Raccontami una storia

“Zio, zio, mi racconti una storia?” (Espressione entusiasta).

“No sono stanco…”

“Su dai zio”.

“Ma no…”

“Una sola…” (E intanto fa il musetto alla ‘non mi puoi dire di no’).

“E va bene”.

“Evviva!”

“Quale storia?”

“Quella che vuoi”.

(Spremitura di meningi). “Allora ti racconto quella che…”

“No zio non mi piace”.

(Creatività livello pro). “Allora quella di…”

“Non mi piace”.

(Dolore alle tempie per troppa concentrazione creativa). “Allora quella quando…”

“No no non mi piace!”

“Va bene, allora che storia ti racconto?”

“Quella che vuoi!”

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La pausa quotidiana

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Riprendo il blog dopo una lunga pausa, dovuta a un importante cambiamento di vita. Mi sto abituando a un nuovo assetto. La poesia è più vecchia, ma si adatta bene.

***

In tempi, come tutti, d’incertezza,

trovo il mio tepore nel piccolo

nido della casa, dove,

accolto come ogni volta,

conosciuto più di sempre,

rilasso le mie membra,

nella culla dell’abitudine soffice,

e lascio cadere, pesanti,

i pensieri del fuori,

come bagaglio alla fine della tappa.

            E’ la pausa quotidiana,

lusso grande che il Cielo mi concede,

dal mondo che, fuori, sbatte e grida

sempre, e sta in agguato,

per afferrarmi al varco,

ancora una volta,

e misurare la forza,

nell’impegno continuo

e inderogabile

del vivere.

            Ma questo avverrà domani:

riposa ora e cerca

di trattenere la tentazione,

molle, suadente e malevola,

di rendere questa sosta indefinita

perché se troppo dura più non è tale,

ma tomba, chiuso bozzolo ossidante.

            Un pezzo di vita, isolato, muore.

Brutto fuori, bello dentro

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Secondo me il distacco fra il pubblico e il privato si può evidenziare dal contrasto fra l’aspetto di molte città e quartieri e quello delle case.

Nelle visite a conoscenti, la prima attività obbligata è il giro turistico della casa. Bisogna osservare tutto: dalla disposizione delle stanze a quella dei mobili, dalla qualità degli stessi alla selezione di soprammobili e accessori. Bagno e cucina fanno da centri focali, assieme al salone per accogliere gli ospiti, se c’è. Al termine viene il rito dei complimenti. La vista esterna, da finestre e balconi, è opzionale e proposta solo se particolarmente attraente, come un complemento d’arredo non necessario. Lo stesso vale per la facciata esterna dell’edificio.

Magari prima di arrivare hai dovuto attraversare incroci e viali di periferia anonima o insinuarti in vicoli dalla pavimentazione sconnessa e dalla scarsa pulizia, magari con evidente carenza di servizi urbani. Tutto questo viene secondario nel giudizio dell’alloggio.

Scale

Il tutto vale ovunque ma ancor più in Italia e a maggior ragione dove il degrado esterno è più visibile. C’è chi abita in periferia o al centro da una vita, chi ha scelto di spostarsi per sfuggire al caos, evitare il traffico o essere vicino ai suoi interessi, chi vorrebbe andarsene ma non può, c’è chi ci si trasferisce per risparmiare o per altre convenienze ma c’è una regola comune e diffusa (non totalitaria, beninteso): fare finta di non vedere il “fuori” per concentrarsi sul “dentro”. Regola di quieto vivere o di sopravvivenza secondo i punti di vista, forse necessità dettata dall’impossibilità a cambiare tutto, ma in ogni caso, secondo me, anche sintomo evidente di scarso interesse per la cosa pubblica, aggravato dal sentimento che quella cosa pubblica sia lontana e gestita con logiche d’interesse e potere.

La casa è motivo d’orgoglio per l’italiano medio, perché costata soldi e fatica, perché è un po’ l’immagine di se stessi e, soprattutto per noi italiani, resta una cosa stabile, fatta per durare possibilmente tutta la vita. E’ il luogo privato per eccellenza e per questo le rapine in casa scuotono particolarmente. Ma soprattutto la casa è la nostra piccola patria, con le sue regole e il suo senso civico, costruito e sedimentato negli anni, formato da regole non scritte ma perfettamente note a chi la abita. La porta è il confine che la separa dalla “terra di nessuno” del pianerottolo, del cortile o della strada e dalle patrie degli altri, che si sviluppano a partire dalla loro soglia. La città, quello che sta in mezzo fra le case, è di tutti, quindi di nessuno, e vive su regole solo parzialmente razionali e condivise, da rispettare o aggirare secondo l’esigenza. Qualche volta è luogo di conquista, più spesso di convivenza grosso modo pacifica, più raramente di condivisione. La Patria grande, quella nazionale, con le sue leggi scritte e i sui riti di appartenenza, è in buona misura esterna, raccoglie le patrie familiari e personali in una sorta di confederazione in parte forzata e non di rado conflittuale, senza fonderle in unità: una sorta di male necessario a cui pure ci si affeziona, perché fa parte della vita quotidiana.

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Quel che è mio è “dentro”, posso toccarlo, misurarlo, conformarlo al mio volere. Tutto il resto, quello che sta “fuori” a “attorno”, mi riguarda poco e faccio in modo da attraversarlo, quando devo, con meno danno possibile.