Collezione di finestre

Finisco sempre per fotografare finestre.

La finestra stimola la curiosità e ti invita a sbirciare dentro, per cogliere un attimo di una vita diversa dalla tua.

La finestra è un collegamento fisico e visivo tra il dentro e il fuori e mescola le caratteristiche di queste due realtà contigue. La finestra è un compromesso fra i condizionamenti imposti dall’ambiente esterno e i desideri di chi vive l’interno. E’ personalizzata e ha i segni del luogo. Si adatta a gusti e climi. Può essere ricca o povera, florida o cadente, spoglia decorata, con o senza grate, ante, imposte, tende, vasi di piante.

Insomma, se ti sforzi di leggerla, la finestra ti rivela tanto del posto, delle persone e delle loro interazioni.

Nei centri storici delle nostre città (in questo caso quell’unico nazionale che è Caserta Vecchia) o nelle isole (Ischia) è facile individuare delle peculiarità e si rischia di cadere nel pittoresco, ma anche le funzionali e geometriche finestre moderne, da zona residenziale, possono non essere anonime e più sono vissute e meno lo sono.

Come sono le vostre finestre? Classiche o moderne? Eleganti o funzionali? Personalizzate o anonime?

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Due minuti d’ordinaria camorra

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Un vagone della metropolitana, insolitamente vuoto

Metropolitana di Napoli, sabato sera, in direzione della spettacolare stazione di Toledo. Convoglio pieno di ragazzi che sfruttano l’apertura prolungata, per lo più provenienti dalla periferia. Entra un venditore ambulante, uno dei tanti che vivacchiano proponendo cose qualsiasi in cambio di qualche spicciolo. Uno dei ragazzi lo prende in giro, lo ammetto in modo inopportuno, trascinato dall’entusiasmo dell’uscita. Poca cosa, per la verità, ma se ne faceva a  meno era meglio. Si alza uno molto più grosso di lui e gli si avvicina decisamente. Ha tanta panza, è evidente, ma anche abbastanza fisico da intimidire il primo. E così fa, lo redarguisce in dialetto, gli dice di rispettare quello che sta lavorando per campare.

Il primo ragazzo si ritira in buon ordine. Il secondo, quello grosso, si intrattiene a colloquiare con il venditore ambulante. Ne ascolta le lamentele e giustificazioni. Lo rassicura. Lo mette sotto la sua ala protettrice.

Intanto il treno arriva in stazione. Il grosso salta avanti a quelli che aspettano davanti alla porta, mentre il treno è ancora in movimento, e tira l’apertura d’emergenza delle porte. “Così scendete prima” dice. Mentre chi è arrivato scende in stazione, lui si accosta di nuovo, protettivo al venditore ambulante, che si giustifica: “lo faccio per campare”.

Ecco un piccolo episodio che rivela diversi aspetti delle mentalità camorristica, o mafiosa in generale se volete.

Il camorrista finge interesse e protezione verso le esigenze di un “debole” mentre lo scopo primario è dimostrare forza e acquistare controllo. Crearsi un suo territorio e rispetto, in pratica.

Per lo stesso scopo, il “debole” da “difendere” è scelto in modo che sia successivamente soggetto e debitore.

Anche il contesto è scelto in modo oculato. L’intervento è volutamente plateale e la vittoria deve essere facile e ampia. Il pubblico serve allo scopo. Il “rumore” creato non è inefficienza, ma funzionale.

Il tutto presuppone che non vi sia opposizione diffusa, ovvero che tutti gli altri, quelli non direttamente coinvolti, tendano a “farsi i fatti loro”. E’ la che sbagliamo tutti, lo ammetto. L’unica scusante che invoco è la velocità dell’azione: tutto si è concluso prima che riuscissi a elaborare cosa stava accadendo.

La singola vittoria sul campo, ovviamente, inorgoglisce e incoraggia il camorrista in erba. Si è fatto notare sul suo territorio, ha mostrato forza e decisione, ha acquistato un protetto e costretto un altro a sottomettersi, per cui si sente pronto al passo successivo, ovvero imporre la propria forza su una scala più ampia. Un altro gradino nella scalata della montagna di merda.

La pausa quotidiana

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Riprendo il blog dopo una lunga pausa, dovuta a un importante cambiamento di vita. Mi sto abituando a un nuovo assetto. La poesia è più vecchia, ma si adatta bene.

***

In tempi, come tutti, d’incertezza,

trovo il mio tepore nel piccolo

nido della casa, dove,

accolto come ogni volta,

conosciuto più di sempre,

rilasso le mie membra,

nella culla dell’abitudine soffice,

e lascio cadere, pesanti,

i pensieri del fuori,

come bagaglio alla fine della tappa.

            E’ la pausa quotidiana,

lusso grande che il Cielo mi concede,

dal mondo che, fuori, sbatte e grida

sempre, e sta in agguato,

per afferrarmi al varco,

ancora una volta,

e misurare la forza,

nell’impegno continuo

e inderogabile

del vivere.

            Ma questo avverrà domani:

riposa ora e cerca

di trattenere la tentazione,

molle, suadente e malevola,

di rendere questa sosta indefinita

perché se troppo dura più non è tale,

ma tomba, chiuso bozzolo ossidante.

            Un pezzo di vita, isolato, muore.

Di strade, mail e dimenticanze civili

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Sporcizia? Basta non guardarla.

Ecco un piccolo racconto etico. Mesi fa cominciarono a ripulire dalle erbacce la strada provinciale che percorro per andare a lavorare. Ottima idea direte voi, e sono d’accordo, anche se molto ritardata. Le piante spontanee avevano ampiamente invaso i bordi della carreggiata, rosicchiando ampi margini al passaggio delle auto. Testimonianza da un lato della fertilità dei suoli dalle nostre parti, dall’altro di quanto siano diradati gli interventi di manutenzione. C’era inoltre, tra le piante, non poca immondizia.

Ho notato subito che la procedura seguita non era proprio delle migliori, a mio modesto avviso: veniva la squadra di operai, con tute, camion e decespugliatori, sempre rigorosamente all’orario di punta della gente che va a lavorare, e bloccava metà carreggiata, rallentando il traffico proprio quando era più intenso. Raccoglievano il risultato del taglio e l’altro pattume vario in grandi buste di plastica bianche che… non portavano via, ma semplicemente lasciavano al margine della strada. Poi, a fine turno di lavoro, se ne andavano. I sacchetti restavano allegramente esposti a sole, pioggia e vento per alcuni giorni finché un nuovo camion non veniva a raccoglierli.

Il sistema era imperfetto, qualche sacchetto si rompeva per le intemperie o perché colpito da qualche veicolo e spargeva di nuovo immondizia per la strada, ma era meglio di niente. Nel complesso la strada restava più libera e pulita di prima. Finché, alla fine, il meccanismo è entrato in crisi: proprio nel tratto finale della provinciale, quello dall’asfalto logoro che costeggia la zona industriale e immette nel traffico cittadino, sono venuti, hanno tagliato, hanno raccolto, riunito tutto nei sacchi e…

… E basta. Passavano i giorni, poi le settimane, e nessuno veniva a recuperare i grandi sacchi bianchi, che rimanevano allineati, a decine e decine, al bordo della carreggiata. Ovviamente, col passar del tempo, presentavano sempre più ampi segni di cedimento e un sempre più brutto spettacolo.

E’ allora che ho vissuto un rigurgito di senso civico… da tastiera. In ritardo, è vero. L’ho pure trattenuto a lungo, sperando che si muovesse qualcun altro prima di me, ma alla fine non ce l’ho fatta. I sacchetti languivano a bordo strada da un paio di mesi buoni, ormai in abbondante disfacimento, abbandonando il loro contenuto all’azione impietosa degli pneumatici, quando ho finalmente deciso di aprire un noto motore di ricerca e cercare i contatti dei comuni in zona.

Ma senza le province, da chi dipendono oggi le strade provinciali? Una prima mail, alla posta certificata dell’area metropolitana, ha ricevuto risposta dopo pochi giorni, ma semplicemente elencava le leggi di riferimento e mi invitava a scrivere al comune di competenza – non citandolo. In mancanza di risposta da quest’ultimo, dovevo scrivere a un’altra posta certificata della città metropolitana.

Ho seguito le indicazioni, cercato i riferimenti, scritto al comune e atteso (vanamente) una riposta per alcuni giorni, quindi ho scritto alla città metropolitana, all’indirizzo che mi era stato indicato, ri-descrivendo il problema e le mie azioni precedenti e… Miracolo, due giorni dopo i sacchi erano spariti!

All’inizio quasi non ci credevo. Percorrevo la strada a occhi sgranati. Ho chiesto la testimonianza di un amico. Il mio “ego” da cittadino modello si era inorgoglito alla grande, mitigato solo dal dispiacere di non avere prove concrete per ergermi a super-eroe eliminatore della monnezza abbandonata. Ma, d’altra parte, che avevo poi fatto? Qualche ricerca web e alcune mail scritte in italiano decente. Poi, però, il mistero si è infittito: ho ricevuto una mail da un dirigente della città metropolitana, scannerizzata, firmata e controfirmata, in cui mi avvertiva, codice alla mano, che il problema non era di loro competenza ma del comune.

E allora chi ha rimosso i sacchetti? Il comune di competenza, senza prendersi briga di scrivermi due righe di ringraziamento per averlo risvegliato dal suo torpore amministrativo? Il tempo trascorso dai lavori di pulizia non era breve, e la concomitanza fra la raccolta dei sacchetti e i miei messaggi non può essere casuale. Penso che una risposta precisa non l’avrò mai, ma alcuni insegnamenti credo di averli tratti.

  • E’ mai possibile che a nessuno, prima di me, sia venuto in mente di scrivere? Eppure c’è gente che vive in quella zona, io ci passo solo per andare a lavorare;
  • Gli enti pubblici sono, è vero, spesso inefficienti e inadempienti, ma un minimo di controllo della cittadinanza potrebbe rimetterli in riga, almeno un po’;
  • Bisognerebbe superare quindi l’atteggiamento del “non mi riguarda” e del “ma perché io?” che poi diventa una specie di miopia controllata: non mi compete e quindi imparo a non vederlo;
  • La mia “vittoria” è stata molto parziale, perché in tratti prossimi della stessa strada ce n’è eccome d’immondizia, però non dimenticata dal comune, ma abbandonata, in ogni spazio e anfratto possibile, da gente ben poco civile.

Come dire, la strada per diventare cittadini responsabili è lunga, ma percorribile.

Chiudo con un ultimo episodio. Vado a prendere la mia fidanzata, un pomeriggio, nel paese di periferia in cui abita, e vedo la sua vicina di casa che, con un vecchio coltello e una busta di plastica, ripulisce dalle erbacce il pezzetto di marciapiede davanti a casa sua. Sarà poco ma è qualcosa. Un mondo migliore è possibile.

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Pulire si può, in gruppo o da soli.

Brutto fuori, bello dentro

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Secondo me il distacco fra il pubblico e il privato si può evidenziare dal contrasto fra l’aspetto di molte città e quartieri e quello delle case.

Nelle visite a conoscenti, la prima attività obbligata è il giro turistico della casa. Bisogna osservare tutto: dalla disposizione delle stanze a quella dei mobili, dalla qualità degli stessi alla selezione di soprammobili e accessori. Bagno e cucina fanno da centri focali, assieme al salone per accogliere gli ospiti, se c’è. Al termine viene il rito dei complimenti. La vista esterna, da finestre e balconi, è opzionale e proposta solo se particolarmente attraente, come un complemento d’arredo non necessario. Lo stesso vale per la facciata esterna dell’edificio.

Magari prima di arrivare hai dovuto attraversare incroci e viali di periferia anonima o insinuarti in vicoli dalla pavimentazione sconnessa e dalla scarsa pulizia, magari con evidente carenza di servizi urbani. Tutto questo viene secondario nel giudizio dell’alloggio.

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Il tutto vale ovunque ma ancor più in Italia e a maggior ragione dove il degrado esterno è più visibile. C’è chi abita in periferia o al centro da una vita, chi ha scelto di spostarsi per sfuggire al caos, evitare il traffico o essere vicino ai suoi interessi, chi vorrebbe andarsene ma non può, c’è chi ci si trasferisce per risparmiare o per altre convenienze ma c’è una regola comune e diffusa (non totalitaria, beninteso): fare finta di non vedere il “fuori” per concentrarsi sul “dentro”. Regola di quieto vivere o di sopravvivenza secondo i punti di vista, forse necessità dettata dall’impossibilità a cambiare tutto, ma in ogni caso, secondo me, anche sintomo evidente di scarso interesse per la cosa pubblica, aggravato dal sentimento che quella cosa pubblica sia lontana e gestita con logiche d’interesse e potere.

La casa è motivo d’orgoglio per l’italiano medio, perché costata soldi e fatica, perché è un po’ l’immagine di se stessi e, soprattutto per noi italiani, resta una cosa stabile, fatta per durare possibilmente tutta la vita. E’ il luogo privato per eccellenza e per questo le rapine in casa scuotono particolarmente. Ma soprattutto la casa è la nostra piccola patria, con le sue regole e il suo senso civico, costruito e sedimentato negli anni, formato da regole non scritte ma perfettamente note a chi la abita. La porta è il confine che la separa dalla “terra di nessuno” del pianerottolo, del cortile o della strada e dalle patrie degli altri, che si sviluppano a partire dalla loro soglia. La città, quello che sta in mezzo fra le case, è di tutti, quindi di nessuno, e vive su regole solo parzialmente razionali e condivise, da rispettare o aggirare secondo l’esigenza. Qualche volta è luogo di conquista, più spesso di convivenza grosso modo pacifica, più raramente di condivisione. La Patria grande, quella nazionale, con le sue leggi scritte e i sui riti di appartenenza, è in buona misura esterna, raccoglie le patrie familiari e personali in una sorta di confederazione in parte forzata e non di rado conflittuale, senza fonderle in unità: una sorta di male necessario a cui pure ci si affeziona, perché fa parte della vita quotidiana.

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Quel che è mio è “dentro”, posso toccarlo, misurarlo, conformarlo al mio volere. Tutto il resto, quello che sta “fuori” a “attorno”, mi riguarda poco e faccio in modo da attraversarlo, quando devo, con meno danno possibile.

Mimmo e la filosofia del quotidiano

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Luciano De Crescenzo, nel sul “La storia della filosofia greca”, alternava ai filosofi “veri” quelli che definiva filosofi “suoi”, ovvero personaggi contemporanei e ignoti, che sfangano la giornata facendo i più diversi mestieri, ma che, nel loro modo di ragionare e interpretare la vita e il mondo, individuano una traccia personale.

Credo che ognuno di noi ha, tra le sue conoscenze, qualcuna che merita la qualifica di “filosofo”. Nel mio caso, uno di questi personaggi è il mio elettrauto.

Ci passavo davanti qualche giorno fa, per dirigermi verso la farmacia, e d’un tratto sento bussare dal finestrino dell’automobile parcheggiata. Mi giro, e lo vedo all’interno – lo chiameremo convenzionalmente “Mimmo”, nome inventato per ragioni di privacy – che mi saluta, seduto al posto di guida dell’auto del cliente, tenendo in mano un libro aperto.

La bottega di Mimmo è piccola, con spazio all’interno per una sola vettura e con un minimo retrobottega. Le altre auto da riparare le dispone alla meglio lungo il marciapiede. Ma non è certo questa la sua peculiarità principale. Le volte che lo vedo si trova intento in una di queste tre attività, più o meno con la stessa esatta probabilità: armeggiare sulla plancia o nel vano cofano di una vettura; conversare con clienti o persone di passaggio in lunghe questioni lontanissime dai problemi elettrici delle autovetture; leggere un libro.

Mimmo ha sempre almeno un libro in corso di lettura. Di solito lo legge appollaiato sul motorino che usa per andare a comprare i ricambi: l’automobile era il rifugio estemporaneo imposto dalla giornata fredda. Inoltre ama conversare, soprattutto sui massimi sistemi di come va il mondo nel suo intreccio di psicologia individuale e interessi collettivi o di gruppo; sulla filosofia della storia e la natura del consumismo; sugli schemi generali della politica, trascendendo ovviamente i dettagli banali del parlamentarismo quotidiano; su come siamo tutti pilotati, nei gusti e nelle scelte, e su come la maturità, se diventa saggezza, aiuti a discernere le cose importanti e quindi, in definitiva, renda più liberi; su come, con la vecchiaia, il mondo diventi sempre più piccolo.

E fa del suo angolo un punto di osservazione dell’universo. Può sembrare riduttiva, una piccola bottega da elettrauto, ma ci gira attorno un mondo, soprattutto se collocata, come nel suo caso, in un punto nevralgico del quartiere, tra il barbiere e la farmacia. E se si ha la pazienza di aspettare e raccogliere i fatti uno alla volta. Sotto gli occhi e le chiacchiere di Mimmo passa la vita della gente, eventi insignificanti, trionfi e disastri, giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Ha sempre esempi da riportare, Mimmo, nei suoi discorsi, ma rigorosamente in forma anonima: casi di scuola e non pettegolezzi sul prossimo. Mimmo non si rovina la reputazione e rimane riservato, pur sapendo tanto di tanti: ogni fatto è un caso particolare di verità universali.

Ma il ragionamento astratto non diventa filosofia se non lo si applica alla vita, e Mimmo è filosofo fino in fondo. Ripara le auto ma non ne possiede alcuna: solo un vecchio motorino che gli serve per andare a comprare i pezzi di ricambio o recarsi da un cliente in emergenza. Neppure possiede un telefonino, non uno “smartphone” moderno e nemmeno un aggeggio da 20 Euro per le chiamate d’emergenza. Entrambi gli oggetti sono troppo vincolanti per lui: oneri che limitano la libertà invece di ampliarla, decisamente meglio farne a meno. Meno vincoli autoimposti e meno bisogno di denaro significano più libertà.

Nello stesso ordine di pensiero, tra il platonico e l’epicureo, Mimmo chiude la bottega alle 19 in punto, o anche qualcosa prima se non ci sono clienti. Se arrivi in quei momenti con la macchina che non va, di solito ti manda via: deve chiudere! Le ore di libertà della giornata sono fondamentali alla qualità della vita, molto più di qualche Euro in più in tasca. Non si scappa: il tempo non si compra.

Come va il commercio? Ma soprattutto dove?

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Qualche osservazione sull’evoluzione delle attività commerciali dalle mie parti.

Parlo delle parti della città che frequento, ovviamente, senza pretesa di generalità, come pura testimonianza, e spero che contribuisca a realizzare un quadro generale.

Dunque, cominciamo le osservazioni. I normali negozi vanno diminuendo, molti aprono e chiudono dopo pochi mesi, anche dopo costose ristrutturazioni. Solo qualcuno dei riferimenti storici della mia adolescenza mantiene la vecchia ragione sociale. La velocità del fenomeno è impennata nel corso della recente crisi. Molte saracinesche rimangono calate a lungo, spesso per mesi, talvolta addirittura per anni.

Anche il numero dei supermercati si sta riducendo: uno particolarmente grande, ben fornito e con buoni prezzi sta tagliando le gambe ai normali supermercati di città.

Invece aumentano di giorno in giorno, o quasi, il numero di bar e di posti dove andare a mangiare qualcosa con pochi euro. In misura minore cresce il numero delle pasticcerie.

Sicuramente la saracinesca abbassata da’ il segno concreto della crisi. Ma andiamo a discutere i motivi.

In compenso alcuni commercianti da cui mi servo “storicamente” – preferisco andare negli stessi posti, quando posso: mi sento quasi a casa – hanno dichiarato un’annata non eccezionale ma nel complesso più che discreta. Meno male.

I banali: c’è la crisi e la gente spende meno. In più la grande distribuzione mette in crisi i piccoli esercizi, quando questi non si costruiscono una clientela e un’offerta particolare. Mette in crisi anche la “vecchia” grande distribuzione, che aveva una taglia più piccola e con cui i “piccoli” riuscivano a trovare una forma di convivenza. Il nuovo supermercato rionale è un asso piglia tutto per la spesa quotidiana: edificato al posto di un parcheggio a pagamento, è sempre pieno, ci si può fare tutta la spesa in un colpo solo senza girare tra i negozi, con ampia scelta, buona qualità, panini sempre freschi e prezzi in linea o inferiori agli altri.

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I meno banali: ancora non è sparita l’idea che un figlio squinternato si possa sistemare, facendo qualche sacrificio, aprendogli un’attività commerciale non troppo difficile da gestire. Una cartoleria o una piccola rivendita di articoli casalinghi o d’abbigliamento a buon mercato poteva servire a creare un lavoro a un giovane senza arte ne parte e neppure troppa voglia di faticare oltre il minimo sindacale. Con qualche lira in più, un negozio di elettrodomestici poteva andare ancora meglio: maggiore investimento iniziale ma ritorni economici più sostanziosi.

I prodighi genitori che si lanciano in quest’impresa per redimersi da pregresse incapacità educative o per salvare da se stesso un figlio dalla testa particolarmente volatile si ritrovano oggi, molto più che in passato, a rimetterci “terzo e capitale”, come si dice dalle mie parti.

C’è poi un altro guaio locale, ma credo comune a altre zone cresciute in fretta dopo il “boom” degli anni ’50 e ’60: gli affitti e la concentrazione delle proprietà.

I locali commerciali, così come tanti appartamenti, sono nelle mani di relativamente pochi proprietari, ognuno dei quali preferisce tenere alcuni “quartini” chiusi piuttosto che abbassare l’affitto richiesto. Si tratta di una sorta di cartello non scritto ma di fatto: i prezzi delle case e gli affitti non scendono con la crisi, perché i proprietari non hanno bisogno di “piazzare” tutto: guadagnano di più tenendo sbarrata qualcuna delle loro tante proprietà ma mantenendo alti i prezzi per tutte le altre. Più di un’attività commerciale, di fronte al calo dei profitti, si è trovata costretta a ridurre i metri quadri, unica maniera per alleggerire il fardello della “pigione” e allontanare la bancarotta.

Come si potrebbe risolvere? Sono contrario agli espropri proletari. Forse una tassazione più gravosa sulle proprietà non affittate? Non saprei.

Altri problemi “collaterali”. Mi sa che i commercianti delle mie parti “pagano” un po’ tutti, non so se mi sono spiegato. Non c’è da scandalizzarsi: succede dappertutto. Un paio di vetrine sfondate da camion “casualmente” saltati sul marciapiede e incendi “accidentali” a pochi giorni dall’inaugurazione e sotto le feste sono indizi importanti. Sommato a affitti, tasse e altre spese, può stroncare un commerciante già al limite.

Di contro si registra, come dicevo, un forte incremento di bar, pizzetterie e affini. I bar soprattutto si sono moltiplicati. Non capisco bene le ragioni. Salumerie, boutique, cartolerie sono diventate bar, gelaterie e caffè. Molti sono della stessa proprietà, diramazioni l’uno degli altri. Sempre più spesso accompagnati da tavolini esterni e dehors. Alcuni sono aperti fino alle ore piccole, per la felicità di chi ci abita sopra. Altrove impazza la moda delle tragiche patatine fritte. Di certo il caffè preso al bar è l’ultimo piacere a cui si rinuncia, anche in tempo di crisi. Magari il gelato col cono di patatine è il sostituto a uscite economicamente più impegnative. Qualcuno più malizioso insinua che molti di questi locali siano il re-investimento più pratico dei beneficiari dei “pagamenti” di cui sopra. Non mi sembra improbabile ma pochi si sbilanciano. Tuttavia sembra strano che il numero di caffè consumati fuori casa possa moltiplicarsi con il ritmo dei locali che si aprono. E’ una nuova bolla destinata a scoppiare? Lo vedremo presto.

C’è poi il fenomeno dei supermercati cinesi, sorta di discount di tutto che vivono su prezzi e qualità infimi e sulla capacità di quella gente di lavorare a oltranza. Hanno preso il posto di altre attività commerciali, ma, richiedendo di spazi notevoli, anche di boutique qualificate e di discoteche storiche. Non credo che abbiano spuntato affitti più umani dei piccoli commercianti e imprenditori “nazionali”.

Le foglie e la città

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Scorci di vita collinare.

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A volte mi piace andare in giro con la scusa di scattare foto.

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Stavolta l’idea era: la quotidianità vista attraverso le foglie.

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In collina ci sono più piante che in altre parti della città, anche se spesso poco curate. Rimane qualche traccia di campagna, ai margini dell’edificato.

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Le piante sono strumento decorativo, ma di proprio tentano di occupare ogni spazio lasciato libero.

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Uffici pubblici neolatini

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Proprio ieri sono andato al Comune. Dovevo rinnovare la carta d’identità, mi era scaduta e ne avevo bisogno per le elezioni: c’è qualcuno contro cui devo per forza votare! Potevo andarci anche di sabato o perfino di domenica: sono aperti apposta, ma non voglio rischiare.

Visitare gli uffici del comune è sempre significativo. L’aria profuma di file antiche ed aleggia ancora il rumore dei timbri e degli improperi. E’ una strana mistura di semi-moderno che stenta e di vetusto che resiste ad oltranza.

Hanno informatizzato tutto o quasi, ma bisogna sempre, per prima cosa, riempire un modulo.

Poi devi fare la fila: c’è il numero da prendere, ma nessun tabellone luminoso, per cui hai un biglietto in mano ma in fila ti ci devi mettere lo stesso!

Intanto ascolti i fatti propri delle persone che non possono fare a meno di raccontarteli, e te li fai di quelli che non vogliono farteli sapere ma tu li sbirci mentre preparano le carte ed indaghi su come interagiscono con l’impiegato allo sportello. I fatti altrui sono sempre il migliore passatempo, vario ed economico.

L’esperienza si ripete, perché devi cambiare almeno due sportelli. Il primo che trovi non è giusto per te, poi il secondo ti rimanda al primo, che magicamente è diventato quello giusto.

Poi, quando pensi che finalmente sia quasi il tuo turno, c’è l’immancabile caso problematico. Il tizio che non rinnova la tessera scaduta da dieci anni ed intanto ha pure cambiato casa (e magari connotati) mentre ha lasciato scadere, ma da meno tempo, anche la patente (non sto inventando) e gli impiegati si mettono a litigare animatamente, a suon di codici e di circolari e di nomi di uffici superiori, per capire come affrontare il problema. Tutto si risolve al suono delle parole «autocertificazione» e «silenzio assenso», ma intanto devono stampare almeno dieci fogli e farli firmare tutti all’interessato. Tu aspetti con calma, mentre qualche ragazzino urla e qualche vecchietta si lamenta che non ce la fa a stare in piedi.

Alla fine, come sempre, la tensione si scioglie. Siamo un popolo paziente: ci basta ottenere il foglietto che ci serviva. Non devi tornare dopo tre giorni per il ritiro e questo, indubbiamente, è un passo avanti. Potrò andare a votare, potenti tremate!

Intanto il tempo è cambiato e mi becco il temporale mentre raggiungo la fermata della metro.