Il flusso delle parole

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Marx aveva torto: il vero oppio dei popoli non è la religione ma le parole. Le parole in quanto tali, siano esse di politica, di religione, di protesta o di sport. Se una singola può essere facilmente trascurata, un fiume, a meno di sforzi estremi, sommerge l’intelletto. Basta concedere per un attimo l’attenzione per ritrovarsi immerso nel flusso; da qui a farsi trascinare, il passo forse non è breve ma neppure lungo.

Il problema è che ci sono molte sorgenti di parole: non solo i governi e le “lobby” economiche e politiche, il vituperato potere costituito, insomma, con le sue armi di distrazione: il dibattito politico quotidiano, lo sport, il pettegolezzo. Ma anche gruppi di tendenza e d’opinione, orientamenti culturali, populisti di vario orientamento e natura. Tanti complottisti, ad esempio, mi sembrano ubriachi delle loro stesse parole, hanno semplicemente scelto di farsi ubriacare da un altro flusso di parole. Così come tanti protestatari, che si sfogano urlando ed applaudendo ai comizi e si accontentano di un corteo, di un incontro con le autorità o di un minimo provvedimento.

Ed è un male, nel complesso: energie che si perdono e dissipano per attrito reciproco, in una sorta di entropia intellettuale. Idee che si sciolgono in parole e degradano in calore, energia termica a bassa densità che si disperde nell’universo, ormai esausta ed inutilizzabile per qualsiasi fine. Frasi che occupano il tempo e frenano i pensieri.

Un po’ di smorzamento serve in tutti i sistemi fisici, per evitare reazioni troppo violente, instabilità e derive incontrollabili, a nessuno servirebbe una rivoluzione continua. Ma quando diventa eccessivo di fatto frena i movimenti e rende impossibili i progressi, sclerotizza la situazione finché qualche parte si guasta ed il meccanismo non funziona più. Pensate all’olio lubrificante: se è troppo denso frena il motore, invece di tenerlo efficiente.

Perché siamo convinti che le parole cambino il mondo e le persone. Ci piace credere che dicendo si ottengono risultati e che esprimendo le nostre verità le si renda palesi e vere anche per gli altri, mentre non è così. Certo, alcune parole, dette o scritte al momento e nel modo opportuno, possono, è vero, anche cambiare qualcosa, ma la maggior parte delle frasi scritte e parlate, la massa del flusso di lettere ed accenti in cui viviamo immersi, non è altro che un potente sonnifero, un mezzo di stordimento di massa.

Ho ormai messo da parte l’idea di “convincere” qualcuno, e vedo con sospetto anche quelle di “creare dubbi” o “indurre a riflettere”. Sono entrambe espressioni che mi sanno di stantio, la prima quasi di disonesto. Le persone cambiano idea solo quando sono pronte a farlo, quando hanno già fatto tutta la strada ed hanno bisogno solo di una spintarella. Quando si affrontano le convinzioni personali, è come se tentassi di convertire le persone dalla loro religione, scateni divini terrori, la paura di venire a contatto con l’eresia. Se parlo o scrivo, lo faccio sostanzialmente per me stesso. Si spargono le idee al vento e poi il ritorno è incerto, di solito minimo e comunque diverso da quello che ci si aspetta.

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Frammenti di settembre per un post incoerente

I profeti del fallimento, del “default” più o meno pilotato, strombazzano oggi quanto gli alfieri della libera finanza qualche anno fa. Me le ricordo le lezioni che i soldi li faceva “chi ci sapeva fare”. Bisogna sempre fare attenzione ai profeti: ce ne sono sempre almeno mille falsi per ognuno vero.

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Il linguaggio è pericoloso: assolvere un colpevoleè grave, ma denigrare un innocente è peggio. Gli indizi non sono prove ed ancora meno lo sono le intuizioni brillanti. Le parole non sono indifferenti, possono anche uccidere.

(Il paragrafo precedente è ispirato da recenti vicende giornalistico-giudiziarie).

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Libertà è poter fare qualsiasi fesseria ci salti in mente, ma anche non essere obbligati a farla.

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Chi non vede le proprie idee in testa ai giornali dice che c’è la censura. Internet è piena di gente che dice che non si può parlare.

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Credo che la realtà sia mediamente più semplice ma al tempo stesso più sorprendente di quanto ci immaginiamo. La teoria del caos dimostra che da leggi semplici può emergere la complessità. I sistemi complessi non presuppongono necessariamente un’intelligenza complottista.

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Ho sempre messo in conto di morire, un giorno o l’altro e non sono di quelli che credono che sia meglio che avvenga nel sonno: è un momento importante della vita e quando sarà il momento voglio essere cosciente. Spero di non cambiare idea con l’età…