Di strade, mail e dimenticanze civili

Strada-sporca

Sporcizia? Basta non guardarla.

Ecco un piccolo racconto etico. Mesi fa cominciarono a ripulire dalle erbacce la strada provinciale che percorro per andare a lavorare. Ottima idea direte voi, e sono d’accordo, anche se molto ritardata. Le piante spontanee avevano ampiamente invaso i bordi della carreggiata, rosicchiando ampi margini al passaggio delle auto. Testimonianza da un lato della fertilità dei suoli dalle nostre parti, dall’altro di quanto siano diradati gli interventi di manutenzione. C’era inoltre, tra le piante, non poca immondizia.

Ho notato subito che la procedura seguita non era proprio delle migliori, a mio modesto avviso: veniva la squadra di operai, con tute, camion e decespugliatori, sempre rigorosamente all’orario di punta della gente che va a lavorare, e bloccava metà carreggiata, rallentando il traffico proprio quando era più intenso. Raccoglievano il risultato del taglio e l’altro pattume vario in grandi buste di plastica bianche che… non portavano via, ma semplicemente lasciavano al margine della strada. Poi, a fine turno di lavoro, se ne andavano. I sacchetti restavano allegramente esposti a sole, pioggia e vento per alcuni giorni finché un nuovo camion non veniva a raccoglierli.

Il sistema era imperfetto, qualche sacchetto si rompeva per le intemperie o perché colpito da qualche veicolo e spargeva di nuovo immondizia per la strada, ma era meglio di niente. Nel complesso la strada restava più libera e pulita di prima. Finché, alla fine, il meccanismo è entrato in crisi: proprio nel tratto finale della provinciale, quello dall’asfalto logoro che costeggia la zona industriale e immette nel traffico cittadino, sono venuti, hanno tagliato, hanno raccolto, riunito tutto nei sacchi e…

… E basta. Passavano i giorni, poi le settimane, e nessuno veniva a recuperare i grandi sacchi bianchi, che rimanevano allineati, a decine e decine, al bordo della carreggiata. Ovviamente, col passar del tempo, presentavano sempre più ampi segni di cedimento e un sempre più brutto spettacolo.

E’ allora che ho vissuto un rigurgito di senso civico… da tastiera. In ritardo, è vero. L’ho pure trattenuto a lungo, sperando che si muovesse qualcun altro prima di me, ma alla fine non ce l’ho fatta. I sacchetti languivano a bordo strada da un paio di mesi buoni, ormai in abbondante disfacimento, abbandonando il loro contenuto all’azione impietosa degli pneumatici, quando ho finalmente deciso di aprire un noto motore di ricerca e cercare i contatti dei comuni in zona.

Ma senza le province, da chi dipendono oggi le strade provinciali? Una prima mail, alla posta certificata dell’area metropolitana, ha ricevuto risposta dopo pochi giorni, ma semplicemente elencava le leggi di riferimento e mi invitava a scrivere al comune di competenza – non citandolo. In mancanza di risposta da quest’ultimo, dovevo scrivere a un’altra posta certificata della città metropolitana.

Ho seguito le indicazioni, cercato i riferimenti, scritto al comune e atteso (vanamente) una riposta per alcuni giorni, quindi ho scritto alla città metropolitana, all’indirizzo che mi era stato indicato, ri-descrivendo il problema e le mie azioni precedenti e… Miracolo, due giorni dopo i sacchi erano spariti!

All’inizio quasi non ci credevo. Percorrevo la strada a occhi sgranati. Ho chiesto la testimonianza di un amico. Il mio “ego” da cittadino modello si era inorgoglito alla grande, mitigato solo dal dispiacere di non avere prove concrete per ergermi a super-eroe eliminatore della monnezza abbandonata. Ma, d’altra parte, che avevo poi fatto? Qualche ricerca web e alcune mail scritte in italiano decente. Poi, però, il mistero si è infittito: ho ricevuto una mail da un dirigente della città metropolitana, scannerizzata, firmata e controfirmata, in cui mi avvertiva, codice alla mano, che il problema non era di loro competenza ma del comune.

E allora chi ha rimosso i sacchetti? Il comune di competenza, senza prendersi briga di scrivermi due righe di ringraziamento per averlo risvegliato dal suo torpore amministrativo? Il tempo trascorso dai lavori di pulizia non era breve, e la concomitanza fra la raccolta dei sacchetti e i miei messaggi non può essere casuale. Penso che una risposta precisa non l’avrò mai, ma alcuni insegnamenti credo di averli tratti.

  • E’ mai possibile che a nessuno, prima di me, sia venuto in mente di scrivere? Eppure c’è gente che vive in quella zona, io ci passo solo per andare a lavorare;
  • Gli enti pubblici sono, è vero, spesso inefficienti e inadempienti, ma un minimo di controllo della cittadinanza potrebbe rimetterli in riga, almeno un po’;
  • Bisognerebbe superare quindi l’atteggiamento del “non mi riguarda” e del “ma perché io?” che poi diventa una specie di miopia controllata: non mi compete e quindi imparo a non vederlo;
  • La mia “vittoria” è stata molto parziale, perché in tratti prossimi della stessa strada ce n’è eccome d’immondizia, però non dimenticata dal comune, ma abbandonata, in ogni spazio e anfratto possibile, da gente ben poco civile.

Come dire, la strada per diventare cittadini responsabili è lunga, ma percorribile.

Chiudo con un ultimo episodio. Vado a prendere la mia fidanzata, un pomeriggio, nel paese di periferia in cui abita, e vedo la sua vicina di casa che, con un vecchio coltello e una busta di plastica, ripulisce dalle erbacce il pezzetto di marciapiede davanti a casa sua. Sarà poco ma è qualcosa. Un mondo migliore è possibile.

Pulizia-aiuole

Pulire si può, in gruppo o da soli.

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Uffici pubblici neolatini

Municipalita

Proprio ieri sono andato al Comune. Dovevo rinnovare la carta d’identità, mi era scaduta e ne avevo bisogno per le elezioni: c’è qualcuno contro cui devo per forza votare! Potevo andarci anche di sabato o perfino di domenica: sono aperti apposta, ma non voglio rischiare.

Visitare gli uffici del comune è sempre significativo. L’aria profuma di file antiche ed aleggia ancora il rumore dei timbri e degli improperi. E’ una strana mistura di semi-moderno che stenta e di vetusto che resiste ad oltranza.

Hanno informatizzato tutto o quasi, ma bisogna sempre, per prima cosa, riempire un modulo.

Poi devi fare la fila: c’è il numero da prendere, ma nessun tabellone luminoso, per cui hai un biglietto in mano ma in fila ti ci devi mettere lo stesso!

Intanto ascolti i fatti propri delle persone che non possono fare a meno di raccontarteli, e te li fai di quelli che non vogliono farteli sapere ma tu li sbirci mentre preparano le carte ed indaghi su come interagiscono con l’impiegato allo sportello. I fatti altrui sono sempre il migliore passatempo, vario ed economico.

L’esperienza si ripete, perché devi cambiare almeno due sportelli. Il primo che trovi non è giusto per te, poi il secondo ti rimanda al primo, che magicamente è diventato quello giusto.

Poi, quando pensi che finalmente sia quasi il tuo turno, c’è l’immancabile caso problematico. Il tizio che non rinnova la tessera scaduta da dieci anni ed intanto ha pure cambiato casa (e magari connotati) mentre ha lasciato scadere, ma da meno tempo, anche la patente (non sto inventando) e gli impiegati si mettono a litigare animatamente, a suon di codici e di circolari e di nomi di uffici superiori, per capire come affrontare il problema. Tutto si risolve al suono delle parole «autocertificazione» e «silenzio assenso», ma intanto devono stampare almeno dieci fogli e farli firmare tutti all’interessato. Tu aspetti con calma, mentre qualche ragazzino urla e qualche vecchietta si lamenta che non ce la fa a stare in piedi.

Alla fine, come sempre, la tensione si scioglie. Siamo un popolo paziente: ci basta ottenere il foglietto che ci serviva. Non devi tornare dopo tre giorni per il ritiro e questo, indubbiamente, è un passo avanti. Potrò andare a votare, potenti tremate!

Intanto il tempo è cambiato e mi becco il temporale mentre raggiungo la fermata della metro.