnolenza e difficoltà a fissare il pensiero su un qualsiasi oggetto. Di solito passa spontaneamente nell’arco di un paio d’ore.

Carognavirus: malattia che colpisce chi vuole approfittarsi delle debolezze altrui a cominciare dalla paura per le malattie. Si cura con appositi maltrattamenti.

Coglionavirus: il più diffuso, si manifesta con paura indiscriminata di tutto quello che non si conosce e credulità a qualsiasi voce messa in giro, purché dissenta dall’ “ufficiale” e sia espressa con tono di sicumera. Si manifesta spesso, ma non solo, con epidemie virali da social e chat.

Corona-Virus: inteso come l’assurda paura per la birra Corona, che ha visto crollare il suo giro d’affari da quando il Covid-19 è diventato una malattia mentale. Sono sempre più convinto che gli alieni siano davvero venuti sulla Terra, in qualche momento della nostra storia, ma abbiano deciso di andare via perché non aveva senso perdere tempo con noi!

Poltrona-virus: variante specializzata del “carogna”, colpisce la classe politica sia di governo sia d’opposizione, anzi si direbbe la seconda ancora più della prima.

Corona-Virtus: Dall’epidemia è uscito del buono. Spiace dirlo, pensando alle tante vittime e sofferenze, ma è così. Qualche esempio:

  • Riduzione verticale dell’inquinamento dell’aria in Cina, uno dei paesi più “tossici” al mondo, così come nel nord-est italiano, locomotiva (ad alta concentrazione tossica) del Paese;
  • Le amministrazioni locali hanno disinfettato scuole, stazioni, treni, mezzi pubblici, cosa che andrebbe fatta regolarmente ma che è diventata un evento straordinario;
  • Le persone finalmente si lavano le mani dopo essere andate in bagno.

Corona-Circus: Tutto il bailamme di talk-show in cerca di riempitivi post-Sanremo, opinionisti all’ennesimo grado di riciclo, pseudo-esperti e veri-esperti che ugualmente litigano fra loro. Per non parlare della valanga social. Insomma lavoro e intrattenimento per tutti!

La fine e il palloncino

Il palloncino che vola via dalle mani di un bambino è una metafora lisa. Può rappresentare il desiderio di libertà, di leggerezza, il sogno di volare via trasportati dal vento. Oppure ci si può soffermare sul bambino che piange perché ha perso il suo gioco, emblema delle prime delusioni della vita. Oppure elaborare sul sogno di volare via attaccati al suo filo, come i personaggi delle favole o il vecchietto bisbetico e la sua casa nel film “Up”.

Il palloncino che scoppia all’improvviso, per una causa minima e insignificante, lasciando il bambino deluso e magari spaventato, è anch’esso un topos usurato, seppure sempre efficace.

La mia esperienza di bambino col palloncino è stata diversa, forse meno poetica ma ugualmente segnante. Ne ho visto la fine lenta, triste e ingloriosa. L’ho portato a casa, il palloncino, e l’ho lasciato tutto contento di fianco al mio lettino, alto a spingere contro il soffitto, addormentandomi all’idea di trovarlo lì l’indomani, pronto per nuovi giochi.

E invece al mattino stentavo a riconoscerlo, rimpicciolito e come malato si teneva a un metro da terra, incapace di sostenere anche solo il peso del filo.

Nelle ore successive è stato peggio: sempre più basso e smorto fino a ridursi a una vescica grinzosa sul pavimento, buona solo per la pattumiera.

Ho insomma assistito all’ingloriosa fine per morte di vecchiaia della breve vita di un palloncino. Ho capito che il gas all’interno, che lo teneva vivo, stava lentamente e inesorabilmente sfuggendo – e questo è stato forse uno dei primi momenti in cui sono stato affascinato dal mondo della scienza – ma soprattutto ho capito come tutte le cose degradino e muoiano, per cui le si deve sfruttare finché e possibile e non affezionarsi troppo. Se non un trauma, a un’età in cui la morte ancora non esiste, di certo una seria lezione.

I grandi dubbi ancora e ancora

“Come vanno a lezione gli allievi della scuola di pelletteria?”

“Con lo scuoiabus!”

Quelli che si amano in modo platonico… si vengono in mente? (Per questa ringraziamo il collega G.)

Un padrone di casa decaduto è senza il becco di un quartino? Oppure quello e l’ubriacone senza più contanti?

Il tetrapak è un posteriore con quattro natiche?

Perché il bagno penale non è un genere hard?

Se Papa Bergoglio è punto da una zanzara gli viene la bolla papale?

Un discorso a 360 gradi… è sempre su argomenti scottanti?

Perché un cavallo non può fare l’amministratore di un sistema informatico?

Perché torna a casa ogni volta che legge “installa”! (Di nuovo grazie G.)

Perché non troverai mai una locomotiva a vapore in una sala d’attesa? Perché è vietato fumare!

Un calvo in palestra… fa pelates?

Un delfino emozionato… ha la pelle d’orca?

Qual è il biscotto più amato dai fanatici dell’informatica? Il Lo-Haker!

Per selezionare il personale al catasto si fa un catasting?

Un calzolaio è una persona suolare?

eccetera, eccetera, eccetera…

Non fate i buoni!

Angeli barocchi in un presepe napoletano
Angeli barocchi in un presepe napoletano

È Natale, è vero, ma non fate i buoni se non ci siete abituati! Non si può essere buoni solo una volta, come se fosse un gioco. Soprattutto non si può essere buoni di punto in bianco, da un momento all’altro, così all’improvviso. La bontà, come qualunque abilità, va coltivata. Se cerchi di fare il buono così, all’improvviso, senza preparazione, rischi di farti male e di provocare danni.

Hai mai pensato di metterti a suonare il pianoforte in pubblico senza pratica o lezioni? O di partecipare a una gara di salto in alto senza esserti allenato prima? La conseguenza? Ovvio: una brutta figura, magari un livido o una lussazione e il desiderio di non sentir più parlare di quella cosa per tutto il resto della vita.

Ecco, fare il bene è la stessa cosa, richiede pratica ed esperienza o te ne resterà solo un cattivo ricordo.

Comincia da cose minime: lascia passare qualcuno al tornello della metropolitana, chiedi scusa se urti qualcuno al supermercato oppure, quando guidi, evita di sorpassare per forza il ciclista o il vecchietto lenti rischiando di tirarli fuori strada. Cerca di sorridere al passante che ti inceppa per strada o al salumiere che ti pesa il prosciutto e ti ripete “che faccio, lascio?”. Spratichisciti con le cose facili, consideralo una specie di hobby, un passatempo, una delle tante azioni inutili che si fanno così, per sfizio, tanto per sentire di non vivere solo per soddisfare i bisogni elementari e magari, chissà, ci prenderai gusto. Il bene si deve fare per piacere e non per dovere, altrimenti che bene è?

Poi dopo, ma solo dopo, ti verrà voglia di andare avanti, salire qualche scalino sulla scala della bontà, per così dire, dedicarci un po’ di tempo e di risorse, magari rischiare anche un po’ perché ormai sei pronto a sopportare qualche piccola “botta” negativa. Sai che puoi ottenerne endorfine e questo ti dà sicurezza.

Anche allora, mi raccomando, non cercare di fare proseliti: gli aspirapolvere si possono forse vendere con il porta-a-porta, non le passioni. Chi ha un hobby non cerca di diffonderlo, gli basta praticarlo. L’importante è l’esempio, se il risultato è buono e soprattutto ti fa stare meglio a qualcuno potrebbe venire voglia di imitarti.

Divertiti a rendere il mondo un posto migliore, un granellino alla volta, una spintarella alla volta, secondo le occasioni che ti si presentano, senza pretendere riconoscimenti ma soprattutto senza aspettarti risultati eclatanti: l’inerzia del mondo è molto maggiore delle tue forze individuali. Fallo solo perché ti piace.

Mi scappa un haiku

Mi è venuta di recente la febbre per gli “haiku”, per l’essenzialità e per lo sforzo di sintesi che questa forma poetica impone. Esercizio non da poco, soprattutto in un’epoca come questa, in cui dilungarsi nel parlare esprimendo pochi contenuti ma colpendo l’emotività facile o i bassi istinti è diventato dimostrazione di qualità oratoria. Ho mantenuto il vincolo di trattare temi naturali, collegandoli allo spirito umano e al passaggio delle stagioni, ma virandone l’idea a modo mio, in un mondo in troppa parte artificiale. Eccone una piccola selezione. Spero che mi scuseranno i puristi se la forma non è rigorosa come dovrebbe, tutti per lo scarso valore artistico.

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Haiku per tutte le Terre dei Fuochi

Corri, nube, lontano,

Nel vento puro,

Dal triste fumo nero.

Giardino d’aprile

Odo ronzii lievi:

Rinasce l’incoscienza

Tutt’intorno a noi.

Pigrizia d’agosto

Una mosca al sole

Traccia linee impreviste:

Geometra del caos!

Novembre 2019

Avvolge il mondo

La lenta pioggia fredda,

Strato a strato: e me.

Nuovi habitat

Vira il gabbiano,

Agile, al mare nuovo

D’ondosi rifiuti.

L’anticinefilo

Lo confesso, non amo il cinema. Ci vado di rado (sempre più di rado, anzi praticamente mai), e solo se trascinato. In sala mi ritrovo spesso a sbirciare l’orologio, salvo rari casi di “pellicole” estremamente coinvolgenti. La mia domanda implicita, nel momento doloroso di scegliere un film è: “in quale ci sono più aeroplani e carri armati?” sapendo già che il mio gusto non sarà condiviso dalla maggioranza. Non riesco nemmeno lontanamente a capire l’enfasi mediatica per feste, festival e premi cinematografici d’ogni sorta, dagli Oscar in giù. Preferisco di gran lunga gli spettacoli dal vivo, musica o, meglio ancora, teatro. Davanti ad un palco con attori rimango incantato, perfino quando la recitazione non è esattamente eccelsa. Il teatro è vivo, il cinema riproduzione: so che non condividerete, ma per me è così.

Un mondo di…

Il mondo è fatto di momenti interconnessi,

Quanti ne bastano, molti più di quelli che puoi conoscere.

È sufficiente adattarsi, dicono, ma a cosa?

Seguire il flusso, insegnano, ma di che?

Sii te stesso, scrivono, ma poi chi è?

Quale assecondare delle numerose variabili correnti sempre riemergenti e contraddittorie che ti investono?

I maestri di vita, la gran parte almeno, non lo sono neppure per la propria.

Sei soddisfatto? Ti è andata bene? Buon per te,

Non è lezione per altri.

Sei stato bravo? Non basta!

A tanti buoni è andata male,

Assai peggio che a tanti cattivi.

Quasi tutti i santi sono stati perseguitati.

Eppure è vero che sono stati originali,

(“Se stessi”, ripete il mantra mondano)

Questo hanno capito, questo hanno difeso

E forse è questa, proprio, l’unica vittoria possibile.

Ho capito…

Scrivo perché è il mio vizio. C’è chi consuma tabacco, chi alcol e chi droga. C’è chi si avvelena di lavoro, di riti o di sentimenti forzati. Io consumo parole.

Scrivo perché solo le cose scritte mi sembrano davvero vissute.

Ho capito

– in grave ritardo –

che la parola

serve

a chi la pronuncia

anzitutto

e solo dopo

forse

– se vuole –

a chi l’ascolta.

Raccontami una storia

“Zio, zio, mi racconti una storia?” (Espressione entusiasta).

“No sono stanco…”

“Su dai zio”.

“Ma no…”

“Una sola…” (E intanto fa il musetto alla ‘non mi puoi dire di no’).

“E va bene”.

“Evviva!”

“Quale storia?”

“Quella che vuoi”.

(Spremitura di meningi). “Allora ti racconto quella che…”

“No zio non mi piace”.

(Creatività livello pro). “Allora quella di…”

“Non mi piace”.

(Dolore alle tempie per troppa concentrazione creativa). “Allora quella quando…”

“No no non mi piace!”

“Va bene, allora che storia ti racconto?”

“Quella che vuoi!”

Le domande dei bambini

I bambini, si sa, continuano a fare domande. Lo fanno perché sono curiosi, vogliono sapere e soprattutto sono convinti che noi “grandi” possediamo le risposte.

Noi, salvo il caso di squilibri psichici gravi, sappiamo benissimo di non avere la risposta quasi a nulla ma, da imbroglioni e bugiardi che non siamo altro, facciamo di tutto perché lo credano. Li raggiriamo con mezze risposte, finte spiegazioni e sfacciate invenzioni, e alla fine, quando non sappiamo più dove andare a parare, li sgridiamo accusandoli di fare “domande sbagliate”.

È una questione di prestigio, di direzione e insomma di potere.

A un certo punto i bambini crescono, fanno un minimo d’esperienza e inevitabilmente capiscono che li stiamo imbrogliando. Allora si arrabbiano, reagiscono e perdono la fiducia nei confronti dei “grandi”.

A noi non sta bene: intacca il nostro potere e amor proprio. Lo bolliamo come “ribellismo adolescenziale”, perché dare un nome normale alle cose serve a depotenziarle, a farcele sembrare acquisite e confinate. Lo sopportiamo a malincuore in attesa che i ragazzi, per la maggior parte almeno, crescano e diventino bugiardi e imbroglioni come noi.

Che cosa difficile è riuscire a dire: “non lo so”, esercizio d’umiltà che richiede anni di pratica: lo posso testimoniare.