Raccontami una storia

“Zio, zio, mi racconti una storia?” (Espressione entusiasta).

“No sono stanco…”

“Su dai zio”.

“Ma no…”

“Una sola…” (E intanto fa il musetto alla ‘non mi puoi dire di no’).

“E va bene”.

“Evviva!”

“Quale storia?”

“Quella che vuoi”.

(Spremitura di meningi). “Allora ti racconto quella che…”

“No zio non mi piace”.

(Creatività livello pro). “Allora quella di…”

“Non mi piace”.

(Dolore alle tempie per troppa concentrazione creativa). “Allora quella quando…”

“No no non mi piace!”

“Va bene, allora che storia ti racconto?”

“Quella che vuoi!”

Le domande dei bambini

I bambini, si sa, continuano a fare domande. Lo fanno perché sono curiosi, vogliono sapere e soprattutto sono convinti che noi “grandi” possediamo le risposte.

Noi, salvo il caso di squilibri psichici gravi, sappiamo benissimo di non avere la risposta quasi a nulla ma, da imbroglioni e bugiardi che non siamo altro, facciamo di tutto perché lo credano. Li raggiriamo con mezze risposte, finte spiegazioni e sfacciate invenzioni, e alla fine, quando non sappiamo più dove andare a parare, li sgridiamo accusandoli di fare “domande sbagliate”.

È una questione di prestigio, di direzione e insomma di potere.

A un certo punto i bambini crescono, fanno un minimo d’esperienza e inevitabilmente capiscono che li stiamo imbrogliando. Allora si arrabbiano, reagiscono e perdono la fiducia nei confronti dei “grandi”.

A noi non sta bene: intacca il nostro potere e amor proprio. Lo bolliamo come “ribellismo adolescenziale”, perché dare un nome normale alle cose serve a depotenziarle, a farcele sembrare acquisite e confinate. Lo sopportiamo a malincuore in attesa che i ragazzi, per la maggior parte almeno, crescano e diventino bugiardi e imbroglioni come noi.

Che cosa difficile è riuscire a dire: “non lo so”, esercizio d’umiltà che richiede anni di pratica: lo posso testimoniare.

Anticorpi tecnologici

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La dipendenza da telefonino è un fatto palese.

È, formalmente, una delle maggiori preoccupazioni dei genitori, che vedono i figli sempre immersi nel balluginare degli schermi, se non fosse che essi stessi, per primi, sono spesso tecno-dipendenti da social e selfie e concedono l’agognato telefonino alla prole come maniera per non essere troppo disturbati.

È argomento di lotta costante per i docenti di ogni ordine e grado, almeno quelli che non considerano l’incasso dello stipendio, a fine mese, come scopo esclusivo della professione.

In strada, che tu sia a piedi, ciclomunito o motorizzato, devi costantemente stare attento a pedoni e automobilisti distratti da improrogabili messaggi.

Insomma, siamo di fronte a una vera e propria sindrome di massa, che miete le sue vittime. Allarme sociale e non esagero.

C’è una soluzione? L’educazione, certo, l’abitudine a un uso corretto e moderato, un po’ come per le bevande alcoliche. Forse ce n’è anche un’altra però: la normalizzazione, ovvero arrivare a considerare l’elettronica portatile come qualcosa di abituale, un accessorio come un’altro. Interrompere il circolo vizioso che dà al mondo della rete un valore superiore a quello che ha, a causa del fatto che è nuovo e diverso dall’ordinario e continuamente cangiante.

In questo senso, da inguaribile ottimista quale sono, voglio porre qualche speranza nella nuovissima generazione:, non i cosiddetti millennial ma proprio i bambini di oggi, quelli che stanno imparando a camminare o vanno alla scuola elementare. Sono loro i veri nativi digitali. Per loro il telefonino e la connessione ubiqua alla “rete” non sono qualcosa di nuovo o appreso, ci sono nati, come la TV per i loro genitori o la radio per i loro nonni.

Noi anziani siamo come i nativi americani, sterminati a casa loro dalle malattie importate dagli esploratori/invasori europei, qualche secolo fa, perché il loro sistema immunitario non era preparato. I piccoli di oggi stanno sviluppando il loro “sistema immunitario intellettuale”, tramite la piena esposizione al digitale, e stanno sviluppando gli anticorpi, o almeno lo spero.

I piccoli di oggi non nutrono stupore di fronte agli schermi tattili o alle connessioni senza fili. Perché dovrebbero, se fanno parte delle cose che sperimentano da prima ancora di imparare a parlare?

Forse domani sapranno gestire la rete mettere molto meglio dei loro genitori e in dubbio quello che dice loro, con la stessa naturalezza con cui sanno distinguere i loro giocattoli dagli oggetti reali che questi imitano.

Risulta più difficile sviluppare un rapporto malato con qualcosa di consueto che con qualcosa di del tutto nuovo. La dipendenza da tecnologie diverrà, col tempo, un fatto marginale, sempre grave ma, per certi versi, fisiologico, come oggi l’alcolismo o la ludopatia, da combattere con assiduità, certo, ma non pandemico.

O almeno così voglio sperare.

Marialba e il Telepass

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Mia nipote ha sei anni (e mezzo), un’intelligenza vivace e una notevole prontezza di risposta. Una mattina siamo nella mia auto con i suoi genitori e mia moglie per una piccola gita. Passo il casello dell’autostrada con il Telepass.

“Zio, non ti fermi a pagare?” Il tono è sul preoccupato.

“No, ho il Telepass”, e intanto le indico orgoglioso l’apparecchietto attaccato al parbrezza, “hai sentito che ha suonato?”.

“Papà, Papà fai anche tu il Telepass così passi senza pagare!”

Risatina accondiscendente, poi le spiego: “Guarda che non è proprio così, il Telepass segna tutte le volte che passo e poi pago tutto insieme”.

Mia nipote ci ragiona su un momento, poi riprende: “Papà, fai il Telepass, così quando vai in autostrada paga sempre zio!”.

I racconti del Drago Rosso

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Ho una nipotina bellissima e monella che vuole sempre sentire da me delle storie. Ne invento un po’ e uno dei personaggi che le sono piaciuti di più è il Drago Rosso. Provo a scrivere qualcuna delle sue avventure. E’ la prima volta che mi cimento con i racconti per bambini e di certo bisognerebbe rifinire un bel po’ i testi e poi ci vorrebbe qualche illustrazione, ma a lei sono piaciuti anche così. Eccone un piccolo esempio.

Introduzione

C’era una volta un grande drago rosso che si era trasferito da poco in paese e andava a scuola con i bambini della prima elementare. Era grande e grosso, il drago rosso, ma non sapeva scrivere e fare le somme. Pensate un po’, si chiamava proprio Drago Rosso e gli piaceva tanto stare con gli altri bambini, ma proprio tanto. Peccato che fosse così grande e goffo da creare un sacco di problemi. E poi, quando si arrabbiava, gli usciva il fumo dalle orecchie e qualche volta anche il fuoco dalla bocca e allora erano problemi. Meno male che c’era la sua amica Marialba che gli voleva tanto bene e gli dava sempre dei buoni consigli.

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L’intervallo a scuola

Che bello giocare nel cortile, ma per il Drago Rosso è più difficile. Ha provato a giocare con la palla, ma correndo ha travolto lo scivolo e l’ha capovolto per terra. Il percorso a ostacoli è troppo facile: gli ostacoli affondano sotto i suoi grandi piedi e finiscono a livello del suolo! A nascondino proprio non può giocare: lo trovano subito. Così è rimasto solo solo e si annoia. Allora vede che non c’è nessun bambino sull’altalena e gli viene voglia di provare. Ci sale con attenzione. Le corte e le aste che la reggono scricchiolano per il suo peso, l’altalena si piega un po’ ma lo regge. Il Drago Rosso è contento, ha trovato un gioco che può fare come gli altri bambini. Si spinge un po’ con i piedi, prova a oscillare e sembra che tutto vada bene. Allora si spinge un po’ più forte, ma al secondo passaggio l’altalena si mette a oscillare tutta quanta con lui. Che paura, gli altri bambini stanno a guardare, le maestre e i maestri non si avvicinano. A un certo punto i piedi di dietro dell’altalena si alzano da terra e tutta l’altalena si rovescia in avanti. Il Drago Rosso finisce con il muso nella terra. Tutti i bambini attorno si mettono a ridere. Un filo di fumo gli esce dalle orecchie, per la vergogna e l’arrabbiatura. E’ triste è abbattuto e tiene la testa bassa. Gli altri bimbi sono preoccupati e anche le maestre: se gli scappa una fiammata brucia tutto! Meno male che almeno sono all’aperto. Ma Marialba, la sua migliore amica, gli si avvicina e lo accarezza piano piano sul muso, per consolarlo. Dopo un po’ ha un’idea: “Giochiamo tutti al girotondo!” dice allegra. Anche gli altri bambini si avvicinano e si prendono per mano. Così finalmente tutti possono giocare assieme e anche il Drago Rosso è contento.

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