“Per gli amici pelosetti”

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Istantanea di un’estate

L’ho visto scritto a mano su un foglio, piazzato sopra una scodella di plastica piena per metà d’acqua, all’ingresso di un pub. Un modo economico per accaparrarsi simpatia cavalcando una delle tante catene animaliste di moda sul web. Volutamente non si distingue fra randagi e “proprietari”: cani e gatti sono tutti uguali!

Non sono contrario ma mi suona un po’ troppo sdolcinato e facile e per questo fastidioso. Sarei più d’accordo con una frase del tipo:

“Per quelle brutte bestie che vi portate dietro”.

Inteso in senso ironico ovviamente: non ho nulla contro cani e gatti e li ho sempre trattati bene, anche se non so ben relazionarmi con loro. L’unica controindicazione sarebbe che molte signore penserebbero ai loro compagni umani, prima che agli animali.

La ciotola si accompagna a altre novità animaliste del mese, come il passeggino per cani (!) e il cane minuscolo rigorosamente in braccio o nella borsa, con la testolina che fa capolino vezzosamente.

Lo accompagnerei anche con un po’ di cibo, tanto per rendere la cosa meno facile ed economica: se c’è il sentimento dev’esserci anche l’impegno, e che cavolo!

Non è che vorrei per forza contrapporre umani e animali, ma propongo un’idea complementare: una bella colonna di panini e bottigliette gratis con un cartello che dica:

“Per i nostri amici poveri”.

Così, senza nemmeno distinguere fra italiani e stranieri, bianchi e colorati, clandestini e regolari.

Solo che non si può. L’italiano medio si slancerebbe all’assalto anche se avesse appena finito di pranzare. Più ancora, al primo nero che stendesse la mano il sensibile di turno scatterebbe una foto con il telefonino per pubblicarla al volo con la nota “Ecco guardate gli immigrati che rubano il pane agli italiani!”, magari tutto in maiuscolo e con qualche opportuno errore sintattico.

E allora bisognerebbe distinguere:

“Per i nostri amici umani che hanno fame o sete, ma che siano italiani o almeno immigrati regolarmente, preferibilmente non Rom, di colore va bene purché non siano in maggioranza, non arrivino per primi e siano vistosamente deperiti, con spiccata preferenza per i minori, gli anziani italiani senza pensione o con la minima passano avanti a tutti. Non più di un panino e mezza bottiglietta a testa. I panini per gli italiani non contengono olio di palma, gli altri non si sa”.

Gli animali sono tutti uguali, gli esseri umani no!

Mente e mondo

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Casa Battlo – Barcellona

Plana leggero,

Il pensiero,

Diafana nebbia d’impressioni,

Speranze, illusioni

E libere figurazioni.

Vola nello spazio immaginario

Che da se realizza e allarga,

Dove crea universi e li disgrega.

Ogni realtà imita e piega,

L’inesistente prefigura,

Riformula l’attuale a sua figura,

Di riformare il reale brama e desidera,

Preme sui propri confini, con onda e scia,

Non spinge sassi, tuttavia:

Fragile fantasma ideale,

Non esiste per il mondo materiale,

E solo percorre la sua via.

Ma con quello interagisce,

Come onde elettromagnetiche,

Che una radio percepisce

A ogni frequenza, magnetiche,

E amplifica fino a renderle suoni:

Le mani,

Come antenne per le tensioni dei neuroni,

Tramite il conduttore della coscienza arbitra,

Producono l’illusione di alterare il mondo

E la realtà di cambiare il se.

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Unisciti… escludendo

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal Tempio, dettaglio (da Wikipedia)

Alcuni gruppi si basano sull’esclusione progressiva dei loro membri. No, non sto pensando al Movimento 5 Stelle, non soltanto, non nello specifico. Diciamo che noto parallelismi con esperienze più vicine, quotidiane, in gruppi di amici apparentemente scanzonati, associazioni di volontariato, ambienti lavorativi, perfino ménage familiare.

Ho letto, da qualche parte, che il “capro espiatorio” è un ruolo necessario, per quanto indesiderato, nelle relazioni sociali. C’è sempre qualcosa che va male e la cosa più comoda è darne la responsabilità ad uno: via lui e le cose, finalmente, andranno bene.

Inoltre espellere il “cattivo” crea un momento di coesione. Fa ritrovare al gruppo il buonumore e la voglia di fare quello che è (o si suppone che sia) destinato a fare.

Ovviamente il processo non è così immediato. Comincia con le maldicenze velate, i malesseri, la noia di incontrarsi che cresce fino al fastidio. Bisogna mettere il “cattivo” nella cattiva luce che gli spetta. Nessuno ha colpa, ognuno è aperto e sincero, amante del Bene e del Bello, fautore di un atteggiamento inclusivo e non esclusivo, impegnato per il progresso comune, rispettoso della libertà e della sensibilità altrui almeno quanto della propria ma… “Quello” veramente esagera, alle volte. Se solo si rendesse conto!

Episodi progressivi aumentano la tensione, fino ad arrivare al casus belli e allo scontro aperto. Tutti contro uno, o un’ampia maggioranza contro un’esigua minoranza, o ancora un nucleo egemone in cui tutti si riconoscono, per interesse, sensibilità o pura ignavia, contro il turpe di turno.

E lo scontro non è un accessorio indesiderato, non è per nulla un momento negativo, non è sgradevole e ripugnante per le parole che si useranno ed i toni che si raggiungeranno. Anzi, è l’imprevisto che dà sale alla giornata, la botta di vita lungamente attesa, la scossa adrenalinica che fa convergere l’attenzione e le energie di tutto il gruppo. Chi c’è dentro si sente protagonista, chi sta ai margini guarda con passione lo spettacolo. A valle, il gruppo riemerge corroborato e rinsaldato, alleggerito della “mela marcia” e quindi pronto ad un nuovo slancio. Fino al nuovo momento di “stanca” e alla ricerca di un’altra spinta, chiaramente.

E non è detto che ci voglia molto per essere bollati. I “valori” del gruppo sono ad esso specifici e valutabili solo dall’interno. Nelle relazioni interpersonali c’è sempre bisogno di una certa tolleranza e la soglia tra cosa sopportare e cosa no è molto elastica, spesso arbitraria e mutevole nel tempo.

Ci sono sistemi che hanno fatto del nemico interno lo strumento per mantenersi forti. Il caso che mi viene in mente è l’Unione Sovietica dell’epoca di Stalin, in cui le continue “purghe” partivano dai vertici alti del Partito e arrivavano alle delazioni fra vicini di casa o consanguinei. Era una continua caccia alla spia e all’attivista anti-rivoluzionario, che doveva sparire all’istante senza lasciare traccia, cancellato dai documenti ed anche dalle fotografie. Si soffriva, si faceva la fame perché la rivoluzione non poteva fare il suo corso, bloccata dall’interno da individui spregevoli, prezzolati o malvagi, come tanti granelli di sabbia tra gli ingranaggi sociali che dovevano girare verso la perfezione e la fine della storia umana così come la conosciamo. Gli accusati erano colpevoli in partenza e i processi si concludevano immancabilmente con la completa confessione ed auto-accusa. Il Partito uccideva subito dopo – igiene immediata – oppure prometteva perdoni alla fine di lunghe pene, che però non arrivavano quasi mai – igiene dilazionata ed ulteriore esempio per gli altri. Bisognava vivere all’erta, sospettare di tutti e sforzarsi di non suscitare sospetto in nessuno. Un solo lamento poteva bastare.

Penso che quest’atteggiamento di identificazione del “cattivo vicino” sia una delle radici del “mobbing”, quando non c’entrano direttamente interessi economici o pura e semplice crudeltà.

Ci sono gruppi di amici che sembrano funzionare allo stesso modo. Una cattiva azione marca il membro non adatto, già magari “tarato” da altri fattori: un diverso livello culturale, poca socievolezza, gusti troppo “eccentrici” rispetto agli altri. Una sequela di piccoli episodi spiacevoli esacerbano l’animo, mettono da parte il “turpe malcreato”, lo isolano progressivamente, fino ad arrivare alla resa dei conti finale, dove, il più delle volte, l’imputato si auto-esclude, depresso o sdegnato. La comitiva torna alla vecchia vita ritemprata e con la sensazione di essersi depurata. Nuovi ingressi lo reintegrano e nuove relazioni interpersonali si intrecciano. Una nuova vitalità si respira nell’aria. Ma dura poco.