Quelle parole così poco Social

Insulto classico da muro, precursore del turpiloquio da rete

Insulto classico da muro, precursore del turpiloquio da rete

I “social media” hanno moltiplicato l’uso delle parolacce. E’ chiaro il motivo, si possono utilizzare in modo anonimo, si può diffondere qualcosa scritto da altri e quindi di cui non siamo direttamente responsabili, alla fine è divertente, quasi sempre strappano una crassa risata o almeno un accenno di sorriso. E’ la provocazione a buon mercato, la “trasgressione” alla portata di tutti. E’ anche meno faticoso che scrivere sui muri. Ma le parolacce, il loro uso generalizzato, fanno parte di avvilimento del linguaggio e di conseguenza del pensiero.

La parolaccia può essere arte, perfino cultura, è popolare e può sottolineare un concetto meglio di una lunga espressione dotta. E’ come il dialetto: in certi contesti è inevitabile e esprime molto più di una lunga espressione in lingua. Ma si tratta di usi ragionati, specifici, risultato di una elaborazione, potremmo dire eccezioni. Nella maggior parte dei casi sono scorciatoie, corti circuiti del pensiero che tagliano corto sul problema per arrivare a una conclusione facile. Scuse banali per pensare di aver pensato e chiudere rapidamente il problema, generalmente avendone capito meno di prima. Anestetici del pensiero.

Non credo che su Internet sia davvero possibile convincere qualcuno: di sicuro meno che con un dialogo faccia a faccia, cosa che già evito accuratamente di tentare, ma l’uso dell’insulto, dell’offesa generica ha esattamente l’effetto contrario, irrita e sclerotizza i punti di vista, li trasforma in fazioni contrapposte. Chi si sente insultato non si apre certo al ragionamento, piuttosto si rintana nelle sue convinzioni come entro le mura di una fortezza.

Ancora più inutile è l’insulto generico, quello senza un destinatario preciso, come quando si parla dei “politici” o dei “responsabili” o, peggio ancora, di “chi ha fatto questo”, per non parlare dei “poteri occulti”. Crea quel piacevole stato di rabbia e ottiene, a buon mercato, quella presunzione occidentale per cui se parli di qualcosa, in qualche modo quella si realizza.

La cosa che mi è sembrata strana è che spesso gli insulti più impronunciabili li leggo sul profilo di gente che conosco personalmente come estremamente moderata e tranquilla, che mai mi immaginerei a pronunciare quelle parole di persona, alla luce del sole. Internet tira fuori il peggio dei singoli, un po’ come l’automobile, in cui diventiamo tutti nervosi e irascibili. L’espressione è limitata alla riaffermazione delle proprie convinzioni contro tutti e contro tutto, a prescindere da qualunque confronto.

Serve per sfogarsi, è vero, ma è un cane che si morde la coda: l’irritazione raramente sfuma e rinasce negli altri lettori. Ognuno s’impegna a riversare il proprio carico di irritazione e insoddisfazione sul prossimo (1).

Si svela in pieno, sul web, il fanatismo personale, quello che in altre circostanze è represso o almeno attenuato dalle convenzioni sociali o dal timore delle conseguenze di un confronto faccia a faccia. Si dice quello che salta in mente, senza pensarci sopra. L’insulto esclude l’autocritica, condanna senza appello, crea spazio alla risposta di pari tono. Come una scazzottata virtuale, contro un avversario spesso anch’esso virtuale: nessuno si fa fisicamente male e si può proseguire a oltranza, fino allo sfinimento. Evito di affrontare il discorso dei troll: facile estendere il ragionamento, ma osservo come la cattiva conoscenza della lingua italiana peggiori l’inclinazione verso le frasacce a effetto: non si può usare bene uno strumento che non si conosce.

Forse ha ragione Einstein, il pericolo è quando la tecnologia si evolve più velocemente della cultura, intesa come capacità di usarla. Forse, a onta dei libertari senza se e senza ma, Internet dovrebbe essere nominale, ogni affermazione portare il nome e cognome della persona che la pronuncia, senza nick (il mio, peraltro, è facilmente svelabile, con tutti i riferimenti che ho messo sul blog). O forse è soltanto un gran balletto, il pozzo di confusione in cui affondare gli istinti, tanto poi l’effetto è nullo. Tranne quando, per fortuna di rado, qualcuno impazzisce sul serio e vuole mettere in pratica, nel mondo fisico, quelle minacce sanguinolente così tanto insistite nel lieve universo dei bit.


Nota 1) Non che gli stucchevoli messaggi che invitano a vivere meglio e a godersi il momento siano gran che meglio, ma faranno parte, forse, di un altro discorso.

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Frammenti di settembre per un post incoerente

I profeti del fallimento, del “default” più o meno pilotato, strombazzano oggi quanto gli alfieri della libera finanza qualche anno fa. Me le ricordo le lezioni che i soldi li faceva “chi ci sapeva fare”. Bisogna sempre fare attenzione ai profeti: ce ne sono sempre almeno mille falsi per ognuno vero.

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Il linguaggio è pericoloso: assolvere un colpevoleè grave, ma denigrare un innocente è peggio. Gli indizi non sono prove ed ancora meno lo sono le intuizioni brillanti. Le parole non sono indifferenti, possono anche uccidere.

(Il paragrafo precedente è ispirato da recenti vicende giornalistico-giudiziarie).

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Libertà è poter fare qualsiasi fesseria ci salti in mente, ma anche non essere obbligati a farla.

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Chi non vede le proprie idee in testa ai giornali dice che c’è la censura. Internet è piena di gente che dice che non si può parlare.

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Credo che la realtà sia mediamente più semplice ma al tempo stesso più sorprendente di quanto ci immaginiamo. La teoria del caos dimostra che da leggi semplici può emergere la complessità. I sistemi complessi non presuppongono necessariamente un’intelligenza complottista.

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Ho sempre messo in conto di morire, un giorno o l’altro e non sono di quelli che credono che sia meglio che avvenga nel sonno: è un momento importante della vita e quando sarà il momento voglio essere cosciente. Spero di non cambiare idea con l’età…

Verso fine settimana

E’ una settimana piena, tra inattese rivelazioni nella vita privata* lavoro, dentista, volontariato ed… un funerale. Una di quelle in cui ti sforzi di dare senso alle cose, sei convinto che ci sia ma non riesci proprio a trovarlo. Alla fine la rivelazione: Neil Young che canta “Continuo a cercare un cuore d’oro, e sto diventando vecchio”, non proprio ottimista…

Tante risorse impegnate, tentativi a vuoto e qualcosa da portar via, la dove non m’aspettavo nulla. Eppure mi sembra, in qualche strano modo, di essere sulla via giusta, come se anche gli sfottò e le risate tra colleghi in ufficio** avessero un senso. Forse, come conclude Neil Young alla fine, oltre ad invecchiare, sto anche crescendo. Hai visto mai?

Da un po’ non mi occupo di politica sul blog, ma d’altra parte la politica stenta a risorgere (cosa per me necessaria, così come per il sindacato, ma questo è un altro discorso). Sui temi in ballo dell’attualità mi devo esporre? Diciamo di si. Sono tendenzialmente pro-TAV (forse perché sono un tecnico, vil razza dannata di meccanici con i loro ingranaggi e cacciavite), e si, penso che l’art. 18 vada riformato (pur godendo di un contratto a tempo indeterminato), anche se con la dovuta attenzione, e che il lavoro precario debba essere pagato più di quello a tempo indeterminato.

 

*) Calmini, nessun coming out.

**) Sembrerà strano, ma ci divertiamo un mondo.

La città che brucia

Se, come sosteneva Oscar Wilde, “ognuno uccide ciò che ama”, allora l’autore di questo romanzo deve amare profondamente la sua città. Infatti la trasforma in un cumulo di macerie, inquinato da ogni genere di rifiuti ed abitato da sopravvissuti de-civilizzati (si può dire?) che, se non cercano di ammazzarsi l’un l’altro, si nascondono nel sottosuolo.

La fantascienza è una metafora del presente, uno strumento per portare alle estreme conseguenze quello che l’autore vede già in atto. Napoli non è mai nominata, così come la Camorra, ma i riferimenti sono palesi ed anche il monito: i guai si possono solo prevenire e chi fa finta di non vedere, chi gira gli occhi, chi pensa al suo interesse contingente, in fin dei conti chi cede alla paura diventa complice, avvicina la catastrofe.

Non è un libro perfetto, forse la lingua andrebbe rivista ed anche qualche passaggio della storia, ma di certo è potente e lascia un segno: a me, almeno, l’ha fatto.

Odio Babbo Natale

Pallone gonfiato

Babbo Natale: un pallone gonfiato

Sia ben chiaro: voglio molto bene al Babbo Natale che legge le letterine, porta i regali a tutti i bambini (e non solo a quelli che sono stati buoni) e che ha il gran pregio di fare il suo lavoro senza farsi mai vedere.

Non sopporto quell’altro, il suo omonimo di successo: il Babbo Natale delle pubblicità, inventato dalla Coca Cola per ridurre San Nicola a “testimonial” della loro bibita zuccherata più ancora di quanto sia gasata. Onnipresente panzone, finto bonaccione e vestito in modo ridicolo, è il simbolo della scarsa fantasia dei “creativi” che non trovano di meglio che propinarcelo in tutte le salse, per venderci qualsiasi cosa, dai prodotti tecnologici ai cosmetici, dagli alimentari alle automobili.

Insomma non sopporto il Babbo Natale che, pur di non lavorare e di uscire in televisione, accetta di rendersi oltremodo ridicolo. Come simbolo condiviso di un Natale “politically correct”, privato di qualunque contenuto spirituale, occidentalizzato e consumistico, mi sembra davvero un po’ scarsino.

Benvenuti!

Qua riprende la mia (finora fallimentare) avventura di blogger, dopo anni di esperienza su Splinder. Tenterò di essere un po’ più concreto ed organizzato di prima.

Non trasferirò qui tutto il materiale, voglio approfittare dell’occasione per ricominciare da zero e, sperabilmente, meglio. Ho idea di dare un po’ più spazio alle cose che mi piacciono ed un po’ meno ai commenti di attualità, che pure, ogni tanto, mi scapperanno di mano.

Benvenuti e… Stay tuned!