Pandemia, politica e totalitarismo economico

I governi, in giro per il mondo, con alcune differenze e poche nobili eccezioni, hanno fatto tutti errori simili riguardo alla pandemia di covid-19. Tutti o quasi hanno sottovalutato il rischio, sperato in palliativi e aspettato troppo prima di adottare provvedimenti forti, quando ormai l’epidemia si era estesa ed era pressoché fuori controllo.

In questo senso il governo italiano non è stato tra i peggiori: a sua scusante aveva pochi esempi precedenti, ad eccezione di Cina e Corea, e quando si è finalmente mosso ha preso provvedimenti efficaci, seppure ritardati e imperfetti. Lo stesso non si può dire per Spagna, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, solo per citare qualche caso: nessuno di questi paesi ha sfruttato le settimane di vantaggio e di pre-allarme per prepararsi ad affrontare il virus, neppure per fare scorte di presidi sanitari, anzi hanno provato a minimizzare fino all’ultimo o a inseguire il mito della “immunità di gregge”.

Ci sono più cause per questo comportamento, sicuramente la paura di ogni politico di imporre scelte sgradite alla popolazione, la difficoltà di individuare il momento giusto, ma la più importante è stata, da quel che mi sembra, l’influenza pesante dei poteri economici.

Caso Italia: l’epidemia era palesemente diffusa nel nord e in particolare in Lombardia, era chiaro che statistiche simili a quelle delle “zone rosse” di Codogno e Vò stavano comparendo altrove, ma si è temporeggiato. Invece di chiudere subito la Lombardia, il Veneto o almeno ampie zone di queste regioni si è ricorso a provvedimenti tampone, si è perso tempo prezioso finché è stato troppo tardi ed è stato necessario bloccare tutto il Paese. Solo dopo si è saputo delle insistenti pressioni dei potentati economici. Lombardia e regioni confinanti sono il centro industriale d’Italia, per cui le si è bloccate solo quando è diventato indispensabile farlo per tutto il territorio nazionale.

Sbagli peggiori sono stati fatti altrove: la Gran Bretagna ha inseguito il mito della “immunità di gregge” finché i numeri dell’epidemia sono diventati ingestibili. Solo con gli ospedali sommersi si è passati a scelte più rigide. Il motivo? Dò la mia interpretazione. Dopo la Brexit la Gran Bretagna ha bisogno di mano libera in economia, per mantenere o magari incrementare il suo ruolo di potenza mondiale basata sui liberi scambi finanziari e industriali. Un blocco l’avrebbe gravemente messo a rischio, per di più senza il potenziale scudo dell’Unione Europea. Al contrario, operare business as usual mentre gli altri erano fermi sarebbe stato un indubbio vantaggio. Si sono scientemente rischiate e giocate vite sullo scacchiere economico.

Le scelte altalenanti della politica USA non mi sembrano poi radicalmente diverse: bloccare il minimo considerando “accettabili” fino a 100’000 morti. Se non è cinismo non so come altro definirlo, forse in modi peggiori. In più la mentalità comune d’oltreoceano, la libertà di licenziamento e i limitati sussidi portano la gente a scendere in piazza chiedendo di tornare a lavorare: meglio rischiare di infettarsi piuttosto che di finire in mezzo a una strada.

Anche i ragionamenti di ripresa immediata, in Italia e altrove, mi sembrano sullo stesso tono e con analoghi moventi: significativamente vengono con forza dalle zone a più alta concentrazione industriale.

È la logica del capitalismo: guadagno ed economia al primo posto, interesse privato come logica morale. Ma come definire un assetto politico che mette un fine ultimo al di sopra della vita dei singoli se non totalitarismo? In questo caso un totalitarismo dell’economia o, per essere più cattivi, del capitale e dei consumi.

Certo è un totalitarismo imperfetto, per così dire, un’aspirazione totalitaria, moderato rispetto a quelli fascisti, nazisti e comunisti, non equiparabile alle teocrazie, attenuto com’è dalla democrazia (nei paesi in cui è presente) e dall’opinione pubblica (nella misura in cui questa è libera di formarsi e agire) e tuttavia utilizza leve potenti per spostare le scelte politiche e le coscienze dalla sicurezza dei cittadini verso la tutela dell’investimento e del capitale.

Quello che è successo nelle case di riposo – ospizi come si diceva una volta – o meglio ancora nella scelta di relegarvi gli anziani è emblematico. I “vecchi” non possono stare a casa perché i “giovani” non hanno tempo: devono lavorare, e non hanno soldi: devono consumare. I malati si mettono vicino ai sani, tanto sono tutti soggetti a rischio.

Ha ragione Papa Francesco a indicare l’egoismo come un virus peggiore della pandemia. La mentalità economicista si impossessa delle coscienze e usa tutta la forza possibile per pilotare le scelte politiche. Perché privatizzare la sanità se non per fare soldi? Perché dimensionare un presidio così fondamentale come la sanità pubblica su misura delle esigenze ordinarie, senza margini per i casi straordinari?

Partendo da questa pandemia dovremmo ripensare tutta la nostra società, a partire dalla scelta dei valori di riferimento e dalla rapporto con i più deboli ovvero gli anziani, la categoria su cui non si investe perché non dà prospettive di guadagno futuro. Nei piani attuali di ripresa e di “convivenza” con il virus gli over-settanta dovrebbero restare isolati dal mondo a tempo indeterminato, chiusi in casa nella migliore delle ipotesi o relegati in centri assistiti, ovvero ospizi, dove non diano fastidio a chi deve lavorare.

Ragionamenti simili si potrebbero fare per la scuola.

Dobbiamo cominciare subito a ripensare valori e obiettivi di vita, senza aspettare di “venirne fuori”, perché procrastinare vuol già dire mettere in secondo piano.

Europeista perché

Uno scorcio degli scavi di Pompei. Forse l’Europa è nata con e grazie a Roma antica

Sono europeista perché non mi va un’Italia con l’inflazione a due cifre, il debito pubblico triplicato, la benzina a 15’000 lire al litro e le normative scritte da comitati paritetici a guida politica.

Sono europeista perché l’Europa ci ha dato la normativa più rigorosa al mondo sulla Privacy, l’Antitrust e norme stringenti sulla sicurezza dei prodotti e degli alimenti e ci ha costretto ad aggiornare le normative nazionali.

Sono europeista perché non possiamo incolpare l’Unione Europea dei difetti tradizionali d’Italia: corruzione, illegalità diffusa, scarso senso civico.

Sono europeista perché l’Europa finanzia progetti di ricerca, innovazione, opere pubbliche.

Sono europeista perché sono convinto che solo un’Europa unita possa fronteggiare Cina, USA, Russia e le altre potenze.

Sono europeista perché voglio un’Europa più solidale, più democratica e meno burocratica senza però denigrare e smantellare tutto quello che è stato fatto finora.

Sono europeista perché mi sembra che pretendere di chiudere le frontiere di uno Stato sia come costruire una voliera senza tetto, perché secondo me le frontiere hanno perso significato da quando è stato inventato l’aeroplano e sono state praticamente cancellate dal Web. Lo spiego un po’ meglio: da tecnico mi rendo conto che scienza e tecnologia cambiano il mondo e lo collegano, fisicamente e virtualmente; indietro non si torna, una politica di stati autonomi e sovrani è una illusione e una nostalgia per un passato che a qualcuno sembra, ma non era, migliore.

Sono europeista perché, da quello che vedo, gli stati più nazionalisti, vicini e lontani, sono anche i meno solidali e i meno democratici. Alcuni, per inciso, sono molto “amici” dei nazionalisti nostrani, almeno finché non scoppia l’emergenza.

Sono europeista perché non voglio svendere l’Italia a nessuno, nemmeno alla Cina o alla Russia e nemmeno agli USA se per questo.

Sono europeista perché l’Europa è un fatto, non un’opinione; una evidenza geografica, storica, politica, sociale ed economica. Negarlo significa ignorare la storia, l’economia, la politica, la cultura e un po’ di altre cose.

Sono europeista perché mi sembra l’unica via percorribile per un futuro di sviluppo organico, democratico e solidale. Percorso difficile, accidentato ma affascinante e privo di alternative concrete.

Sono europeista perché in momenti di crisi ed emergenza è necessaria una direzione univoca e scelte comuni e coraggiose, che in questo caso sono mancate.

Sono europeista ma sul serio: non mi basta l’Unione Europea così com’è, mi fanno paura i nazionalismi e anche gli egoismi interni ed esterni.

Di fronte a tante chiacchiere, urla e insulti che girano sui social e alle chiacchiere da bar che si sentono dappertutto, mi sembra il caso di dirlo chiaro. Sono europeista!

Migranti e miopia

Frontiere chiuse fra USA e Messico, forse si erigerà un muro. Campi di concentramento per migranti in Libia e altrove, col beneplacito dell’Europa. Porti chiusi alle ONG in tutto il Mediterraneo. La Fortezza Occidente si sta chiudendo, serra le frontiere fisiche e morali, ma la storia c’insegna che ogni baluardo è destinato, prima o poi, a cadere o a essere aggirato: le uniche fortezze rimaste in piedi sono quelle inutili, relitti abbandonati dalle alluvioni della Storia. Le migrazioni di massa causate dalla povertà sono un problema globale ma ci si ostina a affrontarlo localmente, come se il mondo finisse alla frontiera di stato, quando non addirittura al confine comunale. Se non è una strada verso il disastro ci somiglia molto.

Diesel o non diesel, questo è il dilemma

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L’automobile che ha donato liberta di movimento a tanti italiani (e non)

L’orientamento normativo per l’anti-inquinamento è chiaro: il diesel è sempre meno desiderato e sarà messo alle corde con requisiti sempre più stringenti, perché bisogna spingere su trazione elettrica e sull’ibrido elettrico-benzina. Lo chiedono l’ambiente, l’opinione pubblica, gli stati nazionali e gli enti sovranazionali. Tutto bello, sulla carta: il diesel è sporco, puzzolente e rumoroso, l’elettrico pulito e silenzioso. Non fosse che, negli ultimi decenni, si è riusciti a far evolvere il motore diesel in misura tale che è ora piacevolissimo da usare, altamente efficiente e affidabile. Dall’aspirato al turbo fino all’iniezione diretta e alla multi-iniezione, il diesel si è trasformato da un propulsore “da trattore” in un gattone elegante, potente e raffinato: penso che, se un giorno dovesse davvero sparire, mancherà molto a una fascia non troppo ristretta di automobilisti tradizionalisti.

Sono del parere, peraltro condiviso da tanti, che il motore elettrico, in se, sia il propulsore ideale. Ha una serie di indubbi privilegi: rendimento altissimo; coppia massima a zero giri: dà tutto e subito; affidabile, leggero e compatto come oggetto isolato. Il problema resta tutta l’elettronica di cui ha bisogno e soprattutto le batterie: quelle al litio sono state un grande passo avanti, ma non basta: facendo i debiti conti e anche mettendo nel calcolo il maggiore rendimento del propulsore elettrico rispetto a quello termico, tutto il pacco di una vettura ibrida attuale è equivalente a tre-quattro litri di combustibile fossile. Questa mi sembra un’adeguata risposta a quanti – soprattutto laureati all’Università della Vita, di Google e dei Blog – insistono nel dire che l’auto elettrica “non si fa a causa della lobby dei petrolieri”.

L’elettricità, in aggiunta, deve essere prodotta da qualche parte e quanta ne viene da fonti rinnovabili? E quanta energia elettrica si perde nelle linee di trasporto? Quando pesano queste sull’ambiente?

Per completare il discorso non mi citate l’idrogeno, che è di ancora più difficile produzione e gestione. Benzina e gasolio, nonostante tutte le evoluzioni tecnologiche fatte, restano le soluzioni più pratiche e di ampia misura, questo è tutto.

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L’autotrazione è anche emozione e affari

L’altro dubbio mi viene dalla sbandierata ecologia delle architetture elettriche e ibride, automobili verdi e amiche dell’ambiente in tutti gli spot pubblicitari: nei calcoli di impatto ambientale si tiene davvero conto di tutto, compresa la produzione delle batterie al litio e il loro smaltimento a fine vita?

E anche, quanto può potenzialmente costare al cliente un fermo auto di una vettura elettrica, quando magari l’unica riparazione possibile è la sostituzione pura e semplice di una buona porzione di elettronica?

Secondo me sarebbe più sensato, nel breve e medio termine, investire sui combustibili gassosi: GLP e soprattutto metano. C’è tanto da sviluppare, riguardo alle bombole, alla gestione del carburante e anche all’ottimizzazione dei motori, che ora sono essenzialmente solo adattati a questi carburanti.

Tutto arriverà eventualmente a un equilibrio, come sempre, e anche quello sarà temporaneo. Il tira-e-molla di tanti interessi contrapposti arriverà a un compromesso. Molti problemi saranno risolti con l’esperienza e il duro lavoro dei tecnici. Il mercato e gli utilizzatori troveranno il modo di convivere con i restanti o di aggirarli. Forse il concetto stesso di automobile privata sarà destinato a sparire o a cambiare radicalmente, obbligando un enorme comparto industriale a una difficile riconversione e una vasta popolazione a modificare i suoi stili di vita. Difficile ma non impossibile: gli esseri umani continueranno ad aver bisogno di spostarsi e di muovere oggetti, in qualche modo.

In più, direi che sarà meglio non metterlo da parte del tutto, il vituperato motore termico, sporco, ruvido e rumoroso ma dannatamente semplice e iper-collaudato, perché in momenti di crisi vera, negli eventi drammatici in cui le infrastrutture vengono meno e l’importante diventa sopravvivere e ricostruire, ancora per molto tempo a venire non ci sarà nulla di più sicuro e affidabile di un bel quattro cilindri diesel aspirato a scarico libero. Il re dei motori termici potrebbe essere spodestato, ma non è morto e non sarà dimenticato.

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Doppio diesel agricolo, quasi indistruttibile

A proposito di Brexit (a posteriori)

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Il Latino ha unito l’Europa assai prima dell’UE (foto da Capua)

Brexit secondo me: ne parlo “a posteriori” perché non avevo nessuna intenzione o velleità di influenzare nessuno e neppure mi sentivo in grado di fare pronostici. Ho voglia di parlarne ora riguardo a effetti e sensazioni.

Fondamentalmente sono europeista. Da quando è stato inventato l’aeroplano i confini hanno perso gran parte del loro senso e Internet ha proseguito la strada in questo senso: libertà di movimento per uomini e merci e regole comuni e condivise sono nello stato delle cose. Tuttavia penso che la UE, così com’è, vada riformata, e il referendum britannico si somma ai tanti segnali di insoddisfazione dei cittadini e alle dimostrazioni di vera e propria inefficienza: è il caso della crisi greca e della gestione dell’immigrazione, solo per fare due esempi recenti.

Troppa enfasi su finanza e banche trascurando l’integrazione sociale, culturale e – lasciatemelo dire – militare, ovvero, in sintesi, politica. Acceleratore troppo premuto sull’ingresso di nuovi stati chiudendo un occhio (e anche un altro mezzo) sulle condizioni economiche e sociali. Operazione moneta unica condotta in modo troppo veloce. Il tutto guidato dall’asse franco-tedesco in base alle proprie esigenze. E penso di essermi dimenticato qualcosa.

Devo però dire che, in un certo senso, speravo che il referendum vincesse, semplicemente perché era il risultato che avrebbe dato gli esiti più interessanti. Si tratta della condizione che impone e forza il cambiamento con meno margini per la diplomazia al ribasso. Per un appassionato di storia come il sottoscritto è una situazione che oserei definire entusiasmante, perché il Brexit è uno degli eventi che fanno la storia.

Non ritengo tuttavia che, alla fine, gli esiti saranno così tragici come dalle previsioni fatte circolare nei giorni scorsi e che, diciamocelo, erano in buona parte un tentativo di terrorizzare l’elettorato britannico. Ma si sa, francesi, tedeschi e britannici sono molto meno impressionabili degli italiani, in primo luogo perché nutrono fiducia nella propria unità nazionale, concetto che “noi” stentiamo anche solo a capire.

Alla fine l’economia, come tutti i sistemi umani, è dotata di tanti pesi e contrappesi e, soprattutto, di meccanismi di smorzamento che rendono improbabili gli esiti estremi. A nessuno conviene un completo tracollo britannico e neppure è pensabile troncare di colpo e definitivamente rapporti commerciali e finanziati consolidati. Nemmeno è auspicabile, da parte di nessuno, che le centinaia di migliaia di lavoratori comunitari che operano in Gran Bretagna, spesso in posizioni di alto profilo, siano costretti da un giorno all’altro a “tornarsene a casa loro”.

Si passerà senza dubbio attraverso un periodo di instabilità e incertezze, mentre accordi specifici verranno discussi e firmati sui vari aspetti delle relazioni economiche, politiche e di frontiera con la gran nazione ex-UE fino ad arrivare a un nuovo equilibrio anch’esso, ovviamente, provvisorio.

Di contro, l’UE dovrà interrogarsi su come riformarsi in fretta, per evitare di crollare come un castello di carte – e magari, come questo, facendo ben poco rumore.

La politica dei tifosi

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Pro-Putin ed anti-Putin, pro-dimostrati e legalisti, leggo in giro le prese di posizione e quasi non ci credo. Pare di sentire le opinioni dei tifosi di calcio al bar, quando parlano dello stato d’animo dei loro campioni preferiti. Come se al potere russo interessassero gli ucraini in quanto russi. E come se all’Occidente interessasse la Crimea in termini di giustizia internazionale. In tanti stanno inquadrando gli eventi internazionali del nostro vicino oriente sulla base degli schemi mentali consolidati ed in vista di trarne ulteriori conferme di convinzioni già salde. Faccio lo stesso anch’io e, sinceramente ho difficoltà ad individuare un “buono” in una sfida geopolitica che si sta giocando con strumenti molto simili a quelli di due secoli fa. Ho anche difficoltà a capire quale sia il “bene” del popolo ucraino, trattandosi di un’entità variegata. Dubito che alla Russia interessi la Cecenia perché la maggior parte dei suoi abitanti si sentono russi, altrimenti le avrebbe consentito libera autodeterminazione. Ed in Afghanistan, prima degli USA c’erano proprio loro a portare la pax sovietica con i tank. In sintesi, mi sembra che ci sia poco da entusiasmarsi, da qualsiasi lato lo si guardi. La Russia sta rialzando la testa, cercando di recuperare il ruolo di potenza internazionale nucleare, approfittando della situazione di USA usciti dalla crisi ma non più forti e sicuri di se come nei decenni passati, e di un’Europa da sempre inconsistente come politica estera e troppo presa dalle proprie problematiche interne, economiche, sociali e “bancarie”. Buttando nel “mix” le nuove potenze in crescita, la nuova guerra fredda rischia di essere più complicata e costosa della vecchia. Si lo so, sto semplificando all’eccesso, ma è solo per dare l’idea. Staremo a vedere ed è probabile che, in un modo o nell’altro, ci sarà da ballare!