Un futuro insolito

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Lo scorso fine settimana si è chiuso, a Napoli, il Maggio dei Monumenti, con una sfilata storica rievocativa dell’ingresso a Napoli, nel 1734, del primo re Borbone: quel Carlo che, diversi anni dopo, sarebbe diventato Carlo III di Spagna. Manifestazione coinvolgente, ai trecento anni dalla nascita del sovrano, anche se dalla coerenza storica molto discutibile, a cominciare da un re molto più avvenente di quanto ci raccontano le cronache e seguendo con abbigliamento dei figuranti… non del tutto settecentesco. Seguendo il tutto e lo spettacolo conclusivo, in Piazza del Plebiscito, mi è venuto in mente un abbozzo di racconto di “storia alternativa”. Sconclusionato com’è, ve ne faccio dono. Non rubatelo eh!

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La “Re Carlo” si avvicinava lentamente. Quando si approccia un asteroide non si può mai essere certi di cosa si troverà e, anche se i rilievi dei droni di prospezione erano positivi, una sorpresa era sempre possibile. Una frattura al momento del primo contatto da cui si rilascia un getto di gas, ad esempio. Bisognava essere prudenti.

Il braccio meccanico toccò la superficie sollevando una nuvoletta di polvere e detriti che subitosi disperse nel vuoto cosmico, poi il trapano entrò in funzione. Per fortuna trovò roccia compatta, come atteso, e l’arpione potè fare presa e far approdare saldamente l’astronave all’asteroide. Il primo passo era fatto. Ora bisognava procedere alla presa di possesso formale.

Un braccio meccanico pianto la bandiera bianca con lo stemma borbonico sulla superficie del corpo celeste, mentre il comandante della missione inviava via radio, su tutte le frequenze di comunicazione internazionale, il comunicato di rito: “In nome di Sua Altezza il re Ferdinando VII e del popolo del Regno di Napoli e di Spagna, prendo possesso di questo astro, dandogli il nome di Asteroide Maria Isabella”.

Ferdinando Cuomo, il comandante, spense la radio e tirò un sospiro di sollievo. Slacciò la cintura di sicurezze e allungò le braccia lasciandosi sollevare senza peso dal sedile di comando missione. Si massaggiò la faccia e sentì la stanchezza della giornata cascargli addosso come una coperta di sonno. Il più era fatto, per oggi. Si era guadagnato una decorazione, i complimenti sarebbero arrivati tra qualche ora, dopo che il messaggio, viaggiando alla velocità della luce, avesse attraversato il Sistema Solare e raggiunto Napoli, e dopo che la risposta fosse tornata all’astronave facendo il percorso inverso. Poteva concedersi qualche ora di riposo, ma presto cominciava il lavoro vero. C’era da iniziare le prospezioni mineralogiche, sperando che quel gran masso nel cosmo fosse davvero ricco come si sperava. La politica si combatteva anche laggiù, dove il Regno di Napoli tentava di conquistare il suo spazio mercantile interplanetario tra contendenti possenti come gli Stati Uniti d’America e Messico e la Repubblica Popolare di Cina e India.

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Moda antiunitaria?

Regno delle Due Sicilie

Un’abitudine che mi sembra si stia diffondendo è di criticare l’Unità d’Italia e la storiografia “ufficiale”. E’ una specie di reazione alle celebrazioni dello scorso anno, per il 150° anniversario. Il meridionalismo si colora, più spesso che in passato, di critica storica. Si mescolano, come sempre, atteggiamenti diversi. Dai tanti vittimisti e dalla folla dei dietrologi e complottisti, che sommano questa al folto novero delle “verità occultate dai poteri occulti”, a posizioni più storicamente robuste.

Per la verità anche la storiografia ufficiale (qualunque sia il criterio che la rende tale) si sta trasformando e, ad esempio, non mi capita mai di sentire parlare di “briganti” solo come di delinquenti organizzati, anche se mi sembra eccessivo trasformarli “in toto” in eroi senza macchia e senza paura della resistenza anti-Savoia.

Eleonora Pimentel Fonseca, vittima delle repressioni borboniche del 1799

Di contro, non ce la faccio proprio a vedere i Borbone di Napoli come sovrani illuminati e all’avanguardia. Qualcosa di buono l’hanno fatta anche loro, non si può negare, qualche scelta avanzata e qualche mossa azzeccata, ma si sono anche macchiati di tante vigliaccate, repressioni, inadempienze, scelte retrograde e dimostrazioni d’ignoranza. Se i poveri cristi del Regno sperarono (invano) che Garibaldi facesse finalmente una riforma agraria, è perché i Borbone non avevano nessuna intenzione di trarli fuori dalla loro miseria.

Nutrire punti di vista diversi è chiaramente lecito ed anche utile, perché la storia non è mai scritta una volta per tutte, tuttavia secondo me bisogna porsi qualche domanda sulle forme ed  i fini della critica. I tanti neo-borbonici ed anti-garibaldini che mi capita sempre più spesso di incontrare dovrebbero in primo luogo darsi da fare per migliorare Napoli ed il Meridione in generale. Sarebbe l’unica maniera per dare valore alle loro tesi, perché recriminare sulla storia e farne un motivo di auto-assoluzione non porta, in se, buoni frutti.