False finestre fanno finte figure

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Ora, per chi vuole, un componimento ispirato dalla mania per telefonini e internet, ma applicabile a molte cose che consumano il tempo senza riempirlo. Mi è venuto un po’ lungo e certamente è tutt’altro che perfetto: me ne scuso in anticipo.

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Finestre ci sono, senza nulla dietro,

pure cornici di lastre di vetro,

più sottili di specchiere,

leggere quanto uno spettro

di un film muto

appena proiettato

e vuote memorie,

come un bicchiere già bevuto.

Ci sono finestre false

quanto le offerte regalo

che ti mettono in mano

fuori ai negozi,

nelle vie rumorose

delle metropoli delle solitudini contigue;

o quanto

le promesse morbose

che compaiono proditorie

nei link ruba-click dell’internet a dozzine.

Sono volubili finestre virtuali,

anche quando materiali,

più di quelle dei sistemi operativi,

senza testo da scorrere

o storie da rincorrere;

senza vite da ricollegare

o nuclei da interpretare;

senza motivi da canterellare

evocativi: senza cuore,

solo illudenti figure sfacciate da sfogliare

o sbirciare

come da una serratura seriale.

Finestre d’intrattenimento,

ladre esperte di tempo,

cattive consigliere,

pessime romanziere,

arrecatrici d’oblio come vini e birre,

ma meno gustose, acquose, inodore,

edulcorate assai e gassose e tiepide e stanche,

come monotone modelle virtuali anoressizzate,

vita stretta, niente fianchi e anche,

con tette siliconiche protesiche

e scarse idee… Buone per ostentatamente

ottuse menti e stanche.

Povere finestre con falsi fiori,

a colori sintetici a interi valori,

tutto per il fuori.

Forse eran vere agli albori:

l’antica malasorte

della vita le ha private,

oppure una mano ladra e malvolente.

Ora son ridotte

a cornici decorate,

laborioso contorno d’un quadro scadente,

lupi d’annata senza pelo, ne pane, ne dente,

ne passione, brama o gradiente,

cantori stonati ammalianti in tono finto-gaudente

senza motivo, trascinatori di causa perdente.

False finestre, il mondo ne è pieno,

offrono orizzonti di paglia, mari di fieno,

illusioni poco costose, invitanti all’inizio,

ma dannose, carceri in cui ti serri per sfizio,

senza aver la chiave per venirne fuori,

virtual-dipendente, non sai farne a meno,

ne vuoi sempre di più, senno sono dolori,

droga a bassa gradazione, te ne serve il pieno,

e riempiono tasche nel mondo là fuori.

Sega quelle sbarre, se sei capace,

dal colore banale vivace

e animazione sagace.

Rinuncia all’intrattenimento senza fine, assenzio

di falsa vita che ride e saltella,

provoca, ammicca, solletica e titilla,

sfibra, affatica, svuota e la voglia assilla,

ma non dà abbracci e baci, non ha scintilla.

Scruta, se ancora sei capace, fuori, il silenzio.

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Quelle parole così poco Social

Insulto classico da muro, precursore del turpiloquio da rete

Insulto classico da muro, precursore del turpiloquio da rete

I “social media” hanno moltiplicato l’uso delle parolacce. E’ chiaro il motivo, si possono utilizzare in modo anonimo, si può diffondere qualcosa scritto da altri e quindi di cui non siamo direttamente responsabili, alla fine è divertente, quasi sempre strappano una crassa risata o almeno un accenno di sorriso. E’ la provocazione a buon mercato, la “trasgressione” alla portata di tutti. E’ anche meno faticoso che scrivere sui muri. Ma le parolacce, il loro uso generalizzato, fanno parte di avvilimento del linguaggio e di conseguenza del pensiero.

La parolaccia può essere arte, perfino cultura, è popolare e può sottolineare un concetto meglio di una lunga espressione dotta. E’ come il dialetto: in certi contesti è inevitabile e esprime molto più di una lunga espressione in lingua. Ma si tratta di usi ragionati, specifici, risultato di una elaborazione, potremmo dire eccezioni. Nella maggior parte dei casi sono scorciatoie, corti circuiti del pensiero che tagliano corto sul problema per arrivare a una conclusione facile. Scuse banali per pensare di aver pensato e chiudere rapidamente il problema, generalmente avendone capito meno di prima. Anestetici del pensiero.

Non credo che su Internet sia davvero possibile convincere qualcuno: di sicuro meno che con un dialogo faccia a faccia, cosa che già evito accuratamente di tentare, ma l’uso dell’insulto, dell’offesa generica ha esattamente l’effetto contrario, irrita e sclerotizza i punti di vista, li trasforma in fazioni contrapposte. Chi si sente insultato non si apre certo al ragionamento, piuttosto si rintana nelle sue convinzioni come entro le mura di una fortezza.

Ancora più inutile è l’insulto generico, quello senza un destinatario preciso, come quando si parla dei “politici” o dei “responsabili” o, peggio ancora, di “chi ha fatto questo”, per non parlare dei “poteri occulti”. Crea quel piacevole stato di rabbia e ottiene, a buon mercato, quella presunzione occidentale per cui se parli di qualcosa, in qualche modo quella si realizza.

La cosa che mi è sembrata strana è che spesso gli insulti più impronunciabili li leggo sul profilo di gente che conosco personalmente come estremamente moderata e tranquilla, che mai mi immaginerei a pronunciare quelle parole di persona, alla luce del sole. Internet tira fuori il peggio dei singoli, un po’ come l’automobile, in cui diventiamo tutti nervosi e irascibili. L’espressione è limitata alla riaffermazione delle proprie convinzioni contro tutti e contro tutto, a prescindere da qualunque confronto.

Serve per sfogarsi, è vero, ma è un cane che si morde la coda: l’irritazione raramente sfuma e rinasce negli altri lettori. Ognuno s’impegna a riversare il proprio carico di irritazione e insoddisfazione sul prossimo (1).

Si svela in pieno, sul web, il fanatismo personale, quello che in altre circostanze è represso o almeno attenuato dalle convenzioni sociali o dal timore delle conseguenze di un confronto faccia a faccia. Si dice quello che salta in mente, senza pensarci sopra. L’insulto esclude l’autocritica, condanna senza appello, crea spazio alla risposta di pari tono. Come una scazzottata virtuale, contro un avversario spesso anch’esso virtuale: nessuno si fa fisicamente male e si può proseguire a oltranza, fino allo sfinimento. Evito di affrontare il discorso dei troll: facile estendere il ragionamento, ma osservo come la cattiva conoscenza della lingua italiana peggiori l’inclinazione verso le frasacce a effetto: non si può usare bene uno strumento che non si conosce.

Forse ha ragione Einstein, il pericolo è quando la tecnologia si evolve più velocemente della cultura, intesa come capacità di usarla. Forse, a onta dei libertari senza se e senza ma, Internet dovrebbe essere nominale, ogni affermazione portare il nome e cognome della persona che la pronuncia, senza nick (il mio, peraltro, è facilmente svelabile, con tutti i riferimenti che ho messo sul blog). O forse è soltanto un gran balletto, il pozzo di confusione in cui affondare gli istinti, tanto poi l’effetto è nullo. Tranne quando, per fortuna di rado, qualcuno impazzisce sul serio e vuole mettere in pratica, nel mondo fisico, quelle minacce sanguinolente così tanto insistite nel lieve universo dei bit.


Nota 1) Non che gli stucchevoli messaggi che invitano a vivere meglio e a godersi il momento siano gran che meglio, ma faranno parte, forse, di un altro discorso.

Sprazzi della settimana

Gocce

Non sono riuscito a tirare fuori un articolo coerente (non che mi sia sforzato all’eccesso, d’altra parte) ma, in compenso, mi sono ritrovato con un po’ di idee e abbozzi. Non sempre si riesce a mettere a fuoco un discorso compiuto, ancora più quando ti passano tante cose per la testa. Le idee sono come gocce che vagano spinte dal vento, qualche volta si fondono in un flusso coerente, altre rimangono scisse, altre ancora si suddividono ancor di più o addirittura evaporano via. Riporto qui un po’ di frammenti della settimana, magari qualcuno è capace di ricavarci qualcosa.

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Quello che la pubblicità non ti dirà mai: prima di comprare qualcosa di nuovo, chiediti se puoi sfruttare meglio quello che già hai.

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Mai si sprecano così tante parole quanto su cose su cui c’è assai poco da dire. Mi riferisco, in primo luogo, a sport e pettegolezzi; poi viene la politica.

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Quarantenni rampanti. Siamo nell’epoca dei giovani dai capelli bianchi.

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Altro che briciole, il passato, se non ne hai una buona manutenzione, genera dei veri e propri macigni.

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Ci vuole un motivo valido, per imparare qualcosa di nuovo. Il vero maestro è in grado di suggerirne.

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Ci sono mondi dentro a mondi, ogni indagine può procedere all’infinito.

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Le facce dei profili Linkedin non sono solo più formali, ma anche molto più sorridenti di quelle Facebook. Perché la gente sente il bisogno di dare un’impressione positiva, su una rete professionale. Money over love.

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Una regola semplice ma spesso disattesa è quella di non insultare mai gente che non conosci personalmente, perché nella migliore delle ipotesi fai la figura dell’idiota ed in molti casi crei molti più danni, anche a te stesso, di quelli che puoi prevedere. Insultando uno sconosciuto rischi di farti un nemico senza motivo e, forse peggio ancora, di fare del male a qualcuno che non se lo merita. E’ un salto nel vuoto, in pratica, ed all’indietro. Insultare un’intera categoria o – peggio ancora – un popolo, è peggio ancora.

(PS: mi sembra di aver letto qualcosa del genere di Guicciardini).