Evoluzionismi (e non) politici italici

Eccovi un altro post politico, come già annunciato nel titolo. Siete avvisati.

In Italia la Sinistra è riuscita a staccarsi dal modello comunista, che rimane ormai di riferimento solo per frange marginali. Non è successo in un giorno anzi stato il risultato di un percorso lungo e tormentato, non privo di fermate, passi indietro e ripensamenti, come anche di nostalgie, salti in avanti e tante divisioni, che è iniziato con la caduta del muro di Berlino, è passato per la “cosa” di Occhetto e molti altri passaggi non sempre positivi, compresi l’Ulivo, il “Veltronismo” e il “Renzismo”.

Di fatto ormai più nessuno o quasi parla seriamente di concetti come lotta di classe, collettivizzazione dei mezzi di produzione o dittatura del proletariato.

Dei passi, va detto, di allontanamento dalla rivoluzione sovietica e in direzione di un riformismo social-democratico, erano stati fatti anche prima, ma il partito continuava a chiamarsi comunista, per cui la radice non era stata tagliata.

Di contro una parte importante della Destra continua a rifarsi, più o meno apertamente, al fascismo, e non vede l’ora di rifare il saluto a mano alzata, i salti nei cerchi di fuoco, le adunate oceaniche, il culto dello “uomo della provvidenza” eccetera. Di più, le correnti che più apertamente inneggiano al regime non sono marginalizzate ma considerate parti integranti e propulsive del movimento di destra italiano.

La Destra sembra condannata a un eterno, ciclico ritorno verso il modello del famigerato ventennio e non sono bastati un Berlusconi, un Fini e un paio di leader leghisti a cambiarle i lineamenti.

Non conosco le cause di questa inquietante stasi e posso solo provare a fare ipotesi: un blocco psicologico conseguente alla sconfitta dell’8 settembre 1943, che non è mai stata elaborata; un desiderio di rivalsa; la paura del futuro che porta a rifugiarsi nel sogno della restaurazione del passato; il desiderio di affidarsi completamente a uno che “ha sempre ragione”. Penso da tempo che il desiderio di dittatura nasca da paura della libertà, al punto da delegare le decisioni sulla propria vita a un altro. Non ho competenze sociologiche e altri potranno essere sicuramente più precisi di me a riguardo o magari smentirmi del tutto. Sta di fatto che, dopo ottant’anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e oltre settantacinque circa dalla caduta del regime mussoliniano, sarebbe ora che la Destra italiana si desse una scrollata.

Esistono maniere moderne e democratiche di essere di Destra, come i Repubblicani americani o i Conservatori britannici: prendete esempio. Sarebbe davvero utile per il Paese.

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Siamo così

Noi italiani siamo così, dolcemente complicati, facilmente emozionati, egoisticamente riservati. Ci piace mangiare il prosciutto ma non saper scannato il maiale. Vantarci di essere eredi di tradizioni culturali millenarie ma non saper dire in che secolo è vissuto Dante Alighieri o Leonardo da Vinci.

Parliamo liberamente di politica, di popoli e di economia, critichiamo gli esperti ma non ci ricordiamo quando è finita la Seconda Guerra Mondiale o perché la Corea è divisa in due. Siamo certi che sia sbagliato mettere il formaggio sugli spaghetti a vongole ma dubbiosi se si giusto o meno lasciare in mare per settimane dei migranti.

Proponiamo a caldo pene colossali per qualsiasi reato: evirare i pedofili, giustiziare gli stupratori, dare l’ergastolo ai corrotti; ma il fuoco si spegne in fretta, ci facciamo prendere dal sentimentalismo e perdoniamo l’assassino dopo pochi anni se non mesi.

Revisionisti nel sangue, acclamiamo la sentenza di condanna e il giorno dopo ci viene il dubbio che sia sbagliata.

Abbiamo sempre ragione negli incidenti stradali.

Odiamo la mafia ma il camorrista di mezza tacca sotto casa tiene tranquilla la strada, che da quando c’è non succede niente.

Critichiamo aspramente chi non ha difeso la donna molestata in metropolitana, nel brutto caso di cui ci ha parlato il TG, ma chiudiamo la finestra quando sentiamo un rumore in strada.

Siamo così… uomini e donne, superficialmente complicati. Salvo eccezioni, ovviamente. A ciascuno l’ardua e, mi auguro, non banale “sentenza” su se stesso.

E se la politica si svuota

Come profeta valgo poco, e per questo probabilmente fate benissimo se non mi state a sentire ora che vi dico che nella situazione politica attuale vedo i semi della dittatura. Non ritengo che ci siamo già, ma anche qui potrei benissimo sbagliarmi.

Vedo le premesse della dittatura perché le istituzioni democratiche sono al loro minimo di credibilità; sono state usate ed abusate in troppi casi; spesso svuotate di senso e ridotte neppure a posti di potere ma a semplici falle di accesso al denaro pubblico. Ed anche perché le persone che le hanno rappresentate o si candidano a farlo non sono più individuate come rappresentanti della maggioranza del Paese. Vedo che le scelte politiche avvengono sotto la pressione dei mercati e delle urgenze economiche.

Le vedo anche perché non sembra sorgere un’alternativa politica: situazione ottima perché si individui, ad un certo punto, la soluzione nell’ “uomo forte”, nel nuovo “unto dal signore”, la “figura di garanzia” che potrebbe essere anche una “soluzione tecnica”, ma di lunga durata.

La dittatura moderna, si badi bene, non richiede necessariamente un balcone ed una folla plaudente, bande musicali e parate imbandierate. La dittatura cibernetica può avere forme molto più subdole e sfumate. Può avere l’estetica ed i riti della democrazia senza averne la sostanza.

Come comportarsi? Di certo non appellandosi all’ “unità del popolo”. Questa è una cosa che si invoca in caso di guerra, solitamente allo scopo di silenziare chi critica quella guerra ed addita coloro che, per propri interessi, l’hanno voluta. Non dobbiamo assolutamente pensarla tutti allo stesso modo: è la prima regola della vita democratica.

Neppure m’attira la rivoluzione di piazza. Non credo nella violenza perché non risolve i problemi, perché esalta i peggiori e perché finisce sempre per essere pilotata. La rivoluzione francese è finita con Napoleone imperatore.

Ci vuole l’impegno individuale, di quanti più possibile. Evitare le scorciatoie e le soluzioni di comodo. Evitare la tentazione dei compromessi facili. Occhi ed orecchie aperte su proposte e soluzioni. Curare il complessivo ed i dettagli. Non evitare contrasti e dissensi, anche aspri. Valutare razionalmente e non sull’onda delle emozioni.

Insomma, come tutti i (falsi) profeti, vedo il rischio ma non la soluzione. Eppure sono certo che c’è. E credo nel volontariato intellettuale. Il cervello per sua natura deve essere sempre attivo, per cui è meglio usarlo bene.