Brutto fuori, bello dentro

webDSC_1497_pomigliano_paesaggio-urbano

Secondo me il distacco fra il pubblico e il privato si può evidenziare dal contrasto fra l’aspetto di molte città e quartieri e quello delle case.

Nelle visite a conoscenti, la prima attività obbligata è il giro turistico della casa. Bisogna osservare tutto: dalla disposizione delle stanze a quella dei mobili, dalla qualità degli stessi alla selezione di soprammobili e accessori. Bagno e cucina fanno da centri focali, assieme al salone per accogliere gli ospiti, se c’è. Al termine viene il rito dei complimenti. La vista esterna, da finestre e balconi, è opzionale e proposta solo se particolarmente attraente, come un complemento d’arredo non necessario. Lo stesso vale per la facciata esterna dell’edificio.

Magari prima di arrivare hai dovuto attraversare incroci e viali di periferia anonima o insinuarti in vicoli dalla pavimentazione sconnessa e dalla scarsa pulizia, magari con evidente carenza di servizi urbani. Tutto questo viene secondario nel giudizio dell’alloggio.

Scale

Il tutto vale ovunque ma ancor più in Italia e a maggior ragione dove il degrado esterno è più visibile. C’è chi abita in periferia o al centro da una vita, chi ha scelto di spostarsi per sfuggire al caos, evitare il traffico o essere vicino ai suoi interessi, chi vorrebbe andarsene ma non può, c’è chi ci si trasferisce per risparmiare o per altre convenienze ma c’è una regola comune e diffusa (non totalitaria, beninteso): fare finta di non vedere il “fuori” per concentrarsi sul “dentro”. Regola di quieto vivere o di sopravvivenza secondo i punti di vista, forse necessità dettata dall’impossibilità a cambiare tutto, ma in ogni caso, secondo me, anche sintomo evidente di scarso interesse per la cosa pubblica, aggravato dal sentimento che quella cosa pubblica sia lontana e gestita con logiche d’interesse e potere.

La casa è motivo d’orgoglio per l’italiano medio, perché costata soldi e fatica, perché è un po’ l’immagine di se stessi e, soprattutto per noi italiani, resta una cosa stabile, fatta per durare possibilmente tutta la vita. E’ il luogo privato per eccellenza e per questo le rapine in casa scuotono particolarmente. Ma soprattutto la casa è la nostra piccola patria, con le sue regole e il suo senso civico, costruito e sedimentato negli anni, formato da regole non scritte ma perfettamente note a chi la abita. La porta è il confine che la separa dalla “terra di nessuno” del pianerottolo, del cortile o della strada e dalle patrie degli altri, che si sviluppano a partire dalla loro soglia. La città, quello che sta in mezzo fra le case, è di tutti, quindi di nessuno, e vive su regole solo parzialmente razionali e condivise, da rispettare o aggirare secondo l’esigenza. Qualche volta è luogo di conquista, più spesso di convivenza grosso modo pacifica, più raramente di condivisione. La Patria grande, quella nazionale, con le sue leggi scritte e i sui riti di appartenenza, è in buona misura esterna, raccoglie le patrie familiari e personali in una sorta di confederazione in parte forzata e non di rado conflittuale, senza fonderle in unità: una sorta di male necessario a cui pure ci si affeziona, perché fa parte della vita quotidiana.

12512551_10207085041943144_3764463243508457329_n

Quel che è mio è “dentro”, posso toccarlo, misurarlo, conformarlo al mio volere. Tutto il resto, quello che sta “fuori” a “attorno”, mi riguarda poco e faccio in modo da attraversarlo, quando devo, con meno danno possibile.

Annunci

Vita in ufficio e altrove

FinestreNewYork3

Finestre di Manhattan

Del lavoro d’ufficio si è detto un po’ di bene e quasi tutto il male possibile. L’impiegato è diventato una figura emblematica di una certa concezione della vita e Fantozzi ne è diventato l’emblema, figura molto meno di fantasia di quanto possa sembrare. Infiniti aspetti organizzativi sono stati analizzati e risolti di volta in volta in un modo o nel suo opposto, sempre col fine di aumentare la produttività degli impiegati: uffici singoli per aumentare il confort, open space sterminati per aumentare l’interazione e il controllo reciproco, box comunicanti come soluzione intermedia, colori tenui per creare un’atmosfera rilassante o accessi per mantenere viva l’attenzione. Eccetera eccetera, ma secondo me un aspetto non è stato sviscerato a sufficienza, e invece potrebbe tornare di grande utilità.

L’ufficio è un luogo la cui psicologia merita di essere approfondita, perché se un tot di persone, abbinate tutto sommato a caso, riescono a convivere a stretto contatto per molte ore al giorno, in un ambiente tutto sommato ristretto, stando praticamente gomito a gomito per molti anni, e sono capaci di farlo in modo tutto sommato pacifico, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, e qualche volta diventando perfino amici, allora forse se ne può trarre qualche insegnamento utile a più ampio spettro, per rendere meno conflittuale il clima di altri consessi, come condomini e vicinati, e magari indicare strumenti per la convivenza anche comunità più ampie, e perfino gli stati.

FinestreNewYork2

Indegnamente, provo a dare qualche idea a riguardo, lasciando agli specialisti di riempire le pagine dei volumi, più di quanto sia già avvenuto.

Il primo aspetto che viene in mente è che per stare insieme, per sopportare il prossimo, è necessario un utile. Nel caso dell’ufficio, il ritorno fondamentale è chiaramente lo stipendio, poi ce ne sono altri variamente collegati a questo, come la possibilità di fare carriera.

C’è poi un aspetto di rassegnazione, o meglio di mancanza d’alternativa: se è questo che devo fare, allora conviene che mi organizzo perché vada avanti nel modo più gradevole – o meno sgradevole – possibile. La maggior parte delle persone cominciano a considerare intollerabile il loro ambiente lavorativo quando individuano, o fantasticano, un’alternativa possibile.

Mi ricorda l’esperienza, per certi versi analoga, del servizio militare, che ho fatto in età relativamente tarda. Ci dividemmo, noi reclute, secondo l’indole personale, tra coloro che si sforzavano di fare il meno possibile, cercando scappatoie e correndo il rischio di punizioni, e chi s’immedesimava nel ruolo, in pratica giocava a fare il soldato. Ebbene, il primo gruppo era quello più soggetto a malumori, soffriva la noia e la costrizione della caserma molto più del secondo. Nel secondo gruppo c’è anche chi ne ha ricavato qualcosa di utile: esperienze, patenti di guida, amicizie.

FinestreNewYork

Molti si appassionano al loro lavoro o almeno ad alcuni suoi aspetti. Ovviamente aiuta. Succede, anche in questo caso, quando se ne vede un ritorno, non necessariamente solo economico. La soddisfazione personale pesa al fine di svolgere bene il proprio lavoro. C’è poi un istinto umano a voler far bene le cose, soprattutto quando questo è riconosciuto dal prossimo.

Si collega a questi il fine comune, ovvero che quell’interesse condiviso può essere meglio raggiunto se ognuno fa la sua parte, o almeno non si mette tra i piedi. Si crea una soddisfazione personale nel fare bene quello che poi servirà al proprio vicino di scrivania. Questo funziona negli uffici almeno parzialmente efficienti: in tanti posti della pubblica amministrazione, invece, l’obiettivo comune su cui si coagula la maggioranza delle teste è quello di conservare lo “status quo” di fare il meno possibile e in cui nessun si aspetta risultati significativi in tempi ragionevoli. In questo caso è chi s’impegna a “produrre” che diventa la pecora nera, osteggiata e mal vista da tutti.