A proposito di alcol

Birra

Sul tema dell’uso e abuso di alcol c’è, a mio modesto avviso, troppa condiscendenza e leggerezza – e credo di non parlare per moralismo.

Ne tratto in generale, a prescindere dalla recente attenzione collegata a incidenti automobilistici e reati stradali, e sulla base della mia personale esperienza, che ritengo non molto diversa da quella di tanti.

Ubriacarsi è considerato una sorta di passatempo divertente, basta fare un giro sui social o qualche semplice chiacchierata in giro per rendersene conto. La prima “bevuta” è considerato un rito di passaggio, reggere l’alcol un pregio, consumarne molto motivo di vanto, abusarne nelle serate del fine settimana uno svago come un altro, non bere o bere poco è marcato come privarsi di un pezzo di “vita”.

Si tratta di un errore di prospettiva che travalica le generazioni e le classi sociali. Un po’ deriva dall’abitudine dei nostri antenati di ricorrere molto al vino e agli alcolici in generale, sul lavoro e fuori, ma si trattava di povera gente che faceva una vita dura, doveva sopportare fatiche e mancanze e, oltretutto, non conduceva automobili. In più spesso, anche nei tempi passati, l’ubriachezza portava a incidenti e violenze, solo che non se ne parlava, per carenza di mezzi e per ragioni sociali e culturali che non starò qui ad approfondire.

L’alcol è una droga a tutti gli effetti, leggera se preferite ma che può creare assuefazione e altera da subito cognizione e capacità.

La stessa deformazione di giudizio avviene nei confronti di altre sostanze: i fautori della cannabis legale, ad esempio, ne parlano come di un toccasana praticamente per qualsiasi problema medico o psicologico.

Occhio, personalmente apprezzo birra, vino e superalcolici, purché in quantità ragionevoli, e in più sono tendenzialmente liberista, anche in relazione ad altre sostanze di cui non faccio uso, ma a patto che ci sia informazione corretta, severo controllo e soprattutto che ne venga meno la mitizzazione.

Goditi pure alcol e, per quanto mi riguarda, anche fumo e magari cannabis, se ne hai voglia, purché conoscendone le conseguenze, non mettendo a rischio il prossimo e, cosa importante, senza fartene un vanto e senza impegnarti per fare proseliti.

Nella vita si possono fare cose pericolose, magari per puro gusto, l’importante è essere coscienti di cosa si va incontro. Scelta libera e responsabile.

Secondo me se hai bisogno di ubriacarti per riprenderti dall’impegno settimanale, di fumare cannabis per allentare lo stress o, ad esempio, di correre in automobile per provare emozioni, è possibile che ci sia qualcosa che non va nella tua vita: affronta il problema prima di metterci pezze posticce a dosaggio crescente.

Degli inglesi in vacanza, ovvero della tamarriade internazionale

borat

“Non sembri proprio napoletano”. Più di una volta me lo sono sentito dire e condivido l’esperienza con diversi amici e conoscenti. Succede, di solito, in vacanza, in Italia o all’estero, con nuove conoscenze da altre parti della nostra penisola.

Perché non denuncerei a prima vista la mia origine? E perché mai dovrei farlo, d’altra parte? Perché è fama, luogo comune, che il napoletano, soprattutto in vacanza, fa confusione, produce rumore indiscriminato, si allarga al di fuori dei suoi spazi, straborda per vocazione, prende possesso del territorio; in poche parole disturba.

Non voglio stare qui a provare a confutare quest’opinione. D’altra parte tutti i luoghi comuni diventano tali perché contengono qualcosa di vero. Ma vanno poi oltre e generalizzano, assegnando a una maggioranza i comportamenti di una ristretta minoranza. D’altra parte, la cattiva fama dei napoletani fra gli italiani è un’enfatizzazione di quella degli italiani, globalmente intesi, fra gli altri popoli dell’Occidente.

I luoghi comuni si moltiplicano: nel mondo anglosassone, è noto, i “tamarri” per eccellenza sono gli australiani, ma anche fra inglesi e americani c’è qualche sguardo di sottecchi. Gli austriaci sarebbero dei tedeschi di seconda scelta e i francesi sono latini, ma fanno finta di no per non mischiarsi a spagnoli e italiani.

Quello che mi preme ora è però soffermarmi su un altro aspetto: quello che accomuna fra loro i villani di tutte le latitudini e longitudini, ovvero di come gli inglesi in vacanza possano essere peggio, date le giuste circostanze, dei napoletani casinisti.

Anche qui è facile generalizzare, ma in ogni posto a notevole frequentazione britannica è noto che esistono gruppi di sudditi di Sua Maestà che intendono la vacanza nello stesso modo ovvero:

  • Bere alcolici in quantità incontrollata, cominciando dal mattino;
  • Sotto l’effetto, vero o presunto dell’alcol, fare rumore, spintonarsi, urlare battute gergali;
  • Facoltativamente, importunare personaggio dell’altro sesso di altre nazionalità;
  • Tornare al punto iniziale e ripetere.

Condizioni necessarie e sufficienti è che a) siano in numero sufficientemente grande; b) ci sia alcol disponibile gratis o a buon mercato e c) ci siano pochi controlli a inibirli.

Ma le tamarriadi sono innumerevoli e diversificate e diventano, talvolta, la normalità. Nelle austere sale del Metropolitan Museum di New York ho visto gruppi di turisti statunitensi che ridevano a squarciagola alle battute delle loro guide: per loro intrattenimento e cultura non hanno soluzione di continuità, secondo la filosofia, di cui non sono gran che convinto, per cui si impara solo divertendosi.

La tamarriade mostra caratteri universali. Provo a delinearne alcuni.

Contrariamente al mitico Borat, il tamarro classico si muove sempre in gruppo e da quello non si separa mai: il resto del mondo conta, al più, come distrazione temporanea;

Il tamarro fa rumore: non per farsi riconoscere ma per ragione di vita. Se non dorme deve continuamente fare o dire qualcosa. Il movimento non ammette pause. Va da se che non sopporta il silenzio;

Ama la propria confusione, non quella altrui, se non riesce a assimilarla;

Litiga. Fa parte della generazione di rumore. Se non con estranei, che potrebbe essere pericoloso, con altri membri del suo gruppo. Il litigio fa parte della vacanza del tamarro

Ha i suoi segni distintivi. Modi di vestire, accessori, tagli di capelli. Il gruppo è una tribù, o meglio un distaccamento della tribù più grande che aspetta a casa.

Cerca sempre le stesse cose, gli stessi divertimenti e cibi. Se non le trova, il posto non gli piace;

Si considera piuttosto furbo, anzi proprio in gamba. Ama il proprio stile di vita. Si sorprende sempre di ciò che non somiglia alle sue abitudini, e sempre in negativo. Ride forte e si stupisce se l’altro non lo capisce. La coesione di gruppo lo rafforza.

Non si capisce bene perché viaggi, il tamarro, dal momento che è poco curioso di quello che non afferra al primo colpo.

Insomma la tamarriade è, secondo me, un carattere universale, che nasce per generazione spontanea e si auto-replica in giro per il globo, non è ostacolata dal reddito, anzi spesso da quello facilitata, alimenta l’industria del turismo, non mette in crisi la realtà, solamente ci scava dentro la propria nicchia chiassosa.