Capri espiatori di cemento

Ogni città ha il suo quartiere degradato e anonimo a cui dare la colpa di tutti i mali.

A Caivano si chiama Parco Verde, a Napoli Scampia, entrambi tristemente noti per atti di violenza efferati e criminalità. Non conosco i nomi di quelli presenti in altre città ma credo che ne esistano molti altri casi.

Spesso si tratta di luoghi creati ad arte, in altri casi sono finti recuperi di aree spopolate. A parole lo scopo è nobile: dare una casa a persone che non ne avevano, riqualificare una zona e realizzare “quartieri modello” in base ai più recenti prodotti della scienza sociologica. In pratica sono un ghetto dove mettere “gente difficile da collocare” che altrimenti potrebbe occupare case e dare fastidio ai quartieri-bene. In ogni caso si sceglie una zona dove ci sia poca gente in grado di protestare o di pretendere una gestione chiara di appalti e progetti, in pratica zone che già soffrono di problemi economici e sociali, ovvero proprio i meno adatti a operazioni in grande stile di quel tipo.

Questi nuovi quartieri non si integrano col preesistente. Sono diversi già come costruzione perché lasciati alla fantasia degli architetti o al guadagno dei palazzinari. Già la sola estetica li stacca fisicamente dall’agglomerato a cui dovrebbero aggiungersi: sono enormi e diversi e anonimi. Spesso si aggiungono distanza fisica e barriere visibili a marcare il distacco e rendere palese la bugia della “integrazione”. L’assenza di servizi è la conseguenza delle premesse: trasferite più o meno volontariamente le persone, finito l’affare per i costruttori, spenti i riflettori pubblicitari per architetti e politici, i giornalisti vanno via e il nuovo “quartiere modello” cessa di avere interesse. Il degrado comincia il giorno dopo l’inaugurazione.

Questi luoghi degradano come bubboni, ammalando chi ci abita e diffondendo l’infezione al tessuto circostante. Cresce in essi l’abusivismo e la criminalità. Le persone dello stesso pianerottolo non si conoscono, hanno origini divere e spesso hanno paura di scambiare anche solo il saluto.

Ma i quartieri ghetto funzionano anche come capro espiatorio, come sopra accennato. La gente del posto li sente come una forzatura, un’imposizione, e gli attribuisce tutto il male che vede attorno, anche quello che non c’entra nulla, esisteva da prima o si sviluppa per ben altre cause. In conclusione anche il tessuto sociale preesistente ne viene lesionato, perché ognuno è stimolato a difendere il proprio particolare, ovvero la casa e la famiglia. Prevalgono gli istinti di chiusura e protezione.

Il peggiore razzismo che ho visto nella mia vita non è quello contro i neri o gli ebrei o gli omosessuali o altre divisioni più o meno arbitrarie della specie umana ma quello contro gli abitanti dei “quartieri ghetto”. Con loro non c’è scambio che non sia di furto, non c’è occhiata che non sia di diffidenza, non c’è battuta che non sia di scherno, non c’è porta che non si chiuda con sbarre in aggiunta, per evitare che vengano a rubare. Una raccolta fondi per una mensa dei poveri può funzionare, ma una richiesta di aiuto per quei “ladri” del quartiere raccoglie molto più astio che simpatia.

Il lavoro di integrazione diventa durissimo, quando si parte da questi presupposti e chi ci si dedica è doppiamente da elogiare. Spero che le lezioni apprese a Scampia e altri luoghi simili servano per il futuro, anche se le spinte delle lobby dei palazzinari sono sempre li, per costruire a prescindere. L’unica vera barriera è la compattezza sociale, ovvero la capacità delle popolazioni locali di opporsi a queste imposizioni prima che vengano realizzate, non per razzismo (come comunque si cercherà di bollarle) ma per difesa propria e di chi deve venire. L’integrazione può funzionare se i gruppi sono piccoli, s’innestano nella società esistente e c’è un supporto sociale adeguato e prolungato, non se un gruppo eterogeneo è attaccato a margine di una realtà già difficile e poi abbandonato a se stesso.

Il problema in realtà è globale. Ogni uomo o donna che non lavora o delinque, ogni bambino che non va a scuola rappresentano in se un delitto e uno spreco di risorse preziose, per la società e il mondo.

Adesso si completerà la demolizione delle vele di Scampia. Non dimentichiamo che anche demolire è un affare. A Napoli si dice: “chi fraveca e sfraveca nun perde maje tiempo”, ovvero chi costruisce e subito dopo demolisce all’apparenza è sempre indaffarato. Ma soprattutto guadagna sempre soldi.

Ultra-giustificazione ad ampio raggio

Stadio-discesa

Sono rimasto sconcertato da alcune prese di posizione sugli eventi a margine dell’ultima finale di Coppa Italia, che descrivono il tutto come se fosse perfettamente normale, anzi quasi lodevole. Mi riferisco non solo al chiacchiericcio spesso rumoroso da sito sociale, dove si dice di tutto, ma anche ad articoli di stampa locale, che sentenziano l’auto assoluzione dei tifosi in blocco. Mi spiego meglio. Il capo ultrà garantisce la tranquillità allo stadio facendo le veci degli organi politici e di pubblica sicurezza, e quindi? Cosa c’è di male? Alla fin fine nessuno si è fatto male. Solo che una massa di scalmanati rispettano un camorrista e non le autorità costituite, ecco cosa c’è di male.

Gli ultras, come un reparto ben addestrato, si tengono tranquilli e buoni per tutta la durata della partita. Ma che bravi, dei veri galantuomini d’altri tempi. Peccato che, fino a un attimo prima, gettavano disinvoltamente bombe-carta sui vigili del fuoco. E precisamente fino al cenno del loro capo, che fa della sua fedina penale la parte fondante del suo curriculum.

Fischiavano all’inno nazionale? E che c’è di nuovo? Lo fanno anche alcuni politici dipinti di verde. Come se il fatto che qualche leghista sia un coglione autorizzi tutti a esserlo un po’ di più.

Le società calcistiche e l’ordine pubblico sono collusi con i malavitosi? E’ normale, si dice, avviene dappertutto, e d’altronde il tifoso è il padrone dello spettacolo. Ma non il tifoso qualunque, il portatore di spranghe e catene, ovviamente.

C’entra il tifo calcistico, mi rendo conto, che, per qualche misterioso processo psicologico obnubila l’intelletto e la capacità di giudizio. Il desiderio di “ripulire” la vittoria sportiva della propria “squadra del cuore” dall’evidente fetenzia trasmessa in mondovisione e che, si badi bene, ha solo palesato un marcio di lunga durata. Ma ci intravedo di peggio, un atteggiamento costante e pervicace, che vorrei dire negazionista, e si ammanta di un presunto orgoglio territoriale.

E’ la vecchia e pericolosa idea che la Camorra (o la Mafia, o qualsiasi altra organizzazione a delinquere) è, tutto sommato, “buona”, perché “mantiene l’ordine” e mette un freno alla piccola criminalità. O, se non tutta, almeno una sua parte “nobile” o “all’antica”, che dubito sia mai esistita. E’ l’ennesima variante dell’eterna filosofia del “quieto vivere”, che sarebbe meglio ribattezzare “quieto morire”, ovvero venire a patti con il male, pur sapendo che è male, purché si salvi un pezzetto dell‘amata tranquillità quotidiana. Giorno dopo giorno, poi, si fa finta di non vedere che quel cerchio di tranquillità si restringe sempre di più e che il numero di compromessi aumenta sempre.

Qualche piccolo pizzo da pagare per non avere vetrine rotte. Lo spacciatore da tollerare in cambio degli scippatori tenuti lontani. Lo spazio pubblico occupato, tanto basta fare il giro più largo e fare finta di non vedere. E poi, magari, se apro quella veranda sul balcone senza fare carte, nessuno mi verrà a disturbare.

Il boss è una persona rispettata e questo lo rende automaticamente rispettabile. In fondo anche i politici sono corrotti, e quindi tanto vale tenerci il nostro, la carogna che conosciamo. Si trasforma lo stato di fatto in uno stato di normalità, come se fosse un diritto naturale.

Si aggiungono le consuete menzogne auto-tranquillizzanti: i cattivi si ammazzano sempre tra di loro, se qualcuno ci finisce in mezzo, tutto sommato se l’è andata a cercare. Sforzarsi di ripetere che non si sa come mai quel nuovo esercizio commerciale appena ristrutturato sia andato a fuoco proprio il giorno prima dell’inaugurazione. E aggiungere alla miscela anche una buona dose di vittimismo, che i motivi per evocarlo non mancano mai: di noi si parla sempre male, ci levano tutto, tutta colpa della politica, ecc.

Insomma, un’auto-assoluzione pacificatoria che automaticamente-assolve chi fa il male.

Mi dispiace per tanti concittadini, tutto sommato onesti, che personalmente non spaccerebbero mai dosi di veleno o non hanno intenzione di nascondere materiali insoliti in casa, ma che confondono l’inefficienza dello Stato come una giustificazione dell’efficienza sistemica della criminalità. E’ difficile ribellarsi, lo riconosco, ma la resa intellettuale, il negare il male, è l’estrema dimostrazione di sconfitta.