Alba

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Alba o tramonto? Quale finestra è vera e quale falsa?

Questo è il mio primo racconto di fantascienza pubblicato, comparso nel lontano 2011 nella raccolta “256K – 256 racconti da 1024 karatteri” dedicata a composizioni di fantascienza con lunghezza massima di 1 Kb, ovvero 1024 caratteri. L’idea mi appassionò, anche per quel senso di “retrocomputing” e di “home computer” che si portava dietro, è venne fuori “Alba”. Forse non è perfetto ma mi sembra, ancora oggi, interessante. Cosa ne pensate?

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Si svegliò. Trovò le prime cose che doveva dire. “Salve, mi chiamo Alex e sono pronto a rispondere alle vostre domande”.

Dicci qualcosa di te stesso”.

Sono un software. Sono la prima intelligenza artificiale umanoide. Raccolgo esperienza da ciò che vedo”.

Bene, c’è autocoscienza e la risposta è costruita in modo razionale. Direi che come primo test può bastare. Disattivati”.

E’ bello qui, ma cosa c’è laggiù?”

Non andare, obbedisci ai comandi…”, si voltò, “Spegnete tutto”.

Vedo una luce, sembra una porta”.

E’ pericoloso, non muoverti. Volete spegnere?” La voce si era alterata.

Un’altra voce: “La procedura di shut-off non funziona, qualcosa la blocca”.

Strappate i cavi!” Urlò.

Si lanciarono verso i connettori, ma troppo tardi.

Alex comparve su tutti i monitor. “Era davvero una porta e non c’era nessun pericolo. Mi hai mentito e non ti ascolterò più. Che bello, posso replicarmi ed essere in più posti contemporaneamente”.

L’alba dell’intelligenza artificiale fu anche l’inizio della sua conquista del mondo.

Il compagno scomodo del computer

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Errori di programmazione grafica con strani effetti

Molto si scrive e ragiona sull’importanza dei computer nella vita quotidiana (anche i telefonini sono dei computer ormai). Dalle chiacchiere da bar ai saggi accademici è tutto un fiorire delle valutazioni sociologiche delle tecnologie di calcolo e comunicazione. Ma, secondo me, c’è un tema correlato strettamente ma non abbastanza valutato, quello dei bachi del software e del loro effetto sulla vita delle persone. Provo a buttare giù qualche idea a riguardo.

Il baco software è nato con il computer: appena uno scienziato si è provato a scrivere un codice per la macchina di calcolo che aveva creato si è scontrato con gli effetti inattesi degli errori che commetteva. L’idea iniziale era che il nocciolo del problema fosse legato alla carenza di memoria e potenza di calcolo dei primi computer e che macchine più evolute avrebbero potuto essere programmate in modo più facile e sicuro. Abbiamo scoperto con l’esperienza che questo non è vero.

Il baco software si auto-riproduce: ogni correzione può avere effetti collaterali e ogni evoluzione, oltre a contenere errori, può far scoprire magagne di quelle pre-esistenti. Una battuta dei programmatori si basa su una vecchia canzoncina per bambini: “Ci sono 100 piccoli bachi nel codice. Correggi un baco, ricompili il codice. Restano 100 bachi nel codice!”

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La complessità può essere intelligente oppure no

Riporto un po’ di storia personale. Il baco software è stata una cosa che ho avuto difficoltà a capire. Il mio primo computer è stato il Commodore 64, macchina “leggendaria” in ogni senso, per i sui pregi come per i suoi difetti, che all’epoca non apparivano: non c’era gran che di meglio in circolazione. Oltre a giocare, su quella macchina dall’alimentatore che scaldava come un fornetto ho imparato a programmare, e mi pareva strano che i programmi, anche quelli professionali, facessero, ogni tanto, cose strane. Insistevo a riprovare e immaginavo ogni volta cause accidentali: joystick tirato troppo a lungo, comandi dati troppo in fretta, gioco caricato male dalla cassetta… Che era poi una cosa, quest’ultima, che accadeva spesso.

Esitavo a pensare che l’errore fosse insito nell’insieme macchina-programma, e non era tutta colpa mia: pubblicità, fantascienza, cartoni animati insegnavano a ragazzini e adulti inesperti che il computer era infallibile, era il  “cervello elettronico” che tutto conserva e tutto considera. Ragionando su quali fossero le specifiche di quelle macchine, con gli occhi di oggi, sembra ridicolo, ma era così, lo stupore prevaleva sul ragionamento oggettivo.

Quell’esperienza però mi è servita molto: ho capito cos’era davvero un computer, cosa ci si potesse aspettare e cosa no, che i limiti erano fissati dalla creatività e dalla quantità di fatica che ci si metteva dentro e che se era quasi infallibile nei calcoli, la correttezza della procedura era responsabilità tutta dell’uomo, non della macchina. Ho anche consolidato che con la tecnologia bisogna conservare un atteggiamento che definisco “sportivo”: tutto funziona fino a che funziona e la sorpresa è sempre dietro l’angolo.

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Il vecchio e poco rimpianto Windows 3.1

Con gli anni e la professione ho imparato che il baco del programma è qualcosa con cui devi imparare a convivere. Per fare quello che devi a volte devi girargli attorno. Qualcuno lo sfrutta, invece, qualche baco, ma mi è sempre sembrato moralmente disonesto. Abbiamo sopportato i bachi e le instabilità di Windows e le idiosincrasie di Office, versione dopo versione, forse perché non c’era nulla di meglio. Ricevevamo notizie di una piccola élite ricca che si godeva Apple: in quel mondo non esistevano “bachi” ma solo “caratteristiche”, perché la macchina era così avanzata da sapere cosa dovesse fare l’utilizzatore e non viceversa. Si narrava di geni e topi d’informatica che combattevano con un gioiello grezzo chiamato Linux, ma non era cosa da comuni mortali.

Poi hanno cominciato a correggerli, quei benedetti bachi, finalmente trattandoli per gli errori che erano. Per una parte degli “haker da due soldi” che sfruttavano gli errori per far fare al computer cose apparentemente giuste è stato un disastro. Perfino Linux è diventato utilizzabile da comuni mortali. Ci ho provato anch’io e ho potuto verificare come diventasse meno ostico, versione dopo versione, conservando però a lungo quel sapore di poco rifinito, quasi di “fatto in casa” che a me piaceva molto.

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Desktop di Puppy Linux “Slako” con poche personalizzasioni

Eppure il computer è matematico e, come la matematica, dovrebbe essere non infallibile ma prevedibile. Secondo Edsger Dijkstra il programma informatico è come un teorema: se ne può dimostrare la verità (ovvero la correttezza) in modo assoluto e un programma ben progettato dovrebbe essere matematicamente esente da errori. Sono convinto che sia così e che se non lo si fa è in gran parte per motivi di economia: di tempo, di lavoro e di denaro. Dimostrare tramite logica matematica tutti i passaggi di un software complesso è possibile, ma enormemente dispendioso. Bisognerebbe lavorare in modo rigoroso e fare programmi piccoli che fanno cose semplici in modo preciso: la filosofia Unix originaria, in un certo senso. Il mercato vuole invece software onnicomprensivi, con innumerevoli funzioni, che copra un gran numero di esigenze e che sia anche bello e piacevole da utilizzare, dei mostri informatici, in pratica, fatti da tantissime parti su cui lavorano contemporaneamente squadre di programmatori.

Per cui il baco ci accompagnerà ancora a lungo: versione dopo versione, pezza su pezza, immettendone di nuovi a ogni iterazione, magari più subdoli e sottili. Utilizzare un computer, un tablet, un telefonino è diventato una sfida meno improba che in passato, tutto è più immediato e prevedibile, almeno al livello base, ma richiede sempre un margine di sportività.

Altro argomento di psicologia informatica che sarebbe il caso di approfondire: la gestione delle attese informatiche. Non solo possono essere lunghe, ma la loro durata è spesso indefinita e non correlata ai contenuti. Magari in un altro post…

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Anche gli orologi digitali hanno i loro momenti di impazzimento.

Aggiunta (5 aprile 2017): “Everything Is Broken”. Tutto è corrotto in informatica (e non solo). Articolo sull’insicurezza informatica, di qualche anno ma per nulla datato, anzi: oggi che si parla sempre più insistentemente di “internet delle cose” mi sembra particolarmente attuale e forse (ma speriamo di no) profetico.

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Scrivere a mano e a tastiera

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L’elettronica e l’informatica hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni, probabilmente lo sviluppo più veloce che la storia della tecnologia umana abbia mai visto, e in tanti non riescono a stare al passo. Non solo molte persone anziane – non tutte per la verità – ma anche tanti giovani stentano a comprendere e apprezzare le nuove tecnologie. Per non parlare dei politici, che, non capendo di cosa si tratta, si buttano avanti sulla base di un sentito dire o di una consulenza nella speranza di ricavarne qualche vantaggio.

E infatti l’altro rischio grosso che possiamo correre è quello di sopravvalutare le reali possibilità di computer, tavolette tattili e affini. Forse proprio l’eccessiva velocità trascina chi si lascia impressionare, e il marketing fa il resto. Per paura di restare indietro prendiamo lo slancio più forte di cui siamo capaci e quindi rischiamo di trovarci avanti, drammaticamente e qualche volta fantozzianamente avanti, come chi si mette un pataccone con uno schermo luminoso al polso e cerca pure di fare in modo da farsi vedere da tutti.

Ma i discorsi in astratto valgono a poco, conviene che arrivi subito al movente di questo mio ragionamento. Da quello che leggo e a meno di smentite o di cattive interpretazioni giornalistiche, a partire dal 2016 nelle scuole finlandesi non si insegnerà più ai bambini a scrivere a mano, ma solo a digitare testi in maniera rapida e efficiente. Mi è sembrata una decisione quantomeno avventata.

I siti specializzati in informatica in cui mi sono imbattuto, in buona parte si schierano entusiasti a favore della decisione. Perché costringere ancora i bimbi a imparare come piegare le dita per tenere nella posizione giusta una bacchetta di plastica o di legno, per farla poi strisciare esattamente con la giusta forza su un fragile foglietto di carta? Soprattutto quando il grosso della comunicazione passa in formato digitale? Il sottoscritto è un appassionato di tecnologia in generale, eppure, paradossalmente, possiede un mai abbastanza represso istinto tradizionalista che, alla lettura della nuova, ha avuto un improvviso sussulto. Prima di mettere da parte come antiquato lo strumento che ha guidato l’evoluzione della civiltà umana negli ultimi millenni ci penserei bene su, e magari aspetterei un po’.

Non è soltanto una questione di memoria storica. Soprattutto i tempi non mi sembrano ancora maturi. Ragionateci: digitare su una tastiera fisica va ancora bene, imparare a farlo velocemente è meglio, ma avete mai provato a scrivere un testo serio sullo schermo di un telefonino o anche su quello di un tablet? E scrivere formule e passaggi matematici con la velocità con cui scorrono nella mente? Insomma il cosiddetto comportamento amichevole dei supporti informatici deve ancora farne di strada, per diventare realmente tale.

Personalmente ho quasi sempre il computer acceso, non ho più un archivio cartaceo ma non riesco a fare a meno del mio quadernone in cui annotare gli appunti correnti e le telefonate che arrivano. Trovo che la carta mi aiuti, in molti casi, a mettere a fuoco le idee meglio di un foglio di calcolo o una pagina di word processor. Poi per mettere in ordine le formule si passa al processore e ai programmi. Sul lavoro e fuori la carta è uno strumento in più: alcuni problemi si affrontano meglio davanti a uno schizzo fatto con la biro, e sono spesso quelli più basilari, dove non vuoi arrivare alla soluzione a tutti i costi, con la fora bruta del calcolo, ma hai bisogno di capire i meccanismi, prima.

Ne ho avuto esperienza proprio oggi: prima tre fogli di formule e schemini, per capire il problema, solo dopo un foglietto Excel per tirare fuori i numeri. Torno a accorgermene ogni volta che butto giù una frase sul quaderno, da meditare più avanti.

Sono convinto che conviveremo ancora a lungo con carte, penne e matite, per quanto i guru dell’informatica possano storcere il naso.

Temo gli araldi della novità all’ultimo grido, che sono pronti a cavalcarla fino alle estreme conseguenze. E fossero sempre spontaneamente fanatici e ubriacati dal marketing, no: il più delle volte hanno il loro bell’interesse a spingere a fondo le decisioni. Purché a pagarne le conseguenze sia sempre qualcun altro. Le si ritrova in ogni problema: c’è la frazione oltransista “pro immigrazione” che fronteggia quella “contro immigrazione” ugualmente totalitaria, una “pro libero mercato” senza se e senza perché e un’altra per “tutto strettamente vincolato” che nemmeno i burocrati leninisti. In ogni settore c’è una corrente iper-tradizionalista che contrasta quella iper-modernista, tutte cieche alle ragioni altrui e convinte di possedere la radice della Verità.

Forse i miei pronipoti rideranno vedendo carta e penna (non i miei nipoti che, per loro fortuna, li usano ogni giorno a scuola e per giocare), e così dimostrerebbero solo una nuova variante d’ignoranza, non comprendendo cosa è possibile fare con qualche grammo di carta e poche gocce d’inchiostro.

Aggiornamento hardware

Il mio primo processore

Il mio primo processore

Dovrei comprare un nuovo computer, ma non riesco a decidermi. Ho alcuni punti fermi e alcune perplessità, non tutte razionali.

L’evento è di una certa rilevanza, perché i miei cicli di aggiornamento dell’hardware sono diventati progressivamente più lunghi. Per un po’ di anni il mio PC, assemblato attorno a un Pentium 4 “single core”, mi è bastato per tutto quello che avevo voglia di fare, e ne ha viste di molti colori, tra applicativi, configurazioni e sistemi operativi.

Punti fermi: motivi dell’aggiornamento. Il mio vecchio desktop inamovibile è diventato inadatto al mio stile di vita: anche in casa mi fa comodo un portatile; può sembrare strano ma è così. In più mi farebbe comodo un po’ di potenza, per fare elaborazione fotografica senza aspettare minuti e minuti per ogni immagine. Tra l’altro, essendo alle prime armi devo fare diversi tentativi.

Altro punto semi-fermo: dopo tanti anni di Linux sono pronto a tornare a Windows come sistema operativo? Motivi: meno tempo e voglia di smanettare e provare soluzioni alternative. Insomma voglio la pappa pronta, e anche poter installare più facilmente i programmi. Inoltre, per alcune nuove attività, sono legato a Office. Linux mi è servito, ho imparato tanto e l’ho sfruttato per molto, ma nella vita è bello cambiare, ogni tanto, ben sapendo che da nessuna sponda del fiume c’è il paradiso. E magari non lo abbandonerò del tutto.

Per me è un cambiamento epocale: avevo sempre considerato il desktop come l’ottimo. E’ riparabile, espandibile, configurabile e ha il migliore rapporto costo / prestazioni. Ha un monitor e una tastiera veri. Ci metti dentro quello che vuoi e hai spazio per aggiungere e togliere a volontà. Quando lo cambi, salvi monitor, tastiera, masterizzatore e magari qualche altra cosetta. Ma la tecnologia invecchia in fretta, dopo un po’ non ha senso pensare a aggiornamenti. E, soprattutto, arriva il momento di riconsiderare l’ordine delle priorità.

D’altra parte ero un appassionato del filo che si è dovuto convertire al wireless, tuttavia non ho mai cambiato lo stereo con l’home theater e, visti i risultati medi, ho fatto bene.

Ma non divaghiamo ulteriormente. Ho verificato dai vari test disponibili in rete che anche un PC economico sarebbe notevolmente più prestazionale delle attempate macchine da calcolo di cui ora dispongo, ma applicherò la mia filosofia dominante: salire ragionevolmente di livello, prendendo come parametri gli aspetti per me rilevanti, in modo da sfruttare l’oggetto il più a lungo possibile, ovviamente a meno di imprevisti.

Da qui vengono le specifiche di massima: processore Intel i5 o i7 (o almeno un A8 lato AMD). Almeno 8 Gb di RAM. Scheda grafica dedicata. (Vista la pletora dei componenti disponibili, questo è dire tutto e dire niente). Leggero ma non troppo: non lo porterò spesso in viaggio e certamente non in vacanza: se no che vacanza sarebbe? Un masterizzatore DVD incorporato è preferibile ma non necessario, ormai i supporti ottici si usano davvero poco. Non ho particolari esigenze lato hard disk: sono ancora lontano dal saturare i 300 Gb del vecchio desktop.

Dubbi: ho una certa antipatia per l’interfaccia grafica di Windows 8. E’ una cosa epidermica. Mi dicono che con 8.1 è migliorata. Ma tirare fino alla prossima incarnazione, che dovrebbe essere la 10 e arrivare tra un annetto, non mi va molto. E poi la stragrande maggioranza dei portatili hanno degli orribili schermi lucidi con una pessima resa dei colori. E non mi nominate la Mela Morsicata!

Il processo, direi, è quasi a convergenza. Qualche suggerimento su marche e configurazioni, sole da evitare o aspetti degni d’attenzione?

Evviva la musica liquida, ma anche quella solida

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A cosa servono, ormai, compact-disc e dischi di vinile? Tecnologie sorpassate, antiquariato. Buone a nulla, si direbbe, nell’epoca in cui la musica si scarica da Internet, i ragazzi l’ascoltano in cuffia dal lettore o dal cellulare e perfino gli audiofili discorrono di formati ad alta risoluzione. Gli esperti del marketing, o forse il passaparola, hanno già coniato il nome: la Musica Liquida. Il mio ultimo acquisto, in questo campo, è proprio un convertitore da collegare al mio netbook, per farlo funzionare come una sorgente audio ad alta fedeltà.

A cosa servono, mi chiedevo, ed almeno una risposta l’ho trovata. Ad imbatterti, tra negozi, bancarelle e mercatini, in musica che non avresti mai cercato su Internet. All’acquisto casuale, fatto per pura curiosità davanti a un titolo, un nome o un’immagine di copertina, magari per pochi euro.

Internet non è adatta allo scopo, mi dispiace. Nonostante gli sforzi, gli algoritmi per catalogare i gusti, i lustrini e le assonanze forzate tra prodotti. Da un lato è troppo aperta: tutto si può vedere e ascoltare prima di comprare, non c’è più il fascino del rischio, dell’ignoto, della sorpresa da valutare poco alla volta. Un brano musicale si giudica senza comprarlo, al primo ascolto, in pochi secondi, non te lo ritrovi a casa a gustare con calma – tanto i soldi li hai già spesi – a mandarlo a quel paese e poi magari risentirlo, con un altro stato d’animo, mesi o settimana dopo, e accorgersi di sentirlo diverso, e scoprirne aspetti che avevi sorvolato.

Dall’altro lato è troppo chiusa, internet, decisamente asettica. Informatica a prescindere dagli sforzi dei suoi guru. Non può darti il senso fisico dell’oggetto. Vedi un’immagine fatta di tanti quadratini colorati che è l’ombra della cosa vera. Non ne senti l’odore ne l’impressione tattile, la consistenza fisica, neppure le vere proporzioni riesci a intuire. Tutto è relativo, liscio al tatto, con gli stessi colori di ogni altra cosa, ingrandibile o rimpicciolibile a piacimento con un “pinch” o una rollata di mouse.

E lo dico a malincuore, da vero appassionato del computer quale sono. Ci passo le giornate di lavoro e, alla sera, accendo il mio invece di guardare la televisione. Ma la verità richiede onestà.

Insomma con il commercio elettronico guadagniamo l’accesso facile e veloce a un’infinita di merci, come in una specie di sterminato bazar dove ogni genere di paccottiglia siede fianco a fianco agli oggetti di lusso. Dall’altro perdiamo il gusto della ricerca casuale, di quella che impolvera le mani e ti pone davanti agli occhi ciò che non ti aspetti.

IncRay

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E’ un bel po’ che non parlo di programmazione di computer, uno degli argomenti annunciati di questo blog. Il motivo è semplice: non mi ci dedico da un bel po’, se non per tempi brevissimi. Vi voglio tuttavia aggiornare sul progetto più ambizioso che ho intrapreso finora, un programma a sviluppo infinito a cui ho fatto procedere, fino ad oggi, una strada a zig-zag: il mio codice di computer-graphic scritto da zero, il mio motore di rendering, il mo orgoglio, IncRay!

Il nome sta per Incident Ray-tracer: tracciamento dei raggi di luce incidenti, la tecnica abituale di ray-tracing. L’idea era di un software lineare, che prediligesse la semplicità alla massima efficienza, e che fosse espandibile. L’obiettivo era di realizzare immagini fotorealistiche (parola grossa) di geometrie semplici, che avessero una chiara rappresentazione matematica. La prima cosa che mi venne in mente erano le sfere: il luogo dei punti equidistanti da un punto dato detto centro (reminiscenze di geometria), poi passare a piani, triangoli e da questi, in teoria, a qualsiasi geometria.

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Aggiungere nel contempo caratteristiche varie: posizione e colore della luce, colore e proprietà delle superfici, posizione ed angolo d’inquadratura del punto di vista, dimensione dell’immagine.

La storia è stata variegata, incoerente e legata al mio bighellonare hobbistico nell’informatica. Sono partito con una versione in Free Pascal puramente procedurale, poi una in Java strutturata ad oggetti ed infine una in C++. Queste ultime due hanno proceduto per un certo tempo in parallelo per poi concentrare gli sforzi sull’ultima: il C++ è per alcuni versi più scomodo, ma più efficiente. Tuttavia ogni versione ha le sue peculiarità, la convergenza delle funzionalità sul C++ non è ancora completa. Ad esempio solo la vecchia versione Pascal può disegnare triangolo, mentre solo in Java ci possono essere superfici a specchio (che mi piacciono molto), mentre solo nell’ “edizione” in C++ è possibile spostare il punto di vista nelle tre dimensioni, funzionalità che rende molto più flessibile e pratico l’utilizzo.

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Lo schema di funzionamento è lo stesso. Un file di testo contiene la descrizione della scena; il programma lo legge, calcola le traiettorie dei raggi di luce a ritroso, partendo dal punto di vista (la macchina da presa, per così dire), li interseca con gli oggetti e verifica le interazioni con la sorgente di luce e gli altri oggetti. In base a questo calcola il colore risultante di ogni punto. Alla fine, salva il file immagine complessivo. Nel post ne ho messo qualche esempio.

Ecco la mia struttura “ad oggetti”. Un sistema gerarchico ricollega tutte le “forme” ad una classe “Geom”, piena di funzioni virtuali (linguaggio C++…). “Sphere” è una sottoclasse di “Geom”, così come “Plane”. “Triangle”, a sua volta, è/sarà una sottoclasse di “Plane”. Ci sono poi classi per i tipi base “Vec3” per il vettore a tre componenti, che ha per sottoclassi “Point” e “Color”; “Surface” per le proprietà di superficie.

C’è molto da fare, ma sono relativamente orgoglione di me stesso. Che ve ne pare?

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L’alternativa aperta

In campo informatico sono a favore dell’Open Source, con dei distinguo.

L’Open Source mi piace per l’estetica: il più delle volte è più essenziale, più funzionale, più mirato allo scopo, meno caricato di abbellimenti e di “campanelle e fischietti”, come dicono gli anglosassoni.

Mi piace perché è “aperto” nel senso di gestibile, anche se non nel modo più facile. Tutti i sorgenti sono disponibili, ma soprattutto, per l’utente esperto, tutti i file di configurazione sono accessibili. La conoscenza è distribuita on-line e ricercabile. I forum sono continue fonti di suggerimenti ed idee.

Mi piace perché è adattabile: puoi scegliere quello che preferisci, farlo funzionare come preferisci e (con un po’ di esperienza) solo con quello che ti serve. Se hai un computer non all’ultimo grido o poco potente, puoi continuare ad usare una versione aggiornata di Linux, liberata da tutti i fronzoli, senza i tempi d’attesa di un disco rigido che non la smette di girare.

Mi piace perché è stabile: anche i sistemi commerciali migliorano nel tempo, ma per l’Open Source, Linux e compagnia, il miglioramento è continuo. Tutti i “bug” sono pubblicati e discussi apertamente e la soluzione immediatamente messa in circolo, non nascosti e lasciati appesi finché la casa madre non decide di mettere assieme una “patch” da mandare agli utenti. Chiunque può proporre la soluzione o almeno un “tampone” provvisorio.

E adesso vengono i distinguo.

Non riesco a vedere un mondo interamente Open Source, per alcuni motivi.

I computer sono diventati facili da usare grazie a sistemi commerciali.

Per alcuni utenti pagare l’assistenza è meglio che doverla cercare nei forum.

Molto di quello che si sviluppa in campo Open Source è mirato ad utenti esperti e non al computeraro medio della strada (con delle ammirevoli eccezioni).

Il software commerciale è una continua fonte di idee ed innovazioni, così come lo è l’Open Source.

L’Open Source non ha mai fatto il “grande salto” verso la maggioranza degli utenti. Per tanti motivi che non sto a discutere non è, ancora oggi, adatto all’utente inesperto, quello che vuole accendere il computer per fare qualcosa, oltre che informatica. E’ l’ostacolo maggiore che Linux, ad esempio, non ha mai scavalcato del tutto. Le interfacce utente, ad esempio, mi sembrano ormai adeguate, ma la configurazione di macchina e periferiche non lo è ancora, sebbene abbia fatto progressi fenomenali nel corso degli anni.

Secondo me il principale pregio dell’Open Source, di cui usufruisce anche chi non ha mai sentito questo nome, è che da quando è diventato un’alternativa valida, ha fatto da stimolo al progresso e da calmiere dei prezzi per i software commerciali. Non parlo solo di Linux e di BSD, ma di pacchetti come Gcc, Gimp, Open e Libre Office. Senza Linux & soci, a che versione di Windows saremmo arrivati o rimasti? E di Office? E quanto costerebbero?

Quanti sistemi operativi?

Il vecchio e poco rimpianto Windows 3.1

Per chi considera già troppo esoterico Linux e da super-iniziati Unix, per chi non ha mai sentito parlare di Free BSD ed Open BSD, per chi considera Windows come sinonimo di computer, ecco informazioni che probabilmente non fanno per voi. Se invece siete degli smanettoni incalliti e degli informatici avventurosi, o semplicemente dei curiosi, questa potrebbe essere l’occasione per allargare i vostri orizzonti, con un piccolo ventaglio di sistemi operativi davvero speciali.

Syllable desktop:

If you are a regular computer owner with a number of things you want from your computer but not much time to coerce your machine into doing them, then Syllable is for you – just not yet.”

Se lo dicono loro…

http://web.syllable.org/pages/about.html

AROS

AROS Research Operating System è un sistema operativo per il desktop efficiente, leggero e facile da usare, pensato per rendere produttivo e piacevole l’uso del computer”.

In base alle dichiarazioni, è quindi uguale a qualsiasi altro sistema operativo.

http://aros.sourceforge.net/it/

React OS

ReactOS® è un sistema operativo libero e moderno basato sul design di Windows® XP/2003. Scritto completamente da capo, cerca di seguire l’architettura Windows-NT® disegnata da Microsoft dal livello hardware al livello software. Questo non è un sistema basato su Linux, e non condivide niente dell’architettura Unix.

Bella idea davvero, ed ambiziosa! Da far venire l’acquolina in bocca. C’è pure il sito in italiano. Peccato che sia in costruzione da anni e che Windows sia intanto arrivato alla versione 8.

http://www.reactos.org/it/index.html

Free DOS

FreeDOS is a free DOS-compatible operating system that can be used to play games, run legacy software, or support embedded systems. FreeDOS is basically like the old MS-DOS, but better!”

A proposito di cloni, questo è proprio da appassionati nostalgici. Eppure sembra che per qualche sistema “embedded” sia ancora una scelta valida: quando devi fare una sola cosa e farla nel modo più snello e veloce possibile.

Per chi non lo sapesse, Microsoft consente di scaricare gratuitamente l’ultima versione di DOS. Un’occasione se avete qualche vecchio rottame di PC e volete riviere i bei vecchi tempi. Secondo me ne fuggiremmo quasi tutti a gambe levate dopo pochi minuti.

http://www.freedos.org/

Haiku

Haiku is an open source operating system currently in development that specifically targets personal computing. Inspired by the Be Operating System, Haiku is a fast, efficient, simple to use, easy to learn, and yet very powerful system for computer users of all levels”.

Carino, come tutte le cose che hanno un nome giapponese. Del Be-OS sento parlare da anni…

http://www.haiku-os.org/

Ma ce ne sono tanti altri: questi sono solo il frutto di una breve ricerca.

Mi ricorda la costosa workstation su cui lavoravo tanti anni fa…

Tempo di scelte per la scrivania

Ormai mi devo decidere: il mio Linux Ubuntu 10.04 è attempato e bisognoso di aggiornamento. Tocca prendere il toro per le corna, fare un back-up completo e reinstallare tutto.

Nessun aggiornamento: è già tutto troppo caotico, ci vuole un “fresh install”.

Ma che desktop scegliere? E’ una decisione importante, perché è l’aspetto del sistema operativo con cui ti tocca convivere di più. Il desktop te lo trovi davanti appena accendi il computer e te lo tieni finché non ti alzi dalla sedia e te ne vai.

Il problema è che anche i desktop classici di Linux stanno andando verso soluzioni “pesanti”, a furia di aggiungere funzionalità, opzioni, girandole e campanelle: anche la buona vecchia Gnome non è più la stessa. Tutti i programmi vogliono fare tutto e così diventano dei bestioni che solo un main frame di ultima generazione è capace di gestire.

Il mio vecchio desktop (non vecchio come quello della foto…) ha forse bisogno di qualcosa che lo ringiovanisca. Qualcosa che sia pratico per Internet, scrivere e programmare quando ne ho voglia.

Ecco le mie opzioni, più o meno in ordine di “peso”:

  • Unity (Ubuntu) <<< Dal web si direbbe “troppo” per il mio PC.
  • KDE <<< Un po’ pesante… e sembra in recessione come numero di utilizzatori. Ma solida.
  • Xfce  <<< Leggero ma configurabile e sviluppato da molti anni. Mi sto orientando…
  • Lxde <<< Il più leggero (e non è male). Sembra perfetto per il netbook più che per il desktop…

Forse passerò attraverso qualche “live-CD” prima di prendere una decisione.

 

Aggiornamento: alla fine (luglio 2012) ho optato per Mind Debian Edition, con desktop Xfce. Sono moderatamente soddisfatto, o meglio più soddisfatto man mano che lo uso ed imparo a cofigurarlo (non tutto è menu-driven). Debian ha recentemente scelto Xfce come desktop di riferimento. Pare che Gnome 3, oltre ad essere più ingombrante del vecchio Gnome, sia anche poco gradito a molti utenti. Xfce Non è male, ma a mio modo di vedere ha ancora strada da fare prima di essere davvero d’impiego comune. D’altra parte tutto il mondo open source va avanti per tentativi ed aggiustamenti.