Nozze organizzate

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La deprecabile abitudine dei lucchetti… anche in Russia (dopo sposati, però)

 

       Numero di portate,

In piedi e sedute,

Cucine combinate,

Decorazioni abbinate,

       Cerimonia pensata,

Famiglia invitata,

Addobbi per la data,

Ristrutturazione infinita!

       Viaggio dopo le mangiate.

Liste nozze prenotate,

Partecipazioni visitate,

Confetti a palate.

       Certificati aggregati,

Elenchi pubblicati,

Comuni avvisati,

Bolli pagati.

       Prezzi aumentati

Per capelli acconciati,

Trucchi bilanciati,

Fiori addobbati:

       Fotografo impegnato,

Assegno pronto firmato,

La bocca che ho baciato,

Se non in altro impegnato.

       Abiti e calzature,

Per te e il famigliare,

Usi da rispettare,

Non si esce senza pagare!

Ottimi gli affari per far sposare.

       Così il matrimonio si snatura

Nei dettagli forzati della sua tessitura.

La leggenda dello strumento

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Una chiesa abbandonata a Napoli

“I ferri fanno il mastro” dice, maldestramente italianizzato, un motto partenopeo, a indicare che senza gli strumenti giusti il risultato è nullo o scadente. Ma gli strumenti bisogna saperli scegliere e soprattutto usare nel modo giusto, ed è qui li viene il difficile.

In qualsiasi attività, ludica o lavorativa, arriva il momento in cui il neofita è tentato di incolpare gli strumenti che ha in mano, e non se stesso, dei suoi insuccessi. Li si attua il bivio: continuare a impegnarsi o cercare scuse o scorciatoie.

E’ un atteggiamento umano, ammettere gli errori è difficile. Ancora di più lo è assegnarsi un lungo e faticoso percorso di apprendimento.

E’ proprio in questo momento che s’innesta la trappola consumista: comprare un prodotto migliore per ottenere risultati superiori. Quello che hai non è quello che ti serve. Difficile resistere alla tentazione, che poi si rinnoverà periodicamente: ci sarà sempre qualcosa di meglio, di più adatto, di più nuovo o avanzato rispetto a quello che hai già.

Un esempio sono gli hobby. Il sottoscritto fotografa per passione, con risultati alterni che a volte mi piacciono e più spesso no. Seguo alcuni siti e mi piace leggere i commenti, anche se questi sono tutto un florilegio di consigli per aumentare il proprio corredo, acquistando macchine fotografiche sempre più costose, obiettivi specializzati per scopi specifici e altri accessori d’ogni sorta. Di fatto le discussioni sulla tecnica e sull’estetica, che pure avrebbero un ruolo, sono relegate a contorno e minoritarie rispetto a quelle sulla qualità degli strumenti, in cui regolarmente i più costosi sono i più caldamente consigliati.

Un tempo seguivo l’audio e l’alta fedeltà, e i contenuti delle discussioni tra appassionati erano analoghi, se non peggiori: se vuoi sentire meglio devi spendere sempre di più, anche in accessori o dettagli di cui non sapevi neppure l’esistenza e, non di rado, di razionalità scientifica quantomeno dubbia.

Il discorso vale per ogni settore e ci sono innumerevoli casi di rapporto costi/risultati perdente: officine casalinghe di falegnameria piene d’ogni ben di Dio d’utensili ma non di lavori in corso. Giardini con più attrezzi che piante. Cucine con scolapasta tecnologici, servizi di coltelli per sgusciare i molluschi, mestoli di tutte le taglie e forni a microonde impiegati solo per scongelare. Pseudo-atleti con la pancia che passeggiano con addosso tutte e cardiofrequenzimetri da centinaia di Euro. Anche il sottoscritto ha realizzato la sua collezioncina di obiettivi e deve fare uno sforzo ogni volta che gli viene la tentazione di un ammennicolo nuovo di pacca.

Pur nella mia limitata esperienza personale, mi sento di direi che l’errore si estende anche agli ambiti professionali: chi non si è lasciato convincere, almeno una volta, dagli allettamenti di facili risultati e ha speso somme sostanziose – o suggerito caldamente all’azienda per cui lavora di farlo – in strumenti che, una volta presi, sono serviti a molto meno di quello che promettevano?

Ovvio l’interesse di venditori e produttori a incrementare le vendite. Meno diretto ma anche chiaro quello della maggior parte dei siti, a cui interessano pubblicità e numero di cliccate. Minimo l’interesse effettivo degli utenti, spinti compulsivamente a comprare sempre “meglio” invece che dedicarsi allo scopo prioritario, che, nella fotografia come in ogni hobby, dovrebbe essere quello di migliorare se stessi e la propria capacità: di “vedere” immagini interessanti, nello specifici, a prescindere dallo strumento di cattura che si stringe in mano; di apprezzare la musica nel caso degli appassionati di audio: di far crescere qualcosa nel proprio giardino che non siano erbacce spontanee; di mangiare e far mangiare meglio; di migliorare il proprio stato fisico, eccetera. Di aumentare la soddisfazione personale, in generale.

In pratica sarebbe ben più utile spendere in conoscenza (libri, corsi) che in oggetti, finché davvero non sono questi a limitare le possibilità. E soprattutto investire tempo, la risorsa più rara. La delusione è inevitabile e il circolo vizioso si chiude: un nuovo acquisto “giusto” per riparare a quello “sbagliato” precedente, e intanto si rifanno, mediocremente, le stesse cose.

La tecnica commerciale è di solleticare la pigrizia dell’individuo, qualità umana tra le più diffuse, in modo da spostare l’attenzione da lui stesso a quello che possiede, come se fosse l’oggetto a creare il risultato e non chi lo utilizza. Osservate le pubblicità dei telefonini: è tutto un sottolineare quello che il nuovo modello mette in grado di fare e che sarebbe impossibile con gli altri, anche fotograficamente parlando. E il tutto poi finisce nel solito, ma sempre più costoso, selfie.

Micro sfruttamenti

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Interno palestra, pomeriggio inoltrato. Il tipo davanti a me ci mette un po’ a depositare i suoi beni nella cassettina di sicurezza all’ingresso e salutare la fidanzata. Attendo simulando pazienza.

Ci ritroviamo allo spogliatoio: pochi minuti per dismettere i panni casual-borghesi e calzare quelli morbidi da sala attrezzi. Ma lui prima tira fuori telefonino e caricabatteria e si mette a caccia ansiosa di una presa di corrente. La trova e se ne serve per sette minuti netti. In pratica ha rubato qualche “milliwattora” alla palestra trasformandolo in qualche punto percentuale di carica del telefonino: qualche minuto di funzionamento in più. Un micro-sfruttamento. Niente, in pratica, nel caso di specie, soltanto un po’ oltre la soglia del ridicolo, se non fosse il sintomo di un atteggiamento diffuso e moltiplicato all’infinito, cioè la mentalità di appropriarsi di beni e vantaggi ogni volta che sia possibile farlo impunemente, a prescindere dalla necessità di farlo e dall’entità risibile degli stessi. La mente sempre concentrata su come spillare l’ultima frazione di centesimo da quello che si ha a portata di mano e che non si deve (direttamente) pagare. Ovviamente senza tenere conto dei costi indiretti, perché quello che è collettivo, si sa, non è di nessuno, in particolare non è proprio e quindi, in sintesi, non conta.

E’ un atteggiamento molto diffuso, quello di sfruttare il disponibile fino all’ultima goccia, anche quando non se ne ha strettamente bisogno. Un altro caso minimo, direi peggiore, è quello del viaggiatore d’affari che, mentre esce dalla sala d’attesa della business-class di un aeroporto, afferra “distrattamente” una manciata di snack e se li mette in tasca. Non credo che l’incravattato figuro ne avesse bisogno per saziare una fame improvvisa o per far quadrare il suo bilancio familiare.

Vale lo stesso discorso quando si tiene il rubinetto aperto, in albergo, per lavarsi i denti, mentre magari non lo si fa a casa, oppure tenere la doccia calda aperta per mezz’ora per fare vapore e “stirare” la camicia tirata fuori dai bagagli. I due bicchieri di plastica riempiti all’erogatore in mensa, invece di uno, perché ci si stanca a alzarsi da tavola e riempirlo di nuovo a metà pasto.

O anche la ressa ai buffet di matrimoni o villaggi vacanze, anche quando sono ben forniti: dopo antipasti, due assaggi di primo, secondo di terra, secondo di mare, contorno e caffè, il piatto dei dolci deve essere riempito, perché tanto non si paga. E fa nulla che alla fine, per raggiunti e superati limiti fisiologici, lo si lascia per tre quarti pieno perché sia diretto al cassone dell’immondizia.

Un caso diverso, ma comunque interessante, è quello del tipo che rimane fermo in tangenziale, con l’auto in panne, e intasa il traffico per minuti e ore. Può succedere a tutti, certo, ma magari un po’ di colpa ce l’ha, per manutenzione tralasciata o superficiale, al fine di risparmiare qualche Euro. Avrà dei costi, il personaggio, certo, ma quanti ne causa alla collettività in termini di consumi di carburante, inquinamento e ritardi inflitti a centinaia di persone a lui del tutto estranee?

In tanti casi si grava sulla collettività senza avere un autentico bisogno di farlo, più che altro per esercitare la propria mini-furbizia e sentirsene orgogliosi. I costi, poi, si spalmano e nessuno se ne sente responsabile, salvo lamentarsi per i prezzi, osservare che le stagioni sono impazzite e prendersela con il politico di turno.

Essendo il sottoscritto un fanatico dei numeri, mi verrebbe la curiosità di conoscere l’effetto collettivo di questi nano-abusi. Di certo è un calcolo molto complesso e non saprei da cosa cominciare, un po’ come sommare la massa della polvere cosmica e confrontarla con quella delle stelle. Mi piacerebbe verificare se, come nel parallelismo astronomico, alla fine la micro-furbizia è talmente diffusa e ripetuta da sommare un costo paragonabile, o addirittura superiore, a quella macroscopica dei ladri matricolati.

Piove, governo tecnico!

 

Mettiamo che sia vero che non viviamo più in una democrazia. Mettiamo che sia vero che “ci hanno consegnati nelle mani dell’oligarchia finanziaria”. Mettiamo che sia vero che il Governo è un fantoccio pilotato dalla BCE, che a sua volta è guidata dalla finanza internazionale. Io non lo so, tanti lo affermano. Ma allora, qual’è la risposta?

Se siete proprio convinti che sia così, allora scendere in piazza è solo il primo passo, tanto per spargere la voce. Protestare contro chi? Qualcuno che non ha un vero potere? Qualcuno che non ha un volto e non vi starà a sentire, perché non teme il vostro voto?

La rivolta armata? Meglio scansarla. E’ il metodo migliore per accelerare l’avvento delle dittature e le peggiori rovine. Credetemi, la violenza porta al comando i peggiori, la Storia mostra innumerevoli casi.

Cosa fare allora? Semplice: inceppare la macchina.

Volendo, si può cambiare il mondo: c’è chi ci è riuscito. Qualsiasi meccanismo può essere sabotato, basta individuare gli ingranaggi e trovare il modo di ingripparli. Ed essere pronti a subire le conseguenze. Qualche privazione.

Se siete convinti che vi incastrino con i debiti, non ne fate. Chi ha un reddito, campi con quello che ha e, se può, aiuti chi non ne ha a non finire stritolato. Cambiate la logica: meno accumulo e più condivisione.

Sovvertite il meccanismo psicologico che porta a consumare, e quindi ad arricchire sempre gli stessi. Non comprate gli i-qualcosa. Fate a meno degli e-gadget. Andate in giro a piedi, prendete gli autobus o in caso d’emergenza il taxi. E’ scomodo? La rivoluzione è scomoda. Costa caro? Almeno farete vivere un onesto lavoratore.

Comprate abiti e scarpe quando vi servono e non etichette quando la pubblicità ve lo chiede. Non inseguite più guadagno di quello che vi basta.

Come sempre, il mondo si cambia cominciando da se stessi. E diffondendo un modo diverso di vivere. Oppure volete solo un nuovo boom economico, inevitabilmente passeggero?

Non cambierete il mondo cambiando cellulare.

Non lo cambierete aspirando a consumare di più.

Non farete chiudere la BCE chiedendo un aumento di stipendio o un piccolo sgravio fiscale.

Non intaccherete i super-ricchi andando a fare il pieno di GPL al posto della benzina.

Sbagliato? Forse, anzi certamente. Il sottoscritto fa pochissime, e male, delle cose sopra elencate. Non è neanche così motivato. Ma siate conseguenti: agite in base a quello che predicate (e che vi fate belli postando sul Web).

E la nave va, poi torna

Folla a bordo!

E’ piacevole o no andare in vacanza in crociera? Dopo aver fatto la priva ancora non so dare una risposta univoca.

Nel caso specifico, la nave aveva più posti letto che posti lettino, ovvero durante la navigazione era un problema trovare un posto per stendersi al sole.

E’ quasi tutto piacevole e divertente, nella stessa misura in cui ti rendi conto che è artificiale. Si vedono posti diversi ogni giorno, ma con così poco tempo a disposizione. Puoi fare tutto quello che vuoi ma tutte le attività sono programmate e coordinate. Tutti sorridono e magari qualcuno è anche contento.

La prima cosa che colpisce è la mania per la pulizia, essenziale in un posto affollato ed isolato dal resto del mondo. Il detergente per le mani è distribuito in abbondanza a tutti gli ingressi dei ristoranti.

Certo, è come un grande villaggio vacanze galleggiante, ma in realtà è molto di più. E’ una grande finzione scenica in cui, paradossalmente, sembra che si faccia di tutto per far dimenticare al passeggero di trovarsi per mare. E’ una vacanza assolutamente consumista ed anti-ecologica. Tutto è profuso con abbondanza: dal cibo all’aria condizionata, dalle stoviglie a tavola agli asciugamani per la cabina e la piscina, dal ghiaccio nei bicchieri ai fogli che illustrano escursioni ed appuntamenti d’animazione. Se ti metti a pensare che tutta l’energia necessaria a tenere in moto tutto quest’apparato si ottiene bruciando il combustibile fossile che aziona anche i motori, un po’ ti spaventi. Ma in realtà finché non vediamo lo sporco, non ci rendiamo conto dell’inquinamento: occhio che non vede…

E la nave va.

Gli spettacoli serali, va detto, sono davvero tali: gli artisti sono professionisti; qui la profusione di luci ed aria condizionata è ancora più grande che altrove. L’acqua attorno e la scia della nave sembrano quasi incongrui con tutto il gran bailamme che si vive a bordo.

Si tratta, insomma, di una vacanza fortemente all’americana, nel senso di Stati Uniti: tutto falsificato al massimo grado in modo da essere semplice e facile e per spillare quattrini a chi ne disponga.

Per rispondere alle battute facili, dirò non abbiamo vissuto nessuna esperienza Schettino: non era inclusa nel prezzo e poi credo che ci siano problemi di copyright: la vicenda Apple-Samsung dimostra che bisogna fare attenzione a questo genere di cose, in particolare quando ci sono gli statunitensi per lo mezzo. In compenso, abbiamo goduto del diversivo “uomo in mare”, altro grande classico dei racconti nautici e per di più di notte, con tanto di salvagenti, bengala, scialuppe ed equipaggio allarmato. Pare che sia stato il risultato di un litigio fra marito e moglie e che ad averne la peggio sia stato il primo. Come nelle migliori scuole di intrattenimento, tutto, per fortuna, si è concluso con il classico lieto fine.

Insomma, in conclusione, la crociera è un’esperienza piacevole? Per me direi di si, ma da non ripetere, almeno a breve termine.

La Grecia è sempre la Grecia. Non si vede crisi nelle isole del turismo

 

Imbattibile C.C.!

Volenti o nolenti, ammiratori, neutrali o critici, bisogna ammetterlo: c’è una bevanda frizzante che è il prodotto industriale più resistente ai tentativi di denigrazione. Non volendo farle pubblicità gratuita la chiamerò solo C.C.

Ci si è provato con ogni genere di argomento: fa male alla salute; fa male alla linea; contiene troppo zucchero; è corrosiva; contiene sostanze chimiche pericolose.

Ci hanno provato in tanti a contrastarla: gruppi ecologisti, naturalisti ed in ultimo gli stati, con tassazioni specifiche. Ci si è scatenata sopra l’arma mediatica per eccellenza, il Web, con campagne d’allarme coordinate e scoordinate. Si è provato a renderla il simbolo del consumismo, dell’imperialismo o dell’omologazione culturale.

Ma nessuno ha avuto successo! La scura bibita americana piena di zucchero e di bollicine continua ad essere bevuta nel primo, secondo e terzo mondo in volumi inimmaginabili. E’ il marchio più noto e più presente nel mondo; se arrivassero gli alieni sarebbe una delle prime cose che apprenderebbero del genere umano e probabilmente la annovererebbero tra i nostri alimenti di base.

Come è possibile? In effetti bisogna riconoscere che la C.C. è a suo modo perfetta, perché:

  • Piace ai bambini, che gli faccia male o no, come agli adulti;
  • Piace praticamente a tutti, indipendentemente dalle latitudini e longitudini;
  • Costa poco o nulla, per cui è accessibile anche alle fasce di reddito basse;
  • Tuttavia, si abbina ad un concetto di festa e di allegria – miracoli del marketing;
  • E’ sempre riconoscibile. Non ha cambiato natura o aspetto in modo radicale nel corso degli anni. D’altra parte, perché mai avrebbe dovuto?
  • Tutte le altre bibite concorrenti sono, volenti o nolenti, imitazioni o derivazioni più o meno riuscite.

Insomma, i denigratori della bevanda mede-in-USA di riferimento sono stati finora condannati alla frustrazione e, in fin dei conti, le hanno fatto pubblicità. Un fenomeno più unico che raro.

Il mio suggerimento: meglio i succhi di frutta: ingerirete meno zucchero e più vitamine e darete una mano all’agricoltura del primo, secondo e terzo mondo.