Raccontami una storia

“Zio, zio, mi racconti una storia?” (Espressione entusiasta).

“No sono stanco…”

“Su dai zio”.

“Ma no…”

“Una sola…” (E intanto fa il musetto alla ‘non mi puoi dire di no’).

“E va bene”.

“Evviva!”

“Quale storia?”

“Quella che vuoi”.

(Spremitura di meningi). “Allora ti racconto quella che…”

“No zio non mi piace”.

(Creatività livello pro). “Allora quella di…”

“Non mi piace”.

(Dolore alle tempie per troppa concentrazione creativa). “Allora quella quando…”

“No no non mi piace!”

“Va bene, allora che storia ti racconto?”

“Quella che vuoi!”

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Davanti al caro estinto

Un colorato cimitero nello Yucatan.

Nel banco della chiesa,

nuova di restauro,

antica di barocco,

universale di segni,

respiro l’aria cupa dell’esequia,

noto luci e candele,

icone e visi e silenzio,

fino ai minuti scanditi dal rito

sobrio del funerale,

utile a chi resta.

Davanti alla cassa dura

il prete esorta, incoraggia,

ricorda, prega e indica

l’incomprensibile ch’è in se preghiera.

Qualcuno piange,

altri tace,

due mormorano distratti:

il “qui” ha tante facce.

Ripercorro i ricordi

di chi è andato: chi era,

per me, che faceva,

cercando il totale incalcolabile

d’impressioni singole,

la memoria della individualità,

il sembiante svanito.

E paradossalmente,

in quei minuti,

riscopro la Vita:

lì, proprio là davanti,

e poi fuori, di nuovo,

sotto la funerea fredda

piovigine invernale:

separandomi dal caos

perenne cittadino

di traffico e commercio,

inconsapevole della tragedia,

abbandono, separo, seleziono

sentimenti e fastidi,

pensieri e cure

ragioni e condizioni.

Gorgoglia l’essenziale

dallo spirito fondo:

nomi e persone, i fini,

cose e impegni, i mezzi.

Confermo la certezza

che il Bene è prolifico e fenice,

e lascia semi quando muore

che spuntano lontano

nel tempo e nello spazio,

dove non si sa,

che magari se n’è persa memoria.

Che, nonostante gli zigzag

e gl’impuntamenti,

le perdite di tempo

e gli arrovellamenti,

le fissazioni insane

e l’esterne tempeste,

sto seguendo una strada

tuttavia

e sono me stesso, in fieri,

continua riedificazione,

vivendo oggi come se ci fosse sempre

un Oltre.

Quello che

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Iniziamo il 2018 in versi. Come sempre, richiedono lettori pazienti. In un certo senso, contiene dei propositi.

***

Quello che non ho

È la forza di crederti contro me stesso,

La mania di forzare il destino e il suo passo,

L’avidità per sacrificare il presente al possesso,

L’incoscienza di chi, fatto il danno,

Dorme con sonno di sasso.

.

Quello che non ho più

È la pazienza inerte d’aspettare

Il meglio che non ha voglia di venire

E la volontà di sforzarmi per assecondare,

Ancora, quelli che non vogliono cambiare

– Moventi gravi del mio passato errare –

.

Quello che mi resta

È l’appetito di lieve vita,

Variegata d’affetti a tratto di matita,

Una maglia di passioni mista e intricata

E un impegno quotidiano di lunga durata,

Che assaporino di senso i minuti e la giornata.

.

Quello che ho ritrovato

E’ ciò che non potrò mai cambiare,

In me, per sopravvivere, un’esigenza

Che m’impone d’affrontare

L’inerte e il vecchio, di scalzare

Gli ostacoli a una più onesta sussistenza,

Come scorie che opprimono il cuore.

Un’ottusa, irragionevole insistenza

A faticare ogni dì, realizzare con pazienza,

Con lenta, ottusa, quotidiana coscienza,

Qualcosa che abbia dignità di restare.

.

Quel che mi ha trovato

È un amore un po’ stonato,

Che non l’annega, ma dà senso al resto

Ed è motivo per cui, non inerte, resto!

Come una pozza di pace liscia,

Fresco e piccolo, che non spiega

Il baratro nero dove la vita si lascia,

Ma scorre nell’orcio del cuore, a sorso e goccia.

È una speranza che ritrovo a ogni piega

Della vita e a cui m’unisce una fascia

Forte, come quella che mi lega

A questa pazza, compagna d’amore, che non mi lascia,

Beato me.