Octave

Ho scoperto Octave come ‘parente povero’ di Matlab. Per meglio dire è il suo clone open-source, ho seguito alcuni tutorial di Matlab riproducendoli senza problemi, con l’unica mancanza delle ‘Table’ fra le strutture dati disponibili.

Per chi non lo sapesse, Matlab è un complesso codice per programmazione, analisi numerica e grafica molto diffuso in campo accademico e industriale, che consente di trattare con comodità le matrici ed è ricchissimo di funzioni.

Uso la versione ‘portable’ di Octave che non richiede installazione. Ho avuto un paio di ‘crash’ inattesi ma non frequenti, per il resto direi che funziona bene. Ho effettuato analisi anche con molti dati (relativamente), come analisi di spettri in frequenza su segnali con varie decine di migliaia di dati, senza problemi e in tempi brevissimi.

L’interfaccia grafica è meno ricca e forse un po’ meno rifinita di quella di Matlab ma efficace e razionale.

Direi che se vi serve un programma di analisi numerica efficace, economico e ‘standard’, per uso didattico, personale o anche professionale, Octave è da prendere sicuramente in considerazione.

Di seguito un paio di esempi: grafica matriciale.

% Plottaggio di una matrice come immagine
%
np = 500; % Numero di punti lungo gli assi
xmax = 4*pi;
xmin = -xmax;
xstep = (xmax - xmin) / np;
x = [xmin : xstep : xmax];
y = x;
  for i = 1:length(x)
  for j =1:length(y)
    c(i,j) = sin(sin(x(i) * (sin(y(j)) - cos(x(i))))) …
             - cos(cos(y(j) * (cos(x(i)) - sin(y(j)))));
  endfor
endfor
imagesc(c) % Effettua scalatura automatica colormap

Trasformata di Fourier e spettri in frequenza:

% Fourier transform, frequency spectrum and power spectrum
% Test signal
dt = 0.2; % Sampling time
df = 1/dt; % Sampling frequency
x = [0 : 1000]dt; L = length(x); % Number of samples y = sin(x2pi) + 0.5sin(x4pi);
plot(x, y)
title('Input data X')
xlabel('Time')
ylabel('Value')
% Computation of spectrum
ftrasf = fft(y); % Fourier transform
fspec2 = abs(ftrasf)/L; % 2-sided spectrum
fspec = fspec2(1 : L/2 + 1);
fspec(2 : end-1) = 2fspec(2 : end-1); % Single-sided spectrum f = df(0:(L/2))/L; % Frequency domain
figure
plot(f, fspec)
title('Single-Sided Amplitude Spectrum of X(t)')
xlabel('f (Hz)')
ylabel('|P1(f)|')
% Power spectrum
pyy = ftrasf.*conj(ftrasf)/L;
figure
plot(pyy(1 : L/2+1))
title('Power spectral density')
xlabel('Frequency (Hz)')

Gli americani nei film

Panorama di New York

Gli statunitensi* nei film non dormono mai, lavorano un minimo di dodici ore al giorno e poi, come se nulla fosse, vanno a bere in un bar elegante fino alle ore piccole. Poi di solito hanno un’avventura erotica con la collega figa.

Nei film USA non esiste la classe media: o hai i soldi per una villa su tre livelli con giardino, piscina e quadrupli servizi o sopravvivi in un tugurio nel Bronx o in una catapecchia in mezzo al nulla nel deserto tra Arizona e Nevada.

Tutto succede a New York: puoi essere rapito dagli alieni a Times Square, trovare un tesoro templare a Central Park o essere inseguito dalla polizia tra la Ottantaquattresima e Madison, salvato ogni volta dall’Uomo Ragno.

Più è remoto il posto e più la soluzione di tutto sono le armi da fuoco: non c’è problema che non si possa risolvere con un revolver, un fucile a pompa o un semiautomatico, dall’invasione aliena alla pandemia zombie, dalla crisi economica alle turbe psichiche. Il cattivo ha una mira infallibile contro i personaggi secondari, destinati a morire per la trama, mentre mira al vento quando ha davanti l’eroe protagonista. Quest’ultimo invece non sbaglia un colpo e spara meglio di Daisuke Jigen, l’amico di Lupen III, anche se fino al giorno prima faceva il postino!

Le donne in carriera sono sempre fighe e trottano disinvolte sui tacchi a spillo venti ore su ventiquattro. Se li levano in genere solo per fare sesso.

Nei film horror c’è sempre un chiattone tra i primi a morire. Poi dopo tocca al nero o a una ragazza figa ma non la fidanzata del protagonista, ovviamente: quella di solito sopravvive, salvata dal protagonista, o muore, nonostante sforzi disumani di quello, in modo spettacolare ma molto avanti nel film.

I poliziotti eseguono deduzioni fulminee e individuano il criminale in modo infallibile nell’arco di pochi secondi. Le analisi del DNA e le più complesse deduzioni statistiche su ‘big data’ si eseguono in due minuti scarsi, ma è solo per confermare quello che il detective aveva già capito: roba da far sembrare Sherlock Holmes un povero ritardato. Gli operatori al computer sono in grado di tracciare una mappa, incrociare sei data-base riservati o progettare un incrociatore spaziale in frazioni di secondo, con la sola forza del pensiero: i movimenti delle dita sulla tastiera sono puramente coreografici. I virologi trovano un vaccino nell’arco di tempo di un intermezzo pubblicitario, partendo dallo sputo di un guarito o dal sangue di un babbuino immune. Solo sismologi, epidemiologi e “ufologi” non sono mai creduti quando prevedono il disastro, altrimenti il film finirebbe subito.

Il mondo, anzi l’universo si distingue in USA e tutto il resto. Quello che succede in ‘tutto il resto’ ovviamente conta poco, un morto di passaporto statunitense fa più clamore di un’ecatombe nella penisola indocinese. Alcuni stati esteri hanno un valore puramente simbolico: dal Messico, ad esempio, arrivano tutte le droghe e tutta la violenza concepibili.

Si direbbe che gli americani non abbiano molta fiducia nel loro decantato sistema giudiziario, dal momento che il cattivo raramente finisce in galera ma di solito muore e muore male, il più delle volte per mano del buono che, singolarmente, dopo aver fatto strage per tutto il secondo tempo, continua ad essere buono, sensibile, cittadino modello, marito affettuoso e perfetto padre di famiglia. Erore e superstiti si abbracciano felici nel finale senza un rimpianto o un rimorso di coscienza che sia uno. Il “non uccidere” vale solo verso i “buoni”, gli altri possono diventare concime. In qualche raro caso il cattivo sopravvive ma solo perché è il vero protagonista della storia, serve per ‘sequel’ e ‘prequel’: vedi Hannibal, ad esempio.

Aggiunta 18/5/2020: Gli americani hanno davvero degli infissi di merda come si vede nei film, che il serial killer entra facendo leva con un temperino?

Aggiunta 26/5/2020: i ragazzini escono sempre di notte, per sventare invasioni aliene o inseguire serial-killer, senza che la famiglia si accorga di nulla.

*) ‘Statunitensi’ è il termine che avrebbe utilizzato: i cittadini USA si sono appropriati ingiustamente del termine ‘americano’ che dovrebbero condividere con tutto il continente.

Proverbi avariati

(Una finestra dell’Università sul mare di Napoli)

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Occhio non chiede cuore non vuole.

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Sfidarsi è bene, non sfidarsi è peggio.

+++

L’arbitro non fa il monaco. (Almeno vedendo alcune partite…)

Chi cambia la via vecchia per la nuova… forse s’è rutt ‘o ca**o!

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Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mangiare.

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Meglio soli… Che poveri pianeti male accompagnati.

\\\

Non c’è peggior zoppo di chi non vuol camminare.

“””

Non c’è peggior cercatore di chi non vuol trovare.

$$$

Prende tutto quello che si dice come oro col latte.

O anche: prendere tutto come oro colorato.

&&&

Link the donkey where the master wants.

(“Attacca ‘o ciuccio addo vò ‘o padrone” livello Global).

%%%

Chi twitter e chi niente.

I grandi dubbi ancora e ancora

“Come vanno a lezione gli allievi della scuola di pelletteria?”

“Con lo scuoiabus!”

Quelli che si amano in modo platonico… si vengono in mente? (Per questa ringraziamo il collega G.)

Un padrone di casa decaduto è senza il becco di un quartino? Oppure quello e l’ubriacone senza più contanti?

Il tetrapak è un posteriore con quattro natiche?

Perché il bagno penale non è un genere hard?

Se Papa Bergoglio è punto da una zanzara gli viene la bolla papale?

Un discorso a 360 gradi… è sempre su argomenti scottanti?

Perché un cavallo non può fare l’amministratore di un sistema informatico?

Perché torna a casa ogni volta che legge “installa”! (Di nuovo grazie G.)

Perché non troverai mai una locomotiva a vapore in una sala d’attesa? Perché è vietato fumare!

Un calvo in palestra… fa pelates?

Un delfino emozionato… ha la pelle d’orca?

Qual è il biscotto più amato dai fanatici dell’informatica? Il Lo-Haker!

Per selezionare il personale al catasto si fa un catasting?

Un calzolaio è una persona suolare?

eccetera, eccetera, eccetera…

L’anticinefilo

Lo confesso, non amo il cinema. Ci vado di rado (sempre più di rado, anzi praticamente mai), e solo se trascinato. In sala mi ritrovo spesso a sbirciare l’orologio, salvo rari casi di “pellicole” estremamente coinvolgenti. La mia domanda implicita, nel momento doloroso di scegliere un film è: “in quale ci sono più aeroplani e carri armati?” sapendo già che il mio gusto non sarà condiviso dalla maggioranza. Non riesco nemmeno lontanamente a capire l’enfasi mediatica per feste, festival e premi cinematografici d’ogni sorta, dagli Oscar in giù. Preferisco di gran lunga gli spettacoli dal vivo, musica o, meglio ancora, teatro. Davanti ad un palco con attori rimango incantato, perfino quando la recitazione non è esattamente eccelsa. Il teatro è vivo, il cinema riproduzione: so che non condividerete, ma per me è così.

Discussione sui social

Ecco quelli che utilizzo, tutti con limitatissimo successo ma duratura passione.

Facebook ha una pessima fama su privacy e sicurezza, peraltro meritatissima. Pubblico quasi soltanto sulla mia pagina “Il Mediatore”, nata per il mio romanzo e poi evolutasi in raccolta di opinioni e cose che mi attirano, oppure su gruppi. Pubblico solo quello che voglio che sia pubblico: pretendere la “privacy” dalla rete e da aziende private e dalla gestione discutibile, mi sembra alquanto incomprensibile. In generale non pubblico più foto di me stesso o di persone in primo piano.

Twitter mi piace di più. Il concetto dei messaggi brevi mi piace molto: non sopporto le “sbrodolate” che si trovano su Facebook e altrove. Se vuoi parlare molto è meglio il blog, no? E poi la scuola della sintesi è fondamentale per evolvere il pensiero, ti costringe a capire cosa davvero vuoi dire e perché. La filosofia è opposta a quella di Facebook: tutto quello che si posta è pubblico e questo concetto è ben chiaro a chi partecipa, non ci sono fraintendimenti o prese per i fondelli a riguardo. Ci sono utenti che mi piace seguire perché dicono cose interessanti o divertenti anche se non sempre li condivido. Difetti? Poche reazioni, i link nei tweet non li clicca quasi nessuno, la “vita attiva” di un tweet è estremamente breve, molto meno di un post Facebook, o attiva reazioni subito o precipita nell’oblio. E poi insulti, partigianeria e provocazioni sono onnipresenti.

Linkedin: è più mirato ad obiettivi “professionali” anche se a volte sembra un Facebook con i titoli di studio e lavoro messi in evidenza. Pubblico solo cose che abbiano una valenza tecnica, oltre a molti miei articoli del blog e a quelli storici di FremmaUno. I gruppi funzionano bene: in percentuale al numero dei partecipanti si ottengono più reazioni e commenti mirati. Le riflessioni sono più “mirate”, perché ci metti la faccia e la tua immagine pubblica. C’è tanta pubblicità mascherata da contenuto tecnico. So di gente che “mi legge”, anche se poi non diffonde e non lascia reazioni.

Instagram: mi ci sono iscritto per insistenza dei nipoti: “così ci metti i like” e “zio ma stai ancora su Facebook? È brutto!”. È il social dei giovanissimi, dove caricano innumerevoli immagini di se stessi, più o meno ritoccate. Lo sto usando un po’ ma non mi ci riconosco… già il fatto di non poter postare da computer mi sembra incomprensibile. La maggior parte dei contenuti mi risulta banale e ripetitiva, anche da parte dei cosiddetti “influencer”. Le immagini sono spesso vistose, d’impatto immediato ma di scarso significato. Si vede che mi sto facendo vecchio.

Per cui, mi raccomando, seguitemi!

In difesa della “comfort zone”

“Il problema è accettare le sfide, uscire dalla comfort zone”,

Così dicono gli esperti d’innovazione.

Così insistono i guru dell’organizzazione aziendale

Lo ripetono così a oltranza che il concetto stesso mi è venuto a noia.

E come sempre, in questi casi, annego la noia facendomi domande.

Perché dovremmo sempre essere sotto pressione? Sempre stressati? Sempre con un traguardo nuovo sempre più lontano? Sempre a inseguire nuove posizioni?

Sempiternamente pronti ad affrontare sfide? Automaticamente disponibili metterci alla prova con quello che non ci piace? Moralmente obbligati a confrontarci con scadenze impossibili e obiettivi fantastici, a sobbarcarci nuovi impegni e responsabilità ”a gratis” solo perché qualcuno (dotato del necessario potere) ce li ha posti davanti?

Così si conquista (forse) il mercato ma non la saggezza. Si allunga il curriculum ma non si amplia la conoscenza. Si allarga il portafogli (magari) ma si restringe la vita. Si saltano le tappe e si tagliano i traguardi (ammesso che…) ma lasciandosi dietro fette cospicue di vita, famiglia e salute.

Vanno bene le sfide, intendiamoci, anzi sono indispensabili per la “crescita personale” (altra espressione che mi è diventata fastidiosa), sono il sale stesso della vita, ma con il tempo e i passi necessari e, soprattutto, un margine di discrezione individuale.

Non sempre chi sta seduto s’è arreso, magari prepara il prossimo passo. Non sempre chi corre sta avanzando, magari si sbatte soltanto o fa scena, a vantaggio di colleghi e (soprattutto) capi. Non sempre chi sta da solo rifiuta il confronto, magari medita e comprende. Non sempre chi si avventura per nuove strade fa esperienza: magari non sa neppure dove sta andando.

Non sempre chi dice di no mette i bastoni fra le ruote all’organizzazione, magari si rende conto di non essere adatto al ruolo che gli è proposto (e quasi imposto) e di poter fare molto di più in altre direzioni. Chi chiede di fare un passo indietro può aver individuato errori che gli altri non vedono, o fanno finta. A volte chi chiede di rimandare una scadenza o allentare una specifica è più apprezzabile di chi consegna un risultato nei termini, ma “quale che sia” e magari opportunamente edulcorato.

Un po’ di comodità, anche sul lavoro e nei processi di sviluppo e progettazione, non è “il male”, anzi, se ben gestito, è la condizione necessaria per capire e indirizzare i passi da fare. Il successo non si può misurare solo in denaro, così come il lavoro, intellettuale o meno, non si misura in ore e come il benessere di una nazione non è tutto nel PIL.

Recuperiamo un po’ di Otium produttivo, come ragionavano i latini. Decidiamo le sfide da affrontare e programmiamone l’approccio in modo razionale. Le persone potrebbero paradossalmente guadagnarne in produttività e magari la “macchina Italia” avanzerà meglio, assieme alla nostra vita privata.

L’energia atomica nella vita cosmica e umana

Ho trovato questo libro per terra, passeggiando per Torre del Greco. L’ho raccolto come se recuperassi un tesoretto trovato per caso. A me sembra strano buttare via i libri, un gesto alla soglia del reato, eppure tanti lo fanno. I libri diventano troppo ingombranti in casa. Quando ad esempio muore un parente finiscono nella massa della roba vecchia di cui disfarsi semplicemente perché non c’è posto, la parte noiosa dell’eredità. Sarebbe meglio donarli, certamente, ma non sempre è realizzabile neanche questo. E poi tanti, chissà perché, non li amano.

Ma non divaghiamo. L’età di questo volume si evinceva subito, dall’ingiallimento della carta, dallo stile di impaginazione e da quello dei caratteri. L’anno 1950 sulla prima pagina era una conferma. Purtroppo mancava la copertina anteriore e quella posteriore c’era ma quasi completamente staccata, per il resto il libro era completo.

Il tema dell’energia nucleare era particolarmente caldo a quell’epoca. Le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki erano ancora fresche nella memoria, la Guerra Fredda era nella sua fase più calda, ma allettanti erano anche le promesse di un efficace uso civile del nucleare, capace di aprire, ad esempio, le porte per esplorare il cosmo. Gli effetti nocivi delle radiazioni non erano ancora del tutto noti.

Qualche tempo dopo ho cominciato a leggerlo e mi ha avvinto, me lo sono goduto, un po’ per volta, fino all’ultima pagina. Complice l’argomento, sicuramente appassionate almeno per me. Ma anche lo stile e la forma sono notevoli: scorrevole, ironico senza arrivare al guascone, abbastanza preciso da accontentare anche palati fini, non manca di riportare numeri, grafici e confronti evitando di scendere nei dettagli delle formule. Secondo me molti divulgatori potrebbero prendere esempio da questo vecchio testo. D’altra parte l’autore, George Gamow, non era certo uno sprovveduto o un improvvisatore, ma anzi uno dei fisici più in vista, in quella prima metà del secolo scorso che è stata così ricca per questa materia, rendendola, come è ancora, la regina delle scienze. Una conferma che la vera competenza non ha nulla a che fare con arroganza e ostentazione.

Il linguaggio è semplice senza banalizzare i contenuti. I meccanismi delle reazioni nucleari sono efficacemente spiegati con l’analogia di un fluido estremamente denso e coeso, dotato di carica elettrica. Il ragionamento spazia dai laboratori all’esperienza quotidiana fino alla struttura delle stelle, ovviamente nei limiti delle concezioni consolidate una settantina d’anni fa.

Il tempo trascorso si nota, ovviamente. La fusione nucleare, verso cui puntano oggi gli scienziati per dare energia al futuro del genere umano, è indicato come qualcosa di impensabile al di fuori dei nuclei delle stelle, dove si raggiungono le temperature e pressioni necessarie. Il testo si concentra quasi per intero sui fenomeni di fissione, quelli coinvolti nelle prime esplosioni atomiche e nelle generazioni di reattori nucleari realizzati da quegli anni fino ad oggi. Roba vecchia? Non proprio, dal momento che le conoscenze di base sono le stesse. In più ripercorrere i primi esperimenti, decisamente semplici e “poveri” rispetto agli attuali, è altamente istruttivo, riconducendo il lettore a come i fenomeni nucleari siano stati scoperti, in maniera non poi così lontana dall’esperienza quotidiana, e a come le conoscenze si siano concatenate.

Altro aspetto insolito, almeno per me, è la quasi totale assenza di concetti di meccanica quantistica. È probabile che quella teoria non fosse ancora pienamente consolidata, alla fine degli anni ‘40, o che fosse considerata ancora troppo avanzata per la divulgazione “di base”. Essa compare soltanto in termini di “probabilità” che un evento nucleare abbia luogo o meno, sorta di casualità che consente, ad esempio, anche a particelle relativamente lente di provocare reazioni nucleari. Può sembrare una grave mancanza o approssimazione, ma a me sembra che semplifichi di molto l’approccio a lettori del tutto a digiuno all’argomento, come erano sicuramente quelli che aveva in mente Gamow in quei giorni e li prepari a eventuali letture più specifiche.

Il tutto completato da deliziose piccole illustrazioni fatte a mano dallo stesso scienziato, spesso corredate da elementi decorativi, come pterodattili che volteggiano sui “picchi di energia” delle reazioni nucleari.

Se posso notare un difetto è forse un certo “campanilismo” che rende centrali i risultati ottenuti in area anglosassone, lasciando in secondo piano quanto ottenuto, ad esempio, in Italia, Germania e soprattutto alla scuola di Copenaghen di Niels Bohr, fucina di scoperte e premi Nobel: forse anche da questo nasce la ridotta attenzione alla meccanica dei quanti. Se voleste approfondire quest’area, anche dal punto di vista umano, potreste ad esempio cominciare da qui: “Hotel Copenaghen”.

Insomma, secondo me un piccolo gioiello. Non so se meriti una ristampa, ma se siete appassionati di divulgazione scientifica o solo curiosi di capire di cosa si sono occupati i fisici della generazione passata – gente che ha cambiato il mondo e non solo la scienza – o se semplicemente ve lo troviate tra le mani, concedetegli un po’ d’attenzione. Potrebbe catturare anche voi!

È solo musica da scaricare

Per me fare le cose legalmente ha sempre un gusto particolare. Anche non pagare ha un gusto particolare e quando si riescono a combinare le due cose è proprio il massimo della goduria. Non avere fastidi come pubblicità o raccolta di dati personali rende il tutto più difficile, ma non impossibile. Per ascoltare e anche scaricare musica gratuitamente, legalmente e senza pubblicità o “pedinamenti informatici”, ad esempio, ci sono possibilità, ovviamente se non cercate le ultime “hit” del momento. Eccone alcune.

Per la musica classica un ottimo motore di ricerca è Classic Cat.

https://www.classiccat.net/

Da qui ci si riparte su una rete di siti piccoli e grandi. Non sempre la qualità è eccellente, ma cercando un po’ si trovano belle cose. Non mancano registrazioni di esecutori “nobili”. Uno dei riferimenti più frequenti è il “nostrano” Liber Liber, preziosa risorsa per cercare anche ebook e altro materiale culturale “datato” ma valido.

Per il Jazz invece è interessante visitare Jazz On Line:

http://www.jazz-on-line.com/index.htm

Molte registrazioni storiche – la qualità a volte è quella che è ma legata alla tecnologia del tempo – e diverse chicche. Purtroppo anche molti link “morti”.

Per la musica pop, rock, elettronica e in generale contemporanea, si può andare su siti che consentono a artisti minori o esordienti di farsi conoscere. Ad esempio Free Music Archive.

http://freemusicarchive.org/

Magari trovate qualche artista da seguire.

Insomma, c’è modo di regalarsi ore e ore di ascolto, anche confrontando diverse esecuzioni degli stessi pezzi. E questo è il risultato soltanto di qualche ricerca: di certo c’è molto, molto di più.

Ingegneria del linguaggio

Ci ho riflettuto: esaminando il comportamento mio e delle persone che conosco, ho dedotto che, salvo rare eccezioni, sono dati due casi in cui si usano poche parole:

  • Quando per te è una cosa assolutamente fondamentale;
  • Quando non te ne frega proprio niente.

Nel mezzo si pone tutto il resto.

Lo chiamerei “assioma della curva a campana delle parole”. Una conseguenza, che definirei “corollario del mediocre verboso”, è che ciò di cui parli di più non sono per te gli argomenti più importanti.

I motivi sono numerosi: psicologici, norme sociali, prudenza o opportunismo. Quello che per te è essenziale è difficile da esprimere e a volte pericoloso, ci vorrebbe lo spirito di un filosofo o di un poeta, che sapesse scegliere i termini e costruire le frasi: modalità, per definizione, sintetiche e inaccessibili alla maggioranza. L’essenziale resta, di norma, inespresso.

Le innumerevoli parole che si usano, parlate o scritte, sono, per la maggior parte, passatempo, attività sociale o strumento per raggiungere uno scopo.

All’atto pratico, per capire come la pensa una persona è certamente necessario starla a sentire, cosa di per se impegnativa, ma questo non è sufficiente: bisogna interpretare e collegare, per focalizzare il non detto, o meglio il solo accennato. Un po’ come per i politici: una cosa sono i proclami elettorali, un’altra i programmi di governo e un’altra ancora le vere priorità, rigorosamente in ordine decrescente di parole spese.

Questo ragionamento dimostra anche che quando ti abitui a pensare in termini matematici, ti accorgi che puoi utilmente applicarlo ovunque.