Mimmo e la filosofia del quotidiano

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Luciano De Crescenzo, nel sul “La storia della filosofia greca”, alternava ai filosofi “veri” quelli che definiva filosofi “suoi”, ovvero personaggi contemporanei e ignoti, che sfangano la giornata facendo i più diversi mestieri, ma che, nel loro modo di ragionare e interpretare la vita e il mondo, individuano una traccia personale.

Credo che ognuno di noi ha, tra le sue conoscenze, qualcuna che merita la qualifica di “filosofo”. Nel mio caso, uno di questi personaggi è il mio elettrauto.

Ci passavo davanti qualche giorno fa, per dirigermi verso la farmacia, e d’un tratto sento bussare dal finestrino dell’automobile parcheggiata. Mi giro, e lo vedo all’interno – lo chiameremo convenzionalmente “Mimmo”, nome inventato per ragioni di privacy – che mi saluta, seduto al posto di guida dell’auto del cliente, tenendo in mano un libro aperto.

La bottega di Mimmo è piccola, con spazio all’interno per una sola vettura e con un minimo retrobottega. Le altre auto da riparare le dispone alla meglio lungo il marciapiede. Ma non è certo questa la sua peculiarità principale. Le volte che lo vedo si trova intento in una di queste tre attività, più o meno con la stessa esatta probabilità: armeggiare sulla plancia o nel vano cofano di una vettura; conversare con clienti o persone di passaggio in lunghe questioni lontanissime dai problemi elettrici delle autovetture; leggere un libro.

Mimmo ha sempre almeno un libro in corso di lettura. Di solito lo legge appollaiato sul motorino che usa per andare a comprare i ricambi: l’automobile era il rifugio estemporaneo imposto dalla giornata fredda. Inoltre ama conversare, soprattutto sui massimi sistemi di come va il mondo nel suo intreccio di psicologia individuale e interessi collettivi o di gruppo; sulla filosofia della storia e la natura del consumismo; sugli schemi generali della politica, trascendendo ovviamente i dettagli banali del parlamentarismo quotidiano; su come siamo tutti pilotati, nei gusti e nelle scelte, e su come la maturità, se diventa saggezza, aiuti a discernere le cose importanti e quindi, in definitiva, renda più liberi; su come, con la vecchiaia, il mondo diventi sempre più piccolo.

E fa del suo angolo un punto di osservazione dell’universo. Può sembrare riduttiva, una piccola bottega da elettrauto, ma ci gira attorno un mondo, soprattutto se collocata, come nel suo caso, in un punto nevralgico del quartiere, tra il barbiere e la farmacia. E se si ha la pazienza di aspettare e raccogliere i fatti uno alla volta. Sotto gli occhi e le chiacchiere di Mimmo passa la vita della gente, eventi insignificanti, trionfi e disastri, giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Ha sempre esempi da riportare, Mimmo, nei suoi discorsi, ma rigorosamente in forma anonima: casi di scuola e non pettegolezzi sul prossimo. Mimmo non si rovina la reputazione e rimane riservato, pur sapendo tanto di tanti: ogni fatto è un caso particolare di verità universali.

Ma il ragionamento astratto non diventa filosofia se non lo si applica alla vita, e Mimmo è filosofo fino in fondo. Ripara le auto ma non ne possiede alcuna: solo un vecchio motorino che gli serve per andare a comprare i pezzi di ricambio o recarsi da un cliente in emergenza. Neppure possiede un telefonino, non uno “smartphone” moderno e nemmeno un aggeggio da 20 Euro per le chiamate d’emergenza. Entrambi gli oggetti sono troppo vincolanti per lui: oneri che limitano la libertà invece di ampliarla, decisamente meglio farne a meno. Meno vincoli autoimposti e meno bisogno di denaro significano più libertà.

Nello stesso ordine di pensiero, tra il platonico e l’epicureo, Mimmo chiude la bottega alle 19 in punto, o anche qualcosa prima se non ci sono clienti. Se arrivi in quei momenti con la macchina che non va, di solito ti manda via: deve chiudere! Le ore di libertà della giornata sono fondamentali alla qualità della vita, molto più di qualche Euro in più in tasca. Non si scappa: il tempo non si compra.

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Micro sfruttamenti

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Interno palestra, pomeriggio inoltrato. Il tipo davanti a me ci mette un po’ a depositare i suoi beni nella cassettina di sicurezza all’ingresso e salutare la fidanzata. Attendo simulando pazienza.

Ci ritroviamo allo spogliatoio: pochi minuti per dismettere i panni casual-borghesi e calzare quelli morbidi da sala attrezzi. Ma lui prima tira fuori telefonino e caricabatteria e si mette a caccia ansiosa di una presa di corrente. La trova e se ne serve per sette minuti netti. In pratica ha rubato qualche “milliwattora” alla palestra trasformandolo in qualche punto percentuale di carica del telefonino: qualche minuto di funzionamento in più. Un micro-sfruttamento. Niente, in pratica, nel caso di specie, soltanto un po’ oltre la soglia del ridicolo, se non fosse il sintomo di un atteggiamento diffuso e moltiplicato all’infinito, cioè la mentalità di appropriarsi di beni e vantaggi ogni volta che sia possibile farlo impunemente, a prescindere dalla necessità di farlo e dall’entità risibile degli stessi. La mente sempre concentrata su come spillare l’ultima frazione di centesimo da quello che si ha a portata di mano e che non si deve (direttamente) pagare. Ovviamente senza tenere conto dei costi indiretti, perché quello che è collettivo, si sa, non è di nessuno, in particolare non è proprio e quindi, in sintesi, non conta.

E’ un atteggiamento molto diffuso, quello di sfruttare il disponibile fino all’ultima goccia, anche quando non se ne ha strettamente bisogno. Un altro caso minimo, direi peggiore, è quello del viaggiatore d’affari che, mentre esce dalla sala d’attesa della business-class di un aeroporto, afferra “distrattamente” una manciata di snack e se li mette in tasca. Non credo che l’incravattato figuro ne avesse bisogno per saziare una fame improvvisa o per far quadrare il suo bilancio familiare.

Vale lo stesso discorso quando si tiene il rubinetto aperto, in albergo, per lavarsi i denti, mentre magari non lo si fa a casa, oppure tenere la doccia calda aperta per mezz’ora per fare vapore e “stirare” la camicia tirata fuori dai bagagli. I due bicchieri di plastica riempiti all’erogatore in mensa, invece di uno, perché ci si stanca a alzarsi da tavola e riempirlo di nuovo a metà pasto.

O anche la ressa ai buffet di matrimoni o villaggi vacanze, anche quando sono ben forniti: dopo antipasti, due assaggi di primo, secondo di terra, secondo di mare, contorno e caffè, il piatto dei dolci deve essere riempito, perché tanto non si paga. E fa nulla che alla fine, per raggiunti e superati limiti fisiologici, lo si lascia per tre quarti pieno perché sia diretto al cassone dell’immondizia.

Un caso diverso, ma comunque interessante, è quello del tipo che rimane fermo in tangenziale, con l’auto in panne, e intasa il traffico per minuti e ore. Può succedere a tutti, certo, ma magari un po’ di colpa ce l’ha, per manutenzione tralasciata o superficiale, al fine di risparmiare qualche Euro. Avrà dei costi, il personaggio, certo, ma quanti ne causa alla collettività in termini di consumi di carburante, inquinamento e ritardi inflitti a centinaia di persone a lui del tutto estranee?

In tanti casi si grava sulla collettività senza avere un autentico bisogno di farlo, più che altro per esercitare la propria mini-furbizia e sentirsene orgogliosi. I costi, poi, si spalmano e nessuno se ne sente responsabile, salvo lamentarsi per i prezzi, osservare che le stagioni sono impazzite e prendersela con il politico di turno.

Essendo il sottoscritto un fanatico dei numeri, mi verrebbe la curiosità di conoscere l’effetto collettivo di questi nano-abusi. Di certo è un calcolo molto complesso e non saprei da cosa cominciare, un po’ come sommare la massa della polvere cosmica e confrontarla con quella delle stelle. Mi piacerebbe verificare se, come nel parallelismo astronomico, alla fine la micro-furbizia è talmente diffusa e ripetuta da sommare un costo paragonabile, o addirittura superiore, a quella macroscopica dei ladri matricolati.

Nuovo giorno in ufficio

aeroporto

Ormai è una malattia, ma dopo che hai superato la paura della “prima volta” tutto diventa più facile e ogni tanto pubblico una poesia. Anche questa è, a modo suo, autobiografica.

***

Un tema, un compito, una scrivania,

strumenti vecchi e semi-nuovi

per riempire questo spazio-tempo.

La polvere sotto il monitor

e in tutti i recessi, psichici e non:

i sedimenti della vita passata,

scorie attive di tentativi e risultati,

come monotonia solida, umida,

materiale di risulta dell’esperito,

che diventa sostanza da costruzione,

base confortevole e tiepida,

concime di pensieri.

Lunghe ore di varianti infinite,

sintesi meccanica di simile e diverso,

noia creativa, genio ordinario.

La nuova vita, così come il lavoro nuovo,

si edificano sempre sopra i residui,

stratificati e compattati,

dei precedenti.

Niente… E così non sia

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

La maschera di Totò, che sempre invita a non prendersi troppo sul serio.

“Signora è in linea, ci dica…”

“Niente io…”

“Arrivederci”.

M’immagino una telefonata in diretta alla radio che si svolga così, troncata sul nascere da un insano “niente” d’esordio. Perché se parti con un “niente” perché hai chiamato, in primo luogo? Se sospetti che quel che hai in mente abbia poca importanza – o peggio che non sarai in grado di esprimerlo passabilmente – perché abusi del tempo di una persona che sta lavorando e mio che me ne sto in ascolto?

Tra le tante abitudini deprecabili della bella lingua italiana, particolarmente fastidiosa è l’uso del “niente” come intercalare o affermazione d’esordio. E non solo alla sensibilità del sottoscritto: questo post mi è stato suggerito da un amico che è anche uno dei miei (pochi) lettori.

Il “niente” calato a casaccio è tipico italiano: non mi sembra di aver mai sentito un anglofono inserire dei “nothing” o un francofono dei “rien” così, a casaccio, nel discorso, e vi assicuro ce ci ho avuto spesso a che fare, professionalmente e non.

E’ sgradevole perché marca un approccio sbagliato: parlo ma non so se quel che dico ha senso per qualcuno, se è importante o interessante, o più banalmente non so se sarò capace di dirlo in maniera adeguata.

Manifesta un’incapacità presupposta prima ancora che espressa, un’auto-svalutazione del pensiero, un partire col piede sbagliato, cominciare il viaggio con un passo all’indietro, muoversi al passo dopo essersi chinati sui blocchi di partenza, iniziare un periodo con la minuscola; sottolinea una mancanza di sicurezza nei propri argomenti prima ancora che nella capacita di esprimerli.

E’ un intercalare finto discorsivo, la versione pseudo-intellettuale della parolaccia buttata a caso, utilizzato per dare un salto di ritmo a battute banali dandogli un facile senso popolar-nazionale.

Insomma è il peggior modo per introdurre o intercalare discorso, perché marca un cedimento alla mediocrità, accontentarsi del pensiero così come viene sperando che il prossimo lo accetti e ci aggiunga da sé il significato mancante. Non provare nemmeno a migliorarsi. E lo marca da subito, da quando si comincia, senza nemmeno il tentativo di dare un tono più alto al discorso. Insomma – mi ripeto – una velata mancanza di rispetto per se e per il prossimo.

Raramente il “niente” nasce da eccessiva modestia, difetto grave come lo è sempre non sfruttare le proprie qualità. Talvolta è un “niente” di pigrizia, il rifiuto colpevole di far muovere il pensiero oltre il livello basso della prima sensazione, con l’onestà, parziale attenuante, di dichiararlo da subito. Qualche volta è di pura abitudine e convenzionale, appreso passivamente dall’averlo sentito a oltranza e bilanciato dalle frasi che seguono, che magari qualche senso compiuto lo rivelano. E’ però assai spesso un niente che permea il discorso: davvero quel che viene dopo non valeva la pena d’essere detto.

De vulgari invidia

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L’invidia è un sentimento terribile, ed è l’opposto dell’empatia, ti fa vedere solo il bello dell’esistenza altrui.

L’invidia è anche meschina: si basa sull’assunto che se qualcuno ha più di te, in qualunque campo, di certo non ne ha il diritto.

E’ autocommiserativa; non riesco a ottenere quello che vorrei.

E’ il segno di una sconfitta personale, effettiva o in corso di realizzazione, perché individua una barriera insormontabile fra i desideri e la realtà.

E’ cattiva, perché desidera il male altrui, il male di chi ha quel bene che si vuole ma su cui non si possono mettere le mani. Vuole il male anche se quel qualcuno non ci ha fatto, e non desidera per noi, alcun male.

A volte ha delle attenuanti: gravi perdite sofferte, svantaggi subiti in modo incolpevole. In questi casi assume un carattere di mancanza e bisogno – d’affetti, di opportunità – più che di cattiveria.

Come tutti i sentimenti è più pericolosa quando è inconsapevole, perché allora diventa un vento che porta la vita alla deriva, qualche volta fino a conseguenze estreme.

Ma, in tutte le forme, è diffusa: quante tonnellate di carta stampata alimenta ogni giorno? La stampa gossip vive di curiosità, ma soprattutto d’invidia.

Non si vuole vedere cosa fa il famoso di turno, per curiosità morbosa o magari per capire quanto è simile o diverso da noi. No, lo si vuole cogliere in fallo, vederlo quando cade, nel momento in cui si rende ridicolo. Anche se si tratta di una foto presa da lontano e non correlata al contesto. Anche – e questo è l’assurdo del sentimento – se in tasca non ce ne viene nulla. L’invidioso cerca soddisfazioni che non lo sazieranno.

I flussi di bit pettegolari invadono la rete, sono i più cliccati sui siti, affollano le prime pagine di quotidiani che pretendono di essere seri e hanno in effetti cronache, approfondimenti, inchieste, ma raggiungono l’introito, in numero di “clik” o di ditate sugli schermi, grazie ai pettegolezzi.

Ma l’invidioso patologico non si limita a ammirare/odiare i VIP. L’invidia attraversa le strade e i pianerottoli, l’erba del vicino che è più verde, i suoi figli più in gamba, sua moglie più bona, il colpo di culo (che per forza quello è) nella carriera.

D’altra parte l’invidia è consumista: devi desiderare la roba d’altri per sperare di ottenerla anche te. Perché lui sì ed io no? Perché tenermi la mia utilitaria quando il mio vicino ha il SUV? Perché tenermi mia moglie se posso avere una donna più bella? E magari più di una?

L’invidia è un sentimento tutto legato all’avere. Dell’essere importa poco, se lo si può surrogare. Non essere belli ma avere un bell’aspetto, non essere saggi ma avere conoscenze e informazioni, soprattutto se utili per accaparrarsi beni e vantaggi. Non stare bene ma avere una buona salute, perché, almeno in parte, anche questa si può comprare, con le medicine, le cure, i cibi. Non essere sessualmente soddisfatti ma avere un’ampia vita sessuale, e magari esibirla al prossimo, far vedere di possederla. L’invidioso patologico si avvelena con le apparenze e cerca soddisfazioni in altre apparenze, e non le trova.

E l’invidia è diventata morale: non solo serve avere invidia, per individuare un bersaglio e arrivare da qualche parte, ma soprattutto bisogna fare invidia al prossimo. E’ la vera e unica dimostrazione di aver fatto qualcosa nella vita. Vincere surrogato a vivere. La vita privata dell’ex premier Berlusconi faceva più invidia che scandalo e, per anni, gli ha attirato più voti di quanti glie ne abbia alienati. Il bunga-bunga ha fatto sbavare d’invidia folle d’italiani, al punto da renderli sui ammiratori: aspetto questo che lui, a differenza di tanti suoi vocianti oppositori, aveva compreso benissimo.

Finestre in serie

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Mi sono accorto che le schiere di finestre sono per me un soggetto fotografico ricorrente. Ogni volta che vedo una bella facciata ampia e ordinata mi viene voglia di inquadrare e scattare. La ripetizione con lievi differenze di davanzali, infissi e linee di demarcazione sà tanto di pop-art, ma soprattutto è un cliché della modernità, la produzione in serie applicata all’abitare. Modernità intesa in senso ampio, non solo industriale. Guardando bene, ogni balcone o apertura ha qualche dettaglio che lo distingue, sengno del tempo o di chi lo abita. In questa raccolta ho applicato il trucco di deformare le foto raddrizzando le linee verticali, perché questo, secondo me, questo rende più straniante la prospettiva e enfatizza il senso di ciclicità. Senza pretese di originalità assoluta, che è ormai praticamente impossibile, mi chiedo se a qualcun altro sembrano interessanti come a me.

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Beata sanità

dottore

Mi arrendo. Dopo anni di strenua resistenza getto la spugna e pubblico anch’io una poesia. Il virus poetico colpisce quasi tutti, in Italia, ed a tratti, nel corso della vita, è toccato anche a me. Sempre attacchi bonari, però, di poca durata. Stavolta cedo alla tentazione di non tenerla pietosamente nel cassetto. Eccola qua, con la sua stringente attualità. Anima e coraggio, è breve!

 

Beata sanità

1.

La malattia regge l’economia,

muove il turismo e l’immigrazione,

serve, è utile, è bene che ci sia,

dà benessere a tante persone.

2.

Ha i suoi imprenditori e rivenditori,

le sue quotazioni,

la sua borsa valori,

cessioni ed acquisizioni.

3.

Si smercia a volume ed a peso,

al minuto ed all’ingrosso,

c’è la comune e il guaio grosso,

a breve ed a lungo decorso.

4.

Il virus è moneta, il morbo posti di lavoro,

la malattia remunera gli investitori,

paga a peso d’oro,

la salute, invece, dà pochi denari.

Potatura overdrive

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Dopo la recente tragedia dell’incuria, il Comune di Napoli ha intrapreso la potatura degli alberi in città. Ottima idea, seppure in ritardo, nulla da dire, ma quattro mezzi e una dozzina di persone messe in campo per un intervento, mi sono sembrate esagerate. Un’autoscala ed un’autopompa dei Vigili del Fuoco, più un’auto ed un camion della Nettezza Urbana e visita di controllo dell’Agronomo; alla fine hanno portato via un singolo ramo.

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Non che dovessero tagliare indiscriminatamente, beninteso. Il verde serve, ed anche tanto, quando è curato, ma forse si poteva limitare lo schieramento di forze. E’ solo l’episodio che ho visto ieri sotto casa, immagino che magari avessero altre tappe, dopo.

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Fatti quotidiani di poca importanza

Oggi ho avuto un’esperienza di comportamento mafioso. O almeno credo.

La cosa è durata pochissimo, eccola qua. Ero in un negozio di ottica, a ritirare degli occhiali. Di colpo entra un tizio, lo scooter parcheggiato davanti. La commessa si preoccupa. “Che desidera?” Dopo si giustificherà: ha avuto dei furti.

“Posso provare degli occhiali?” fa lui.

“Ma certo.”

Ne prende un paio quasi a caso da uno scaffale e se li infila. Si guarda velocemente ad uno specchio.

“E’ da uomo, questo”

“Unisex”.

“Va bene lo prendo”.

“Non vuole sapere quanto costa?”

“L’importante è che fa presto, vado di fretta”.

La commessa trema quasi. Gli dice il prezzo: oltre 100 Euro. Quello tira fuori un pacchetto di banconote dalla tasca e paga.

“Vuole la custodia?” Chiede la commessa

“Si certo. Scusate se sono passato avanti”. L’ultima frase è rivolta a noi altri clienti, ma quasi distrattamente.

Esce dal negozio, accende lo scooter e schizza via.

Insomma, nessuna violenza esplicita, e neppure la tracotanza che si vede nei film, a ripensarci quasi mi sembra di essermi sbagliato nell’interpretare il tutto. Il tizio era vestito come un operaio o un giovane qualsiasi. Solo, tanta leggerezza nel maneggiare il denaro, sicurezza e soprattutto sufficienza nei confronti del prossimo, sia me sia la commessa: cortesia fredda e nulla più, il senso di avere ben altre urgenze.

Dalle mie parti i negozianti pagano il pizzo? Nessuno ne parla, chiaramente, ma credo di si. Voci che girano, ma soprattutto qualche evento spiacevole: qualche vetrina sfondata, anni fa. Quasi sempre un camion che sbatte sulla saracinesca chiusa, di notte, come se fosse un incidente. E poi un incendio di un altro negozio nel periodi di Natale, a pochi giorni dall’inaugurazione. Ad un negoziante che vuole andar via ho chiesto perché, mi ha detto che la colpa era dei clienti scostumati. Credo che valga la solita regola “alla Bellavista”: è un’altra tassa da pagare, se ce la fai vai avanti. Ma in un’epoca di crisi andare avanti è ancora più difficile, per tutti o quasi.

 

Tanti auguri di Buona Pasqua a tutti.

Verso fine settimana

E’ una settimana piena, tra inattese rivelazioni nella vita privata* lavoro, dentista, volontariato ed… un funerale. Una di quelle in cui ti sforzi di dare senso alle cose, sei convinto che ci sia ma non riesci proprio a trovarlo. Alla fine la rivelazione: Neil Young che canta “Continuo a cercare un cuore d’oro, e sto diventando vecchio”, non proprio ottimista…

Tante risorse impegnate, tentativi a vuoto e qualcosa da portar via, la dove non m’aspettavo nulla. Eppure mi sembra, in qualche strano modo, di essere sulla via giusta, come se anche gli sfottò e le risate tra colleghi in ufficio** avessero un senso. Forse, come conclude Neil Young alla fine, oltre ad invecchiare, sto anche crescendo. Hai visto mai?

Da un po’ non mi occupo di politica sul blog, ma d’altra parte la politica stenta a risorgere (cosa per me necessaria, così come per il sindacato, ma questo è un altro discorso). Sui temi in ballo dell’attualità mi devo esporre? Diciamo di si. Sono tendenzialmente pro-TAV (forse perché sono un tecnico, vil razza dannata di meccanici con i loro ingranaggi e cacciavite), e si, penso che l’art. 18 vada riformato (pur godendo di un contratto a tempo indeterminato), anche se con la dovuta attenzione, e che il lavoro precario debba essere pagato più di quello a tempo indeterminato.

 

*) Calmini, nessun coming out.

**) Sembrerà strano, ma ci divertiamo un mondo.