In teoria è così ma in pratica… anche

Ape

I luoghi comuni, i modi di dire, i motti di spirito di solito esistono per un motivo e raccontano un pezzo di realtà. Si sbaglia, però, e per ignoranza, quando si applicano in modo acritico.

Personalmente, per inclinazione caratteriale e professionale, quello che tollero di meno è “In teoria sarebbe così, ma in pratica no”. E ancora di più mi irrita il sorrisino che di solito ne segue.

Uno dei motivi è che è usato spesso con saccenza, da qualcuno che vuole dimostrare di “sapere vivere” e di “conoscere il mondo”. Di essere un tipo esperto e disincantato, insomma, a cui certe illusioni sono passate da un bel pezzo.

A ben vedere, un senso il modo di dire ce l’ha, perché è un modo facile di dire che “se la teoria e la realtà non corrispondono, uno dei due è sbagliato”, ovvero si sta applicando la teoria giusta alla realtà sbagliata, o viceversa. Un esempio famoso è quello del paradosso del calabrone, in base al quale, applicando le teorie dell’aerodinamica e tenendo conto del peso dell’insetto, questi non dovrebbe essere in grado di volare. I più saccenti concludono con: “ma lui non lo sa, e quindi vola lo stesso”.

La radice del paradosso è comprensibile: il calabrone non vola come un aliante o un aeroplano, e nemmeno come un aeroplanino di carta, ma agita le ali velocemente (e anche in modo molto preciso, va detto), generando così i vortici che gli servono per tenersi in aria e spingersi dove l’istinto gli dice di andare. Se cerco di applicargli le teorie dell’aerodinamica stazionaria, relativa a ali rigide che si muovono a velocità fissa nell’aria, i conti non mi tornano. Sarebbe un po’ come guardare un ciclista e commentare “questo qua secondo le teorie della statica dovrebbe cadere”, e concluderne che le leggi fisiche che tengono su i palazzi sono sbagliate.

Il senso vero del paradosso è quindi che abbiamo ancora tanto da imparare. Le nostre teorie coprono una piccola parte della realtà e abbiamo davanti molto da lavorare.

Quello che succede invece, il più delle volte, è che si prova a descrivere una realtà complessa con una teoria semplificata, concludendo – guarda caso – che le predizioni non sono confermate e ricavandone che quelle stesse teorie sono inutili e sbagliate in partenza.

E’ vero, c’è sempre un margine d’ignoranza in ogni attività, che va riconosciuto e gestito. Se la teoria non è perfetta è perché non siamo capaci di produrne – o di impiegarne – una migliore. Lo scopo del tecnico è realizzare il possibile conoscendo in primo luogo i limiti dei propri strumenti. Non farlo è il più grave degli errori e vi incorrono, purtroppo, non solo i profani: anche i tecnici dimenticano spesso quali siano i limiti di applicazione delle loro teorie. Applicare una teoria molto al di fuori dei limiti per i quali è stata sviluppata equivale a tirare numeri al lotto. L’uso dei computer ha peggiorato la situazione: s’immettono dei numeri, la macchina dà un risultato, e il tecnico pigro o ignorante (non saprei quale sia peggio) non si domanda nemmeno se abbia un senso. Succede in ingegneria ma, credo, molto più spesso in economia, e spiega certe decisioni troppo drastiche e schematiche, assunte in modo acritico come risultati di una scienza esatta, per essere poi sbugiardate dalla realtà.

Il vantaggio ipotetico della “pratica” travalica le chiacchiere da strada e gli uffici esecutivi entrando anche nelle scuole e nelle accademie, dove invece non dovrebbe trovare alloggio, perché sono i luoghi dove si dovrebbe coltivare la capacità dell’intelletto di guidare la realtà, dopo averla compresa e con l’umiltà di non poter essere onniscienti, e non il passivo contrario di assecondare i fatti senza capirli. Secondo me è un palese segno di mediocrità di una parte di docenti e professori, condito con una buona manciata di presunzione che non guasta mai, anzi guasta sempre.

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