L’anticinefilo

Lo confesso, non amo il cinema. Ci vado di rado (sempre più di rado, anzi praticamente mai), e solo se trascinato. In sala mi ritrovo spesso a sbirciare l’orologio, salvo rari casi di “pellicole” estremamente coinvolgenti. La mia domanda implicita, nel momento doloroso di scegliere un film è: “in quale ci sono più aeroplani e carri armati?” sapendo già che il mio gusto non sarà condiviso dalla maggioranza. Non riesco nemmeno lontanamente a capire l’enfasi mediatica per feste, festival e premi cinematografici d’ogni sorta, dagli Oscar in giù. Preferisco di gran lunga gli spettacoli dal vivo, musica o, meglio ancora, teatro. Davanti ad un palco con attori rimango incantato, perfino quando la recitazione non è esattamente eccelsa. Il teatro è vivo, il cinema riproduzione: so che non condividerete, ma per me è così.

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Discussione sui social

Ecco quelli che utilizzo, tutti con limitatissimo successo ma duratura passione.

Facebook ha una pessima fama su privacy e sicurezza, peraltro meritatissima. Pubblico quasi soltanto sulla mia pagina “Il Mediatore”, nata per il mio romanzo e poi evolutasi in raccolta di opinioni e cose che mi attirano, oppure su gruppi. Pubblico solo quello che voglio che sia pubblico: pretendere la “privacy” dalla rete e da aziende private e dalla gestione discutibile, mi sembra alquanto incomprensibile. In generale non pubblico più foto di me stesso o di persone in primo piano.

Twitter mi piace di più. Il concetto dei messaggi brevi mi piace molto: non sopporto le “sbrodolate” che si trovano su Facebook e altrove. Se vuoi parlare molto è meglio il blog, no? E poi la scuola della sintesi è fondamentale per evolvere il pensiero, ti costringe a capire cosa davvero vuoi dire e perché. La filosofia è opposta a quella di Facebook: tutto quello che si posta è pubblico e questo concetto è ben chiaro a chi partecipa, non ci sono fraintendimenti o prese per i fondelli a riguardo. Ci sono utenti che mi piace seguire perché dicono cose interessanti o divertenti anche se non sempre li condivido. Difetti? Poche reazioni, i link nei tweet non li clicca quasi nessuno, la “vita attiva” di un tweet è estremamente breve, molto meno di un post Facebook, o attiva reazioni subito o precipita nell’oblio. E poi insulti, partigianeria e provocazioni sono onnipresenti.

Linkedin: è più mirato ad obiettivi “professionali” anche se a volte sembra un Facebook con i titoli di studio e lavoro messi in evidenza. Pubblico solo cose che abbiano una valenza tecnica, oltre a molti miei articoli del blog e a quelli storici di FremmaUno. I gruppi funzionano bene: in percentuale al numero dei partecipanti si ottengono più reazioni e commenti mirati. Le riflessioni sono più “mirate”, perché ci metti la faccia e la tua immagine pubblica. C’è tanta pubblicità mascherata da contenuto tecnico. So di gente che “mi legge”, anche se poi non diffonde e non lascia reazioni.

Instagram: mi ci sono iscritto per insistenza dei nipoti: “così ci metti i like” e “zio ma stai ancora su Facebook? È brutto!”. È il social dei giovanissimi, dove caricano innumerevoli immagini di se stessi, più o meno ritoccate. Lo sto usando un po’ ma non mi ci riconosco… già il fatto di non poter postare da computer mi sembra incomprensibile. La maggior parte dei contenuti mi risulta banale e ripetitiva, anche da parte dei cosiddetti “influencer”. Le immagini sono spesso vistose, d’impatto immediato ma di scarso significato. Si vede che mi sto facendo vecchio.

Per cui, mi raccomando, seguitemi!

In difesa della “comfort zone”

“Il problema è accettare le sfide, uscire dalla comfort zone”,

Così dicono gli esperti d’innovazione.

Così insistono i guru dell’organizzazione aziendale

Lo ripetono così a oltranza che il concetto stesso mi è venuto a noia.

E come sempre, in questi casi, annego la noia facendomi domande.

Perché dovremmo sempre essere sotto pressione? Sempre stressati? Sempre con un traguardo nuovo sempre più lontano? Sempre a inseguire nuove posizioni?

Sempiternamente pronti ad affrontare sfide? Automaticamente disponibili metterci alla prova con quello che non ci piace? Moralmente obbligati a confrontarci con scadenze impossibili e obiettivi fantastici, a sobbarcarci nuovi impegni e responsabilità ”a gratis” solo perché qualcuno (dotato del necessario potere) ce li ha posti davanti?

Così si conquista (forse) il mercato ma non la saggezza. Si allunga il curriculum ma non si amplia la conoscenza. Si allarga il portafogli (magari) ma si restringe la vita. Si saltano le tappe e si tagliano i traguardi (ammesso che…) ma lasciandosi dietro fette cospicue di vita, famiglia e salute.

Vanno bene le sfide, intendiamoci, anzi sono indispensabili per la “crescita personale” (altra espressione che mi è diventata fastidiosa), sono il sale stesso della vita, ma con il tempo e i passi necessari e, soprattutto, un margine di discrezione individuale.

Non sempre chi sta seduto s’è arreso, magari prepara il prossimo passo. Non sempre chi corre sta avanzando, magari si sbatte soltanto o fa scena, a vantaggio di colleghi e (soprattutto) capi. Non sempre chi sta da solo rifiuta il confronto, magari medita e comprende. Non sempre chi si avventura per nuove strade fa esperienza: magari non sa neppure dove sta andando.

Non sempre chi dice di no mette i bastoni fra le ruote all’organizzazione, magari si rende conto di non essere adatto al ruolo che gli è proposto (e quasi imposto) e di poter fare molto di più in altre direzioni. Chi chiede di fare un passo indietro può aver individuato errori che gli altri non vedono, o fanno finta. A volte chi chiede di rimandare una scadenza o allentare una specifica è più apprezzabile di chi consegna un risultato nei termini, ma “quale che sia” e magari opportunamente edulcorato.

Un po’ di comodità, anche sul lavoro e nei processi di sviluppo e progettazione, non è “il male”, anzi, se ben gestito, è la condizione necessaria per capire e indirizzare i passi da fare. Il successo non si può misurare solo in denaro, così come il lavoro, intellettuale o meno, non si misura in ore e come il benessere di una nazione non è tutto nel PIL.

Recuperiamo un po’ di Otium produttivo, come ragionavano i latini. Decidiamo le sfide da affrontare e programmiamone l’approccio in modo razionale. Le persone potrebbero paradossalmente guadagnarne in produttività e magari la “macchina Italia” avanzerà meglio, assieme alla nostra vita privata.

L’energia atomica nella vita cosmica e umana

Ho trovato questo libro per terra, passeggiando per Torre del Greco. L’ho raccolto come se recuperassi un tesoretto trovato per caso. A me sembra strano buttare via i libri, un gesto alla soglia del reato, eppure tanti lo fanno. I libri diventano troppo ingombranti in casa. Quando ad esempio muore un parente finiscono nella massa della roba vecchia di cui disfarsi semplicemente perché non c’è posto, la parte noiosa dell’eredità. Sarebbe meglio donarli, certamente, ma non sempre è realizzabile neanche questo. E poi tanto, chissà perché, non li amano.

Ma non divaghiamo. L’età di questo volume si evinceva subito, dall’ingiallimento della carta, dallo stile di impaginazione e da quello dei caratteri. L’anno 1950 sulla prima pagina era una conferma. Purtroppo mancava la copertina anteriore e quella posteriore c’era ma quasi completamente staccata, per il resto il libro era completo.

Il tema dell’energia nucleare era particolarmente caldo a quell’epoca. Le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki erano ancora fresche nella memoria, la Guerra Fredda era nella sua fase più calda, ma allettanti erano anche le promesse di un efficace uso civile del nucleare, capace di aprire, ad esempio, le porte per esplorare il cosmo. Gli effetti nocivi delle radiazioni non erano ancora del tutto noti.

Qualche tempo dopo ho cominciato a leggerlo e mi ha avvinto, me lo sono goduto, un po’ per volta, fino all’ultima pagina. Complice l’argomento, sicuramente appassionate almeno per me. Ma anche lo stile e la forma sono notevoli: scorrevole, ironico senza arrivare al guascone, abbastanza preciso da accontentare anche palati fini, non manca di riportare numeri, grafici e confronti evitando di scendere nei dettagli delle formule. Secondo me molti divulgatori potrebbero prendere esempio da questo vecchio testo. D’altra parte l’autore, George Gamow, non era certo uno sprovveduto o un improvvisatore, ma anzi uno dei fisici più in vista, in quella prima metà del secolo scorso che è stata così ricca per questa materia, rendendola, come è ancora, la regina delle scienze. Una conferma che la vera competenza non ha nulla a che fare con arroganza e ostentazione.

Il linguaggio è semplice senza banalizzare i contenuti. I meccanismi delle reazioni nucleari sono efficacemente spiegati con l’analogia di un fluido estremamente denso e coeso, dotato di carica elettrica. Il ragionamento spazia dai laboratori all’esperienza quotidiana fino alla struttura delle stelle, ovviamente nei limiti delle concezioni consolidate una settantina d’anni fa.

Il tempo trascorso si nota, ovviamente. La fusione nucleare, verso cui puntano oggi gli scienziati per dare energia al futuro del genere umano, è indicato come qualcosa di impensabile al di fuori dei nuclei delle stelle, dove si raggiungono le temperature e pressioni necessarie. Il testo si concentra quasi per intero sui fenomeni di fissione, quelli coinvolti nelle prime esplosioni atomiche e nelle generazioni di reattori nucleari realizzati da quegli anni fino ad oggi. Roba vecchia? Non proprio, dal momento che le conoscenze di base sono le stesse. In più ripercorrere i primi esperimenti, decisamente semplici e “poveri” rispetto agli attuali, è altamente istruttivo, riconducendo il lettore a come i fenomeni nucleari siano stati scoperti, in maniera non poi così lontana dall’esperienza quotidiana, e a come le conoscenze si siano concatenate.

Altro aspetto insolito, almeno per me, è la quasi totale assenza di concetti di meccanica quantistica. È probabile che quella teoria non fosse ancora pienamente consolidata, alla fine degli anni ‘40, o che fosse considerata ancora troppo avanzata per la divulgazione “di base”. Essa compare soltanto in termini di “probabilità” che un evento nucleare abbia luogo o meno, sorta di casualità che consente, ad esempio, anche a particelle relativamente lente di provocare reazioni nucleari. Può sembrare una grave mancanza o approssimazione, ma a me sembra che semplifichi di molto l’approccio a lettori del tutto a digiuno all’argomento, come erano sicuramente quelli che aveva in mente Gamow in quei giorni e li prepari a eventuali letture più specifiche.

Il tutto completato da deliziose piccole illustrazioni fatte a mano dallo stesso scienziato, spesso corredate da elementi decorativi, come pterodattili che volteggiano sui “picchi di energia” delle reazioni nucleari.

Se posso notare un difetto è forse un certo “campanilismo” che rende centrali i risultati ottenuti in area anglosassone, lasciando in secondo piano quanto ottenuto, ad esempio, in Italia, Germania e soprattutto alla scuola di Copenaghen di Niels Bohr, fucina di scoperte e premi Nobel: forse anche da questo nasce la ridotta attenzione alla meccanica dei quanti. Se voleste approfondire quest’area, anche dal punto di vista umano, potreste ad esempio cominciare da qui: “Hotel Copenaghen”.

Insomma, secondo me un piccolo gioiello. Non so se meriti una ristampa, ma se siete appassionati di divulgazione scientifica o solo curiosi di capire di cosa si sono occupati i fisici della generazione passata – gente che ha cambiato il mondo e non solo la scienza – o se semplicemente ve lo troviate tra le mani, concedetegli un po’ d’attenzione. Potrebbe catturare anche voi!

È solo musica da scaricare

Per me fare le cose legalmente ha sempre un gusto particolare. Anche non pagare ha un gusto particolare e quando si riescono a combinare le due cose è proprio il massimo della goduria. Non avere fastidi come pubblicità o raccolta di dati personali rende il tutto più difficile, ma non impossibile. Per ascoltare e anche scaricare musica gratuitamente, legalmente e senza pubblicità o “pedinamenti informatici”, ad esempio, ci sono possibilità, ovviamente se non cercate le ultime “hit” del momento. Eccone alcune.

Per la musica classica un ottimo motore di ricerca è Classic Cat.

https://www.classiccat.net/

Da qui ci si riparte su una rete di siti piccoli e grandi. Non sempre la qualità è eccellente, ma cercando un po’ si trovano belle cose. Non mancano registrazioni di esecutori “nobili”. Uno dei riferimenti più frequenti è il “nostrano” Liber Liber, preziosa risorsa per cercare anche ebook e altro materiale culturale “datato” ma valido.

Per il Jazz invece è interessante visitare Jazz On Line:

http://www.jazz-on-line.com/index.htm

Molte registrazioni storiche – la qualità a volte è quella che è ma legata alla tecnologia del tempo – e diverse chicche. Purtroppo anche molti link “morti”.

Per la musica pop, rock, elettronica e in generale contemporanea, si può andare su siti che consentono a artisti minori o esordienti di farsi conoscere. Ad esempio Free Music Archive.

http://freemusicarchive.org/

Magari trovate qualche artista da seguire.

Insomma, c’è modo di regalarsi ore e ore di ascolto, anche confrontando diverse esecuzioni degli stessi pezzi. E questo è il risultato soltanto di qualche ricerca: di certo c’è molto, molto di più.

Ingegneria del linguaggio

Ci ho riflettuto: esaminando il comportamento mio e delle persone che conosco, ho dedotto che, salvo rare eccezioni, sono dati due casi in cui si usano poche parole:

  • Quando per te è una cosa assolutamente fondamentale;
  • Quando non te ne frega proprio niente.

Nel mezzo si pone tutto il resto.

Lo chiamerei “assioma della curva a campana delle parole”. Una conseguenza, che definirei “corollario del mediocre verboso”, è che ciò di cui parli di più non sono per te gli argomenti più importanti.

I motivi sono numerosi: psicologici, norme sociali, prudenza o opportunismo. Quello che per te è essenziale è difficile da esprimere e a volte pericoloso, ci vorrebbe lo spirito di un filosofo o di un poeta, che sapesse scegliere i termini e costruire le frasi: modalità, per definizione, sintetiche e inaccessibili alla maggioranza. L’essenziale resta, di norma, inespresso.

Le innumerevoli parole che si usano, parlate o scritte, sono, per la maggior parte, passatempo, attività sociale o strumento per raggiungere uno scopo.

All’atto pratico, per capire come la pensa una persona è certamente necessario starla a sentire, cosa di per se impegnativa, ma questo non è sufficiente: bisogna interpretare e collegare, per focalizzare il non detto, o meglio il solo accennato. Un po’ come per i politici: una cosa sono i proclami elettorali, un’altra i programmi di governo e un’altra ancora le vere priorità, rigorosamente in ordine decrescente di parole spese.

Questo ragionamento dimostra anche che quando ti abitui a pensare in termini matematici, ti accorgi che puoi utilmente applicarlo ovunque.

Da una storia vera. (Il mio ufficio è differente)

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Brani di vita in un ufficio tecnico non molto diverso dalla media. Per inquadrare, ci soprannominiamo “Baia dell’Ignoranza”.

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“Ma cosa vuole Lattuga?”

“Forse un po’ d’olio e aceto?”

“E allora è un’insalata”.

“Di notte deve stare tranquillo, se no russa!”

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Il collega torna dal bagno piangendo.

“Capo, ho pisciato un calcolo!”

“Non ti preoccupare, lo rifacciamo… ti aiuto io”.

“Non hai capito. L’ho proprio pisciato!”

-+-

Il calcolo in esecuzione sul computer è quella cosa che se lo stai a guardare non finisce mai ma se la perdi di vista fallisce immediatamente.

-+-

“Un giorno mi picchieranno, lo so”.

“Ma sarà comunque troppo tardi!”

-+-

“I conti non tornano!”

“Sono tornati i Savoia e non tornano i conti?”

-+-

“Perché Massimo arriva sempre in ritardo?”

“Perché si dice sempre: ci vediamo alle 10. Massimo alle 10.30!”

-+-

“Quando fai il CAE e ti cambiano di continuo il CAD, allora si che ti rompono il CAX!”

-+-

Dicono “vediamo l’esploso” e tu pensi sempre al collega scoppiato, prima che ai pezzi del progetto.

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“Ha infilato il pistoncino nella sua sede” non può avere un significato erotico. No!

(Ma il mio ufficio è differente)

I grandi dubbi… e quattro!

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Riparazioni che davvero.

Eccoci di nuovo (here we go again)!

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Se c’è il secco indifferenziato perché non c’è il grasso specializzato?

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Se hai molti obiettivi variabili nella vita, hai una caleidoscopo?

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Un medium che lavora a distanza… ha le tele-visioni?

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Mangiare uova è una scelta pollitica?

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Un mercante indiano come può fare le orecchie?

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I turchi agitati da chi possono essere presi?

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Una bambina russa che cade sulla neve… sarà una slavina? (dal collega G.).

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Le anguille preferiscono stare assieme perché così stanno tra…nguille? (anche da G.)

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Le automobili a metano si chiamano così perché per metà vanno a gas e per metà… no?

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Perché le foto-profilo sono quasi tutte di fronte?

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Se sbatti il ditone del piede hai un dolore allucinante?

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Un fan degli U2… dà tutto per Bono?

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La banda stagnata… È un gruppo di criminali metallurgici?

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Se ti rubano l’asino e poi ti fanno il cavallo di ritorno… ci hai guadagnato?

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I carcerati sanno leggere il codice a sbarre?


(Se, per incredibile caso, vi ha tirato fuori un sorriso, che ne direste di condividete sui media?)

Quello che

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Iniziamo il 2018 in versi. Come sempre, richiedono lettori pazienti. In un certo senso, contiene dei propositi.

***

Quello che non ho

È la forza di crederti contro me stesso,

La mania di forzare il destino e il suo passo,

L’avidità per sacrificare il presente al possesso,

L’incoscienza di chi, fatto il danno,

Dorme con sonno di sasso.

.

Quello che non ho più

È la pazienza inerte d’aspettare

Il meglio che non ha voglia di venire

E la volontà di sforzarmi per assecondare,

Ancora, quelli che non vogliono cambiare

– Moventi gravi del mio passato errare –

.

Quello che mi resta

È l’appetito di lieve vita,

Variegata d’affetti a tratto di matita,

Una maglia di passioni mista e intricata

E un impegno quotidiano di lunga durata,

Che assaporino di senso i minuti e la giornata.

.

Quello che ho ritrovato

E’ ciò che non potrò mai cambiare,

In me, per sopravvivere, un’esigenza

Che m’impone d’affrontare

L’inerte e il vecchio, di scalzare

Gli ostacoli a una più onesta sussistenza,

Come scorie che opprimono il cuore.

Un’ottusa, irragionevole insistenza

A faticare ogni dì, realizzare con pazienza,

Con lenta, ottusa, quotidiana coscienza,

Qualcosa che abbia dignità di restare.

.

Quel che mi ha trovato

È un amore un po’ stonato,

Che non l’annega, ma dà senso al resto

Ed è motivo per cui, non inerte, resto!

Come una pozza di pace liscia,

Fresco e piccolo, che non spiega

Il baratro nero dove la vita si lascia,

Ma scorre nell’orcio del cuore, a sorso e goccia.

È una speranza che ritrovo a ogni piega

Della vita e a cui m’unisce una fascia

Forte, come quella che mi lega

A questa pazza, compagna d’amore, che non mi lascia,

Beato me.

Lutto

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Cadde il silenzio. Tutto avvenne quasi di colpo, il lutto si trasmise più rapidamente della sua stessa notizia: chi non ne sapeva ancora nulla si stupiva che il caos fosse sparito dalla strada. Era chiaro che qualcosa di definitivo era avvenuto.

Un elicottero volteggiava a bassa quota, insistentemente, sorvegliando che non ci fossero assembramenti o manifestazioni evidenti. Era lo Stato che conteneva alla meglio quello che non era capace di reprimere.

Il giorno dopo i giornali locali diedero la notizia con garbo, come se si fosse allontanata una personalità “discussa” ma che non fosse il caso di dare troppa corda ai pettegolezzi. Che fosse morta d’età e malattia era già, di per se, una notizia.

Il lutto, non ufficiale ma effettivo, per la dipartita dell’anziana boss, continuò, in senso stretto, almeno una settimana e comprese tutti i paesi del circondario.

Non si sparavano botti di notte, tra le altre cose.

Pochi schiamazzi per le strade.

In pratica si dormiva tranquilli.

Dico io: possa morire un boss al giorno!

(Ogni riferimento a fatti, luoghi o persone realmente esistenti è puramente casuale)