Pazientare e aspettare

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Aspettare è uno stato naturale dell’essere umano. Ogni giorno aspettiamo per qualcosa.

Già l’uomo preistorico aspettava: la preda al varco, che il pesce si decidesse ad abboccare all’amo, che il raccolto fosse pronto. Ma mi sembra che la “civiltà” in cui viviamo abbia aumentato gli argomenti dell’attesa e le cause che forzano i singoli a aspettare.

Facciamo la fila a uno sportello. Passiamo ore nel traffico della tangenziale. Facciamo anticamera dal dottore o dal capo.

Attese new-economy: che il computer ci restituisca il dato, che il sito si carichi, che l’individuo all’altro capo della chat risponda al messaggio. Che il call-center ci faccia parlare con qualcuno di competente invece che tentare di capire le indicazioni di una voce automatica o ascoltare una noiosa musichetta.

Ma anche, aspettiamo il “vero amore”, l’eredità del nonno vegliardo, la buona occasione, che si liberi quel posto in ufficio che mi piace tanto.

Aspettiamo che sia passata la crisi, che il governo decida quando andremo a votare e con che legge, che il sindacato faccia valere i diritti veri o presunti.

Mi sto convincendo che aspettare, superata una certa soglia fisiologica, peraltro piuttosto bassa, sia uno dei peggiori errori della vita. Non pazientare, si badi bene, ma aspettare. Pazientare vuol dire attendere i frutti di quello che si è seminato, dare il tempo alle cose e alle persone di maturare, lasciare che i processi avviati facciano il loro corso. La pazienza è lo spazio che segue un lavoro fatto, quando il suo frutto, per la natura stessa delle cose, non può essere ottenuto immediatamente. E raramente è un tempo vuoto: oltre al riposo, di solito si riempie di altre attività, eventi contingenti e nuovi progetti. Aspettare significa invece rimanere al margine, attendere che qualcosa accada, dipendere da qualcuno o qualcosa, aver perso il controllo del proprio tempo e quindi, in definitiva, della propria vita.

Come si finisce per aspettare? Qualche volta per colpa propria: pigrizia, delusioni da aspettative eccessive. Ci sono limiti caratteriali, errori educativi, batoste subite e mai superate a rendere una persona poco combattiva, attendista a oltranza, sprecona di giorni. Anche l’abitudine alla pappa pronta, la scarsa propensione a soffrire per ottenere qualcosa, l’abitudine alla via più facile, l’accontentarsi dell’immediato rinunciando a godere. Perdere la gallina domani anche se l’uovo è solamente un avanzo di quello di ieri. Qualche volta prevalgono o si uniscono le colpe sociali: è lo stato di tanti cassintegrati o pre-pensionati a forza, o disoccupati cronici che hanno anche smesso di cercare un lavoro.

Un po’ alla volta la psiche si abitua a questo stato di attesa perenne. E’ come bambagia vecchia, relativamente comoda se ci si sforza di non far caso a quanto puzza. Un’attenuazione auto-indotta dei sensi e dell’intelletto per far scorrere il tempo senza accorgersene troppo. Uno sforzo per non soffrire ottenuto abbassando di grado in grado la sensibilità al dolore. Si tratta di una sorta di muta depressione, un trascinare i minuti e gli anni finché anche la tenue speranza che qualcosa – qualsiasi cosa – avvenga, si spegne in un cupo silenzio.

Il tempo-uomo sprecato è un altro parametro che il PIL non misura. Ne è influenzato, certo, ma indirettamente, perché non tutte le attività umane, appunto, danno frutto immediato, e non tutte quelle proficue lo sono in termini economici. E poi le persone tranquille non creano problemi: non producono gran che ricchezza, forse, ma almeno non danno guai. Ma uno stato, o meglio un’organizzazione sociale nelle sue varie forme – governo, religione, famiglia, scuola – che a parole elogia l’intraprendenza e il successo ma di fatto induce e educa tanti suoi membri all’inattività indotta – non forzata in senso stretto ma indotta – si sobbarca di una perdita enorme e non misurabile.

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