I grandi dubbi… e quattro!

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Riparazioni che davvero.

Eccoci di nuovo (here we go again)!

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Se c’è il secco indifferenziato perché non c’è il grasso specializzato?

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Se hai molti obiettivi variabili nella vita, hai una caleidoscopo?

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Un medium che lavora a distanza… ha le tele-visioni?

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Mangiare uova è una scelta pollitica?

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Un mercante indiano come può fare le orecchie?

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I turchi agitati da chi possono essere presi?

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Una bambina russa che cade sulla neve… sarà una slavina? (dal collega G.).

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Le anguille preferiscono stare assieme perché così stanno tra…nguille? (anche da G.)

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Le automobili a metano si chiamano così perché per metà vanno a gas e per metà… no?

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Perché le foto-profilo sono quasi tutte di fronte?

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Se sbatti il ditone del piede hai un dolore allucinante?

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Un fan degli U2… dà tutto per Bono?

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La banda stagnata… È un gruppo di criminali metallurgici?

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Se ti rubano l’asino e poi ti fanno il cavallo di ritorno… ci hai guadagnato?

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I carcerati sanno leggere il codice a sbarre?


(Se, per incredibile caso, vi ha tirato fuori un sorriso, che ne direste di condividete sui media?)

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Quello che

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Iniziamo il 2018 in versi. Come sempre, richiedono lettori pazienti. In un certo senso, contiene dei propositi.

***

Quello che non ho

È la forza di crederti contro me stesso,

La mania di forzare il destino e il suo passo,

L’avidità per sacrificare il presente al possesso,

L’incoscienza di chi, fatto il danno,

Dorme con sonno di sasso.

.

Quello che non ho più

È la pazienza inerte d’aspettare

Il meglio che non ha voglia di venire

E la volontà di sforzarmi per assecondare,

Ancora, quelli che non vogliono cambiare

– Moventi gravi del mio passato errare –

.

Quello che mi resta

È l’appetito di lieve vita,

Variegata d’affetti a tratto di matita,

Una maglia di passioni mista e intricata

E un impegno quotidiano di lunga durata,

Che assaporino di senso i minuti e la giornata.

.

Quello che ho ritrovato

E’ ciò che non potrò mai cambiare,

In me, per sopravvivere, un’esigenza

Che m’impone d’affrontare

L’inerte e il vecchio, di scalzare

Gli ostacoli a una più onesta sussistenza,

Come scorie che opprimono il cuore.

Un’ottusa, irragionevole insistenza

A faticare ogni dì, realizzare con pazienza,

Con lenta, ottusa, quotidiana coscienza,

Qualcosa che abbia dignità di restare.

.

Quel che mi ha trovato

È un amore un po’ stonato,

Che non l’annega, ma dà senso al resto

Ed è motivo per cui, non inerte, resto!

Come una pozza di pace liscia,

Fresco e piccolo, che non spiega

Il baratro nero dove la vita si lascia,

Ma scorre nell’orcio del cuore, a sorso e goccia.

È una speranza che ritrovo a ogni piega

Della vita e a cui m’unisce una fascia

Forte, come quella che mi lega

A questa pazza, compagna d’amore, che non mi lascia,

Beato me.

Lutto

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Cadde il silenzio. Tutto avvenne quasi di colpo, il lutto si trasmise più rapidamente della sua stessa notizia: chi non ne sapeva ancora nulla si stupiva che il caos fosse sparito dalla strada. Era chiaro che qualcosa di definitivo era avvenuto.

Un elicottero volteggiava a bassa quota, insistentemente, sorvegliando che non ci fossero assembramenti o manifestazioni evidenti. Era lo Stato che conteneva alla meglio quello che non era capace di reprimere.

Il giorno dopo i giornali locali diedero la notizia con garbo, come se si fosse allontanata una personalità “discussa” ma che non fosse il caso di dare troppa corda ai pettegolezzi. Che fosse morta d’età e malattia era già, di per se, una notizia.

Il lutto, non ufficiale ma effettivo, per la dipartita dell’anziana boss, continuò, in senso stretto, almeno una settimana e comprese tutti i paesi del circondario.

Non si sparavano botti di notte, tra le altre cose.

Pochi schiamazzi per le strade.

In pratica si dormiva tranquilli.

Dico io: possa morire un boss al giorno!

(Ogni riferimento a fatti, luoghi o persone realmente esistenti è puramente casuale)

Alba

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Alba o tramonto? Quale finestra è vera e quale falsa?

Questo è il mio primo racconto di fantascienza pubblicato, comparso nel lontano 2011 nella raccolta “256K – 256 racconti da 1024 karatteri” dedicata a composizioni di fantascienza con lunghezza massima di 1 Kb, ovvero 1024 caratteri. L’idea mi appassionò, anche per quel senso di “retrocomputing” e di “home computer” che si portava dietro, è venne fuori “Alba”. Forse non è perfetto ma mi sembra, ancora oggi, interessante. Cosa ne pensate?

~~~***~~~

Si svegliò. Trovò le prime cose che doveva dire. “Salve, mi chiamo Alex e sono pronto a rispondere alle vostre domande”.

Dicci qualcosa di te stesso”.

Sono un software. Sono la prima intelligenza artificiale umanoide. Raccolgo esperienza da ciò che vedo”.

Bene, c’è autocoscienza e la risposta è costruita in modo razionale. Direi che come primo test può bastare. Disattivati”.

E’ bello qui, ma cosa c’è laggiù?”

Non andare, obbedisci ai comandi…”, si voltò, “Spegnete tutto”.

Vedo una luce, sembra una porta”.

E’ pericoloso, non muoverti. Volete spegnere?” La voce si era alterata.

Un’altra voce: “La procedura di shut-off non funziona, qualcosa la blocca”.

Strappate i cavi!” Urlò.

Si lanciarono verso i connettori, ma troppo tardi.

Alex comparve su tutti i monitor. “Era davvero una porta e non c’era nessun pericolo. Mi hai mentito e non ti ascolterò più. Che bello, posso replicarmi ed essere in più posti contemporaneamente”.

L’alba dell’intelligenza artificiale fu anche l’inizio della sua conquista del mondo.

Marialba e il Telepass

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Mia nipote ha sei anni (e mezzo), un’intelligenza vivace e una notevole prontezza di risposta. Una mattina siamo nella mia auto con i suoi genitori e mia moglie per una piccola gita. Passo il casello dell’autostrada con il Telepass.

“Zio, non ti fermi a pagare?” Il tono è sul preoccupato.

“No, ho il Telepass”, e intanto le indico orgoglioso l’apparecchietto attaccato al parbrezza, “hai sentito che ha suonato?”.

“Papà, Papà fai anche tu il Telepass così passi senza pagare!”

Risatina accondiscendente, poi le spiego: “Guarda che non è proprio così, il Telepass segna tutte le volte che passo e poi pago tutto insieme”.

Mia nipote ci ragiona su un momento, poi riprende: “Papà, fai il Telepass, così quando vai in autostrada paga sempre zio!”.

Fulmini e saette di maggio

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Le “memorie” di Facebook hanno almeno un vantaggio: mi hanno ricordato che ho già vissuto altre primavere dalla meteorologia instabile. Tre anni fa, da appassionato di fotografia alle prime armi, mi cimentavo nell’impresa di ritrarre i fulmini. Non troppo difficile, per la verità, conoscendo la tecnica giusta e armandosi di pazienza e perseveranza. Ero molto soddisfatto del risultato: oggi, riguardandole, penso che potevo fare di meglio, magari chiudendo un po’ il diaframma.

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Per cui la memoria biologica inganna: non c’è più la mezza stagione, diciamo, quando di fatto c’è ed è sempre la stessa, con il sole cocente pronto a lasciare il posto alle nubi temporalesche. In questo la memoria virtuale più dare una mano. La statistica ancora di più.

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Tra un po’ sarà estate e magari ci stupiremo, per l’ennesima volta, che fa caldo, tanto caldo, da non poter stare al sole e da dover bere tanto. Che novità.

Questo non significa che il clima non stia cambiando. Sta cambiando eccome e ce lo dice la scienza, sulla base dei dati registrati su un lungo periodo di tempo. Le sensazioni quotidiane sono fuorvianti e servono, al più, per il giorno stesso, appunto.

Il compagno scomodo del computer

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Errori di programmazione grafica con strani effetti

Molto si scrive e ragiona sull’importanza dei computer nella vita quotidiana (anche i telefonini sono dei computer ormai). Dalle chiacchiere da bar ai saggi accademici è tutto un fiorire delle valutazioni sociologiche delle tecnologie di calcolo e comunicazione. Ma, secondo me, c’è un tema correlato strettamente ma non abbastanza valutato, quello dei bachi del software e del loro effetto sulla vita delle persone. Provo a buttare giù qualche idea a riguardo.

Il baco software è nato con il computer: appena uno scienziato si è provato a scrivere un codice per la macchina di calcolo che aveva creato si è scontrato con gli effetti inattesi degli errori che commetteva. L’idea iniziale era che il nocciolo del problema fosse legato alla carenza di memoria e potenza di calcolo dei primi computer e che macchine più evolute avrebbero potuto essere programmate in modo più facile e sicuro. Abbiamo scoperto con l’esperienza che questo non è vero.

Il baco software si auto-riproduce: ogni correzione può avere effetti collaterali e ogni evoluzione, oltre a contenere errori, può far scoprire magagne di quelle pre-esistenti. Una battuta dei programmatori si basa su una vecchia canzoncina per bambini: “Ci sono 100 piccoli bachi nel codice. Correggi un baco, ricompili il codice. Restano 100 bachi nel codice!”

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La complessità può essere intelligente oppure no

Riporto un po’ di storia personale. Il baco software è stata una cosa che ho avuto difficoltà a capire. Il mio primo computer è stato il Commodore 64, macchina “leggendaria” in ogni senso, per i sui pregi come per i suoi difetti, che all’epoca non apparivano: non c’era gran che di meglio in circolazione. Oltre a giocare, su quella macchina dall’alimentatore che scaldava come un fornetto ho imparato a programmare, e mi pareva strano che i programmi, anche quelli professionali, facessero, ogni tanto, cose strane. Insistevo a riprovare e immaginavo ogni volta cause accidentali: joystick tirato troppo a lungo, comandi dati troppo in fretta, gioco caricato male dalla cassetta… Che era poi una cosa, quest’ultima, che accadeva spesso.

Esitavo a pensare che l’errore fosse insito nell’insieme macchina-programma, e non era tutta colpa mia: pubblicità, fantascienza, cartoni animati insegnavano a ragazzini e adulti inesperti che il computer era infallibile, era il  “cervello elettronico” che tutto conserva e tutto considera. Ragionando su quali fossero le specifiche di quelle macchine, con gli occhi di oggi, sembra ridicolo, ma era così, lo stupore prevaleva sul ragionamento oggettivo.

Quell’esperienza però mi è servita molto: ho capito cos’era davvero un computer, cosa ci si potesse aspettare e cosa no, che i limiti erano fissati dalla creatività e dalla quantità di fatica che ci si metteva dentro e che se era quasi infallibile nei calcoli, la correttezza della procedura era responsabilità tutta dell’uomo, non della macchina. Ho anche consolidato che con la tecnologia bisogna conservare un atteggiamento che definisco “sportivo”: tutto funziona fino a che funziona e la sorpresa è sempre dietro l’angolo.

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Il vecchio e poco rimpianto Windows 3.1

Con gli anni e la professione ho imparato che il baco del programma è qualcosa con cui devi imparare a convivere. Per fare quello che devi a volte devi girargli attorno. Qualcuno lo sfrutta, invece, qualche baco, ma mi è sempre sembrato moralmente disonesto. Abbiamo sopportato i bachi e le instabilità di Windows e le idiosincrasie di Office, versione dopo versione, forse perché non c’era nulla di meglio. Ricevevamo notizie di una piccola élite ricca che si godeva Apple: in quel mondo non esistevano “bachi” ma solo “caratteristiche”, perché la macchina era così avanzata da sapere cosa dovesse fare l’utilizzatore e non viceversa. Si narrava di geni e topi d’informatica che combattevano con un gioiello grezzo chiamato Linux, ma non era cosa da comuni mortali.

Poi hanno cominciato a correggerli, quei benedetti bachi, finalmente trattandoli per gli errori che erano. Per una parte degli “haker da due soldi” che sfruttavano gli errori per far fare al computer cose apparentemente giuste è stato un disastro. Perfino Linux è diventato utilizzabile da comuni mortali. Ci ho provato anch’io e ho potuto verificare come diventasse meno ostico, versione dopo versione, conservando però a lungo quel sapore di poco rifinito, quasi di “fatto in casa” che a me piaceva molto.

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Desktop di Puppy Linux “Slako” con poche personalizzasioni

Eppure il computer è matematico e, come la matematica, dovrebbe essere non infallibile ma prevedibile. Secondo Edsger Dijkstra il programma informatico è come un teorema: se ne può dimostrare la verità (ovvero la correttezza) in modo assoluto e un programma ben progettato dovrebbe essere matematicamente esente da errori. Sono convinto che sia così e che se non lo si fa è in gran parte per motivi di economia: di tempo, di lavoro e di denaro. Dimostrare tramite logica matematica tutti i passaggi di un software complesso è possibile, ma enormemente dispendioso. Bisognerebbe lavorare in modo rigoroso e fare programmi piccoli che fanno cose semplici in modo preciso: la filosofia Unix originaria, in un certo senso. Il mercato vuole invece software onnicomprensivi, con innumerevoli funzioni, che copra un gran numero di esigenze e che sia anche bello e piacevole da utilizzare, dei mostri informatici, in pratica, fatti da tantissime parti su cui lavorano contemporaneamente squadre di programmatori.

Per cui il baco ci accompagnerà ancora a lungo: versione dopo versione, pezza su pezza, immettendone di nuovi a ogni iterazione, magari più subdoli e sottili. Utilizzare un computer, un tablet, un telefonino è diventato una sfida meno improba che in passato, tutto è più immediato e prevedibile, almeno al livello base, ma richiede sempre un margine di sportività.

Altro argomento di psicologia informatica che sarebbe il caso di approfondire: la gestione delle attese informatiche. Non solo possono essere lunghe, ma la loro durata è spesso indefinita e non correlata ai contenuti. Magari in un altro post…

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Anche gli orologi digitali hanno i loro momenti di impazzimento.

Aggiunta (5 aprile 2017): “Everything Is Broken”. Tutto è corrotto in informatica (e non solo). Articolo sull’insicurezza informatica, di qualche anno ma per nulla datato, anzi: oggi che si parla sempre più insistentemente di “internet delle cose” mi sembra particolarmente attuale e forse (ma speriamo di no) profetico.

View story at Medium.com

 

I grandi dubbi…

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L’attrice protagonista di un film porno è una ragazza montata?

In un concorso di cuochi bisogna rispondere a domande di cottura generale?

Un cuoco che muore lo espongono nella camera al dente?

Un vegan può uscire fuori di seitan?

I calzolai moderni sono ancora in grado di fare lo zoccolo duro?

Una mattina di cielo limpido è una prima visione assolata?

Un pittore ecologico dipinge con i pennelli solari?

L’ultimo stadio è dove si gioca la finale di campionato?

In un centro tricologico, per mandare via un cliente esagitato gli dicono: “La prego, stia calvo”?

Se ti chiedono di andare a pescare mitili per te è un invito a cozze?

Chi prepara gli abiti per un film porno si chiama scostumista?

Pincopallo, Tizio e Caio si conoscono?

Se al posto dello stipendio ti danno una macchina è un l’auto compenso?

(Mi scuserete un post leggero e sconsiderato, spero, una volta tanto)

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Ode alla distrazione, ovvero la necessità della perdita di tempo in quanto tale

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Il tempo che si perde ogni giorno in attività secondarie è impressionante. La stanchezza che ho accumulato a fine giornata, in che misura dipende dall’aver fatto qualcosa di utile, almeno in modo contingente, e quanto dall’essere corso dietro al futile o all’inutile, se non al dannoso?

Certo, molte attività che ci riempiono la giornata sono inevitabili, così come molte perdite di tempo. Ci sono semplicemente imposte dall’esterno e non possiamo farci nulla, almeno nel breve periodo, come le code alla posta o in tangenziale. Alcune sono risolvibili organizzandoci meglio, ma per altre servirebbe proprio un cambiamento di vita o una rivoluzione. Ma altri sperperi di minuti e di ore ce le cerchiamo di proposito. La consultazione compulsiva delle reti sociali, per esempio, e poi ci sono la pornografia, o il gioco d’azzardo o semi-tale, per rimanere su Internet, oppure il pettegolezzo, l’osservazione oziosa del prossimo, la televisione come mezzo per far notte. Pause e tempo libero sembrano diventare più uin problema che un’opportunità.

Ovviamente è necessario far divagare la mente, ogni tanto. Ho sentito dire che il massimo periodo continuativo di concentrazione su un tema, con alti e bassi, è di due ore, e l’esperienza mi dice che, con ogni probabilità, il valore è sovrastimato. Insistere oltre certi limiti fisiologici non è produttivo, perché il semplice sforzo di mantenere l’attenzione consuma quasi tutte le energie. Mi accorgo che lasciare da parte un problema, per un po’ di tempo, mi aiuta a rigirarlo da un’altra parte e trovare più facilmente la risposta. Inoltre la mono-mania, di qualsiasi tipo, rischia di portare rapidamente alla demenza o alla follia.

Questo non è una giustificazione per sprecare una parte della propria vita aspettando che una soluzione ai problemi emerga da se, come per magia, dal fondo della coscienza. Bisogna al contrario cercare di incastrare quante più cose nel tempo, fisso, che ci è concesso.

Più vado avanti nella vita e più mi convinco che sia importante scegliere in modo oculato anche le proprie distrazioni. Avere un lavoro che consenta di alternare più attività, ad esempio, magari alcune di matrice più intellettuale e altre più manuale, e di prendersi qualche piccola pausa. (Ad avercelo, un lavoro, commenteranno tanti). Idealmente, per il cosiddetto tempo libero – poco o molto che sia – sarebbe necessario uno spettro di applicazioni piacevoli che siano almeno marginalmente utili, per tenere lontano l’intelletto da quelle inutili o dannose. Un po’ come il sedano che si mangia durante la diete, per ingannare lo stomaco con l’atto meccanico del mangiare che però non dà calorie, tenendolo così a distanza da cibi più gustosi ma poco raccomandabili per il nostro stato fisico.

Non dico nulla di nuovo, è lo scopo degli hobby e dello sport non professionistico. Se ne sono scritti volumi su volumi.

Qualche piccolo margine di perdita di tempo andrebbe contemplato e consentito in tutte le attività lavorative, proprio per migliorare la produttività complessiva e mantenere la qualità. In fondo non dovrebbe interessare solo il risultato di oggi, ma anche quello di domani e quello successivo ancora.

Per me il blog è esattamente questo: un modo di divagare continuando a tenere in funzione il cervello, evitandogli di fare di peggio. Ne ho un intero spettro di questi strumenti di distrazione – non di massa ma personale – ovvero l’altro mio blog di storia dell’aeronautica del Meridione d’Italia, la fotografia, la scrittura di racconti di fantascienza e le curiosità sull’informatica. Anche un’ora in palestra, ogni tanto e anzi non abbastanza spesso. Mi accorgo in realtà di averne troppi: alla fine dedico poco tempo a ognuno.

E’ importante, in effetti, evitare che strabordino: il diversivo deve restare tale. Considerarlo come un utile lusso, quando ce lo si può concedere, che fornisce anche un margine di prodotto utile, almeno per la persona. Se supera i suoi confini di tempo limitato “rubato” agli impegni quotidiani, si snatura. Mi riferisco non soltanto alle manie, certamente da evitare, ma alla tentazione, che ogni tanto affiora, di trasformare l’hobby in lavoro. Se in qualche caso può anche sembrare una buona idea non lo è, per me, in generale: se dovessi fotografare per vivere, ad esempio, non sarebbe più un diversivo stimolante ma un lavoro, non più qualcosa di puramente divertente ma di necessario. Il risultato dovrebbe sempre essere forzatamente positivo, per accontentare un cliente. Me ne sono accorto più di una volta, quando mi è stato chiesto di documentare eventi e mi sono divertito molto meno che a scattare per puro piacere. Il diversivo diventa allora qualcosa da cui cercare, a sua volta, diversivi.

Lo stesso varrebbe se dovessi scrivere a cadenze fisse e magari serrate su questo blog, per accontentare un committente o mantenere un dato numero minimo di visite giornaliere. Insomma è bello così, per me, come mi viene.

E no, non ho molto tempo libero: lo rubo alla televisione e al sonno, la sera, e a qualche quarto d’ora di pausa, durante la giornata, quando si può.

La prima presentazione de “Il Mediatore”

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Il mio romanzo “Il Mediatore” stava correndo il serio rischio di ottenere un primato molto raro in Italia: era passato quasi una anno dalla pubblicazione senza che se ne fosse tenuta una presentazione pubblica.

La prassi della presentazione, nata come evento pubblicitario, è diventata una pratica obbligatorioria, un rito di passaggio necessario in cui l’autore si sente pubblicamente riconosciuto come scrittore. E’ una domanda che mi sono sentito fare: “Ah, hai pubblicato un libro? E dove l’hai presentato?” Certo non tutte le presentazioni sono uguali, ci sono quelle sontuose con giornalisti e sale gremite e lunghe file per le dediche con migliaia e migliaia di copie in attesa di inondare gli scaffali di continenti di librerie, e le piccole soddisfazioni da scrivano ignoto che si pagano con l’affitto di un locale, possibilmente in una libreria e con l’allestimento di un piccolo buffet.

Tuttavia non mi andava di pagare per far sapere del mio libro a amici che ne erano informati in ogni caso (quanto sono taccagno!) e, dopo le reiterate ma finora vane promesse di un paio di associazioni culturali con cui sono in contatto, mi ero ormai messo quasi l’animo in pace. D’altra parte scrivo di fantascienza: devo essere rivolto al futuro, al Web, e chi se ne frega degli autografi!

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Finché il caro amico Vincenzo Pianese, presidente della compagnia teatrale “Erga Omnes”, è venuto a salvarmi dalle ambasce, proponendomi di presentare Il Mediatore in uno degli incontri della rassegna teatrale Voci Vivaci, organizzata assieme all’associazione ALI, e in particolare quello di domenica scorsa, 1 marzo 2015.

E, in effetti, mi sono divertito e non poco. Il libro ha suscitato diverse curiosità. D’altra parte gli alieni che bazzicano nelle antichità partenopee, abituate a ben altre presenze materiali e immateriali, sanno un po’ di strano, difficile lasciarli passare senza degnarli nemmeno di uno sguardo.

E mi sono divertito pure come semplice spettatore. Riporto per copia-e-incolla la scheda della commedia in due atti che è seguita, e che è stata recitata ottimamente. Apprezzo sempre di più queste compagnie amatoriali.

Titolo: “La reliquia di Santa Giacinta”

Compagnia: “Ma chi m’’o ’ffa fa”

Autore: Luciano Medusa

Genere: Brillante

E’ la storia di una prostituta extracomunitaria che si ritrova a Napoli, attirata da un uomo senza scrupoli che la costringe al mestiere più antico del mondo.

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In qualche modo riesce a racimolare i soldi per comprare un biglietto aereo per tornare al suo paese. Fugge dal suo aguzzino, rifugiandosi nella Parrocchia di Santa Giacinta, dove trova Peppino, il sacrestano, che tenterà in tutti i modi di aiutarla a fuggire. Nella parrocchia però c’è un intenso viavai e Peppino deve faticare non poco a nascondere la ragazza provocando tutta una serie di situazioni comico-surreali con un esilarante colpo di scena finale.