Ricorrenze nuove e vecchie

Sfollati nel milanese

Oggi, come tutti sanno, è l’anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. Commemoratori e complottisti si scatenano di nuovo, su fronti opposti e su organi d’informazione nuovi e vecchi. A me però interessa di più l’anniversario, da poco passato, dell’8 settembre, ovvero l’armistizio (o resa) del 1943.

Quando ne accenno in giro mi accorgo che non sono poi tantissimi quelli che ne sanno qualcosa ed è un male, perché è un nodo cruciale, secondo me, della nostra storia recente e, a quasi settant’anni di distanza, ancora ne scontiamo le conseguenze. Da quel momento è stato difficile parlare di patria e di bandiera, qui da noi, senza scadere nel ridicolo o essere bollati di nostalgie fasciste.

Scugnizzi in armi

Non voglio assolutamente dire che l’Italia, ridotta allo stremo, dovesse continuare l’assurda guerra voluta dal regime. Non ho neanche intenzione di fare un’approfondita disamina storica degli eventi: non è questa la sede ne io sono la persona adatta. Voglio solo ricordare che, a seguito della resa incondizionata (perché questo chiesero e necessariamente ottennero gli “alleati”) ed alle successive scelte della famiglia Savoia e del governo Basoglio, il Paese si ritrovò non solo diviso in due dal fronte, ma sottoposto ai tedeschi al nord ed agli anglo-americani al sud, con l’esercito che, privo di ordini, si era quasi interamente disgregato, privo di istituzioni di riferimento che facessero sentire la propria voce, campo di battaglia per eserciti e fazioni opposte. Senza che la guerra, i combattimenti, le rappresaglie, i bombardamenti e le privazioni avessero termine.

Credo che in quei giorni, nonostante l’impegno meritorio ma minoritario dei partigiani e di una piccola parte delle forze armate, che rimasero al loro posto (mi si lasci dire soprattutto al Sud), molti italiani abbiano cominciato a sentirsi un po’ meno un popolo ed un po’ più un’espressione geografica. La colpa? La retorica nazionalista dei fascisti, una guerra di molte volte troppo grande per noi e le scelte superficiali (e vili) di chi aveva nelle mani la responsabilità del Paese.