Intelligenze artificiali, i nuovi vicini

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La fantascienza parla da anni di intelligenza artificiale. Lo fa in molte salse, da quelle popolaresche dell’uomo “inghiottito” dal computer in stile Tron a quelle, più raffinate, di sistemi che si auto-evolvono verso forme imprevedibili, come i robot “positronici” di Asimov.

Ma, soprattutto in Italia, siamo carenti in cultura tecnologica, figurarsi in prefigurazioni del futuro. La fantascienza è, per opinione comune, un passatempo da bambinoni. Di conseguenza le novità tecnologiche ci sembrano chiacchiere da bar finché non ce le troviamo improvvisamente tra i piedi, senza sapere bene che farne.

L’intelligenza artificiale è un tema particolarmente insidioso, anche per il sottoscritto. Già è difficile mettersi d’accordo su cosa intendere per “intelligenza naturale”. In più l’uso dei termini è spesso fuorviante: paragonare un sistema informatico a uno biologico è suggestivo ma assolutamente arbitrario, perché non c’è nessuna vera analogia.

La definizione del computer come “cervello elettronico” è passata di moda, per fortuna. L’intelligenza artificiale non è necessariamente un tentativo approssimato di riprodurre quella umana all’interno di una macchina. Il pioniere della scienza informatica Edsger Dijkstra disse una volta: “Chiedersi se un computer possa pensare non è più interessante del chiedersi se un sottomarino possa nuotare”, ed è una delle sue citazioni più famose.

Con ciò, se ben interpreto, il luminare non voleva intendere che l’intelligenza artificiale non poteva esistere, ma che essa è un diverso approccio alle conoscenze e alle scelte conseguenti rispetto al cervello umano. Vuol dire che possono esistere macchine (computer) capaci di interpretare l’ambiente in cui agiscono, accumulare esperienza e trasformarla in conoscenze in modo da sviluppare comportamenti e strategie adatti per conseguire i propri obiettivi, e questo secondo schemi che non sono necessariamente simili a quelli umani ma sono sempre “razionali” e, probabilmente, senza presupporre il concetto di “coscienza”.

L’intelligenza artificiale ha una storia già lunga. Ha avendo impatti enormi sulla nostra esistenza, anche se abbiamo difficoltà a vederli. I “sistemi esperti”, che sono una sorta di precursori delle IA, lavorano giorno e notte e fanno scelte sensate – secondo i criteri con cui sono state progettate. Ho però la sensazione che siamo in procinto di assistere a una sua crescita esplosiva, per diffusione e potenza.

Le recenti oscillazioni dei mercati finanziari sono state attribuite, in buona parte, all’azione di “robot”. Nei commenti si parla di “complessi algoritmi” in grado di decidere in autonomia quando, quanto e cosa comprare o vendere. Immagino che “intelligenze artificiali” sia una definizione più valida. Non mi stupisce che una delle prime applicazioni sia in ambito finanziario, dal momento che la ricerca del guadagno è uno dei primi moventi delle azioni umane e i soldi attirano altri soldi, anche in forma di investimenti.

Nei prossimi anni è probabile che le vedremo un po’ ovunque, le intelligenze artificiali, palesi o mimetizzate: gestione di supporto tecnico e clienti; veicoli che si guidano, in tutto o in parte, da soli: automobili, treni, navi, aerei con “piloti automatici avanzati”; gestione di siti produttivi o parte di essi; gestione di impianti di riscaldamento e condizionamento, sempre cercando di anticipare i nostri desideri e movimenti. Sapremo sfruttarle o le vedremo come nemiche? Serviranno il genere umano o una sua minoranza? Ci aiuteranno nelle scelte quotidiane? O magari anche in quelle politiche e macro-economiche? Aumenteranno la sicurezza o anche il controllo? Cancelleranno più posti di lavoro di quanti ne creeranno? E in ambito di attività intellettuali che impieghi troveranno? Contribuiranno anche al lavoro degli ingegneri o addirittura li sostituiranno, in tutto o in parte? E per quanto riguarda gli artisti? Anche loro potranno decidere di avere un assistente virtuale nella loro attività creativa? Saranno educati suggeritori o semi-dittatori? Nascerà un nuovo luddismo? O nuove forme di dipendenza?

Spiare miliardi di connessioni telefoniche e internet non sarà più un compito impossibile, quando il “filtraggio intelligente” delle informazioni potrà essere effettuato da programmi in grado di interpretare il senso del linguaggio umano, non solo le singole parole.

Avremo magari robot fotografi e video-operatori, in grado di comprendere la scena che hanno davanti e scegliere da se inquadratura e impostazioni ideali per riprese ad effetto.

In campo militare avremo probabilmente droni armati in grado di agire in autonomia, decidendo da se anche quando fare fuoco.

È solo un piccolo esempio delle possibilità.

Di certo viviamo in un’epoca eccezionale in cui molte cose incredibili sono diventate possibili. Il recente primo volo di FalconX Heavy ha creato, nel tecnico che sono, uno stato di autentica esaltazione. È stato come vedere trasformate in realtà le scene dei racconti di fantascienza della mia adolescenza, in particolare per i vettori che ritornano a terra atterrando in verticale. Anche le immagini del manichino, in automobile scoperta, nello spazio col pianeta Terra sempre più lontano sullo sfondo, nella sua inutilità, ha in se una potente forza simbolica ed evocativa (e ovviamente pubblicitaria). Ritengo che nella progettazione e nella manovra del nuovo vettore spaziale rientrino, in varie forme, intelligenze artificiali, ad affiancare la tecnologia aerospaziale.

Aspetto all’apparenza collaterale ma fondamentale: si tratta pur sempre di programmi software. Ambiti e limiti di applicazione, criteri, vincoli e obiettivi – la morale, in pratica – sono scelte di progetto effettuate di chi le commissiona e realizza. Ci saranno margini per porre limiti legali? È il caso di ragionare già in questo senso? E poi che aspetto – e che effetto – avranno gli inevitabili bachi software e hardware?

Un altro tema caro alla fantascienza è quello degli alieni. Penso che i veri alieni li stiamo costruendo, nei laboratori informatici, e dovremo imparare ad averci a che fare.

L’intelligenza artificiale è un’opportunità e un rischio in forme diverse e più profonde di quelle che immaginiamo.

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Il mito del manager

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New York: la “patria” del manager di successo!

Negli anni ’80 dello scorso secolo è nato, almeno in Italia, il mito del “manager”.

Me lo ricordo bene, come tutte le cose che ti succedono dall’adolescenza fino alla prima giovinezza.

La parola “gestore” sapeva di burocratico e non rendeva l’idea. Il “manager” della fantasia popolare guadagnava, decideva, era rampante e arrogante, aggressivo e ammirato, perennemente giovane e griffato, sicuro di se fino a essere volgare. Decisionista: manovrava persone e capitali con velocità e sicurezza. Non aveva scrupoli ne remore. Era l’immagine del successo immediato: tutto e subito. Abiti firmati, Rolex al polso, telefonino che non era ancora smartphone, auto di lusso in procinto di diventare SUV e tutto il corollario di viaggi, ville, yacht, belle donne e quant’altro.

Fu coniata in quei giorni la parola “Yuppies”, giovani di successo ritratti, malamente ma efficacemente come sempre, dai film della commedia all’italiana. Diversi amici mi obiettavano in faccia che era inutile studiare: bastava buttarsi, investire, tirare su la fabbrichetta, giocare in borsa o darsi alla compravendita spregiudicata. Tutto quello che serviva erano poche nozioni, spavalderia e un piccolo capitale iniziale. I veri soldi erano lì, tanti e pronti per chi aveva abbastanza coraggio e pelo sullo stomaco per afferrarli.

La convinzione dell’importanza magica del manager creatore di ricchezza, se comprensibile tra gli adolescenti, lo era meno nell’impresa, eppure c’era. Tutti gli investimenti erano per accaparrarsi il gestore ideale, osannato e riverito dopo le prime vittorie, ricoperto di soldi e “benefit”, altro termine che cominciavamo a capire e che a noi italiani piaceva molto, perché faceva rima con “esentasse”. Le imprese pubbliche seguivano a ruota, anche se in quell’ambiente la spartizione politica e clientelare rimaneva la logica principe. Pochi soldi invece per la “ricerca e sviluppo”, termini adatti solo ad accaparrarsi qualche soldo pubblico sparso a pioggia.

Il mito del manager si poggiava su una crescita economica di cui nessuno voleva vedere la fine, sul mito della borsa globale, capace di creare denaro facendo girare denaro, e su un altro mito, quello del successo incrollabile della piccola e media impresa italiana (più piccola che media, per la verità, e sempre sotto-capitalizzata), che esportava grazie ai bassi costi consentiti dall’inflazione della Lira. I due miti citati sono crollati rapidamente, nell’arco di un decennio o giù di lì, e la colpa è stata molto più della Cina che dell’Euro. Le “bolle” in borsa scoppiavano una dopo l’altra e più grandi erano più in fretta collassavano. Gli artifici finanziari finivano per incartarsi su se stessi, a danno di molti e vantaggio dei soliti pochi. Battere la concorrenza tedesca sul prezzo era possibile, quella francese sulla qualità anche, ma attaccare l’industria cinese su prezzo e quantità era (ed è) inconcepibile. La maggioranza di quei giovani che sognavano la carriera rampante sono diventati impiegati, docenti, negozianti o, al più, piccoli professionisti.

Ma, come tutti i miti, anche quello del manager d’assalto è duro a morire. Ancora oggi incontro tanti ragazzi neo-laureati che non vedono l’ora di abbandonare le materie tecniche dei banchi d’università per diventare “manager” e scalare gli organigrammi delle imprese. E molte di queste ultime, in effetti, continuano a privilegiare i ruoli gestionali a quelli tecnici nella carriera e nelle retribuzioni.

Nel mio caso, per fortuna, devo riconoscere che non è stato così: ho scelto da subito di fare il tecnico, per vocazione, accettando il rischio di una carriera lenta, e invece sono stato ricompensato con sufficienti soddisfazioni, riscontri e sfide che mi danno il piacere di andare al lavoro ogni giorno.

La gestione è un compito importante, direi anche fondamentale, ma non autonomo ne tantomeno esclusivo. Il gestore ha senso se c’è qualcosa da gestire, ovvero persone che compiono un lavoro diretto e lo sanno fare bene. Diversamente il “manager” si riduce a un produttore di chiacchiere e venditore, magari ben retribuito.

Nozze organizzate

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La deprecabile abitudine dei lucchetti… anche in Russia (dopo sposati, però)

 

       Numero di portate,

In piedi e sedute,

Cucine combinate,

Decorazioni abbinate,

       Cerimonia pensata,

Famiglia invitata,

Addobbi per la data,

Ristrutturazione infinita!

       Viaggio dopo le mangiate.

Liste nozze prenotate,

Partecipazioni visitate,

Confetti a palate.

       Certificati aggregati,

Elenchi pubblicati,

Comuni avvisati,

Bolli pagati.

       Prezzi aumentati

Per capelli acconciati,

Trucchi bilanciati,

Fiori addobbati:

       Fotografo impegnato,

Assegno pronto firmato,

La bocca che ho baciato,

Se non in altro impegnato.

       Abiti e calzature,

Per te e il famigliare,

Usi da rispettare,

Non si esce senza pagare!

Ottimi gli affari per far sposare.

       Così il matrimonio si snatura

Nei dettagli forzati della sua tessitura.

A proposito di Brexit (a posteriori)

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Il Latino ha unito l’Europa assai prima dell’UE (foto da Capua)

Brexit secondo me: ne parlo “a posteriori” perché non avevo nessuna intenzione o velleità di influenzare nessuno e neppure mi sentivo in grado di fare pronostici. Ho voglia di parlarne ora riguardo a effetti e sensazioni.

Fondamentalmente sono europeista. Da quando è stato inventato l’aeroplano i confini hanno perso gran parte del loro senso e Internet ha proseguito la strada in questo senso: libertà di movimento per uomini e merci e regole comuni e condivise sono nello stato delle cose. Tuttavia penso che la UE, così com’è, vada riformata, e il referendum britannico si somma ai tanti segnali di insoddisfazione dei cittadini e alle dimostrazioni di vera e propria inefficienza: è il caso della crisi greca e della gestione dell’immigrazione, solo per fare due esempi recenti.

Troppa enfasi su finanza e banche trascurando l’integrazione sociale, culturale e – lasciatemelo dire – militare, ovvero, in sintesi, politica. Acceleratore troppo premuto sull’ingresso di nuovi stati chiudendo un occhio (e anche un altro mezzo) sulle condizioni economiche e sociali. Operazione moneta unica condotta in modo troppo veloce. Il tutto guidato dall’asse franco-tedesco in base alle proprie esigenze. E penso di essermi dimenticato qualcosa.

Devo però dire che, in un certo senso, speravo che il referendum vincesse, semplicemente perché era il risultato che avrebbe dato gli esiti più interessanti. Si tratta della condizione che impone e forza il cambiamento con meno margini per la diplomazia al ribasso. Per un appassionato di storia come il sottoscritto è una situazione che oserei definire entusiasmante, perché il Brexit è uno degli eventi che fanno la storia.

Non ritengo tuttavia che, alla fine, gli esiti saranno così tragici come dalle previsioni fatte circolare nei giorni scorsi e che, diciamocelo, erano in buona parte un tentativo di terrorizzare l’elettorato britannico. Ma si sa, francesi, tedeschi e britannici sono molto meno impressionabili degli italiani, in primo luogo perché nutrono fiducia nella propria unità nazionale, concetto che “noi” stentiamo anche solo a capire.

Alla fine l’economia, come tutti i sistemi umani, è dotata di tanti pesi e contrappesi e, soprattutto, di meccanismi di smorzamento che rendono improbabili gli esiti estremi. A nessuno conviene un completo tracollo britannico e neppure è pensabile troncare di colpo e definitivamente rapporti commerciali e finanziati consolidati. Nemmeno è auspicabile, da parte di nessuno, che le centinaia di migliaia di lavoratori comunitari che operano in Gran Bretagna, spesso in posizioni di alto profilo, siano costretti da un giorno all’altro a “tornarsene a casa loro”.

Si passerà senza dubbio attraverso un periodo di instabilità e incertezze, mentre accordi specifici verranno discussi e firmati sui vari aspetti delle relazioni economiche, politiche e di frontiera con la gran nazione ex-UE fino ad arrivare a un nuovo equilibrio anch’esso, ovviamente , provvisorio.

Di contro, l’UE dovrà interrogarsi su come riformarsi in fretta, per evitare di crollare come un castello di carte – e magari, come questo, facendo ben poco rumore.

Micro sfruttamenti

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Per convincere le persone a fare una cosa, il modo sicuro è dirgli di non farla.

Interno palestra, pomeriggio inoltrato. Il tipo davanti a me ci mette un po’ a depositare i suoi beni nella cassettina di sicurezza all’ingresso e salutare la fidanzata. Attendo simulando pazienza.

Ci ritroviamo allo spogliatoio: pochi minuti per dismettere i panni casual-borghesi e calzare quelli morbidi da sala attrezzi. Ma lui prima tira fuori telefonino e caricabatteria e si mette a caccia ansiosa di una presa di corrente. La trova e se ne serve per sette minuti netti. In pratica ha rubato qualche “milliwattora” alla palestra trasformandolo in qualche punto percentuale di carica del telefonino: qualche minuto di funzionamento in più. Un micro-sfruttamento. Niente, in pratica, nel caso di specie, soltanto un po’ oltre la soglia del ridicolo, se non fosse il sintomo di un atteggiamento diffuso e moltiplicato all’infinito, cioè la mentalità di appropriarsi di beni e vantaggi ogni volta che sia possibile farlo impunemente, a prescindere dalla necessità di farlo e dall’entità risibile degli stessi. La mente sempre concentrata su come spillare l’ultima frazione di centesimo da quello che si ha a portata di mano e che non si deve (direttamente) pagare. Ovviamente senza tenere conto dei costi indiretti, perché quello che è collettivo, si sa, non è di nessuno, in particolare non è proprio e quindi, in sintesi, non conta.

E’ un atteggiamento molto diffuso, quello di sfruttare il disponibile fino all’ultima goccia, anche quando non se ne ha strettamente bisogno. Un altro caso minimo, direi peggiore, è quello del viaggiatore d’affari che, mentre esce dalla sala d’attesa della business-class di un aeroporto, afferra “distrattamente” una manciata di snack e se li mette in tasca. Non credo che l’incravattato figuro ne avesse bisogno per saziare una fame improvvisa o per far quadrare il suo bilancio familiare.

Vale lo stesso discorso quando si tiene il rubinetto aperto, in albergo, per lavarsi i denti, mentre magari non lo si fa a casa, oppure tenere la doccia calda aperta per mezz’ora per fare vapore e “stirare” la camicia tirata fuori dai bagagli. I due bicchieri di plastica riempiti all’erogatore in mensa, invece di uno, perché ci si stanca a alzarsi da tavola e riempirlo di nuovo a metà pasto.

O anche la ressa ai buffet di matrimoni o villaggi vacanze, anche quando sono ben forniti: dopo antipasti, due assaggi di primo, secondo di terra, secondo di mare, contorno e caffè, il piatto dei dolci deve essere riempito, perché tanto non si paga. E fa nulla che alla fine, per raggiunti e superati limiti fisiologici, lo si lascia per tre quarti pieno perché sia diretto al cassone dell’immondizia.

Un caso diverso, ma comunque interessante, è quello del tipo che rimane fermo in tangenziale, con l’auto in panne, e intasa il traffico per minuti e ore. Può succedere a tutti, certo, ma magari un po’ di colpa ce l’ha, per manutenzione tralasciata o superficiale, al fine di risparmiare qualche Euro. Avrà dei costi, il personaggio, certo, ma quanti ne causa alla collettività in termini di consumi di carburante, inquinamento e ritardi inflitti a centinaia di persone a lui del tutto estranee?

In tanti casi si grava sulla collettività senza avere un autentico bisogno di farlo, più che altro per esercitare la propria mini-furbizia e sentirsene orgogliosi. I costi, poi, si spalmano e nessuno se ne sente responsabile, salvo lamentarsi per i prezzi, osservare che le stagioni sono impazzite e prendersela con il politico di turno.

Essendo il sottoscritto un fanatico dei numeri, mi verrebbe la curiosità di conoscere l’effetto collettivo di questi nano-abusi. Di certo è un calcolo molto complesso e non saprei da cosa cominciare, un po’ come sommare la massa della polvere cosmica e confrontarla con quella delle stelle. Mi piacerebbe verificare se, come nel parallelismo astronomico, alla fine la micro-furbizia è talmente diffusa e ripetuta da sommare un costo paragonabile, o addirittura superiore, a quella macroscopica dei ladri matricolati.

In teoria è così ma in pratica… anche

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I luoghi comuni, i modi di dire, i motti di spirito di solito esistono per un motivo e raccontano un pezzo di realtà. Si sbaglia, però, e per ignoranza, quando si applicano in modo acritico.

Personalmente, per inclinazione caratteriale e professionale, quello che tollero di meno è “In teoria sarebbe così, ma in pratica no”. E ancora di più mi irrita il sorrisino che di solito ne segue.

Uno dei motivi è che è usato spesso con saccenza, da qualcuno che vuole dimostrare di “sapere vivere” e di “conoscere il mondo”. Di essere un tipo esperto e disincantato, insomma, a cui certe illusioni sono passate da un bel pezzo.

A ben vedere, un senso il modo di dire ce l’ha, perché è un modo facile di dire che “se la teoria e la realtà non corrispondono, uno dei due è sbagliato”, ovvero si sta applicando la teoria giusta alla realtà sbagliata, o viceversa. Un esempio famoso è quello del paradosso del calabrone, in base al quale, applicando le teorie dell’aerodinamica e tenendo conto del peso dell’insetto, questi non dovrebbe essere in grado di volare. I più saccenti concludono con: “ma lui non lo sa, e quindi vola lo stesso”.

La radice del paradosso è comprensibile: il calabrone non vola come un aliante o un aeroplano, e nemmeno come un aeroplanino di carta, ma agita le ali velocemente (e anche in modo molto preciso, va detto), generando così i vortici che gli servono per tenersi in aria e spingersi dove l’istinto gli dice di andare. Se cerco di applicargli le teorie dell’aerodinamica stazionaria, relativa a ali rigide che si muovono a velocità fissa nell’aria, i conti non mi tornano. Sarebbe un po’ come guardare un ciclista e commentare “questo qua secondo le teorie della statica dovrebbe cadere”, e concluderne che le leggi fisiche che tengono su i palazzi sono sbagliate.

Il senso vero del paradosso è quindi che abbiamo ancora tanto da imparare. Le nostre teorie coprono una piccola parte della realtà e abbiamo davanti molto da lavorare.

Quello che succede invece, il più delle volte, è che si prova a descrivere una realtà complessa con una teoria semplificata, concludendo – guarda caso – che le predizioni non sono confermate e ricavandone che quelle stesse teorie sono inutili e sbagliate in partenza.

E’ vero, c’è sempre un margine d’ignoranza in ogni attività, che va riconosciuto e gestito. Se la teoria non è perfetta è perché non siamo capaci di produrne – o di impiegarne – una migliore. Lo scopo del tecnico è realizzare il possibile conoscendo in primo luogo i limiti dei propri strumenti. Non farlo è il più grave degli errori e vi incorrono, purtroppo, non solo i profani: anche i tecnici dimenticano spesso quali siano i limiti di applicazione delle loro teorie. Applicare una teoria molto al di fuori dei limiti per i quali è stata sviluppata equivale a tirare numeri al lotto. L’uso dei computer ha peggiorato la situazione: s’immettono dei numeri, la macchina dà un risultato, e il tecnico pigro o ignorante (non saprei quale sia peggio) non si domanda nemmeno se abbia un senso. Succede in ingegneria ma, credo, molto più spesso in economia, e spiega certe decisioni troppo drastiche e schematiche, assunte in modo acritico come risultati di una scienza esatta, per essere poi sbugiardate dalla realtà.

Il vantaggio ipotetico della “pratica” travalica le chiacchiere da strada e gli uffici esecutivi entrando anche nelle scuole e nelle accademie, dove invece non dovrebbe trovare alloggio, perché sono i luoghi dove si dovrebbe coltivare la capacità dell’intelletto di guidare la realtà, dopo averla compresa e con l’umiltà di non poter essere onniscienti, e non il passivo contrario di assecondare i fatti senza capirli. Secondo me è un palese segno di mediocrità di una parte di docenti e professori, condito con una buona manciata di presunzione che non guasta mai, anzi guasta sempre.

Come va il commercio? Ma soprattutto dove?

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Qualche osservazione sull’evoluzione delle attività commerciali dalle mie parti.

Parlo delle parti della città che frequento, ovviamente, senza pretesa di generalità, come pura testimonianza, e spero che contribuisca a realizzare un quadro generale.

Dunque, cominciamo le osservazioni. I normali negozi vanno diminuendo, molti aprono e chiudono dopo pochi mesi, anche dopo costose ristrutturazioni. Solo qualcuno dei riferimenti storici della mia adolescenza mantiene la vecchia ragione sociale. La velocità del fenomeno è impennata nel corso della recente crisi. Molte saracinesche rimangono calate a lungo, spesso per mesi, talvolta addirittura per anni.

Anche il numero dei supermercati si sta riducendo: uno particolarmente grande, ben fornito e con buoni prezzi sta tagliando le gambe ai normali supermercati di città.

Invece aumentano di giorno in giorno, o quasi, il numero di bar e di posti dove andare a mangiare qualcosa con pochi euro. In misura minore cresce il numero delle pasticcerie.

Sicuramente la saracinesca abbassata da’ il segno concreto della crisi. Ma andiamo a discutere i motivi.

In compenso alcuni commercianti da cui mi servo “storicamente” – preferisco andare negli stessi posti, quando posso: mi sento quasi a casa – hanno dichiarato un’annata non eccezionale ma nel complesso più che discreta. Meno male.

I banali: c’è la crisi e la gente spende meno. In più la grande distribuzione mette in crisi i piccoli esercizi, quando questi non si costruiscono una clientela e un’offerta particolare. Mette in crisi anche la “vecchia” grande distribuzione, che aveva una taglia più piccola e con cui i “piccoli” riuscivano a trovare una forma di convivenza. Il nuovo supermercato rionale è un asso piglia tutto per la spesa quotidiana: edificato al posto di un parcheggio a pagamento, è sempre pieno, ci si può fare tutta la spesa in un colpo solo senza girare tra i negozi, con ampia scelta, buona qualità, panini sempre freschi e prezzi in linea o inferiori agli altri.

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I meno banali: ancora non è sparita l’idea che un figlio squinternato si possa sistemare, facendo qualche sacrificio, aprendogli un’attività commerciale non troppo difficile da gestire. Una cartoleria o una piccola rivendita di articoli casalinghi o d’abbigliamento a buon mercato poteva servire a creare un lavoro a un giovane senza arte ne parte e neppure troppa voglia di faticare oltre il minimo sindacale. Con qualche lira in più, un negozio di elettrodomestici poteva andare ancora meglio: maggiore investimento iniziale ma ritorni economici più sostanziosi.

I prodighi genitori che si lanciano in quest’impresa per redimersi da pregresse incapacità educative o per salvare da se stesso un figlio dalla testa particolarmente volatile si ritrovano oggi, molto più che in passato, a rimetterci “terzo e capitale”, come si dice dalle mie parti.

C’è poi un altro guaio locale, ma credo comune a altre zone cresciute in fretta dopo il “boom” degli anni ’50 e ’60: gli affitti e la concentrazione delle proprietà.

I locali commerciali, così come tanti appartamenti, sono nelle mani di relativamente pochi proprietari, ognuno dei quali preferisce tenere alcuni “quartini” chiusi piuttosto che abbassare l’affitto richiesto. Si tratta di una sorta di cartello non scritto ma di fatto: i prezzi delle case e gli affitti non scendono con la crisi, perché i proprietari non hanno bisogno di “piazzare” tutto: guadagnano di più tenendo sbarrata qualcuna delle loro tante proprietà ma mantenendo alti i prezzi per tutte le altre. Più di un’attività commerciale, di fronte al calo dei profitti, si è trovata costretta a ridurre i metri quadri, unica maniera per alleggerire il fardello della “pigione” e allontanare la bancarotta.

Come si potrebbe risolvere? Sono contrario agli espropri proletari. Forse una tassazione più gravosa sulle proprietà non affittate? Non saprei.

Altri problemi “collaterali”. Mi sa che i commercianti delle mie parti “pagano” un po’ tutti, non so se mi sono spiegato. Non c’è da scandalizzarsi: succede dappertutto. Un paio di vetrine sfondate da camion “casualmente” saltati sul marciapiede e incendi “accidentali” a pochi giorni dall’inaugurazione e sotto le feste sono indizi importanti. Sommato a affitti, tasse e altre spese, può stroncare un commerciante già al limite.

Di contro si registra, come dicevo, un forte incremento di bar, pizzetterie e affini. I bar soprattutto si sono moltiplicati. Non capisco bene le ragioni. Salumerie, boutique, cartolerie sono diventate bar, gelaterie e caffè. Molti sono della stessa proprietà, diramazioni l’uno degli altri. Sempre più spesso accompagnati da tavolini esterni e dehors. Alcuni sono aperti fino alle ore piccole, per la felicità di chi ci abita sopra. Altrove impazza la moda delle tragiche patatine fritte. Di certo il caffè preso al bar è l’ultimo piacere a cui si rinuncia, anche in tempo di crisi. Magari il gelato col cono di patatine è il sostituto a uscite economicamente più impegnative. Qualcuno più malizioso insinua che molti di questi locali siano il re-investimento più pratico dei beneficiari dei “pagamenti” di cui sopra. Non mi sembra improbabile ma pochi si sbilanciano. Tuttavia sembra strano che il numero di caffè consumati fuori casa possa moltiplicarsi con il ritmo dei locali che si aprono. E’ una nuova bolla destinata a scoppiare? Lo vedremo presto.

C’è poi il fenomeno dei supermercati cinesi, sorta di discount di tutto che vivono su prezzi e qualità infimi e sulla capacità di quella gente di lavorare a oltranza. Hanno preso il posto di altre attività commerciali, ma, richiedendo di spazi notevoli, anche di boutique qualificate e di discoteche storiche. Non credo che abbiano spuntato affitti più umani dei piccoli commercianti e imprenditori “nazionali”.