Fulmini e saette di maggio

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Le “memorie” di Facebook hanno almeno un vantaggio: mi hanno ricordato che ho già vissuto altre primavere dalla meteorologia instabile. Tre anni fa, da appassionato di fotografia alle prime armi, mi cimentavo nell’impresa di ritrarre i fulmini. Non troppo difficile, per la verità, conoscendo la tecnica giusta e armandosi di pazienza e perseveranza. Ero molto soddisfatto del risultato: oggi, riguardandole, penso che potevo fare di meglio, magari chiudendo un po’ il diaframma.

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Per cui la memoria biologica inganna: non c’è più la mezza stagione, diciamo, quando di fatto c’è ed è sempre la stessa, con il sole cocente pronto a lasciare il posto alle nubi temporalesche. In questo la memoria virtuale più dare una mano. La statistica ancora di più.

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Tra un po’ sarà estate e magari ci stupiremo, per l’ennesima volta, che fa caldo, tanto caldo, da non poter stare al sole e da dover bere tanto. Che novità.

Questo non significa che il clima non stia cambiando. Sta cambiando eccome e ce lo dice la scienza, sulla base dei dati registrati su un lungo periodo di tempo. Le sensazioni quotidiane sono fuorvianti e servono, al più, per il giorno stesso, appunto.

Il compagno scomodo del computer

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Errori di programmazione grafica con strani effetti

Molto si scrive e ragiona sull’importanza dei computer nella vita quotidiana (anche i telefonini sono dei computer ormai). Dalle chiacchiere da bar ai saggi accademici è tutto un fiorire delle valutazioni sociologiche delle tecnologie di calcolo e comunicazione. Ma, secondo me, c’è un tema correlato strettamente ma non abbastanza valutato, quello dei bachi del software e del loro effetto sulla vita delle persone. Provo a buttare giù qualche idea a riguardo.

Il baco software è nato con il computer: appena uno scienziato si è provato a scrivere un codice per la macchina di calcolo che aveva creato si è scontrato con gli effetti inattesi degli errori che commetteva. L’idea iniziale era che il nocciolo del problema fosse legato alla carenza di memoria e potenza di calcolo dei primi computer e che macchine più evolute avrebbero potuto essere programmate in modo più facile e sicuro. Abbiamo scoperto con l’esperienza che questo non è vero.

Il baco software si auto-riproduce: ogni correzione può avere effetti collaterali e ogni evoluzione, oltre a contenere errori, può far scoprire magagne di quelle pre-esistenti. Una battuta dei programmatori si basa su una vecchia canzoncina per bambini: “Ci sono 100 piccoli bachi nel codice. Correggi un baco, ricompili il codice. Restano 100 bachi nel codice!”

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La complessità può essere intelligente oppure no

Riporto un po’ di storia personale. Il baco software è stata una cosa che ho avuto difficoltà a capire. Il mio primo computer è stato il Commodore 64, macchina “leggendaria” in ogni senso, per i sui pregi come per i suoi difetti, che all’epoca non apparivano: non c’era gran che di meglio in circolazione. Oltre a giocare, su quella macchina dall’alimentatore che scaldava come un fornetto ho imparato a programmare, e mi pareva strano che i programmi, anche quelli professionali, facessero, ogni tanto, cose strane. Insistevo a riprovare e immaginavo ogni volta cause accidentali: joystick tirato troppo a lungo, comandi dati troppo in fretta, gioco caricato male dalla cassetta… Che era poi una cosa, quest’ultima, che accadeva spesso.

Esitavo a pensare che l’errore fosse insito nell’insieme macchina-programma, e non era tutta colpa mia: pubblicità, fantascienza, cartoni animati insegnavano a ragazzini e adulti inesperti che il computer era infallibile, era il  “cervello elettronico” che tutto conserva e tutto considera. Ragionando su quali fossero le specifiche di quelle macchine, con gli occhi di oggi, sembra ridicolo, ma era così, lo stupore prevaleva sul ragionamento oggettivo.

Quell’esperienza però mi è servita molto: ho capito cos’era davvero un computer, cosa ci si potesse aspettare e cosa no, che i limiti erano fissati dalla creatività e dalla quantità di fatica che ci si metteva dentro e che se era quasi infallibile nei calcoli, la correttezza della procedura era responsabilità tutta dell’uomo, non della macchina. Ho anche consolidato che con la tecnologia bisogna conservare un atteggiamento che definisco “sportivo”: tutto funziona fino a che funziona e la sorpresa è sempre dietro l’angolo.

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Il vecchio e poco rimpianto Windows 3.1

Con gli anni e la professione ho imparato che il baco del programma è qualcosa con cui devi imparare a convivere. Per fare quello che devi a volte devi girargli attorno. Qualcuno lo sfrutta, invece, qualche baco, ma mi è sempre sembrato moralmente disonesto. Abbiamo sopportato i bachi e le instabilità di Windows e le idiosincrasie di Office, versione dopo versione, forse perché non c’era nulla di meglio. Ricevevamo notizie di una piccola élite ricca che si godeva Apple: in quel mondo non esistevano “bachi” ma solo “caratteristiche”, perché la macchina era così avanzata da sapere cosa dovesse fare l’utilizzatore e non viceversa. Si narrava di geni e topi d’informatica che combattevano con un gioiello grezzo chiamato Linux, ma non era cosa da comuni mortali.

Poi hanno cominciato a correggerli, quei benedetti bachi, finalmente trattandoli per gli errori che erano. Per una parte degli “haker da due soldi” che sfruttavano gli errori per far fare al computer cose apparentemente giuste è stato un disastro. Perfino Linux è diventato utilizzabile da comuni mortali. Ci ho provato anch’io e ho potuto verificare come diventasse meno ostico, versione dopo versione, conservando però a lungo quel sapore di poco rifinito, quasi di “fatto in casa” che a me piaceva molto.

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Desktop di Puppy Linux “Slako” con poche personalizzasioni

Eppure il computer è matematico e, come la matematica, dovrebbe essere non infallibile ma prevedibile. Secondo Edsger Dijkstra il programma informatico è come un teorema: se ne può dimostrare la verità (ovvero la correttezza) in modo assoluto e un programma ben progettato dovrebbe essere matematicamente esente da errori. Sono convinto che sia così e che se non lo si fa è in gran parte per motivi di economia: di tempo, di lavoro e di denaro. Dimostrare tramite logica matematica tutti i passaggi di un software complesso è possibile, ma enormemente dispendioso. Bisognerebbe lavorare in modo rigoroso e fare programmi piccoli che fanno cose semplici in modo preciso: la filosofia Unix originaria, in un certo senso. Il mercato vuole invece software onnicomprensivi, con innumerevoli funzioni, che copra un gran numero di esigenze e che sia anche bello e piacevole da utilizzare, dei mostri informatici, in pratica, fatti da tantissime parti su cui lavorano contemporaneamente squadre di programmatori.

Per cui il baco ci accompagnerà ancora a lungo: versione dopo versione, pezza su pezza, immettendone di nuovi a ogni iterazione, magari più subdoli e sottili. Utilizzare un computer, un tablet, un telefonino è diventato una sfida meno improba che in passato, tutto è più immediato e prevedibile, almeno al livello base, ma richiede sempre un margine di sportività.

Altro argomento di psicologia informatica che sarebbe il caso di approfondire: la gestione delle attese informatiche. Non solo possono essere lunghe, ma la loro durata è spesso indefinita e non correlata ai contenuti. Magari in un altro post…

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Anche gli orologi digitali hanno i loro momenti di impazzimento.

Aggiunta (5 aprile 2017): “Everything Is Broken”. Tutto è corrotto in informatica (e non solo). Articolo sull’insicurezza informatica, di qualche anno ma per nulla datato, anzi: oggi che si parla sempre più insistentemente di “internet delle cose” mi sembra particolarmente attuale e forse (ma speriamo di no) profetico.

View story at Medium.com

 

Ode alla distrazione, ovvero la necessità della perdita di tempo in quanto tale

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Il tempo che si perde ogni giorno in attività secondarie è impressionante. La stanchezza che ho accumulato a fine giornata, in che misura dipende dall’aver fatto qualcosa di utile, almeno in modo contingente, e quanto dall’essere corso dietro al futile o all’inutile, se non al dannoso?

Certo, molte attività che ci riempiono la giornata sono inevitabili, così come molte perdite di tempo. Ci sono semplicemente imposte dall’esterno e non possiamo farci nulla, almeno nel breve periodo, come le code alla posta o in tangenziale. Alcune sono risolvibili organizzandoci meglio, ma per altre servirebbe proprio un cambiamento di vita o una rivoluzione. Ma altri sperperi di minuti e di ore ce le cerchiamo di proposito. La consultazione compulsiva delle reti sociali, per esempio, e poi ci sono la pornografia, o il gioco d’azzardo o semi-tale, per rimanere su Internet, oppure il pettegolezzo, l’osservazione oziosa del prossimo, la televisione come mezzo per far notte. Pause e tempo libero sembrano diventare più uin problema che un’opportunità.

Ovviamente è necessario far divagare la mente, ogni tanto. Ho sentito dire che il massimo periodo continuativo di concentrazione su un tema, con alti e bassi, è di due ore, e l’esperienza mi dice che, con ogni probabilità, il valore è sovrastimato. Insistere oltre certi limiti fisiologici non è produttivo, perché il semplice sforzo di mantenere l’attenzione consuma quasi tutte le energie. Mi accorgo che lasciare da parte un problema, per un po’ di tempo, mi aiuta a rigirarlo da un’altra parte e trovare più facilmente la risposta. Inoltre la mono-mania, di qualsiasi tipo, rischia di portare rapidamente alla demenza o alla follia.

Questo non è una giustificazione per sprecare una parte della propria vita aspettando che una soluzione ai problemi emerga da se, come per magia, dal fondo della coscienza. Bisogna al contrario cercare di incastrare quante più cose nel tempo, fisso, che ci è concesso.

Più vado avanti nella vita e più mi convinco che sia importante scegliere in modo oculato anche le proprie distrazioni. Avere un lavoro che consenta di alternare più attività, ad esempio, magari alcune di matrice più intellettuale e altre più manuale, e di prendersi qualche piccola pausa. (Ad avercelo, un lavoro, commenteranno tanti). Idealmente, per il cosiddetto tempo libero – poco o molto che sia – sarebbe necessario uno spettro di applicazioni piacevoli che siano almeno marginalmente utili, per tenere lontano l’intelletto da quelle inutili o dannose. Un po’ come il sedano che si mangia durante la diete, per ingannare lo stomaco con l’atto meccanico del mangiare che però non dà calorie, tenendolo così a distanza da cibi più gustosi ma poco raccomandabili per il nostro stato fisico.

Non dico nulla di nuovo, è lo scopo degli hobby e dello sport non professionistico. Se ne sono scritti volumi su volumi.

Qualche piccolo margine di perdita di tempo andrebbe contemplato e consentito in tutte le attività lavorative, proprio per migliorare la produttività complessiva e mantenere la qualità. In fondo non dovrebbe interessare solo il risultato di oggi, ma anche quello di domani e quello successivo ancora.

Per me il blog è esattamente questo: un modo di divagare continuando a tenere in funzione il cervello, evitandogli di fare di peggio. Ne ho un intero spettro di questi strumenti di distrazione – non di massa ma personale – ovvero l’altro mio blog di storia dell’aeronautica del Meridione d’Italia, la fotografia, la scrittura di racconti di fantascienza e le curiosità sull’informatica. Anche un’ora in palestra, ogni tanto e anzi non abbastanza spesso. Mi accorgo in realtà di averne troppi: alla fine dedico poco tempo a ognuno.

E’ importante, in effetti, evitare che strabordino: il diversivo deve restare tale. Considerarlo come un utile lusso, quando ce lo si può concedere, che fornisce anche un margine di prodotto utile, almeno per la persona. Se supera i suoi confini di tempo limitato “rubato” agli impegni quotidiani, si snatura. Mi riferisco non soltanto alle manie, certamente da evitare, ma alla tentazione, che ogni tanto affiora, di trasformare l’hobby in lavoro. Se in qualche caso può anche sembrare una buona idea non lo è, per me, in generale: se dovessi fotografare per vivere, ad esempio, non sarebbe più un diversivo stimolante ma un lavoro, non più qualcosa di puramente divertente ma di necessario. Il risultato dovrebbe sempre essere forzatamente positivo, per accontentare un cliente. Me ne sono accorto più di una volta, quando mi è stato chiesto di documentare eventi e mi sono divertito molto meno che a scattare per puro piacere. Il diversivo diventa allora qualcosa da cui cercare, a sua volta, diversivi.

Lo stesso varrebbe se dovessi scrivere a cadenze fisse e magari serrate su questo blog, per accontentare un committente o mantenere un dato numero minimo di visite giornaliere. Insomma è bello così, per me, come mi viene.

E no, non ho molto tempo libero: lo rubo alla televisione e al sonno, la sera, e a qualche quarto d’ora di pausa, durante la giornata, quando si può.

La prima presentazione de “Il Mediatore”

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Il mio romanzo “Il Mediatore” stava correndo il serio rischio di ottenere un primato molto raro in Italia: era passato quasi una anno dalla pubblicazione senza che se ne fosse tenuta una presentazione pubblica.

La prassi della presentazione, nata come evento pubblicitario, è diventata una pratica obbligatorioria, un rito di passaggio necessario in cui l’autore si sente pubblicamente riconosciuto come scrittore. E’ una domanda che mi sono sentito fare: “Ah, hai pubblicato un libro? E dove l’hai presentato?” Certo non tutte le presentazioni sono uguali, ci sono quelle sontuose con giornalisti e sale gremite e lunghe file per le dediche con migliaia e migliaia di copie in attesa di inondare gli scaffali di continenti di librerie, e le piccole soddisfazioni da scrivano ignoto che si pagano con l’affitto di un locale, possibilmente in una libreria e con l’allestimento di un piccolo buffet.

Tuttavia non mi andava di pagare per far sapere del mio libro a amici che ne erano informati in ogni caso (quanto sono taccagno!) e, dopo le reiterate ma finora vane promesse di un paio di associazioni culturali con cui sono in contatto, mi ero ormai messo quasi l’animo in pace. D’altra parte scrivo di fantascienza: devo essere rivolto al futuro, al Web, e chi se ne frega degli autografi!

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Finché il caro amico Vincenzo Pianese, presidente della compagnia teatrale “Erga Omnes”, è venuto a salvarmi dalle ambasce, proponendomi di presentare Il Mediatore in uno degli incontri della rassegna teatrale Voci Vivaci, organizzata assieme all’associazione ALI, e in particolare quello di domenica scorsa, 1 marzo 2015.

E, in effetti, mi sono divertito e non poco. Il libro ha suscitato diverse curiosità. D’altra parte gli alieni che bazzicano nelle antichità partenopee, abituate a ben altre presenze materiali e immateriali, sanno un po’ di strano, difficile lasciarli passare senza degnarli nemmeno di uno sguardo.

E mi sono divertito pure come semplice spettatore. Riporto per copia-e-incolla la scheda della commedia in due atti che è seguita, e che è stata recitata ottimamente. Apprezzo sempre di più queste compagnie amatoriali.

Titolo: “La reliquia di Santa Giacinta”

Compagnia: “Ma chi m’’o ’ffa fa”

Autore: Luciano Medusa

Genere: Brillante

E’ la storia di una prostituta extracomunitaria che si ritrova a Napoli, attirata da un uomo senza scrupoli che la costringe al mestiere più antico del mondo.

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In qualche modo riesce a racimolare i soldi per comprare un biglietto aereo per tornare al suo paese. Fugge dal suo aguzzino, rifugiandosi nella Parrocchia di Santa Giacinta, dove trova Peppino, il sacrestano, che tenterà in tutti i modi di aiutarla a fuggire. Nella parrocchia però c’è un intenso viavai e Peppino deve faticare non poco a nascondere la ragazza provocando tutta una serie di situazioni comico-surreali con un esilarante colpo di scena finale.

Mi citano!

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Per la prima volta, nella vita di questo blog, mi arriva una citazione per un premio! Non sarà un oscar, ma di certo una dimostrazione di stima. Allora, si tratta del Premio Talento Curioso Award (ma “award” non è sinonimo di “premio”?), creato dal blogger Vittorio (http://vittoriot75ge.wordpress.com). Chi mi ha nominato è stata Viola di http://violetadyliopinionistapercaso.wordpress.com/.

Potrei atteggiarmi a superiore, dire che questi premi servono a farsi pubblicità, che molti blog sono scritti solo per altri blogger ma… si, se posso farmi un po’ di pubblicità mi va benissimo! A costo di farla anche a altri. E poi se a qualcuno piace quello che scrivo (beh si qualcuno così esiste), perché non farlo sapere in giro?

Allora giochiamo. Secondo le regole. devo rispondere a cinque domane e nominare a mia volta altri cinque blog. Procedo.

  1. “Per te è più importante l’esercizio o il talento?” Direi l’esercizio. Si fa tanto parlare di talento e ispirazione, ma spesso si tratta soltanto di grossolana approssimazione.
  2. “Quale tipo di arte (scrittura, disegno, fotografia, ecc.) ti rappresenta meglio?” La scrittura no? E che cavolo. Con due blog e un romanzo all’attivo! In secondo luogo la fotografia. Per il disegno, mi limito a schizzi quando proprio non riesco a spiegarmi a parole e per la musica… meglio non parlarne.
  3. “Da 1 a 10, quanto sei soddisfatto/a del tuo blog?” 7 come giudizio personale. 4,5 come risultato oggettivo.
  4. “Immagina di mollare tutto e tutti e sparire, quale sarebbe la prima cosa che faresti?” Non ho mai sognato di sparire. Non è vero: prenderei un aereo.
  5. “Hai la possibilità di realizzare un desiderio oltre ogni limite dell’immaginazione, cosa chiederesti?” Bandendo a priori idee come “la pace nel mondo” e “la cura universale per il cancro” direi che voglio andare sulla Luna, camminarci sopra e tornare con una valigia di fotografie e qualche ricordino del posto. E così avere qualcosa da raccontare per il resto della vita.

E ora i blog da nominare. Da quel che ho capito non e richiesta la motivazione della scelta, per cui non la do. L’ordine è solo parzialmente casuale.

http://angolodelpensierosparso.wordpress.com

http://fardiconto.wordpress.com

http://blog.francescophoto.it

http://nadiaterranova.com/

http://raimondorizzo.wordpress.com/

Sotto a chi tocca!

“Il Compleanno”, racconto scaricabile

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“Il Compleanno dell’Abate”, racconto scaricabile (PDF)

Per fami un po’ di pubblicità, come autore di fantascienza, ho deciso di rendere pubblico un mio racconto. E’ un genere diverso dal romanzo “Il Mediatore”, di cui trovate informazioni nella pagina omonima di questo blog. Ha infatti un’ambientazione molto lontana, invece che in un futuro così prossimo da lasciare tutto riconoscibile. L’ho scritto molto tempo fa e presentato, una volta, ad un concorso. Non ebbe successo, ma a me è sempre piaciuto. Si può scaricare qui. E poi, magari, potete dirmi cosa ve ne sembra. Onesti, mi raccomando, se no non vale.

Ecco a voi “Il Mediatore”

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Eccoci finalmente. E’ uscito “Il Mediatore”, il mio primo romanzo. Che poi è inutile stare lì a menarsela che si scrive per se stessi, per sfogare quello che si ha dentro, per un’intima necessità. Alla fine si scrive sempre nella speranza di essere letti, di essere pubblicati, di essere apprezzati. E, perché no, per vendere tante copie e farci i soldi, sogno assurdo. Anche il più intimista dei poeti ermetici cerca, prima o poi, un editore, o almeno un nucleo di lettori affini che possano apprezzare i suoi versi.

Qualche informazione già l’ho data a suo tempo, in un altro post. Il genere lo definirei “Fantascienza napoletana”, più rigorosamente, “Cyberpunk pseudo-partenopeo”, perché la presenza degli alieni è quasi di contorno, un movente, per quanto potente, per stimolare l’azione, che poi è quasi tutta umana. E perché la mia città è presente, ma mai nominata direttamente, come un simbolo, la città meridionale per eccellenza.

Non perdo tempo sulla trama, la sinossi la trovate nella pagina che ho aperto su questo blog. Eroi ce ne sono pochi, involontari per lo più. Un “mediatore” rimandato indietro dagli alieni che non sa bene come rimettere insieme la propria vita. Un investigatore costretto a fare l’eroe senza volerlo. Gente di vario genere a caccia di un “segreto” che può dare riscatto, o ricchezza, o potere.

Temi? Dovrebbero dirmeli eventuali recensori, ma io ipotizzerei: senso di appartenenza e spaesamento. Differenza fra i moventi espressi e quelli reali. La natura dell’uomo che emerge quando le certezze vengono meno. Sarò presuntuoso? Forse, a me ha divertito scriverlo.

Ma forse è più importante raccontare la genesi del libro. Ho cominciato a scrivere tanto tempo fa, come passatempo, senza una trama in mente, seguendo uno spunto interessante: il ritorno, verso qualcosa che non si considera più “casa”. Poi sono venuti fuori altri personaggi, e ne alternavo le vicende. Non era il mio primo tentativo di una storia “lunga” ed era solo leggermente più ispirato dei precedenti. Ed infatti mi sono fermato spesso, anche per mesi, semplicemente per non sapere più come andare avanti, come tirare fuori i miei personaggi dalle situazioni in cui ero andato a piazzarli, e soprattutto come dare un senso a quella costruzione che andava realizzandosi e che, complicandosi man mano, un po’ quel senso lo pretendeva. Mi dispiaceva lasciarlo incompiuto, perché era cresciuto meglio dei miei altri esperimenti letterari, col suo alternarsi di capitoli a seguire fili diversi della storia. Ogni tanto provavo ad aggiungerne un pezzetto, ma erano solo piccoli progressi.

Finché, all’improvviso, rimettendomi alla tastiera per l’ennesima volta dopo settimane o mesi di fermo, finalmente l’idea, la via per dipanare la matassa e scrivere una conclusione degna, interessante, non banale. E’ stata come un’illuminazione. Gioia e di soddisfazione ma il lavoro non era finito: dovevo rimaneggiare tutta la parte già scritta per renderla coerente con quel finale che avevo architettato.

Poi è venuta l’epopea di cercare un editore a cui interessasse il testo. Sono passati oltre due anni, tra silenzi (la maggioranza) rifiuti espliciti e cortesi (pochissimi) e richieste di soldi (abbastanza numerose, qualcuna anche quasi ragionevole). Finché ABEditore di Milano mi ha inviato una bozza di contratto che non mi imponeva neppure copie da comprare. Dopo tanti avanti-e-indietro, lunghe attese, silenzi, rinvii e ora-si-ora-no, finalmente il mio romanzo è uscito, ha fatto il suo esordio al Salone del Libro di Torino ed è ora disponibile sui principali siti. Hanno fatto un buon lavoro, di correzione bozze, impaginazione e grafica. La copertina mi sembra accattivante. La storia, a dirla tutta, mi sembra anche adatta per il cinema!

Adesso mi tocca farmi pubblicità. Non credo di essere molto bravo ma mi sto divertendo un mondo, grazie al fatto che non ho velleità di vivere scrivendo. Di certo ho prodotto un’opera con più di una imperfezione, ma ritengo che del valore lo possegga. Chi ha il coraggio di fare la prima recensione? Ecco i link.

 

http://www.abeditore.com/prodotto/libri/il-mediatore-francesco-fortunato/

 

http://www.ibs.it/code/9788865511640/fortunato-francesco/mediatore.html

 

http://www.libreriauniversitaria.it/mediatore-fortunato-francesco-abeditore/libro/9788865511640

 

Pagina Facebook:

https://www.facebook.com/romanzoilmediatore

 

Complottissimi

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Ve la racconto io la verità. L’ho saputa da uno addentro alle sacre stanze ed anche a quelle profane. Non l’ho mai visto, ma, in cambio di una busta di biglietti da 50 Euro, mi manda ogni mese un Bacio Perugina. Nel bigliettino dentro c’è scritta una frase criptica che bisogna interpretare incrociando la Bibbia con le profezie di Nostradamus lette al contrario.

Le Torri Gemelle non sono mai esistite. Volevano farle, ma il progetto era sbagliato come tutte le cose USA e gli Amerikan imberialisti non volevano ammettere di non riuscire a tenerle su. Dove si è mai visto un castello di carte fatto di vetro e bastoncini di ferro? Sono state sempre aggiunte su fotografie e cartoline con il Photoshop. Alla fine però si sono stancati di corrompere tutti i turisti che andavano a New York perché dichiarassero di averle viste ed hanno finto di distruggerle.

Il Governo Mondiale Segreto non esiste. Se lo sono inventati i governi normali in una riunione fatta tanti anni fa in un paesino della Svizzera. Gli serviva come scusa per nascondere la loro incapacità a fare qualsiasi cosa di concreto. Ma alla fine è stato un bene: per convincere la gente che il Governo Segreto Mondiale esisteva davvero hanno dovuto prendere delle decisioni ed attribuirgliele. Tipo dare il voto alle donne, ad esempio.

Gli UFO non esistono: se li sono inventati gli alieni, che sono arrivati sbagliando strada con il teletrasporto ma non vogliono farci sapere quanto è avanzata la loro tecnologia, anche perché non saprebbero rimetterla in funzione e farebbero una figuraccia. Hanno pensato che un’astronave a forma di Maggiolino o di biscottiera volante fosse più digeribile al nostro quoziente intellettivo e in grado di circondarli di un’aura di mistero che fa fascino. Da parte loro, non se ne possono più andare, perché dopo tanti anni con noi i loro simili li considerano mentalmente deviati e non li vogliono: le badanti costerebbero troppo.

Le Piramidi d’Egitto non erano la tomba dei Faraoni. Tutti sanno che per una tomba basta una lapide, che cavolo. Erano un avanzatissimo esperimento nucleare condotto da lungimiranti scienziati egizi, che, come tutti sanno, erano possessori di saperi ormai dimenticati perché tanto non fregavano niente a nessuno. Lo scopo era di comprimere il suolo fino a farlo collassare e ottenere così una reazione di fusione nucleare in grado di generare calore sufficiente per fare evaporare il Nilo, e quindi far piovere sul deserto e renderlo fertile. L’idea era buona e testimoniava della stetta integrazione con la Natura di quell’antico popolo, ma la massa, nonostante gli sforzi, risultò insufficiente. In fondo solo un piccolo problema di ordini di grandezza, tipo una decina. Ne venne fuori uno scandalo che fu risolto pacificamente tagliando la testa agli architetti ed a qualche migliaio di schiavi e di creditori del Faraone.

Ora vi lascio: devo per forza prendere la mia pillolina e gli infermieri mi aspettano impazienti.

Poeti paganti e non

Libri

Racconto ora una storia tutt’altro che insolita.

Incappo, un po’ di tempo fa, nella pagina di un concorso di poesia. Non è esattamente per caso: cerco riferimenti per pubblicare un mio romanzo, un “fronte” sul quale spero vivamente di darvi qualche notizia tra non molto.

Alla poesia non ho mai pensato seriamente, ho qualcosa da parte, come tutti, ma poca roba. Decido su due piedi di inviare un componimento, non si sa mai. Ma dovevo saperlo che queste cose sul web sono specchietti per allodole, ami lanciati, diciamo.

Alcune settimane dopo mi chiama sul cellulare (faceva parte dei dati del form di invio) una simpatica voce femminile, che parte diretta con i complimenti per la mia poesia, ovviamente senza citarne neppure il titolo. Mi chiede se ho mai pubblicato o pensato di farlo, si stupisce alla mia risposta di no. Sto privando il mondo di qualcosa! Poi parte col descrivere una mirabolante (a suo dire) proposta: pubblicazione (parola magica) di una raccolta di poeti emergenti (altra collezione di parole fatate); 14 autori in tutto, con 7 componimenti a testa. E poi web, video, e-book, fiere nazionali ed altri ammennicoli ed allettamenti a corredo.

Ascolto paziente, anche se le ho detto che posso concedere pochi minuti: ho un lavoro, io, per mia fortuna. Arriva la parte economica: “appena” 180 Euro di contributo per le spese editoriali.

Controbatto che una casa editrice dovrebbe prendersi la sua parte di rischio: io come autore l’ho fatto nel tempo speso a scrivere e (si spera) a rivedere. Mi risponde che i tempi sono difficili e la richiesta è il minimo tecnico assoluto, e che pubblicare è anche una soddisfazione personale. Dialogo dei più banali insomma. Rifiuto cortesemente. Le spiego che altre gratificazioni le sto ottenendo, sul lavoro e fuori.

Fine della telefonata.

A valle faccio due conti della serva: a parte che 7 poesie rappresentano quasi la mia produzione complessiva in 10 anni, 180 Euro per 14 autori fanno 2520 Euro. Direi che ricoprono abbondantemente le spese di stampa, con ampio margine.

In più ogni autore comprerà qualche copia per amici e parenti, no? Diciamo 10 copie a testa per 10 Euro a copia come stima prudenziale? Sono altri 1400 Euro. E, ripeto, penso di essermi tenuto basso.

Di fatto la casa editrice lavora a guadagno garantito: la vendita eventuale di copie extra sarebbe un di più assolutamente non necessario. Ha bisogno solo di convincere un piccolo nucleo di aspiranti versificatori a fare un bonifico. Rischio d’impresa sottozero.

Di proposte di pubblicazione disoneste (pardon, diciamo poco limpide) ne ho ricevute parecchie, ma tutte dell’ordine di qualche centinaio di Euro di “danno” compensato da uno scatolone di copie da sbolognare a parenti ed amici che, comprensibilmente, ne farebbero volentieri a meno. Ma quest’ultima, nel complesso, mi sembra la peggiore fino ad ora.

Se avessi voglia di rimetterci, tempo e denaro, lo farei almeno in modo più divertente: ci sono siti che ti consentono di stampare il numero di copie che vuoi, a prezzi minimi, per togliersi il gusto di avere in mano l’ “opera” stampata e rilegata. Ci sono poi i canali di auto-pubblicazione, spesso collegati ai precedenti, tramite cui mettere alla prova la tua capacità di auto-promuoverti e di vendere copie. Insomma, se devo fare con i soldi miei, faccio da me ed a modo mio, per bene o male che venga. Mi sento di darlo come consiglio, prima di mettere mano al portafogli sulla scia di un rivolo di complimenti e di chiacchiere.

Delle differenze sostanziali tra due sensi

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Sono stato a lungo “audiofilo”, ed in parte lo sono ancora, perché le passioni non ci abbandonano mai del tutto. Più di recente mi sono appassionato di fotografia e così ho cominciato ad uscire di più, quando mi sono stancato di ritrarre le bomboniere di casa. I due hobby hanno qualcosa in comune, mi sembra: entrambi sono legati a strumenti tecnici, all’ “hardware” potremmo dire in gergo moderno, ma in modo diverso, lo vedremo più avanti. Sono sempre stato attento al mio denaro (qualcuno direbbe tirato) e per questo leggo molto prima di procedere ad un acquisto. Internet è una croce e delizia in questo senso, per la massa di informazioni e disinformazione che contiene. Ho notato un diverso approccio ai componenti, però.

In fotografia le prove di laboratorio ed i confronti controllati svolgono un ruolo chiave. Le recensioni degli esperti sono ascoltate e commentate, ma mi sono accorto che spesso i pareri degli appassionati mi tornano più utili perché si concentrano sul risultato pratico dei componenti e non sui risultati di prove controllate. Non che le prove scientifiche non dicano la verità, ma ogni “test” ne misura solo un pezzo ed il quadro d’insieme spesso si perde tra i numeri. Differenze all’apparenza grosse in laboratorio possono essere quasi insignificanti in pratica, quando si esamina l’immagine nel suo complesso, e viceversa. In campo audio, invece, entrambi i gruppi sembrano pesantemente influenzati dall’aspetto estetico: ciò che costa di più e sembra più costoso, quasi sempre è giudicato migliore.

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Nell’audio prevale il linguaggio altisonante. I grafici di laboratorio ci sono, ma ghettizzati in una posizione secondaria, fuori vista. Quello che conta è l’impressione d’ascolto, ovvero il parere del “guru” di turno, il sacro orecchio rarissimo nel Creato capace di analizzare, discernere e giudicare. E le opinioni dei singoli non sono meglio, anzi: ognuno segue la propria corrente di pensiero e non ha orecchie (è il caso di dirlo) per altro. Recensioni e commenti sono una raccolta di sensazioni espresse di solito con tono enfatico ed altisonante e raramente tornano utili a chi cerca di documentarsi. Le differenze fra componenti sono sempre “lampanti”, i miglioramenti “dal giorno alla notte”, e quasi sempre, guarda caso, a favore dei pezzi elettronici più costosi, grazie ai quali la musica “prende vita” i brani noti sono “rinnovati”, eccetera.

Sul costo dei componenti, l’audio di qualità sfiora il ridicolo: una macchina fotografica di fascia alta può costare migliaia di euro, ma è nulla a confronto di quello che si può spendere per un amplificatore “hi-end”, per non parlare di un paio di casse acustiche monumentali.

Motivi? Provo ad ipotizzarne qualcuno. Negli esseri umani il senso della vista è più sviluppato di quello dell’udito, lo usiamo di più nella vita quotidiana, i nostri antenati ne hanno fatto la chiave di volta della loro strategia di sopravvivenza diurna (mentre di notte dovevano solo cercare di nascondersi nel modo più sicuro possibile). L’udito supplisce dove la vista non arriva, ma non lo sostituisce. L’essere umano ha una notevole vista stereografica ma nulla di simile al “sonar” di cui sono fornire alcune specie animali. Nel complesso, di conseguenza, siamo più facilmente in grado di giudicare con la vista che con l’udito. E siamo molto più facilmente suggestionabili per quello che ascoltiamo che per quello che vediamo. Non per nulla la notte è il luogo degli incubi e dei fantasmi. Conseguenza: un amplificatore di bell’aspetto, sostanzioso, costoso, pesante e luccicante, siamo portati a pensare che debba suonare anche bene. Non ho mai capito perché le manopole in alluminio tornito dovessero favorire un suono migliore rispetto a quelle in plastica. Accade qualcosa del genere anche per le fotocamere, certo, ma in modo meno marcato: una “reflex” ha un tono professionale, ma sappiamo riconoscere un’inquadratura suggestiva anche se viene fuori da un cellulare. E poi al pensiero di scarrozzarsela a tracolla per ore si fanno diversi ragionamenti.

C’è anche un aspetto di separazione fisica del risultato dall’apparecchio elettro-meccanico: la fotografia, una volta scattata, vive in un certo senso di vita propria, riusciamo più facilmente a percepirla come una realtà indipendente dall’oggetto che l’ha prodotta, in confronto al suono, che dipende anima e corpo dalla sorgente che la emette e senza la quale smette immediatamente di essere.

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In aggiunta la fotografia è un hobby più attivo. Invita a creare invece che a stare a sentire. Può ridursi, è vero, ad una sterile malattia da acquisti, ma allora diventa collezionismo di apparecchiature fotografiche e non fotografia in senso stretto. C’è tutta la parte tecnica e pratica dello scattare foto che prescinde – in parte e nonostante lo sforzo degli esperti di marketing – dall’acquistare apparecchi, accessori o programmi di elaborazione. Nell’audio, la corsa all’acquisto diventa più facilmente una febbre, una corsa infinita al “suono migliore” inteso come “suono costoso”, l’unico antidoto essendo una forte passione per la musica – da ascoltare e magari da fare – che però solo in parte è “audiofilia” in senso stretto.

Altro aspetto correlato: l’appassionato di fotografia trova spesso il modo di sfogare il suo desiderio di fare scatti. Nessuno si offende se fa fotografie in eventi pubblici, feste di famiglia, manifestazioni, sempre che non esageri. Anzi, qualche volta è stimolato. Una reflex al collo può dare un’aura professionale che fa perfino aprire una barriera di folla, qualche volta. L’audiofilo si contorce invece nel dolore di non poter sfogare la sua passione se non nel chiuso della sua casa o con una ristretta cerchia di appassionati amici, da scegliere accuratamente per evitare perenni conflitti filosofici. Insomma, se non è profondamente stabile di carattere finisce per soffrire di una certa repressione.