Training on line? Anche no

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Arriva una mail intitolata pomposamente “Training on line” e tu già sbuffi, sai che dovrai spenderci un paio d’ore del tuo tempo, che avresti volentieri dedicato ad altro, perfino a lavorare!

I corsi on-line sono usati di frequente, almeno dove lavoro. Non li amo, anzi diciamo che li considero un male. Servono a raggiungere rapidamente le persone e ottemperare formalmente alcuni obblighi di tipo formativo, ma, a parte questo, ottengono ben poco, anzi annoiano le persone e fanno perdere tempo.

Informano, ad essere buoni, ma non formano. Fanno apprendere qualche nozione ma banalizzandola e in modo provvisorio e labile: provate a intervistare una persona che ha fatto un corso on line, sulla materia, una settimana dopo: sono convinto che ne è rimasto ben poco.

Inducono a essere svogliati e frettolosi, ovvero a percorrere il più velocemente possibile la noiosa sequenza di schermate per arrivare il prima possibile al questionario finale, e poi trovare il “trucco” più adatto per compilarlo in modo corretto.

Nella maggior parte dei casi il questionario ha domande sia banali sia meno banali ma può essere ripetuto all’infinito, finché non si azzeccano le risposte giuste, ed è lo stesso per tutti gli utenti. La giustificazione è che anche il questionario fa parte del processo d’apprendimento, la pratica è che esso risulta sempre formalmente a posto.

Il giudizio è molto personale, mi rendo conto, e anche la realtà è estremamente variegata e forse sto estremizzando troppo. Ci sono corsi in rete fatti veramente bene e nessuno può negare, cambiando leggermente argomento, il valore di tanti tutorial. Nel mio giudizio è coinvolto anche un fastidio estetico: mi risultano stranianti e falsi, quasi sempre, con una voce guida troppo enfatica, corredati da foto e grafiche che dovrebbero risultare accattivanti ma che sono sovente stucchevoli: pupazzetti con la testa a palla, impiegati sempre giovanissimi, belli e iper-sorridenti in uffici luminosi, nuovi e lindi, esempi pratici che sfondano i limiti dell’ovvio.

Non che i corsi “classici”, con aula e docente, siano sempre meglio, a dire il vero. C’è da lavorare!

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Metodi aziendali

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Meccanismi complessi – Dal Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa (Napoli)

Qualcosa non funziona e la gente si lamenta? La voce arriva al Management, che non rimane passivo.

  • Si procede all’opportuna Budget Allocation;
  • Nominando una Task Force allo scopo;
  • Che ritiene necessario coinvolgere un Consultant esterno;
  • Con Spending suddiviso tra Ousourcing e personale in Body Rental;
  • Dopo mesi di Team Working con Developement Sessions nelle idonee Location, il Team rilascia un Procedural Draft con Flow-Chart ottimizzato;
  • (Che è poi quello che il Consultant ha riciclato da un altro Customer cambiando i titoli e qualche dettaglio);
  • La Task Force stabilisce gli opportuni Implementation Steps, Application Pillar e Control Check;
  • Che ricevono l’Approval del Management e l’OK-To-Go;
  • Il tutto richiede una innovativa ICT Smart Support Infrastructure per l’Information Flow che funzioni On Demand;
  • (In pratica una pagina Intranet);
  • L’Implementation In Production richiede un approccio Bottom-Up;
  • In pratica si obbligano le persone a formarsi sulla nuova procedura, con una Intensive Motivational Training Campaign corredata di Coaching e Tutorship;
  • (Cioè giornate d’aula a vedere Slides e sentir parlare, più la benedizione del Role-Playing);
  • Si supera di slancio la Spending Curve, motivando la richiesta di un Extra-Budget;
  • (Il Timing e lo Schedule si sono sforati da un pezzo, invece);
  • Si arriva comunque allo Start-up della Production Phase e dell’avanzato sistema di Implementation Survey.

Alla fine la cosa funziona peggio, ma la gente ha imparato a non lamentarsi più!

L’effetto Signorina Silvani

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Sottotitolo: Ovvero delle ridicole conseguenze dell’asimmetria di distribuzione dei generi negli ambienti umani chiusi

Lavorando in azienda, ho capito che Fantozzi è molto più che una comica. Non è nemmeno strettamente una satira: è solo un ritratto, leggermente esacerbato, di quello che accade quotidianamente.

Uno dei personaggi secondari della saga è la Signorina Silvani, che ad un certo punto mette la testa a partito, sposa il collega più meschinamente splendido e diventa Signora Calboni. Il ruolo è magistralmente interpretato da Anna Mazzamauro.

Ma chi è costei, la Silvani intendo? Ci si potrebbe dilungare, ma, per focalizzare il punto che m’interessa, è una quasi-cozza, attempata e pressoché rozza che, nell’ambiente chiuso e prettamente maschile dell’ufficio, in cui impiegati svogliati sono costretti a trascorrere la maggior parte della loro grigia vita per quel magro stipendio che gli consente di campare, diventa una specie di miss, un simbolo erotico, l’ “eterno femminino” dei poveri e, ovviamente, l’impossibile passione segreta di Fantozzi (che, detto fra noi, ha una moglie decisamente più attraente).

“Assurdo”, direte in coro, “c’è tutto un mondo di donne fuori, anche il più tetro degli scribacchini salariati lo sa”.

Verissimo invece, ed è visibile quotidianamente. In ogni ambiente a stretta prevalenza maschile – certe facoltà universitarie, uffici tecnici, amministrazioni d’impresa – la belloccia di turno è oggetto di attenzioni e cortesie, non va mai a prendere il caffè da sola, ma sempre con un nutrito nugolo di accompagnatori sorridenti e cortesemente schiamazzanti. Non è un vero e proprio corteggiamento, nella maggior parte dei casi, ma una specie di obbligo sociale.

E la belloccia reagisce nello stesso modo della Mazzamauro, pardon Silvani: s’imbelletta, si mette in mostra, si atteggia a semi-diva, ostenta sicurezza e condiscendenza. Nulla di male, beninteso, tutto fa parte dell’ordinario, della consueta recita del quotidiano.

La situazione diventa ancora più interessante quando le Silvani sono più d’una, perché tra loro si scatena una sorta di competizione, a colpi di tacchi, pettinature, aderenze e scorciamenti d’abito e di altre cure estetiche. Lotta non dichiarata, ovviamente, ed ognuna delle coinvolte la negherebbe ad alta voce, eppure concretissima. La rivalità fra donne può essere più dura di quella tra gli uomini, e la prevalenza sociale, anche in un ambiente ristretto, è dolce e ambita per entrambi i sessi, con sfumature diverse ma con la stessa forza.

Morale? C’era una volta un mondo in cui stretti steccati dividevano le aree lavorative maschili e femminili. Ci sarà un giorno in cui si potrà scegliere il proprio lavoro in base alle proprie attitudini, con minimi condizionamenti ambientali, sociali e di genere. Oggi siamo nel mezzo e la disuniforme composizione di un ambiente, in termini di generi, porta deformazioni del comportamento.